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Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

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Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)

La transizione europea dell’energia deve portare alla giustizia sociale

8 Apr

di Kristian Krieger, Marie Delair e Pierre Jean Coulon (1) – da Social Europe, online, 17 genn. 2019

Il dibattito su energia e clima è oggi dominato dall’urgenza e dall’ambizione di fare di più. Il Panel intergovernativo delle NU sul clima (ottobre 2018) parla dell’impatto dell’aumento di temperatura di 1,5 gradi sui livelli pre-industriali. Dopo il negoziato sul clima in Polonia a dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato il progetto di energia senza carbonio entro il 2050.

Questa non è soltanto una sfida tecnologica. C’è un senso di ingiustizia fiscale riguardo alla transizione energetica, come provano i gilet gialli e le resistenze alle pale eoliche in mare. Ogni grande trasformazione distribuisce rischi e benefici in modo ineguale fra regioni. …

C’è ad esempio la povertà energetica, dove alcuni non si possono permettere i servizi di cui hanno bisogno (riscaldamento, luce, aria condizionata, ecc.). Si calcola che sia il 10% della popolazione UE. I progressi sono stati lenti. … Solo pochi stati hanno introdotto definizioni legali della povertà energetica.
Ma la società civile oggi si pone come esponente principale che accresce la consapevolezza. Il Comitato europeo economico e sociale, che rappresenta la società civile, nel 2001 diffuse un parere che sottolineava il rischio di povertà energetica; e nel 2013 ha raccomandato un Fondo di solidarietà energetica e un Osservatorio su questo problema. Nel 2016 ha diffuso un  Clean Energy Package (dossier sull’economia pulita) con altre proposte. …
Alcuni commentatori sono preoccupati che i costi della transizione verso un sistema a basso consumo di carbonio possa colpire gli utenti più vulnerabili. I costi delle energie rinnovabili sono calati fortemente negli ultimi 10 anni e sono ora competitivi con l’energia basata sul carbonio. Ma la transizione deve esser vista come un’occasione per alleviare la povertà. Le regioni deboli e rurali, o le famiglie deboli possono avere notevoli benefici dalla trasformazione energetica.
I sistemi periferici di energia rinnovabile possono dare energia, prodotta in loco, più economica e dare reddito attraverso la sua produzione. In questo quadro, la società civile locale diventa un attore centrale. I governi locali possono finanziare la produzione in loco di energia, semplificare le procedure amministrative, fare campagne di informazione e di addestramento, per favorire l’accesso delle famiglie povere al mercato energetico. Bisogna curare le piccole istallazioni di energia rinnovabile, possedute a livello locale, che generano benefici sociali. Anche perché la Commissione prevede che la partecipazione alle grandi pale eoliche in mare aumenti in futuro.
Si prevede che l’energia nucleare fornirà energia a basso consumo di carbonio nella strategia europea del 2050. Ma anche su questo punto, in cui si contrappongono ambientalisti, preoccupati per la sicurezza, e operatori, la dimensione regionale e sociale può essere importante. Come per tutte le grandi istallazioni industriali, le centrali atomiche hanno una vita limitata. Con 130 reattori operativi oggi in UE, l’Europa ha il problema dei futuri smantellamenti. Le centrali atomiche, spesso situate lontane dalle aree molto popolate, dominano l’economia del posto e determinano il mercato locale del lavoro. Una volta che il processo di smantellamento inizia l’economia locale può subire contraccolpi negativi.
Un caso del genere è la centrale Ignalina in Lituania. Essa ha portato nuova attività economica in una remota regione vicina alla Bielorussia. La città vicina di Visaginas ha 30mila abitanti, l’80% dei quali dipende dalla centrale e dal suo indotto. Lo smantellamento, anche se creasse nuovi posti di lavoro, ne farebbe perdere molti di più. Quindi è molto importante che lo smantellamento tenga conto di queste implicazioni.
Molte iniziative recenti della UE mostrano la crescente dimensione sociale della politica energetica, dalla piattaforma sulle regioni carbonifere in transizione all’osservatorio sulla povertà energetica. Tuttavia le sfide sociali si trovano dappertutto e hanno aspetti diversi. Controllarle è cruciale ora che la transizione energetica diventa più ambiziosa e urgente.
Ignorare le preoccupazioni sociali e non tenere conto dei danni renderebbe più esacerbato il sentimento di abbandono e di non essere ascoltati dai politici; quel sentimento che ha incoraggiato le sfide populiste alla UE e ai governi nazionali. Invece, una transizione energetica che offre aiuto e opportunità di proprietà delle forniture energetiche e che assista quelli che rimangono indietro può riconciliare i cittadini con le loro comunità e caratterizzare le trasformazioni (2).

