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Epidemia e distruzione dell’ambiente

6 Apr

di Cosimo Perrottaai tempi del coronavirus: ambiente 6-4-2020

Pierluigi Battista fustiga i fustigatori dei moderni costumi occidentali. Essi, afferma, reagiscono all’epidemia come in un nuovo medioevo. Indicano come causa del flagello i nostri peccati di incontinenza, per i quali ci punisce, non Dio questa volta, ma la natura. Stessa cultura mistica e pre-scientifica, stesso irrazionale senso di colpa di allora. No, risponde Battista, “non è colpa nostra”, non è colpa dell’alta velocità, delle grandi città, del frequentare bar ristoranti cinema teatri concerti discoteche e palestre, dell’aprire industrie, fare turismo e nemmeno dei consumi superflui. Per debellare il virus dobbiamo andare avanti e non indietro, esorta l’autore, e chiedere alla scienza di risolvere i problemi. La ragione contrapposta alla superstizione.

C’è, però, qualcosa che non funziona in questo appello alla ragione. Esiste ormai una vasta letteratura scientifica che mostra come i mega-allevamenti siano il veicolo fondamentale per la diffusione delle epidemie. Essi sono presenti soprattutto in paesi come Cina, Australia, USA, Olanda, dove si arriva fino a 100mila mucche o 2 milioni di polli in un solo allevamento; ma ci sono in tutti i paesi a gestione capitalistica (Cina compresa). Questa letteratura è stata approvata e confermata dall’OMS e dalla FAO (2). Gli animali vengono imbottiti di antibiotici (che alla lunga diventano inefficaci), di estrogeni e antiparassitari e costretti a una vita innaturale che – oltre a torturarli – ne indebolisce le difese organiche e li rende facile preda dei virus. Per di più, quando le epidemie decimano gli animali di allevamento e diminuisce l’offerta di carne, in Cina cresce la domanda di carne di animali selvatici, che immettono nuovi virus nell’ambiente antropizzato.

Ma il fattore fondamentale del passaggio dei virus dagli animali selvatici all’uomo è quello più anonimo della sistematica deforestazione del pianeta. L’habitat selvaggio viene ristretto sempre più finché gli animali selvatici per sfuggire alla morte si adattano all’ambiente antropizzato e colpiscono gli animali degli allevamenti. Perché l’habitat selvaggio viene distrutto? Per far posto appunto all’urbanizzazione sfrenata e alla ancor più sfrenata rapina e distruzione delle risorse naturali.

La distruzione riguarda le foreste pluviali che producono l’ossigeno, l’acqua potabile che ci fa sopravvivere, l’aria che assorbe la CO2 prodotta dai combustibili fossili, la terra violentata dai nostri fertilizzanti e consumata dall’urbanizzazione, gli oceani pattumiera dei crescenti rifiuti, i fiumi che raccolgono i rifiuti tossici gettati illegalmente, la fauna decimata da caccia e pesca e falcidiata dagli incendi delle foreste, le piante, il clima, i ghiacciai, il permafrost, i coralli, il Polo Sud …

La distruzione sistematica dell’ambiente è andata avanti per secoli, durante i quali gli occidentali hanno sottomesso quasi tutti gli altri paesi, ne hanno fatto delle colonie, poi hanno continuato a sfruttarli col neo-colonialismo e oggi cercano di farlo ancora con la globalizzazione del commercio internazionale. La globalizzazione, però, mentre ha rafforzato lo sfruttamento dei paesi più poveri o più oppressi politicamente (l’America Latina, una parte dell’Africa e dell’Asia) ha facilitato lo sviluppo di altri paesi, in primis Cina e India.

Quando lo sviluppo industriale, basato sulla distruzione illimitata delle risorse, si è esteso a quasi tutto il mondo, quel modello è diventato insostenibile. Esso crea ricchezza, certo, ma i ceti che se ne giovano aumentano, ad esempio, la domanda di carne e pesce. Questo spinge i produttori a bruciare l’Amazzonia e le altre foreste per fare posto ai pascoli per i bovini; e a consumare fino all’estinzione molte specie di mammiferi, uccelli e pesci; ad estendere gli allevamenti marini dove i salmoni e altre specie marine subiscono le stesse torture che avvengono negli allevamenti terrestri.

