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Le due fonti della ricchezza

25 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 2)

di Cosimo Perrotta

Qualche giorno fa si è spento l’editore Piero Manni, uomo di grandi risorse umane e di grande cuore. Lo ricordo ai lettori con tanta stima e affetto.

Le fonti principali della ricchezza sono due, non una sola. Una è l’investimento privato per profitto, l’altra si basa sul capitale sociale e il capitale umano. Il capitale sociale è dato dalle relazioni tra persone e gruppi; riguarda il senso civico, lo spirito di appartenenza, il costume, la solidarietà. Il capitale umano invece consiste nella qualità ed efficienza dei produttori, e dipende dalla loro istruzione e qualificazione. I due campi sono collegati dal tessuto di abitudini, norme, cultura amministrativa e organizzativa propri di ciascun tipo di lavoro o di associazione.

Tanto migliori sono quei due fattori, che sono governati dallo stato, tanto maggiori sono la domanda di beni e la produttività sociale. Lo stato, quindi, lungi dall’essere un peso economico, è indispensabile per creare profitto (1). Ad esempio, l’istruzione e la salute pubbliche sono essenziali per questo.

Nella storia lo stato ha anche costruito infrastrutture, ha protetto i beni comuni, ha creato tutti i servizi fondamentali. In Europa, nel sec. XVI, gli stati avviarono la pubblica amministrazione, l’apparato giudiziario, i trasporti, la protezione dei commerci, la gestione delle carestie. Nel sec. XVII estesero l’occupazione (con le workhouses), organizzarono il soccorso ai poveri e la lotta alle epidemie. Nel Sette-Ottocento avviarono l’istruzione pubblica, l’edilizia popolare, la sanità pubblica, l’urbanistica. Infine nel Novecento, il welfare state realizzò l’istruzione media obbligatoria, il servizio sanitario universale e gratuito, le pensioni obbligatorie, la protezione delle fasce deboli, ecc.

Non c’è fase di grande sviluppo economico nelle nazioni che non sia stata sostenuta dallo stato. Gli interventi detti sopra sono stati enormi investimenti che, da una parte, hanno creato direttamente ricchezza sociale e dall’altra hanno permesso o accresciuto la produzione di ricchezza in forma di profitto. La produzione della ricchezza sociale quindi deriva da un flusso di molteplici attività – pubbliche, private, semi-pubbliche, volontarie – nessuna delle quali potrebbe esistere senza le altre. Come diceva Alvin Hansen, nessun settore è autosufficiente, neanche quello privato. Chi lo pensa ragiona come i fisiocratici, che credevano che l’agricoltura mantenesse la manifattura (che sarebbe improduttiva). In realtà, ogni settore dipende dalle spese degli altri settori (2).

Ma non tutte le attività sono produttive, cioè utili alla società, nemmeno tutte quelle che danno profitto. In ogni settore si possono annidare attività inutili che, invece di produrre ricchezza, la consumano; nel lavoro pubblico ma anche nell’azienda che dà profitto all’imprenditore ma danneggia l’ambiente oppure viene assistita dallo stato.

Detto questo, la collaborazione fra stato e profitto può seguire due direzioni opposte. Può estendere l’occupazione e proteggere il livello dei salari. In tal modo, lo stato accresce la produttività, il capitale umano e i ceti medi. Crescono quindi sia la ricchezza sociale che il profitto.

Oppure lo stato può essere al servizio del profitto privato, e allora estende la povertà. Ad esempio, l’economia delle grandi piantagioni sin dall’età moderna ha creato una ristretta élite di benestanti che controlla lo stato ed è circondata da un mare di miseria. In America Latina questa situazione è tuttora diffusa. In questi casi i profitti sono altissimi ma non ci sono occasioni di investimento a causa della povertà della società. Perciò i capitali vanno all’estero per essere investiti o, più spesso, diventano rendite parassitarie.

Oggi in Occidente il neoliberismo ha avviato un processo simile. Ha imposto agli stati tasse regressive, tolleranza per l’evasione e i paradisi fiscali, protezione dei privilegi corporativi. Ne è nata una plutocrazia mondiale rapace che ha creato milioni di lavoratori precari (i rider, i call-center, le false partite Iva, il lavoro a cottimo, i voucher) e milioni di schiavi o semi-schiavi (i raccoglitori di frutta in Occidente, gli immigrati nel Golfo arabo, i bambini schiavi che lavorano per le multinazionali in Asia e Africa).

Questa via, non solo danneggia i ceti non protetti, ma nel lungo periodo danneggia il profitto stesso, perché essicca le fonti dell’aumento di produttività e dell’aumento di consumo, cioè lo stato e i salari alti (3). Allora il profitto, non trovando impiego produttivo, si trasforma in rendita. Oggi la pandemia ha aggravato molto questa situazione, e ci costringe a scegliere: o proseguiamo verso il degrado, come in America Latina, o accettiamo il primato dell’interesse pubblico e avviamo un nuovo sviluppo, come nel welfare state.

(1) V. Mariana Mazzucato, The Value of Everything, Penguin- Allen Lane, 2018, cap. 3 e 8.

(2) Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, Allen & Unwin, 1941, pp. 144-52.

(3) C. Perrotta, Is Capitalism still Progressive?, Palgrave, 2020, cap. III.2.

Epidemia e attualità del passato. Tucidide ieri e oggi

20 Apr

di Alessandro Pinervi – 20-4-2020

La descrizione tucididea della peste del 430 a.C. ha recentemente indotto alcuni intellettuali a rilevare analogie tra l’epidemia di Atene e il coronavirus e sottolineare l’attualità della lezione tucididea (1).
Gli altri invece erano presi… da forti calori alla testa e da arrossamenti e da bruciori agli occhi… la gola e la lingua subito erano di color sanguigno ed emettevano un fiato strano e fetido… sorgevano starnuti e raucedine…assieme a una forte tosse…sopravvenivano svuotamenti di bile di tutti quei generi nominati dai medici”.
(Tucidide, Storie II, 49, 2-3; trad. F. Ferrari)

L’analisi di Tucidide coincide con quella di un medico che stila l’anamnesi di una malattia basandosi sui sintomi e sulla loro evoluzione.
Aumentava la loro difficoltà… l’afflusso della gente dai campi alla città… le consuetudini… nel celebrare gli uffici funebri furono sconvolte” (Storie II, 52, 1, 4).