(1) Gli autori lavorano nel Comitato economico e sociale dell’UE.
(2) La redazione condivide il contenuto sociale dell’articolo, ma non l’idea che la produzione atomica di energia sia una produzione come le altre. Quella produzione, invece, oltre ad essere economicamente disastrosa, è devastante sul piano ambientale e aggrava, non risolve, l’inquinamento dell’ambiente.

“L’unica grande questione paneuropea”

25 Feb

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 26
Per questo numero abbiamo selezionato un brillante articolo del sito web Politico Europe dal titolo: “Non lasciate la migrazione ai populisti. I politici tradizionali devono sostenere l’immigrazione legale nell’UE per lavoro”. Da esso si evince che i partiti tradizionali stanno trascurando l’unica grande questione paneuropea. Al momento, secondo i leader tradizionali, la crisi migratoria è irrilevante e si cerca di ignorala, mentre i populisti creeranno una pretestuosa crisi migranti ogni settimana fino alle elezioni, perché il tornaconto elettorale che ne deriva è molto elevato .
Di seguito vengono riportati degli stralci liberamente tradotti e alla fine qualche breve considerazione.
Se i leader dei partiti tradizionali europei non faranno propria la questione migrazione, lo faranno i populisti del continente. Purtroppo, questo è esattamente quello che sta succedendo. Bloccatisi a riformare le politiche disorganiche dell’UE in materia di asilo, la maggior parte dei leader centristi tradizionali sta trascurando l’unico grande problema in vista delle elezioni del Parlamento di maggio.
Quelli che parlano di migrazione sono portati a mostrarsi duri, come Salvini, Orban o Marine Le Pen. C’è un solo vincitore in questo gioco, dal momento che le elezioni europee attraggono gli elettori di protesta decisi a dare un calcio all’establishment, mentre i moderati apatici tendono a rimanere a casa. Per ora, la principale narrativa promossa dai politici tradizionali è che la crisi migratoria è finita: andare avanti, niente da vedere qui.
Per quanto statisticamente giustificato questo comportamento è politicamente poco convincente. Rifiutando di occuparsi di una questione che preoccupa profondamente gli elettori, i leader europei stanno permettendo ai populisti di impostare la campagna sulla difesa dell’ ”Europa cristiana” e contro una presunta “invasione islamica”.
Per riprendere il controllo della narrativa, i leader tradizionali come Macron devono presentare una politica chiara che combini un migliore controllo delle frontiere e un più rapido trattamento delle richieste di asilo, cui deve far seguito un sistema che consenta di offrire ai migranti legali formazione e lavoro. A tale scopo si possono prendere come guida le migliori prassi che sono quelle vigenti in paesi come la Danimarca i Paesi Bassi e la Svizzera.
Brevi considerazioni
Anche in quest’articolo viene ripetuto come un mantra che lo sviluppo di canali legali per il reclutamento in Africa sia fondamentale per la gestione a lungo termine dell’asilo e dell’immigrazione, in considerazione del declino demografico in Europa e della carenza di forza lavoro, qualificata e non. Cosa senz’altro vera. Ma altrettanto vero è che al presente questa prospettiva è da annoverare nel libro dei sogni. Questo, non solo perché secondo i paesi del gruppo di Visegrád i migranti metterebbero in pericolo “l’identità cristiana”, ma anche perché nei paesi come il nostro provocherebbe una violenta reazione specialmente da parte di chi non ha una casa o un lavoro. La via maestra riteniamo sia la cooperazione per lo sviluppo soprattutto con i paesi sub-sahariani, ma anche in questo campo l’ottimismo non abbonda.
In conclusione, c’è il rischio che per lungo tempo l’immigrazione in Europa sia caotica e inumana e che il Mediterraneo continui ad essere il cimitero di tanti.
https://www.politico.eu/article/migration-populism-mainstream-leaders-need-to-stand-up/

Le democrazie possono morire anche sotto i riflettori

12 Feb

a cura di Piero Rizzo

Un argomento molto dibattuto oggi è la stato di salute della democrazia, in particolare in Occidente. Sono frequenti espressioni come “declino della democrazia” o “creazione di stati illiberali”. L’articolo del Guardian dal titolo : “Non attribuite all’ignoranza il declino della democrazia. Il problema è più profondo”, del 12/12/2018, affronta le cause di questa deriva.

