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Il reddito minimo garantito: oltre Minsky

10 Set

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di Antonio Baldo
Società – 10 settembre 2018

Le proposte di Hyman Minsky (illustrate nell’articolo di Sviluppo Felice del 2/7/18) circa lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza possono essere interpretate come un’interessante variante del Reddito Minimo Garantito (RMG). Mi sembra però che sottintendano talune sicurezze culturali, non dico errate ma certo discutibili. Vediamo alcuni punti.

A – E’ opinabile la convinzione che il lavoro (inteso come attività retribuita) sia la fonte prima della dignità della persona e forse della sua “felicità”. Essa, in linea di principio, porterebbe a escludere quanti ne sono impediti per oggettive difficoltà fisiche, mentali, psicologiche, sociali, ecc. In realtà, si tratta di un pre-giudizio filosofico-sociale comune (sia pure con premesse e finalità diverse) ai pensieri cattolico, marxista e liberale, confluiti nell’art. 1 della Costituzione. Tutto molto dignitoso e apprezzabile, ma non necessario a fronte dell’evoluzione tecnica, economia e sociale in parte già avvenuta anche in Italia.
Almeno per i Paesi sviluppati (gli altri richiederebbero un discorso a parte), la quantità globale di lavoro necessario sarà in diminuzione, anche ipotizzando modelli di sviluppo analoghi a quello attuale.
In ogni caso, saggezza personale e sociale vorrebbero che il tempo dedicato al lavoro (settimanale e di vita) diminuisse. Vedi il citatissimo J.M. Keynes di “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Invece, sta aumentando.

B – La crescita quantitativa della produzione non ha limiti? Indicazioni sempre più frequenti e precise fanno pensare che siano più evidenti i “limiti allo sviluppo”, in termini di materie prime, suolo produttivo disponibile, rifiuti, energia, ecc., nonostante i progressi tecnologici ipotizzabili.
Se aggiungiamo un inevitabile e positivo aumento della produttività (in questo contesto, del lavoro), intravedere un tetto alla produzione totale appare utile e saggio.

C – Le capacità di prevenire la fuga di capitali, stabilizzare le importazioni con barriere al libero scambio, assicurare la stabilità dei prezzi (almeno per materie prime e alimenti), nella realtà globalizzata dell’economia liberista, appaiono molto problematiche. Entro limiti e modalità da precisare, un intervento pubblico è certamente necessario ma richiederebbe una politica “mondiale” non ancora comparsa all’orizzonte.

D – L’autoproduzione di beni e servizi (personali e sociali) sembra sottovalutata, a fronte di tecniche produttive e organizzative già disponibili e di probabile, ampia espansione.

Ritengo che il punto cruciale sia il passaggio (culturale!) dell’attenzione dal Lavoro al Reddito, peraltro da sempre intimamente connessi.
Il lavoro, come insegna la storia, può essere modulato in quantità e qualità. In particolare (e in una certa misura lo è già), può diventare sempre più oggetto di scelta tra modelli di vita anche notevolmente diversi. La misura di un possibile RMG è ovviamente discutibile, ma il concetto può diventare necessario, in vista, ad esempio, degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. Sostituire le masse operaio-impiegatizie con equivalenti masse di ingegneri informatici sembra molto problematico.

Un RMG (che ha poco a che fare con la proposta di reddito di cittadinanza oggi in agenda politica):
definirebbe il lavoro non solo come necessaria costruzione sociale ma come scelta, magari parziale o temporanea, tra redditi elevati e serenità di vita, conservando comunque l’obbligo di ripagare (in modi diversi ma facilmente ipotizzabili) i benefici ricavati dal partecipare a una comunità;
la nozione di reddito disponibile non riguarderebbe soltanto i trasferimenti finanziari (stipendi o sussidi); può essere integrata da servizi disponibili a costi marginali bassissimi, come Internet e talune modalità di trasporto o di cultura.
aumenterebbe le possibilità di flessibilità delle imprese, senza intaccare le basilari necessità per un’esistenza austera e dignitosa delle persone;
prenderebbe atto della realistica ipotesi di un limite fisico e ambientale alla produzione globale.