Tutto questo sta peggiorando la qualità della nostra vita. Mangiamo carne gonfia di ormoni e antibiotici, pesce che ci trasmette le microplastiche che ha ingurgitato, vegetali ricchi di pesticidi e fertilizzanti chimici; respiriamo un’aria sempre più satura di veleni e di virus. Così aumentano le malattie di cancro, dei muscoli (sla), respiratorie (asma, Sars e altri coronavirus). E adesso siamo anche costretti, in nome della libertà di consumo, a stare chiusi in casa per mesi. Dott. Battista che c’è di razionale in tutto questo?

E che cosa c’è di razionale nell’idea – che guida il nostro sviluppo da 5 secoli – che le risorse sono illimitate e le si può sprecare impunemente? Non si tratta di tornare a una vita povera, ma di regolare la crescita, in modo che proceda senza sprecare le risorse e senza distruggere l’ambiente, anzi risanandolo.
“Che errore dire: è colpa nostra”, Corriere della Sera 4 aprile.

(2) Vedi la buona rassegna di Ángel Luis Lara su il Manifesto del 5 aprile: https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/ .

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – II parte

24 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo – 24-3-2020

L’Europa è attualmente il principale focolaio nel mondo ma la distribuzione geografica è disomogenea. L’Italia è il Paese europeo più precocemente colpito e con il numero più alto sia di malati sia di morti. Spagna, Germania, Francia hanno lo stesso ordine di grandezza (decine di migliaia) di malati dell’Italia ma differiscono per numero di decessi dichiarati: 4.825 in Italia e 1.753, 93, 562 rispettivamente negli altri tre Paesi. I Paesi del Nord Europa hanno finora registrato poco più di 1.000 casi e poco più di 10 decessi ciascuno. È impossibile allo stato attuale stabilire quanto queste differenze siano attribuibili a modalità diverse di classificare e di contare e quanto all’efficacia delle azioni di contenimento, di prevenzione e di trattamento messe in atto Per ora è da registrare l’assenza di strategie di contenimento dell’epidemia concordate tra i Paesi dell’EU.

La Cina e la Corea del Sud – già esperte di lotta ai Corona virus per aver subito una grave epidemia di SARS nel 2002 – hanno con successo adottato la strategia di Soppressione ricorrendo tempestivamente (caratteristica essenziale) e con un enorme sforzo organizzativo: a) al riconoscimento e isolamento dei casi anche solo blandamente sospetti, b) alla ricerca dei contatti e al loro collocamento in quarantena domiciliare, c) al largo uso del test per la ricerca del virus nei contagiati, nei contatti e in altri gruppi ritenuti a rischio, d) al distanziamento sociale (rigido in Cina, mirato in Sud Corea).

In Italia si sono fatti oltre 258.402 test (il numero più alto al mondo dopo quello della Corea), sono stati isolati i malati e posti in quarantena i contatti e da due settimane vige un distanziamento sociale, via via più rigido, sull’intero territorio nazionale. Le misure di contenimento adottate sono simili a quelle della repubblica sud-coreana, l’esordio dell’epidemia è stato quasi coincidente nei due Paesi, le rispettive popolazioni hanno dimensioni analoghe, entrambi hanno un ordinamento democratico. Eppure gli esiti sono molto diversi: in Corea sono stati registrati, a oggi, “solo” 6.799 casi e 102 morti (5), frequenze molto inferiori alle nostre. La spiegazione più plausibile di questa differenza risiede nella piena consapevolezza delle azioni da intraprendere e nella tempestività con cui i coreani le hanno attuate.

In Italia subiamo gli effetti di incertezze, ritardi, ambiguità delle comunicazioni, conflittualità istituzionali, sottodimensionamento di un – sia pure eccellente – servizio sanitario. La reazione all’epidemia non è stata lucida, completa e immediata; è sembrata piuttosto svolgersi, un passo alla volta, inseguendo l’evolversi della situazione. È più facile criticare che governare, non c’è dubbio; infatti, non intendiamo sottolineare colpe ma contribuire a migliorare l’azione.