Esso prende l’avvio dalla tesi del Washington Post che ”La democrazia muore nel buio”; per dire che un argine alle derive democratiche può venire solo dalla conoscenza. I Trump, gli Orbán o gli Erdogan non esisterebbero se i cittadini fossero informati. In realtà, afferma l’articolo, la democrazia può morire anche, e spesso muore, sotto la luce dei riflettori. Riportiamo qui ampi stralci dell’articolo.

Poche democrazie sono morte nell’oscurità. Anche il caso di Hitler, arrivato al potere con mezzi democratici per poi abolire la democrazia, non è accaduto nelle “tenebre”. Tutti sapevano ciò che Hitler rappresentava. Nel Mein Kampf egli ha ripetuto le sue idee antisemite e antidemocratiche fino alla nausea. E ha smantellato il sistema democratico mentre i media indipendenti erano ancora vivi e vegeti.
Più recentemente, i leader autoritari hanno raramente abolito la democrazia liberale in una notte. Piuttosto, lentamente ma progressivamente, eliminano le fondamenta liberali e in un secondo tempo le sue basi elettorali. Da Erdogan a Putin e da Maduro a Orbán, le democrazie liberali vengono smantellate, pezzo per pezzo, sotto i riflettori, almeno inizialmente, di media relativamente liberi e indipendenti. Questi leader esprimono apertamente i loro impulsi autoritari, il disprezzo per l’opposizione e l’intenzione di cambiare radicalmente il sistema politico.
Orbán è un maestro nel prendere singole istituzioni e norme da diversi Stati membri dell’UE per costruire ciò che la sociologa statunitense Kim-Lane Scheppele ha definito un “Frankenstate”. Proprio come il mostro di Frankenstein, creato da diversi corpi umani, esso è costituito da regole democratiche. Ogni singola regola è, o può essere, democratica, ma la combinazione di esse crea un regime antidemocratico.
Finché le singole componenti non sono connesse, ogni singola misura non sarà sufficiente a creare un senso di allarme. Si considerino le infelici risposte dell’UE ai quasi decennali attacchi di Orbán alla democrazia, o le tiepide risposte in USA alle esclusioni dall’elenco dei votanti in molti stati.
Le democrazie possono facilmente morire sotto i riflettori come nell’oscurità. I media che semplicemente “riportano la notizia”, piuttosto che analizzarla, trascurano i trend e vedono la vera minaccia quando è troppo tardi.
E’ necessario che i media abbandonino la dipendenza dai governanti autoritari come Trump, e orientino i riflettori sulle vere minacce alla democrazia. Ma anche se i media lo faranno, le democrazie continueranno a morire fin quando le élite tradizionali – culturali, economiche, politiche e religiose – continueranno a collaborare piuttosto che opporsi apertamente. E continueranno a morire, se i politici democratici non offrono alternative migliori.
Il miglior esempio è l’Ungheria, che ha compiuto l’ultimo passo verso un regime autoritario con l’abolizione del controllo giudiziario indipendente sul governo. Questo passo è stato fatto “nel buio” all’interno del paese, dato che i sodali di Orbán controllano praticamente tutti i media ungheresi. Ma la maggior parte delle fasi precedenti sono avvenute sotto gli occhi di vari media ancora indipendenti.
In più, i media internazionali hanno effettuato una copertura giornalistica molto dettagliata della creazione di uno “stato illiberale” da parte di Orbán, ma la complicità delle élite straniere, dall’industria automobilistica tedesca al Partito Popolare Europeo, ha reso l’UE incapace di agire; col pretesto che la collaborazione porta alla moderazione di quel regime, mentre l’esclusione causerebbe un’ulteriore radicalizzazione.
Qualche breve considerazione finale. L’articolo descrive con lucidità come si demolisce pezzo per pezzo una democrazia senza provocare eccessivo allarme sociale. La democrazia, si ripete di frequente, non è una realtà che si acquisisce una volta per tutte, ma è una conquista continua. Parafrasando Voltaire, potremmo dire che anche la democrazia può diventare un mezzo con cui uomini senza principi dirigono uomini senza memoria (Ungheria docet).
P.S. Qualche settimana fa si sono svolte in tutta l’Ungheria manifestazioni di protesta contro la cosiddetta “legge sulla schiavitù”. E’ certo che Orbán ha ricevuto un duro colpo. Si vedrà se questo è l’inizio della sua fine, come sperano gli ottimisti, e se in un futuro non lontano un’opposizione estremamente diversificata sarà in grado di riportare nel paese la democrazia liberale dopo otto anni di orbanismo.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/15/democracy-authoritarianism-media-spotlight-viktor-orban