Lo storico greco, inoltre, evidenzia che la peste ha stravolto le consuetudini etico-sociali degli Ateniesi. Senza dubbio, vi sono alcune analogie tra le due epidemie, come la presenza di un male sconosciuto, il sovraffollamento, le “sepolture di massa”, ma, a mio avviso, la lezione più utile e attuale di Tucidide non è contenuta nella narrazione della peste di Atene, certamente meritevole di essere ricordata, ma nella sua concezione antropocentrica della storia. Infatti, l’analisi tucididea, secondo cui la storia è dominata da dinamiche che traggono origine nella natura dell’uomo e, in primo luogo, nella “legge del più forte”, potrebbe proiettarsi in una dimensione universale e paradigmatica e rappresentare uno strumento utile per investigare ogni epoca o realtà. Essa, quindi, potrebbe permetterci di comprendere l’attuale scenario politico in Europa, chiarire i rapporti tra i Paesi dell’Unione europea e spiegare la ratio che ispira le scelte politiche ed economiche di quelli più influenti. L’antropocentrismo di Tucidide si fonda sulla constatazione che, nel corso della storia, ogni gruppo umano si adopera per prevalere sugli altri. Oggi, in Europa, in un contesto, tuttavia, ben diverso da quello del V secolo a.C., alcuni statisti pretendono di imporre la propria linea politica in un momento in cui solo la condivisione delle scelte economiche atte a fronteggiare l’attuale emergenza sanitaria può garantire la stabilità dei rapporti fra i Paesi.

Tucidide, come Socrate, ha come supremo ispiratore il nous (“intelletto”); egli rileva nelle Storie che l’intelligenza dirige gli uomini che operano nella storia, li sostiene di fronte agli imprevedibili colpi della sorte e sottolinea che la legge della forza prevale sempre nella storia politica (Storie III, 82-83). L’ostilità di alcuni Paesi nei confronti delle opzioni, di natura straordinaria, di politica economica e finanziaria, proposte da altre nazioni, duramente colpite dagli “imprevedibili colpi” del coronavirus, dimostra che tali Paesi hanno assimilato la riflessione tucididea sull’imposizione della forza ma hanno dimenticato il valore della solidarietà.

Tucidide intuisce che, in politica, l’utile è la norma e la forza è arbitra; oggi alcuni governanti europei applicano la “legge eterna secondo cui il debole è assoggettato al più forte” (Storie I, 76), manifestano la consapevolezza che il volere e la forza degli uomini decidono le sorti umane, e credono, come gli Ateniesi ricordano ai Melii (Storie V, 105), che “per legge di natura chi è più forte comanda” (2).

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce i principi essenziali che hanno ispirato la sua nascita, ossia dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà (dimostrata, per esempio, nel 1953 con l’accordo sui debiti esteri germanici), cittadinanza, giustizia. Attualmente alcuni Paesi europei esercitano un potere autoritario e, se appare loro ingiusto mantenerlo (difficile a credersi), ritengono, tuttavia, che sia pericoloso rinunciarvi. Infatti, guidati da un’impietosa valutazione dell’utile e immemori dei valori fondanti dell’Unione europea, trascurano che l’intelligenza del presente può essere ottenuta solo mediante una ricognizione della sua genesi nel passato (3). Come nota Socrate nel dialogo platonico Lachete (198d), la conoscenza del passato può essere conoscenza dell’avvenire, o, come dice Tucidide nel proemio delle Storie (I, 22), un “possesso perenne”, che ha reso grandi, ad esempio, personalità come Pericle, Alcibiade, Nicia (Storie II, 65). La conoscenza del passato ci invita a riflettere sulla precarietà del momento storico presente e ci permette di comprendere la (vera) attualità della lezione tucididea (4).

(1) Ved. M. Ricucci, Corriere della Sera, 12 marzo 2020; ved. anche C. Nordio, Il Messaggero, 14 marzo 2020; M. Viveros, Alto Adige, 15 marzo 2020; L. Coppolino, Europa Atlantica, 28 marzo 2020.

(2) I Melii combatterono contro gli Ateniesi la battaglia di Milo nel 416 a.C.

(3) Cfr. G. Pugliese Carratelli, Erodoto e Tucidide: le Storie. Introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1967, p. xv.

(4) Cfr. J. G. Droysen, Istorica, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966, p. 147.

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Prossimo post, sabato 25 Aprile: editoriale sulla Liberazione

UMANITA’ TRADITA

30 Mar

di Alessandro Pinervi, classicista – Migranti e Sviluppo n. 38

“Ora tra le donne di Lidia risplende
come, al tramonto del sole,
la luna dalle rosee dita,
che sovrasta ogni stella, diffonde
ugualmente la sua luce, sul mare salmastro e sui campi fioriti”
(Saffo, fr. 96 Voigt, vv. 6-11 – trad. B. Gentili)