Rimangono forti dubbi circa l’ effettiva possibilità di realizzazione il punto C), salvo che per il calmiere sui prezzi degli alimentari di base, mentre il problema principale potrebbe riguardare la casa.
Infine, ritengo sovrastimato il costo del finanziamento di un sistema di RMG, soprattutto se si passasse dall’ottica di aggiunta a quella di sostituzione di quanto già esistente in termini di trasferimenti da welfare.

L’impianto – culturale prima che politico – neoliberista dell’attuale turbo-capitalismo temo rimanga un ostacolo di cui è difficile pronosticare il superamento in tempi ragionevoli. Esiste però un’interessante attenzione, soprattutto giovanile, verso stili di vita più contenuti e cooperativi rispetto a quelli altamente competitivi in atto.
Richiedere proposte percorribili alla nebulosa della “sinistra” appare oggi illusorio, però “mai dire mai”.

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Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

L’abbaglio sul welfare state

5 Feb

di Cosimo Perrotta

I temi dello sviluppo – febbr. 2018

Negli stati dell’Europa centro-occidentale – ma anche in altre economie mature – si svolsero dal 1950 al 1975 ca. due grandi processi economici, una crescita lunga e impetuosa e un enorme aumento della spesa pubblica per scopi sociali (che va sotto il nome di welfare state). Il benessere aumentò rapidamente e coinvolse, per la prima volta, i ceti che stavano al fondo della scala sociale. Furono assicurate a tutti pensioni, assistenza sanitaria, scuole fino ai 14 anni, case, garanzie sindacali, protezione delle fasce deboli. Si crearono strade, autostrade, ferrovie e altre infrastrutture. L’elettricità, l’acqua corrente, la rete fognaria raggiunsero gran parte delle famiglie. A questo si aggiunsero, grazie all’aumento dell’occupazione, le spese private per la vita domestica: lavatrice, frigorifero, telefono, televisione, automobile.

Crescita e aumento della spesa sociale era connessi. Ma in che modo? Qui le tre grandi scuole economiche allora in auge divergevano.

I neo-classici (spesso liberisti in politica) consideravano la spesa sociale una spesa improduttiva, che sottraeva ricchezza all’investimento privato. Persino la spesa pubblica in quanto tale, era considerata improduttiva, con l’eccezione di Hansen (1) e qualche altro. Quindi la spesa per il welfare frenava lo sviluppo e lo spirito imprenditoriale a vantaggio dell’assistenzialismo. (2)

Anche i marxisti, seguendo l’approccio classico di Marx, ritenevano improduttiva la spesa sociale. Tuttavia questa spesa non andava a danno del capitale, anzi era richiesta da esso. Il capitalismo – argomentavano – doveva impiegare improduttivamente una parte crescente del sovrappiù per evitare che il mercato si saturasse per eccesso di offerta, e che l’accumulazione si ingolfasse. (3) Ma così la crescita diventava solo un aumento continuo di improduttività e parassitismo.

Invece i keynesiani difendevano la spesa sociale perché, innalzando la domanda, sosteneva lo sviluppo. Tuttavia essi trascuravano il fatto che questo avviene solo nel breve periodo. Per lo sviluppo di lungo periodo è necessario, non solo estendere gli investimenti, ma anche accrescere la produttività. Altrimenti la spesa sociale diventa insostenibile.

Dunque, per i neo-classici la spesa sociale frenava la crescita; per i marxisti, era la crescita ad alimentare la spesa sociale come impiego improduttivo del sovrappiù; per i keynesiani la spesa sociale sosteneva l’accumulazione.

 

L’inganno di tutti era di vedere la spesa sociale come mera spesa assistenziale, senza accorgersi che essa era il più grande investimento in capitale umano mai avvenuto. Un investimento che ha innalzato enormemente la produttività del lavoro e ha permesso un aumento mai visto del benessere. Dunque il welfare non era mero assistenzialismo (come credevano persino i suoi difensori); esso apriva una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

Ingannati dallo schema assistenzialistico, gli imprenditori – verso la fine degli anni Sessanta – videro con angoscia la crescita dei salari e della spesa per il welfare, convinti che a pagare tutto ciò fosse il profitto. Questa stessa convinzione indusse alcuni neo- ricardiani, su posizioni opposte, a teorizzare il salario come variabile indipendente (deformando il concetto di Ricardo del salario come variabile esogena), e pensarono di usarlo come grimaldello per far “saltare il sistema”.