L’Italia del nuovo familismo amorale

4 Feb

di Cosimo Perrotta

Nell’Italia di Salvini domina un nuovo familismo amorale. Questa espressione fu creata dal sociologo americano Banfield nel 1958 per descrivere i rapporti sociali di un paesino arretrato della Basilicata (Chiaromonte, chiamato col nome fittizio di Montegrano). Il familismo amorale descrive la cultura di chi si sente assediato da un mondo esterno ostile e opprimente, e si difende legandosi ai soli rapporti che può controllare, quelli della famiglia. E’ un atteggiamento amorale perché non ha valori civici, né solidarietà, né lealtà verso l’altro. Non ha morale. “L’altro” è il diverso, l’estraneo; un potenziale pericolo da cui difendersi. Non merita rispetto né umana comprensione.

Voi direte, che c’entra l’Italia di oggi con una società agricola del Sud degli anni Cinquanta? Con un villaggio che era il punto terminale di dieci secoli di oppressione, miseria e prepotenza? Quella realtà non c’è più; anzi stava già sparendo mentre Banfield analizzava il suo paesino. E’ vero; ma attenzione. La crisi economica dell’Occidente (che per l’Italia è più grave) sta creando una massa crescente di diseredati: scolarizzati senza lavoro, operai disoccupati, lavoratori precari e iper-sfruttati. Ma sta creando anche – in conseguenza della disoccupazione e della mancanza di fondi – anziani, malati e invalidi con poca assistenza; servizi sempre meno efficienti; università disastrate; uffici pubblici non più in grado di funzionare decentemente; enormi zone critiche nel sistema del welfare state.

Le vittime di questo degrado – che ormai sono tante, e crescono – si sentono tradite e si ribellano. Perciò nel cuore del benessere riemergono i (dis)valori pre-moderni, l’ostilità verso l’altro, visto come nemico; una versione odierna dell’ “homo homini lupus” di Hobbes.

Ora assistiamo allibiti a questa involuzione. Sono dunque spariti i valori moderni per una larga parte della società? Non sono bastati 60 anni di benessere diffuso, di scolarizzazione di massa, di cultura dei diritti e dei doveri, l’abitudine alla democrazia e alla solidarietà? Queste cose in effetti servono a poco per chi viene escluso dal benessere e dalla sicurezza del lavoro. Per questi diseredati, il ritorno ai disvalori pre-moderni è una tentazione continua. E’ già tanto che una parte di loro (i giovani che emigrano, gli intellettuali, gli anziani cresciuti nel culto dei partiti e della democrazia) si sottragga al degrado.

Tanto più che i diseredati vedono che l’altra parte della società, quella tutelata, non solo conserva il proprio benessere ma cresce in ricchezza e privilegi. Ed è proprio la parte protetta della società, quella del lavoro garantito e del reddito sicuro, a conservare i valori della civiltà moderna. Questo è un primo paradosso: i valori della democrazia sono “salvati” dai privilegiati. Ma la democrazia è uguaglianza tendenziale. Come fa a salvarsi attraverso i privilegi?

Ma c’è un secondo paradosso, peggiore del primo. Una larga fetta della società tutelata non crede affatto nei valori della modernità e della democrazia; anzi, incoraggia i diseredati a combatterli. Perché lo fa? Per il motivo opposto a quello che spinge i diseredati: vuole proteggere i propri privilegi, la propria evasione fiscale, ecc. Essa ha capito che il modo più efficace per farlo è di lanciare i diseredati contro un nemico esterno: l’Europa, cattivissima; gli immigrati, tutti “mussulmani”; i “negri”, selvaggi per definizione.

Dunque, se si guarda bene, gli individui privilegiati o protetti che sono ostili al rispetto dei diritti umani vogliono rafforzare l’esclusione dei diseredati, indebolire lo spirito di equità e neutralizzare le garanzie residue verso i più deboli. Essi fingono di allearsi con gli esclusi contro un immaginario nemico comune. Ma in realtà sono loro i veri nemici degli esclusi.

Ebbene, Salvini – il corifeo della crociata anti-immigrati e anti-Europa – dice di voler difendere “gli italiani”. Gli italiani diseredati pensano che egli sia il loro paladino; e nel Sud qualcuno gli bacia la mano (come ai padroni di un tempo e ai mafiosi di oggi; come al re, Borbone o Savoia che fosse). Ma gli italiani privilegiati, che lo votano e lo esaltano, sanno bene che Salvini pensa a loro.