Il frammento illustra i rapporti tra Grecia e Asia minore (in particolare la Lidia) al tempo di Saffo: la poetessa ricorda una fanciulla, Arignota, che è stata nel suo tiaso ed ora è tornata in patria. Erano dunque rapporti pacifici, di scambio culturale, ben diversi da quelli di oggi. Lesbo, che tra i secoli VII-VI a.C. si è distinta per una tradizione poetica d’eccezione e ha dato i natali a Saffo di Ereso e ad Alceo di Mitilene, a cui si associano figure leggendarie come il cantore Arione di Metimna, che avrebbe inventato il ditirambo, Terpandro di Antissa, che introdusse la lira a sette corde e fondò una scuola musicale, lo storico Ellanico, i filosofi Teofrasto ed Ermarco, i cui maestri, rispettivamente Aristotele ed Epicuro, soggiornarono sull’isola, patisce oggi la feroce soppressione dei valori civili e culturali, ereditati dall’antichità, a scapito dei “dannati di Lesbo”. I frammenti di Saffo, inoltre, testimoniano che furono allieve della poetessa Anattoria e Attide di Mileto, Gongila di Colofone, Eunica di Salamina, per cui è possibile affermare che anticamente a Lesbo giungevano fanciulle liberamente da città lontane per frequentare il tiaso saffico, acquisirne il modello paideutico, ossia educativo, apprendere forme di arte e di poesia prima di essere avviate al matrimonio e abbandonare la “confraternita” (secondo uno dei significati del termine thiasos). Ma oggi a Lesbo la porta dell’Europa, sottolinea Stefania Mascetti, “resta chiusa per i migranti”. L’inferno di Moria offende lo spirito della fraternitas, tradisce il valore educativo dell’amore, non quello omoerotico femminile, erroneamente interpretato e, come testimonia Plutarco (Vita di Licurgo 18, 9), ammesso anche nella Sparta arcaica, ma affettivo e paideutico.
La decisione del governo turco di aprire i confini ai migranti provenienti dalla Siria ha scatenato un massiccio esodo di disperati dalla Turchia verso Lesbo e un’ondata di violenze da parte di esponenti di “Alba Dorata”. Il 1° marzo scorso la popolazione dell’isola ha tentato di bloccare alcune imbarcazioni con profughi a bordo e ha aggredito i giornalisti e gli operatori delle Ong presenti al momento dello sbarco. Inoltre, un video ritrae la guardia costiera greca su una motovedetta al largo di Kos che sperona un gommone ricolmo di profughi, spara in acqua e con un forcone colpisce alcuni migranti che tentano disperatamente di salire sulla motovedetta.
“Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato”
(Omero, Odissea VI, vv. 191-193 – trad. G. A. Privitera)

Il migrante tende le braccia, chiede aiuto, spera, ma invano, di incontrare una fanciulla “dalle candide braccia” che possa accoglierlo, come accade a Odisseo salvato da Nausicaa. Ma oggi nelle acque di Lesbo si consuma impietosamente il tradimento di uno dei più importanti istituti dell’antica Grecia, la xenia (“ospitalità”), dovere vincolante, che trascendeva i confini della comunità di appartenenza e stabiliva rapporti di amicizia fra individui di comunità lontane, in grado di far desistere dalla battaglia il condottiero dei Lici, Glauco, e il greco Diomede che, riconosciutisi sul campo come “ospiti antichi per parte di padre” (Omero, Iliade VI, v. 215), rinunciarono a scontrarsi e si scambiarono l’armatura.
“Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.
Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,
fategli il bagno nel fiume, dove c’è riparo dal vento”
(Omero, Odissea VI, vv. 206-210 – trad. G. A. Privitera)
Odisseo riceve cure, cibo, un riparo, il migrante, supplice, tende le braccia, non incontra Nausicaa, il suo “dono” è un colpo di forcone che mira a spezzargli le mani e infrangere il sogno di salvezza.
“Straniero, non è mio costume offendere un ospite
neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono
tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro
da parte nostra.”
(Omero, Odissea XIV, vv. 56-59 – trad. G. A. Privitera)
“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, ricorda Ryszard Kapuściński. Ma nell’Egeo i Greci, al contrario di Eumeo che accoglie Odisseo e osserva le regole dell’ospitalità, “fanno guerra” all’altro, lo considerano barbaros (“non greco”), non xenos (“ospite/straniero”), rinnegano la propria cultura e la propria storia.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – II parte

24 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo – 24-3-2020

L’Europa è attualmente il principale focolaio nel mondo ma la distribuzione geografica è disomogenea. L’Italia è il Paese europeo più precocemente colpito e con il numero più alto sia di malati sia di morti. Spagna, Germania, Francia hanno lo stesso ordine di grandezza (decine di migliaia) di malati dell’Italia ma differiscono per numero di decessi dichiarati: 4.825 in Italia e 1.753, 93, 562 rispettivamente negli altri tre Paesi. I Paesi del Nord Europa hanno finora registrato poco più di 1.000 casi e poco più di 10 decessi ciascuno. È impossibile allo stato attuale stabilire quanto queste differenze siano attribuibili a modalità diverse di classificare e di contare e quanto all’efficacia delle azioni di contenimento, di prevenzione e di trattamento messe in atto Per ora è da registrare l’assenza di strategie di contenimento dell’epidemia concordate tra i Paesi dell’EU.

La Cina e la Corea del Sud – già esperte di lotta ai Corona virus per aver subito una grave epidemia di SARS nel 2002 – hanno con successo adottato la strategia di Soppressione ricorrendo tempestivamente (caratteristica essenziale) e con un enorme sforzo organizzativo: a) al riconoscimento e isolamento dei casi anche solo blandamente sospetti, b) alla ricerca dei contatti e al loro collocamento in quarantena domiciliare, c) al largo uso del test per la ricerca del virus nei contagiati, nei contatti e in altri gruppi ritenuti a rischio, d) al distanziamento sociale (rigido in Cina, mirato in Sud Corea).

In Italia si sono fatti oltre 258.402 test (il numero più alto al mondo dopo quello della Corea), sono stati isolati i malati e posti in quarantena i contatti e da due settimane vige un distanziamento sociale, via via più rigido, sull’intero territorio nazionale. Le misure di contenimento adottate sono simili a quelle della repubblica sud-coreana, l’esordio dell’epidemia è stato quasi coincidente nei due Paesi, le rispettive popolazioni hanno dimensioni analoghe, entrambi hanno un ordinamento democratico. Eppure gli esiti sono molto diversi: in Corea sono stati registrati, a oggi, “solo” 6.799 casi e 102 morti (5), frequenze molto inferiori alle nostre. La spiegazione più plausibile di questa differenza risiede nella piena consapevolezza delle azioni da intraprendere e nella tempestività con cui i coreani le hanno attuate.

In Italia subiamo gli effetti di incertezze, ritardi, ambiguità delle comunicazioni, conflittualità istituzionali, sottodimensionamento di un – sia pure eccellente – servizio sanitario. La reazione all’epidemia non è stata lucida, completa e immediata; è sembrata piuttosto svolgersi, un passo alla volta, inseguendo l’evolversi della situazione. È più facile criticare che governare, non c’è dubbio; infatti, non intendiamo sottolineare colpe ma contribuire a migliorare l’azione.