Su The Lancet (6) Hellewell afferma che “la finestra temporale per contrastare in modo efficace un’epidemia è molto stretta: quando il numero di casi iniziali è cresciuto fino a 40, la probabilità di insuccesso di qualsiasi azione di contenimento è dell’80%, anche se si fosse riusciti a rintracciare e a isolare l’80% dei contatti”. Inoltre, adottare politiche di contenimento nel proprio territorio ha scarso valore se la stessa cosa non accade nei territori contigui. L’editoriale dell’ultimo numero di Nature (7) ci ricorda che “l’azione coordinata di tutti è l’interesse di ciascuno”. Invece vediamo che alcuni negano che l’epidemia esista, altri tramano per comprare i diritti esclusivi del futuro vaccino; alcuni vogliono lasciare che l’epidemia faccia il suo corso, altri vogliono che ogni singolo cittadino si sottoponga al test del virus. E questa eterogeneità non riguarda solo le macro aree del pianeta; essa agisce su ogni scala fino a differenziare la condotta dei sindaci dei paesini più sperduti.

Eppure basterebbe essere d’accordo su pochi punti: imparare da chi ha già avuto il problema; predisporrei piani di azione basati sulle prove di efficacia; agire tempestivamente; seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di riferimento per dare uniformità agli interventi.
La globalizzazione ci ha procurato il danno, solo un’azione globalizzata può darci il rimedio.

(5) https://www.worldometers.info/coronavirus/country/south-korea/
(6) Joel Hellewell et al. Lancet Glob Health 2020; 8: e488–96 Published Online February 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2214-109X(20)30074-7
(7) COVID-19: what science advisers must do now; Nature, Vol 579, 9 March 2020, 319-20.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – I parte

23 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo

Il virus SARS-COV-2 non esisteva in natura fino a qualche mese fa e perciò è sconosciuto al sistema immunitario di tutti gli umani. Del virus e della malattia che determina, la Coronavirus (COVID-19), sappiamo ancora troppo poco. I caratteri principali possiamo riassumerli così:
il virus si diffonde molto velocemente da persona a persona attraverso le particelle di vapor d’acqua e di saliva emesse dalla bocca;
la rapidissima espansione geografia dell’epidemia riflette la globalizzazione di produzioni, commerci e altre attività (il virus viaggia con le persone);
i bambini e i giovani adulti sono più resistenti alla malattia, gli anziani e i soggetti con patologie multiple sono più suscettibili;
un individuo infetto diventa contagioso poco prima dell’esordio dei sintomi;
il più temibile sviluppo di COVID-19 è una polmonite interstiziale atipica che compromette gli scambi gassosi tra gli alveoli polmonari e il flusso sanguigno;
non sono ancora disponibili farmaci efficaci contro il virus;
sono in corso nel mondo ricerche per trovare un vaccino; la sua produzione su larga scala richiede 12-18 mesi ma alcuni scienziati cinesi sostengono che un loro vaccino sarà pronto molto prima;

in Italia dall’inizio dell’epidemia (21 febbraio) a oggi (22 marzo) sono stati eseguiti 258.402 tamponi per la ricerca del virus; sono risultati positivi al test 59.138 soggetti, di questi 12% è guarito e 9% è morto; 80% dei deceduti ha più di 70 anni;
dei restanti 46.638 soggetti attualmente in osservazione, 51% ha manifestato solo sintomi simil-influenzali lievi o non nessun sintomo ed è attualmente in isolamento domiciliare, 43% ha sintomi respiratori che hanno richiesto ospedalizzazione, 6% sono pazienti critici trattati nelle unità di terapia intensiva . (1)

Tra le molte cose che ancora non sappiamo, due hanno una particolare rilevanza per contrastare l’epidemia:
non sappiamo se COVID-19 conferisce un’immunità definitiva (come succede per il morbillo e la poliomielite) o di lunga durata (come per la pertosse) o di breve durata (come per l’influenza);
è certo il contagio da soggetti portatori sani (infetti mai sintomatici) ma non sappiamo quanto diffusa sia questa modalità subdola di trasmissione.

Per interrompere, attenuare o prevenire l’epidemia di una malattia infettiva bisogna fare il deserto intorno all’agente patogeno, sottraendo ad esso i soggetti suscettibili. In mancanza del vaccino bisogna tenere lontani i contagiati dai suscettibili (isolamento dei contagiati e quarantena dei contatti) oppure i suscettibili dai contagiati limitando la mobilità dei primi (distanziamento sociale). Queste due modalità, con le loro varianti, sono state variamente combinate in due strategie: la Soppressione e la Mitigazione.