Il celebre etologo Desmond Morris afferma che la paura degli estranei deriva dal fatto che siamo animali tribali, ma che essa va tenuta sotto controllo. “Un eccesso di familismo ci rende aggressivi con gli estranei. Un eccesso di patriottismo, conduce diritto al conflitto con gli altri popoli”.

Come un secolo fa, si è formato e tende a prevalere un nuovo blocco sociale reazionario. Esso è fatto, come allora, di operai disoccupati, di ceti medi in rovina e, in più, di una parte di operai e di ceti medio-alti protetti e corporativi.
(1) Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata, il Mulino 2010 (orig. 1958).
(2) Intervista di Marino Niola a Desmond Morris, la Repubblica del 23/1/2019, p. 29.

3 documenti nell’anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo

11 Dic

Migranti e Sviluppo n. 24, dicembre 2018

Ieri, 10 dicembre, è stato il 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948. In questa occasione, sono usciti 3 documenti molto importanti e pochissimo commentati dai media.

1° documento. La Conferenza intergovernativa delle Nazioni Unite ha approvato ieri per acclamazione a Marrakech il cosiddetto Globale Compact sulle Migrazioni, che verrà poi approvato formalmente dall’Assemblea ONU il 19 dic. prossimo. 164 nazioni (su 193 stati membri dell’ONU) hanno votato a favore. Fra questi non ci sono gli Stati Uniti di Trump, i paesi di Visegrad, Israele, Bulgaria, Svizzera e naturalmente l’Italia di Salvini (Conte, a settembre, aveva aderito).

Eppure il documento, come ha precisato il Segretario generale ONU, Guterres, non ha mandati operativi e non vincola i paesi firmatari. Si limita a definire l’enorme numero di morti, fra coloro che tentano di emigrare, “una vergogna collettiva” (60 mila negli ultimi anni).
2° documento. Thomas Piketty ha lanciato un appello per una “Unione Europea sovrana e più giusta”. Vi si chiede di cominciare a realizzare il proposito del Trattato di Roma, del lontano 1957, di “armonizzare le condizioni di vita e di lavoro” con un apposito fondo per la democratizzazione, votato da una nuova Assemblea. Il fondo dovrebbe essere finanziato da 4 imposte: sugli utili delle grandi imprese; sui redditi superiori ai 200mila euro l’anno; sui patrimoni che superano il milione di euro; sulle emissioni di CO2 (almeno 30 euro per tonnellata).

Il Fondo deve servire a finanziare la ricerca, l’università e la formazione; a finanziare l’accoglienza e l’integrazione dei migranti; a ridurre le attuali imposte regressive su salari e consumi. Bisogna ridurre le disuguaglianze all’interno dei diversi paesi e investire nei giovani. La regola attuale dell’UE dell’unanimità fiscale – nota Piketty – blocca qualsiasi imposta europea e sostiene l’evasione dei ricchi. Al documento si può aderire su http://www.tdem.eu
3° documento (da Repubblica, 11 dic.). L’associazione “Carta di Roma”, con l’Osservatorio di Pavia, pubblica il sesto rapporto: “Notizie di chiusura”, aggiornato al 31 ottobre scorso. Esaminando i maggiori giornali e canali TV nazionali, si vede che – rispetto al 2015 – le notizie (in genere positive) sull’accoglienza sono passate dal 54 al 17%. Nelle TV le notizie sugli arrivi e sulla criminalità occupano il 70% dei titoli. Così – commentiamo noi – non si riflette la realtà, ma si (dis)educa all’intolleranza, compiacendo il governo.

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

I luoghi comuni dell’economia europea. Commento a Boitani

17 Lug

L’articolo 17-7-2017 di Donatella Porrini

Risultati immagini per Andrea Boitani, “Sette luoghi comuni sull’economia”Fin dal titolo del libro di Andrea Boitani, “Sette luoghi comuni sull’economia” (ed. Laterza, 2017), è evidente l’intento di trattare di alcuni assiomi che vengono spesso ripetuti da politici, giornalisti, economisti. Questi sono: “l’economia europea va male perché c’è l’euro”; “se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “l’inflazione ossessiona le banche centrali”; “l’Italia va male perché è poco competitiva”; “è tutta colpa delle banche e della finanza”; “senza le riforme non si esce dalla crisi”; “per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”. Continua a leggere

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