Su The Lancet (6) Hellewell afferma che “la finestra temporale per contrastare in modo efficace un’epidemia è molto stretta: quando il numero di casi iniziali è cresciuto fino a 40, la probabilità di insuccesso di qualsiasi azione di contenimento è dell’80%, anche se si fosse riusciti a rintracciare e a isolare l’80% dei contatti”. Inoltre, adottare politiche di contenimento nel proprio territorio ha scarso valore se la stessa cosa non accade nei territori contigui. L’editoriale dell’ultimo numero di Nature (7) ci ricorda che “l’azione coordinata di tutti è l’interesse di ciascuno”. Invece vediamo che alcuni negano che l’epidemia esista, altri tramano per comprare i diritti esclusivi del futuro vaccino; alcuni vogliono lasciare che l’epidemia faccia il suo corso, altri vogliono che ogni singolo cittadino si sottoponga al test del virus. E questa eterogeneità non riguarda solo le macro aree del pianeta; essa agisce su ogni scala fino a differenziare la condotta dei sindaci dei paesini più sperduti.

Eppure basterebbe essere d’accordo su pochi punti: imparare da chi ha già avuto il problema; predisporrei piani di azione basati sulle prove di efficacia; agire tempestivamente; seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di riferimento per dare uniformità agli interventi.
La globalizzazione ci ha procurato il danno, solo un’azione globalizzata può darci il rimedio.

(5) https://www.worldometers.info/coronavirus/country/south-korea/
(6) Joel Hellewell et al. Lancet Glob Health 2020; 8: e488–96 Published Online February 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2214-109X(20)30074-7
(7) COVID-19: what science advisers must do now; Nature, Vol 579, 9 March 2020, 319-20.

Il Green Deal europeo – II parte

23 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
il documento (brani da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, dir. Carlo Cottarelli, 28-2-2020)
I possibili effetti economici e sociali del Green Deal
Quanto agli effetti sulla crescita, di solito si afferma che per avere effetti positivi occorre che gli investimenti siano aggiuntivi. … Se invece sono sostitutivi, si dice di solito che l’effetto sulla crescita è nullo. Usando lo stesso criterio di giudizio, si sarebbe indotti a concludere che l’effetto degli investimenti verdi sia pressoché pari a zero. Guardando però le cose più da vicino non è detto che ciò sia sempre vero, dal momento che i nuovi investimenti potrebbero essere più produttivi di quelli che si sono fatti fino ad ora.
Secondo una lettura ottimista, il Green Deal potrebbe agire da stimolo alla crescita, un po’ come accadde con il grande ciclo dei beni di consumo durevoli che spinse lo sviluppo dell’Italia e di tanti altri paesi nei primi decenni del dopoguerra: nuovi prodotti – come lavatrici, televisioni e automobili – hanno attivato una domanda di massa e dunque lo sviluppo di nuove imprese e di nuovi settori produttivi. Non c’è dubbio peraltro che già oggi stiamo assistendo ad un grande sviluppo dei settori verdi – energie rinnovabili e prodotti a maggiore efficienza energetica, soprattutto per l’edilizia – cui corrisponde una domanda crescente di prodotti finanziari verdi da parte degli investitori istituzionali e dei risparmiatori.  Fa parte di questa lettura ottimistica l’idea che il Green Deal sia strettamente legato all’altro asse strategico di sviluppo individuato dalla Commissione, ossia la digitalizzazione. In questa visione, il nesso con la digitalizzazione è cruciale dal momento che dalle nuove tecnologie è lecito attendersi notevoli aumenti della produttività delle nostre economie. Per fare un esempio, si potrebbe immaginare che i fondi della PAC vengano utilizzati per l’attivazione di tecnologie digitali in agricoltura, che in concreto potrebbe significare l’acquisto di sensori (Internet of Things) che siano in grado di ottimizzare l’utilizzo di acqua, di fertilizzanti, di anticrittogamici ecc. Ad esempio, consideriamo l’utilizzo dei pesticidi nell’agricoltura. Come è noto, attualmente, gli antiparassitari vengono distribuiti sui campi in maniera estensiva, addirittura in certi casi con elicotteri, senza una valutazione puntuale delle quantità realmente necessarie. In tante zone d’Italia si è riscontrato per questo un calo del numero delle api, insetti fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, con conseguenze negative sulla produttività dell’agricoltura stessa. È qui che potrebbe entrare in gioco il binomio tra trasformazione digitale e transizione ecologica: una proposta, ad esempio, potrebbe essere quella di utilizzare dei droni in grado di individuare le zone dei campi che realmente necessitano di essere trattate con pesticidi, in modo da ottimizzarne l’utilizzo evitando, allo stesso tempo, effetti collaterali negativi sull’equilibrio della natura.
Secondo una lettura meno ottimista, il reindirizzamento in senso “verde” delle risorse rappresenta un vincolo aggiuntivo, che rende più difficile conseguire gli obiettivi che ci si è prefissati con i diversi programmi UE.  Ad esempio, si può supporre che oggi i fondi regionali siano utilizzati per finanziare i progetti che si ritiene possano avere il massimo impatto in termini di riduzione dei divari di sviluppo. Naturalmente questo avviene già oggi fra mille difficoltà sia di ordine tecnico (è molto difficile valutare quali siano gli investimenti più efficienti) sia di ordine politico e burocratico. L’argomento dei pessimisti è che, alle tante difficoltà oggi esistenti, se ne aggiungerebbe un’altra, legata all’esigenza di stabilire se un dato investimento può essere classificato come “verde” in base alla nuova tassonomia green. Più in generale, l’intuizione economica è che mettendo un vincolo aggiuntivo alla massimizzazione della crescita economica (quale risulta dalla combinazione delle forze del mercato e delle politiche), il risultato sia subottimale. Il che non significa ovviamente che tale vincolo non sia necessario per mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Significa però che, nel nome dell’obiettivo climatico, si sacrifica, in qualche misura, quello della crescita.
Quanto agli effetti sociali del Green Deal… verosimilmente, si chiederà ai paesi di rinunciare abbastanza rapidamente alle politiche che sono classificate come dannose per l’ambiente, tra cui vi sono gli sconti sui carburanti a favore di autotrasportatori, agricoltori e pescatori. In Italia, sappiamo come questi cambiamenti siano tanto necessari quanto impopolari con le categorie interessate. I fondi europei potrebbero essere utilizzati per compensare queste categorie, nel qual caso si faciliterebbe la transizione. …
L’unica innovazione nel bilancio UE proposta dalla Commissione è il Just Transition Fund (7,5 miliardi di euro tra il 2021 al 2027), che … implicherà complessivamente la mobilitazione di 100 miliardi di euro circa dal 2021 al 2027 (circa 143 miliardi in 10 anni). L’obiettivo … è quello di supportare le regioni dell’Unione che sono destinate a subire le maggiori ripercussioni dalla transizione ambientale. …….
Coerentemente con i criteri di allocazione, i paesi con alti tassi di emissioni di anidride carbonica, come Polonia e Germania, ricevono quote molto alte del JTF (rispettivamente 2.000 e 877 miliardi), mentre paesi come Italia e Francia, con minori tassi di emissioni e con bassi livelli di occupazione in industrie inquinanti, avranno allocazioni ben modeste (pari a, rispettivamente, 364 e 402 milioni).
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OGGI STESSO E NEI PROSSIMI DUE GIORNI PUBBLICHEREMO I PRIMI INTERVENTI DEL DOSSIER SPECIALE “CORONAVIRUS”: approfondimenti di Luigi Bisanti, epidemiologo; Mario Pianta, economista; Angelo Salento e altri, sociologi.