La Soppressione ha per obiettivo l’eliminazione o la drastica riduzione del virus. Un primo risultato, se la strategia ha successo, è che si riduce la pressione dei contagiati sulle strutture sanitarie, ma si allunga la durata dell’epidemia. Il risultato finale è la virtuale (ma non reale) eliminazione del virus dalla popolazione che, in attesa del vaccino, dovrà continuare ad essere sottoposta a sorveglianza per l’identificazione precoce di nuovi focolai interni e dei soggetti infetti esterni. Con la Soppressione, infatti, si ottiene la drastica riduzione del virus circolante ma la popolazione rimane suscettibile all’infezione.

Con la Mitigazione ci si propone di diminuire l’intensità dell’onda epidemica, lasciandola però correre fino al suo esaurimento. Il presupposto teorico della Mitigazione è che, avendo protetto i gruppi a rischio e lasciando però che più del 60-80% della popolazione venga infettato, essa acquisirà un’immunità specifica nell’arco di qualche mese e non avrà bisogno, perciò, di ricorrere alla vaccinazione.

Gli Stati uniti d’America e il Regno unito hanno esitato a lungo prima di arrendersi alla necessità di contrastare l’epidemia. Inizialmente Graham Medley, consulente scientifico del primo ministro, ha detto: “Dobbiamo procurarci ciò che è noto come immunità di gregge. Il solo modo per farlo, in assenza di vaccino, è lasciare che la maggioranza della popolazione si infetti. … Una bella, grande epidemia”. (2) Il primo ministro britannico ha avvisato: “Molte più famiglie perderanno anzitempo i loro cari”. (3) Un gruppo di lavoro molto qualificato dell’Imperial College di Londra costituito ad hoc per sviluppare modelli di simulazione degli effetti delle strategie di contenimento dell’epidemia, dice in un rapporto (4) che, se la strategia di Mitigazione proposta dal governo britannico venisse applicata, verrebbero a morte per COVID-19 circa 250.000 soggetti in UK e circa 1.1 milioni di soggetti negli USA. Di Mitigazione non si parla più e in entrambi i Paesi sono state tardivamente avviate – o sono ancora in attesa di avvio – modalità di contenimento dell’epidemia.

(1) I dati sull’Italia sono desunti dal sito del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5351&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

(2) http://www.thelancet.com Vol. 395, March 21, 2020

(3) NEJM March 20, 2020 DOI: 10.1056/NEJMp2005755

(4) Imperial College COVID-19, DOI: https://doi.org/10.25561/77482

”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”

25 Nov

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 34, a cura Piero Rizzo (25 XI 2019)
L’articolo di Foreign Policy selezionato per questo mese sparge del sale sulla ferita più che mai aperta dei migranti detenuti nei “campi di tortura” libici. E’ stato pubblicato il 10 ottobre con il titolo: ”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”.
L’obbiettivo primario per il quale l’UE sta finanziando la guardia costiera libica è di tenere i migranti fuori dall’Europa, non importa se essi vanno a finire nell’inferno dei campi di detenzione in balia delle milizie e dei trafficanti di esseri umani.
Dopo aver descritto il calvario di una donna che ha visto morire il figlio di 7 anni e il marito nel centro di detenzione di Zintan, l’autrice Sally Hayden, giornalista freelance impegnata sui diritti umani e le crisi umanitarie, prosegue.
Le loro morti non erano le uniche. Rifugiati e migranti nei centri di detenzione libici hanno iniziato a contattarmi nell’agosto 2018, dopo che gli era stato comunicato il mio rapporto da persone che avevo intervistato in Sudan l’anno precedente. Da allora, ho parlato con dozzine di detenuti in molti centri diversi, che usano telefoni nascosti per inviare informazioni su ciò che sta accadendo loro. Ho trovato ripetute conferme alle loro accuse da molte altre fonti.
Ho iniziato a inviare e-mail all’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees)  e all’IOM (International Organization for Migration) riguardo al numero crescente di morti a Zintan nell’ottobre 2018, poco dopo che le Nazioni Unite erano state coinvolte nel trasferimento di centinaia di migranti e rifugiati da Tripoli. Solo sette mesi dopo, quando 22 detenuti erano morti per mancanza di cure mediche e per le condizioni terrificanti,  le N.U. si interessarono finalmente di ciò che stava accadendo a Zintan e chiesero che i detenuti venissero trasferiti di nuovo. Quando gli è stato chiesto un commento, l’OIM ha dichiarato che la condivisione pubblica di rapporti non confermati di eventi a cui l’organizzazione non ha assistito, potrebbe minacciare la sicurezza dei migranti in detenzione. Il personale delle Nazioni Unite ha precedentemente confermato a Foreign Policy che nessuna organizzazione sta monitorando il numero di detenuti che muoiono in tutta la rete di centri di detenzione libici.
Questo è solo uno di una serie infinita di scandali che si verificano nella  rete di centri di detenzione in teoria gestiti dal Dipartimento Libico per la Lotta alla Migrazione Illegale, che è associato al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, sostenuto dalle N.U. Nella realtà, molti centri di detenzione sono controllati da milizie.
Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono stati rinchiusi a tempo indeterminato nei centri di detenzione negli ultimi due anni e mezzo, dopo essere stati intercettati dalla guardia costiera libica mentre tentavano di raggiungere l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo.
Alla domanda sul ruolo dell’Unione Europea nel facilitare lo sfruttamento, la tortura e l’abuso di migliaia di rifugiati e migranti in Libia, i portavoce dell’UE regolarmente ribadiscono che nei centri di detenzione sono presenti le Nazioni Unite , aggiungendo che l’UE sta cercando di migliorarne le condizioni e vorrebbe chiudere i centri.
Ha detto un uomo del Darfur che i detenuti sono stati minacciati e picchiati dalle guardie libiche di fronte al personale dell’UNHCR senza che questo sia intervenuto per fermarle (l’UNHCR lo nega). Per i rifugiati e i migranti detenuti in Libia, l’UNHCR è diventato un simbolo di inazione, un’agenzia il cui logo suscitava in passato forti sentimenti di speranza e di ammirazione, mentre ora suscita crescenti sentimenti di disprezzo.