Il Green Deal europeo – I parte

16 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
(da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, diretto da Carlo Cottarelli, 28 febbraio 2020)
il documento 16/3/2020
La nuova Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen ha messo al centro della propria azione la questione del cambiamento climatico, visto come una necessità imprescindibile alla luce delle analisi scientifiche, ma anche come uno strumento per il rilancio dell’economia europea. L’obiettivo, estremamente ambizioso, è quello di azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050 e a questo fine la Commissione ha annunciato che renderà più stringenti gli obiettivi di riduzione delle emissioni per il prossimo decennio. Uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi è il “Sustainable Europe Investment Plan” che prevede di mobilitare, tramite il budget dell’UE e altri strumenti associati ad esso, almeno 1.000 miliardi di euro in investimenti sostenibili, sia pubblici che privati, nell’arco dei prossimi 10 anni. Secondo la Commissione, questo piano è solo una parte, circa un terzo, di ciò che sarebbe necessario per conseguire l’obiettivo delle neutralità climatica. Per ora non è stata formulata alcuna ipotesi su come possano essere mobilitati i restanti due terzi. In questa nota ci soffermiamo perciò sugli oltre 1.000 miliardi di cui trattano i documenti della Commissione e cerchiamo di capire in cosa consista effettivamente il “Green New Deal”, da dove vengano risorse tanto ingenti – si noti che l’intero bilancio europeo per il prossimo settennio è nell’ordine di poco più di mille miliardi – e quali effetti potranno avere sulla crescita economica.
Il piano di investimenti: cosa c’è di nuovo
In base al documento pubblicato dalla Commissione il 14 gennaio scorso, il finanziamento previsto per la transizione “verde” sarà costituito dal 25 per cento del budget UE, dal 30 per cento delle garanzie del programma InvestEU (cioè la nuova versione del piano dell’ex presidente della Commissione, Junker) e da risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che dovrebbe diventare una sorta di “Banca Europea del clima”. In aggiunta a queste tre principali fonti, vi saranno il cofinanziamento nazionale dei singoli stati membri attraverso i Fondi strutturali e d’investimento europei (ESIF), investimenti pubblici e privati, e i fondi dell’Emission Trading System – il sistema di concessioni di emissioni di gas serra dell’UE, parte integrante delle politiche europee di carbon pricing.
Tutte queste non sono risorse stanziate ex novo, ma sono essenzialmente delle riconversioni di fondi preesistenti a cui viene data una finalizzazione “verde …………

I grandi investimenti proposti non sono dunque aggiuntivi rispetto ai precedenti piani, ma sono altre tipologie di investimento ottenute grazie al riorientamento di fondi già esistenti e inizialmente pensati per altri obiettivi. …. Verrebbero reindirizzati agli obiettivi del Green Deal il 30 per cento dei Fondi di Coesione e del Fondo di Sviluppo Regionale, il 40 per cento della PAC (Politica Agricola Comune), il 60 per cento dei fondi per le infrastrutture (il cosiddetto Connecting Europe), ecc. Si noti che questa allocazione di fondi non è esaustiva e non consente di ricostruire il quadro completo per arrivare ai 503 miliardi del budget UE [che fanno] parte dello European Green Deal Investment Plan.
…………..

Manca ancora una definizione delle politiche che concretamente verranno finanziate, o, al contrario, de-finanziate e disincentivate. Questo punto è ovviamente cruciale e al momento è pressoché impossibile dire se il riorientamento del bilancio sarà coerente con gli obiettivi dichiarati; si possono solo fare delle ipotesi circa gli effetti sulla crescita economica. Va anche detto che solo quando saranno chiare le politiche si potrà capire quali gruppi sociali ne trarranno vantaggio e quali, al contrario, verranno sfavoriti: data l’estrema ambizione del piano, si può solo immaginare che gli interessi penalizzati saranno tanti e si organizzeranno per far sentire la loro voce.
Attualmente, la Commissione sta discutendo della “tassonomia”, ossia un elenco di attività o settori che potranno essere considerati in linea con gli obiettivi ambientali. Si tratterebbe di un primo passo importante per arrivare poi a definire le politiche. Sarà infatti la tassonomia che verrà definita a stabilire quali politiche di investimento potranno essere definite “green” e quindi rientrare nel perimetro del Green Deal. Attualmente, il primo accordo di massima raggiunto da Parlamento, Commissione e Consiglio europeo chiarisce che il “bollino green” sarà garantito alle attività che presenteranno alcune caratteristiche come l’uso sostenibile e la protezione dell’acqua e delle risorse del mare, la prevenzione e il controllo dell’inquinamento, la mitigazione del cambiamento climatico ecc. Insomma, il dibattito è appena iniziato e ancora le prime disposizioni sono estremamente generiche …

“A Lesbo finisce l’Europa”

9 Mar

Pubblichiamo alcuni brani di articoli e dichiarazioni apparse sulla pagina facebook di Humanfirst 9/3/2020

A Lesbo finisce l’Europa
Annalisa Camilli, Internazionale 3 marzo 2020
……..
Sull’isola, che nel 2015 ha accolto migliaia di profughi siriani, l’atmosfera è cupa. … gruppi di autoproclamati vigilantes bloccano le auto dirette al centro di detenzione di Moria. Gruppi di uomini vestiti di nero prendono a sassate gli operatori umanitari e i giornalisti, distruggono le loro macchine prese a noleggio, che riconoscono dalla targa, aggrediscono i profughi che si muovono ormai solo in gruppo. Secondo gli attivisti, si tratta di militanti vicini ad Alba dorata, … Il gruppo neonazista, nato tra gli hooligans ad Atene negli anni novanta, ha sempre compiuto azioni contro gli immigrati nelle periferie delle città greche e ora sembra riprodurre le stesse tecniche anche sulle isole del mar Egeo, dove vivono 44mila profughi, senza che ci siano strutture e servizi adeguati per accoglierli. …
Il 1° marzo un centro di accoglienza nel nord dell’isola è stato dato alle fiamme da ignoti, molti attivisti per ragioni di sicurezza hanno sospeso le loro attività di sostegno ai profughi che a Lesbo sono ventimila, bloccati da mesi o addirittura da anni in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Lo stesso giorno alcuni manifestanti volevano impedire a un gommone carico di profughi di sbarcare sulla spiaggia di Thermis, proprio vicino all’Hotel Votsala che nel 2015 è stato uno dei centri nevralgici dell’accoglienza sull’isola. ……
“Non ho mai visto niente del genere”, assicura Efi Latsoudi, …. “Sono stata minacciata sotto gli occhi dei poliziotti”, continua, spiegando che tutti quelli che si avvicinano alle spiagge per aiutare i gommoni che arrivano dalla Turchia rischiano di essere aggrediti. …..
“Prima di aprire l’ospedale di Medici senza frontiere a Moria ogni mattina facciamo una riunione per valutare le condizioni di sicurezza, con lo stesso grado di allerta che usiamo di solito nelle zone di guerra”, racconta Marco Sandrone, coordinatore della missione … che definisce la situazione sull’isola “un far west”.

Ma il fatto che le organizzazioni non governative stiano sospendendo le loro attività per il timore di essere attaccate ha delle conseguenze drammatiche sulla condizione dei profughi che vivono sull’isola. …
Lesbo è sempre più una prigione a cielo aperto per ventimila persone tra cui settemila bambini, e dallo scorso settembre il governo greco trasferisce poche persone alla volta sulla terraferma. A causa delle proteste dei residenti, anche gli ultimi arrivati non sono trasportati nell’hotspot di Moria, come prevederebbe il protocollo. Ma sono lasciati a dormire all’addiaccio. A Skala Sikamia, nel nord dell’isola, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha allestito qualche tenda, ma alcuni hanno dovuto dormire sulla battigia, perché non c’erano posti per tutti. Si tratta soprattutto di famiglie di afgani che vivevano in Turchia da qualche anno. ……

“E’ una vergogna”
dichiarazione di Pietro Bartolo, eurodeputato, 5 marzo
Ho già scritto: quel che avviene al confine greco-turco è una vergogna. Il volto dell’Unione no, non può essere, solo quello della faccia feroce. Questo terribile gioco lo abbiamo già visto. La Grecia, certo, va aiutata. Ma noi insistiamo con la presidente della Commissione Von der Leyen: non ci piace per niente come sta reagendo alla nuova situazione. Io faccio una proposta concreta: perché la Commissione non si adopera, oggi, subito, per salvare da Lesbo alcune centinaia di bambini, specie quelli non accompagnati? Si aprano corridoi umanitari. Si mobilitino gli uffici, si interroghino gli Stati membri che sono disponibili. Intanto, tiriamo via dal fango e dall’orrore almeno i bambini!

La guerra alle spalle, i manganelli davanti: salviamo i profughi siriani coi corridoi umanitari
Davide Falcioni, fanpage.it 5 marzo

Non siamo costretti a stare a guardare quello che accade al confine tra Grecia e Turchia, dove migliaia di profughi siriani vengono respinti a manganellate. Possiamo promuovere l’apertura di corridoi umanitari nei comuni italiani. È già stato fatto, su proposta di un gruppo di cittadini, nelle Marche. E una famiglia siriana fuggita dalla guerra ha potuto ricominciare a vivere. …. Ciò è già possibile grazie al programma Corridoi Umanitari organizzato da Mediterranean Hope – FCEI (Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese. ….
Un esempio virtuoso di corridoio umanitario su base comunale esiste già ed è quello di Offida, città marchigiana di 5mila abitanti che la scorsa estate ha accolto una famiglia siriana partecipando – per la prima volta in Italia – al progetto di Mediterranean Hope. L’iniziativa è nata tra un gruppo di cittadini che nel 2016 si impegnarono per fronteggiare l’emergenza del terremoto (anche Offida ha subito danni) raccogliendo aiuti per conto delle Brigate di Solidarietà Attiva, che li ha poi distribuiti in tutto il vastissimo cratere. Ebbene, questo gruppo di offidani pensò di estendere la solidarietà dai terremotati ai richiedenti asilo e propose all’amministrazione comunale di partecipare al programma dei corridoi umanitari di Mediterranean Hope. …..