Brevi considerazioni. E’ tutto un dejà vu. Quando Salvini ripete ad nauseam che il numero di migranti, con lui ministro dell’interno, si è drasticamente ridotto (e in parallelo anche il numero di morti), nelle statistiche non compaiono i morti nei campi libici e si omette di dire che, al trattamento subumano in quei lager, non di rado si preferisce la morte.
In questi giorni, si sente dire soprattutto dalla sinistra e da una parte del mondo cattolico che Salvini se n’è andato, ma i suoi metodi sono rimasti. Pensiamo che il problema non si risolverebbe aprendo le braccia a tutti i migranti con spirito bergogliano, perché in tal caso Salvini sarebbe fatto “santo subito” a furor di popolo (ai simboli religiosi provvederebbe lui stesso) e le cose peggiorerebbero. Siamo di fronte a un caso esemplare di conflitto tra l’etica dei principi – propria dell’idealismo – e l’etica della responsabilità – propria del pragmatismo (Max Weber docet).
In chiusura ci preme ricordare che gli orrori libici li troviamo anche nel cuore dell’ Europa, in questo caso in Croazia, come abbiamo appreso dalla lettera di Lorena Fornasir (Trieste) pubblicata su questo blog il 22 ott. u.s. Al peggio non c’è limite.

https://foreignpolicy.com/2019/10/10/libya-migrants-un-iom-refugees-die-detention-center-civil-war/

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

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di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere

Cambiare la strategia di cooperazione in Africa

29 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 22
a cura di Piero Rizzo
L’articolo di questo mese, dal titolo “Take Africa seriously!”, è del periodico online International Politics and Society, del 30/8 u.s. E’ scritto da Robert Kappel, dell’Università di Lipsia, ed è focalizzato sugli interventi della Germania in Africa: come sono stati finora e come dovrebbero essere.
Nella prima parte viene descritto quello che non va fatto. Bisogna smettere i panni del buon Samaritano: la politica finora è consistita in aiuti e carità e la cosa è sempre meno accetta. La cooperazione con l’Africa deve essere una reale cooperazione tra uguali, come avviene con la Cina o con la Francia. L’atteggiamento di chi dice “noi sappiamo cosa è meglio, noi abbiamo le soluzioni” non funziona.
E’ indispensabile un cambio di paradigma, che prenda atto che lo sviluppo non può che venire dall’interno, o per dirla in altro modo: devono essere gli africani a decidere come vogliono andare avanti. La Germania dovrebbe imparare a perseguire una cooperazione tra paesi sovrani.
Nella seconda parte si fanno sei raccomandazioni:
1. la Germania deve continuare ad agire come una potenza civile ed entrare in una strategia di lungo termine di equa cooperazione con l’Africa.
2.. Bisogna sospendere gli Accordi di Partenariato Economico (APE) della UE. Gli APE garantiscono agli Stati firmatari l’accesso senza tariffe al mercato dell’UE, ma richiedono anche l’eliminazione delle tariffe sul lato africano. L’apertura dei mercati significa che le imprese africane e i piccoli agricoltori rischiano di essere ulteriormente emarginati dalle importazioni.
3. Ad oggi non è stata individuata alcuna coerente strategia per l’Africa. Questo si vede nei documenti di strategia, come il Marshall Plan with Africa (MPA) e il CWA (Compact with Africa). Tra l’altro essi hanno un diverso approccio al commercio. Il ministero tedesco delle finanze sostiene il libero commercio, mentre il ministero per la cooperazione e lo sviluppo, di Gerd Müller, sostiene il commercio equo; strategie non compatibili.
4. Considerando che il livello dell’agricoltura africana è incomparabile col livello europeo, bisogna creare le condizioni perché si possa realizzare il commercio equo.
5. Il contributo tedesco alla riduzione della povertà e dell’elevata disoccupazione giovanile è minimo. Ad esempio, tutti gli investimenti stranieri in Africa negli ultimi dieci anni hanno creato in media solo 100.000 nuovi posti di lavoro all’anno. E le circa 1000 aziende tedesche attualmente danno lavoro a circa 200 mila africani. Il lavoro per 20 milioni di persone all’anno dovrà essere creato quasi esclusivamente dalle imprese locali e dagli agricoltori. Il compito dei governi è di aiutare piuttosto che ostacolare l’imprenditoria locale.
6. La Germania dovrebbe intensificare la cooperazione tecnologica, lo scambio di studenti e la cooperazione con le università. Dovrebbe seguire l’esempio cinese che ha già accolto 70 mila studenti africani.
Brevi considerazioni.
Che il modello di sviluppo debba nascere dall’interno e non essere imposto dai paesi ad economia avanzata è stato sostenuto con forza dal Nobel per l’economia Angus Deaton, che addirittura si è spinto a dire che la caterva di aiuti erogati sono stati, non inutili, ma nocivi (anche perché hanno favorito il dilagare della corruzione).
Per il cambio di mentalità che ciò comporta, e che l’articolo auspica, temiamo ci sia ancora un lungo cammino da percorrere.
https://www.ips-journal.eu/regions/africa/article/show/take-africa-seriously-2949/?utm_source=taboola&utm_medium=referral

Lo sviluppo ineguale di Samir Amin

1 Ott

di Riccardo EvangelistaSocietà, 1 ottobre 2018

Risultati immagini per Samir Amin«La periferia non può raggiungere il modello capitalistico, bensì è costretta a superarlo». Con queste parole, a metà tra una sentenza e un grido di speranza, si chiude Lo sviluppo ineguale, del 1973, di Samir Amin, economista egiziano scomparso lo scorso 12 agosto a 86 anni.
Nonostante sia poco noto al grande pubblico, Amin è stato tra i grandi intellettuali dei nostri tempi, capace di tratteggiare una teoria dello sviluppo allo stesso tempo radicale e rigorosa, libera dai residui eurocentrici. Confluiscono a vario titolo nel suo pensiero le teorie di Marx, Luxemburg, Baran e Sweezy e della scuola dipendentista latinoamericana. Continua a leggere

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Diritto al cibo e “diversità” ambientale

11 Giu

di Maurizia Pierri

Risultati immagini per Diritto al ciboNel 1976 Rozin teorizzò  il cosiddetto  “dilemma dell’onnivoro”,[1] che risale a Rousseau e Brillat-Savarin. Gli animali non onnivori non hanno dubbi su cosa mangiare; le loro preferenze sono geneticamente determinate e i loro sistemi digestivi sono in grado di assorbire tutto ciò di cui l’organismo ha bisogno da una piccola gamma di beni alimentari. Gli onnivori (come l’uomo), invece, devono dedicare tempo e riflessione per capire quali tra gli innumerevoli alimenti offerti dalla natura possano essere ingeriti senza rischio. Le loro scelte sono dettate dalla necessità di sopravvivere, dal gusto ma anche dalla cultura. Quest’ultima  codifica le regole di una dieta “prudente” con una serie complessa di tabù, rituali, ricette, norme e tradizioni. “Mangiare è una quotidiana riaffermazione di identità culturale”, come è stato detto. [2] Continua a leggere