Chi sono i greci che attaccano le Ong a Lesbo
Annalisa Camilli, Internazionale 6 marzo

“Sono greco e ogni greco deve difendere la sua patria, qui le Ong sono illegali, sono spie”. Kaliailis Evaggelos ha 67 anni ed è un albergatore di Lesbo, l’isola dell’Egeo diventata il simbolo dell’accoglienza durante il 2015, quando sono passati da qui un milione di profughi siriani, e dove oggi ci sono 22mila persone ammassate in un campo che potrebbe accoglierne tremila. Il 6 marzo Evaggelos è stato condannato dal tribunale di Mitilene a tre mesi di carcere con la condizionale insieme a un altro isolano, Kostas Alvanoupulos, per aver minacciato Efi Latsoudi, una delle figure più conosciute dell’isola, psicologa, coordinatrice del Pikpa solidarity camp, vincitrice nel 2016 del premio Nansen dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). ….. Uno dei sostenitori di Evaggelos si avvicina e chiede di essere intervistato: “Non siamo fascisti, siamo patrioti”. ……
“La situazione sull’isola è drammatica, non ho mai vissuto un livello così alto di violenza. Ed è una sensazione condivisa, ci sentiamo tutti minacciati, non ci possiamo muovere liberamente”, spiega Efi Latsoudi, che dopo le numerose minacce ricevute è sotto protezione. “Abbiamo portato questo caso in tribunale, perché si fermi il senso di impunità di queste persone. …”.
Il 5 marzo sono arrivati sull’isola cinque militanti tedeschi e austriaci di Generazione identitaria, tra cui Mario Muller, ….. è un movimento dell’estrema destra, suprematista bianco, nato in Francia nel 2013 e dal 2017 molto attivo anche in Italia con la campagna “Defend Europe” contro le Ong che partecipano ai soccorsi in mare dei migranti. …..

L’Europa ha bisogno di una forte politica macroeconomica

10 Feb

di Andrew Watt, 6/2/2020 – il documento

Le regole fiscali europee sono state in una situazione di continuo cambiamento e di controversie da quando il trattato di Maasctricht del 1991 stabilì i criteri di convergenza in termini di limiti al debito e al deficit degli stati membri. Il Patto di Stabilità e Crescita del 1997 rese stabili i criteri di Maastricht per i paesi dell’Unione Monetaria e, sull’onda della crisi, emise due pacchetti di direttive, chiamati pacchetto 6 e 2. Lo scopo era di rafforzare l’osservanza delle regole fiscali e di estendere la sorveglianza dell’UE sulle politiche economiche degli stati, per ridurre le divergenze macroeconomiche, in particolare sulla competitività. …

Ora la Commissione Europea ha pubblicato una revisione delle due direttive. … La revisione ha dei punti deboli – ad es., ovviamente, non parla dell’enorme e durevole danno fatto alle economie dell’Europa del sud a causa della crisi – ma è un passo avanti perché sistema molte questioni a lungo richiamate dai critici. Tra queste, il carattere spesso pro-ciclico delle politiche fiscali, la difficoltà di raggiungere un coordinamento fiscale e la mancata osservanza, soprattutto da parte dei paesi che hanno un sovrappiù, delle Procedure Macroeconomiche sugli Squilibri.

La revisione adotta cambiamenti su alcuni parametri chiave, come i tassi a basso interesse, la persistente bassa inflazione e le nuove sfide come il cambiamento climatico. … La politica fiscale degli stati deve evitare la crescita del debito pubblico, avere un bilancio sostenibile. … Alle regole bisogna affiancare un sistema di incentivi positivi o negativi (il bastone e la carota). … Fra i limiti attuali c’è tensione, come fra quello del debito al 60% e il deficit al 3% e il criterio … del deficit strutturale … (la cui stima è molto incerta). …

Innanzitutto il margine di manovra concesso agli stati per la politica fiscale dovrebbe dipendere dalla loro sostenibilità fiscale di lungo termine. … Una misura semplice come il rapporto debito/PIL non è adeguata. Bisogna tenere presenti altri fattori come i tassi di interesse, … ecc. Le politiche fiscali dovrebbero mirare a bilanciare domanda interna e offerta … ma anche tassazione e spesa pubblica, … per evitare di danneggiare la dimensione voluta del settore pubblico. …

I salari e i prezzi dovrebbero essere più presenti nelle politiche di governo … Bisognerebbe creare un sistema di assicurazione pubblica per la disoccupazione, a livello nazionale o europeo.
Si dovrebbe anche trovare il modo di permettere agli stati di finanziare attraverso prestiti le spese che accrescono la produzione e creano strutture pubbliche, soprattutto se sono in linea con gli obbiettivi europei (come il Green Deal europeo). …

(da Social Europe, traduz. parziale, 10/2/2020)

 

Il Congo “la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia” (Patrice Lumumba)

13 Gen

il documento, 13/1/2020

Il 17 gennaio del 1961 moriva assassinato Patrice Lumumba, grande statista e Primo Presidente della Repubblica democratica del Congo. Lo ricordiamo attraverso la lettera che scrisse poco prima del suo omicidio alla moglie Pauline (da Doxandeme, online, 18/1/2019)
“Mia cara compagna,
ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. 
Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. 
Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. 
Che altro potrei dire? Non è la mia persona che conta, è il Congo. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. 
Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro. 
Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di congolesi, che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. 
Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. 
Né brutalità, né sevizie, né torture mi hanno mai condotto a domandare la grazia, poiché preferisco morire a testa alta, la fede incancellabile e la fiducia profonda nel destino del mio Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e il tradimento dei principi sacri. La storia dirà un giorno la sua parola, ma non sarà la storia che ci insegneranno a Bruxelles, Washington, Parigi o alle Nazioni Unite ma quella che si insegnerà nei Paesi affrancati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia e questa sarà al Nord ed al Sud del Sahara una storia di gloria e di dignità. Non mi piangere, mia compagna. Io so che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.
W il Congo! W l’Africa!”
(Patrice Lumumba)
Lumumba era capo del governo congolese. Cercò di rendere il Congo effettivamente, oltre che formalmente, indipendente dal Belgio. Ma fu destituito dai politici pagati dai governi e dalle multinazionali occidentali. Queste promossero nel 1960 la secessione del Katanga, la grande provincia mineraria, delle cui ricchezze volevano mantenere il controllo. La CIA e le multinazionali finanziarono i secessionisti e Mobutu, che arrestò e fece uccidere Lumumba. Nel 1965 Mobutu diventò capo del governo, appoggiato dagli occidentali. Fu dittatore fino al 1997,  quando fu espulso e morì tre mesi dopo. Aveva rubato oltre 5 miliardi di dollari (valore del 1984), che equivaleva più o meno al debito dello stato.

“I migranti non sono troppi, ma troppo pochi”

16 Dic

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 35 – a cura di Piero Rizzo

Per questo mese abbiamo selezionato due articoli: uno da Foreign policy, il cui titolo è: “L’ossessione dell’Occidente per la sicurezza delle frontiere sta inducendo instabilità“, e l’altro da Foreign affair, col titolo: ” La vera crisi dell’immigrazione” e sottotitolo “Il problema non è troppi, ma troppo pochi”. Entrambi gli articoli smontano le leggende metropolitane che si sono radicate nella mentalità di molti cittadini, dalla morte della civiltà alla sostituzione etnica, dalla perdita del lavoro dei lavoratori locali all’aumento della criminalità. Questo soprattutto perché una genia di politici senza scrupoli le ha strumentalizzate per conquistare e conservare il potere.
Foreign policy fa rilevare ai leader europei – che stanno affidando in outsourcing il controllo dei confini esterni a Turchia, Libia e Niger allo scopo di proteggere la “Fortezza Europa” dai “diabolici flussi di migranti” – che i vantaggi politici di questa strategia a breve termine sono spesso elevati. Ma in una prospettiva più ampia, tale esternalizzazione dei controlli alle frontiere rappresenta uno spettacolare autogol non solo in termini umanitari, ma anche politici. In questo modo l’UE mina il suo ruolo globale e i valori fondanti del progetto europeo.
A chi afferma che gli immigrati rubano i posti di lavoro ai locali, causano la riduzione delle retribuzione, l’aumento dei prezzi delle case, una crescita esponenziale della criminalità, Foreign affair ribatte: i prossimi decenni vedranno le popolazioni in Europa e Nord America invecchiare e ridursi. Questa tendenza danneggerà la crescita economica e lascerà troppo pochi lavoratori per ogni pensionato. Per evitare la sclerosi e il declino, il mondo ricco dovrà competere per attirare gli immigrati, non per allontanarli. Il problema, appunto, non è che sono troppi, ma che sono troppo pochi.
Riportiamo alcuni stralci liberamente tradotti. Da Foreign policy:
In nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, l’UE, gli Stati Uniti e l’Australia stanno rafforzando i regimi autoritari, stanno alimentando abusi, corruzione e intolleranza. Da troppo tempo i leader occidentali stanno montando un brutale circo in nome della sicurezza delle frontiere. Dai politici di estrema destra agli ex partiti dell’establishment, “combattere l’immigrazione clandestina” è il nuovo gioco da Canberra a Washington via Bruxelles e Roma. E purtroppo questo gioco mortale non è praticato solo da alcuni politici erratici e insensibili. Al contrario, è sistematico.
Favoriti dal diminuito numero di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste europee rispetto al record del 2015, i politici stanno cavalcando il presunto successo della lotta alla migrazione mediante pattuglie, recinzioni e forte deterrenza. Tuttavia, questo falso successo spurio maschera un fallimento morale e politico molto più grande che continuerà a perseguitare l’UE.
Conclusione: invece di alimentare l’instabilità all’estero e normalizzare una stridente politica nazionalista in patria attraverso l’ossessione per una maggiore sicurezza delle frontiere a breve termine, c’è una scelta migliore da fare: una scelta che prevede la protezione delle persone, non dei confini. Cittadini illuminati e leader politici devono iniziare a sostenere la questione.
Da Foreign affair:
Gli oppositori dell’immigrazione sono in ascesa. Dalla Polonia agli Stati Uniti, i politici stanno chiudendo i confini e allontanando i rifugiati. “Il nostro Paese è AL COMPLETO!”, ha twittato Trump in aprile. Ma i timori fuori posto per la sicurezza e i lavori rubati hanno distratto l’attenzione dalla vera crisi demografica che incombe su Europa e Nord America.
Perfino in Giappone dove è fortemente radicato il senso dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane fortemente impopolare, il governo ha lanciato piani per reclutare più immigrati.
Qualunque sia il vantaggio economico, molti politici credono che una maggiore immigrazione sia perdente sul piano politico. Ma sopravvalutano la reazione populista. I livelli effettivi di immigrazione hanno alimentato l’aumento del populismo di destra molto meno di quanto non abbia fatto la paura. In effetti, più sono gli immigrati in una regione, più aumentano le persone a favore dell’immigrazione, e ci sono alcune prove secondo cui l’arrivo di altri immigrati fa sì che le persone li vedano in una luce più amichevole.
Piuttosto che assecondare il localismo di una minoranza che invecchia, i politici in Europa e Nord America dovrebbero pensare seriamente a come preservare la vitalità economica dell’Occidente. Ciò significa trovare e attirare più immigrati. In futuro i governi avranno più motivi per temere la siccità che l’alluvione.
Considerazioni finali
Nell’articolo di Foreign affair, quando si parla del Giappone, c’è un rimando a un articolo della CNN dal titolo:”Il Giappone ha bisogno di immigranti, ma gli immigranti hanno bisogno del Giappone?”, dove si legge questa frase: “Il Giappone tratta i suoi lavoratori stranieri come Kleenex, con la mentalità dell’usa e getta “.
Il modello migratorio australiano, caro a Salvini, noto come la “soluzione offshore” consiste nell’utilizzare le nazioni povere del Pacifico come siti per la detenzione a tempo indefinito dei rifugiati illegali. Trump non ha perso l’occasione di partecipare alla gara al peggio e ha fatto rinchiudere i bambini di immigrati nelle gabbie come animali. La vecchia Europa, (anche se con qualche crepa) rispetta più di tutti i principi della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.
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Le pubblicazioni vengono sospese per le festività. Riprenderanno lunedì 13 gennaio
AUGURI A TUTTI

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