Fu questa doppia miopia teorica e politica a sancire la crisi del welfare state. Se lo si fosse considerato come un grande investimento, si sarebbero cercati nuovi settori d’impiego del capitale, nuovi bisogni da soddisfare, nuovi consumi produttivi – come quelli descritti nel nostro post del settembre scorso sul capitale umano (ricordiamo il risanamento ambientale, il riassetto del territorio, l’apparato organizzativo per il controllo del territorio, nuova istruzione, ricerca, ecc.). Si tratta di bisogni necessari che il mercato tuttora non soddisfa e che ancora oggi basterebbero a riavviare lo sviluppo.

Oggi continuiamo a raccontarci che la crisi – che dura, in modo intermittente, da 40 anni, o come ristagno o come recessione – è dovuta al ciclo economico, cioè alle fluttuazioni di breve periodo! Nonostante questo, pur tra mille incertezze, si è affermata l’idea che l’investimento per nuovi consumi come quelli suddetti non è improduttivo, e che può riavviare lo sviluppo. Ma ci blocchiamo di nuovo di fronte alla domanda: dove troviamo i soldi? Cercheremo di rispondere il mese prossimo.

1 Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, London, Allen & Unwin, 1941. Idem, Business Cycle and National Income, stesso ed., 1951.

2 Robert Bacon – Walter Eltis, Britain’s Economic Problem: Too Few Producers. London: Macmillan, 1976.

3 Vedi, fra i tanti, Paul Sweezy, The Theory of Capitalist Development (1942), London: Dobson, 1962, online: wordpress.com . Joseph Gillman, Il saggio di profitto (1957), Roma: Ed. Riuniti, 1961. Paul Baran – P. Sweezy (1966), Monopoly Capitalism, New York – London: Modern Reader, 1968; online: scribd.com .

Lavoro per la famiglia e lavoro esterno. Per le donne del Sud conciliarli è più difficile

6 Lug

larticolo 6-7-2015 di Claudia Sunna

logoconciliazione_a-1-300x195Il tema chiamato della conciliazione fra tempi di vita e lavoro, indica il problema di come distribuire il tempo di attività fra impegni familiari e impegni del lavoro esterno. Questo problema non dovrebbe essere distinto dal tema delle politiche per il lavoro e del divario occupazionale fra uomini e donne. Continua a leggere

Intervista a Gallino sul reddito minimo: prima il lavoro

23 Mar

Il documento  23-3-2015 di Sara Farolfi

Per uscire dalle secche della crisi va riportata in cima all’agenda politica la piena occupazione. Perché avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro può infliggere danni maggiori della povertà stessa. Parla il sociologo Luciano Gallino Continua a leggere

Emilia Romagna: l’economia solidale si fa legge

12 Mar

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Mondo2-590x400Non fare da soli tutto quello che è possibile fare insieme: è questa l’essenza del nuovo Progetto di legge regionale “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale” su impulso del CRESER Continua a leggere

OECD, Speranza di vita e spesa sanitaria

26 Giu

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Beni pubblici, beni comuni e nuove forme di cittadinanza

16 Giu

di Sofia Costanza

Negli ultimi anni anche in Italia c’è stato un proliferare di campagne per la tutela dei beni comuni, dai referendum sull’acqua alla richiesta di socializzare la Cassa Depositi e Prestiti. È forse in atto un cambiamento culturale? Il dibattito sui beni pubblici, collettivi o privati, risale almeno agli anni ’50, con le loro contrapposizioni ideologiche. Continua a leggere

Cittadinanza per gli stranieri: una priorità da paese civile

12 Mag

di Arianna Genovese

Il riconoscimento della cittadinanza degli stranieri residenti in Italia è un nodo cruciale per lo sviluppo di un paese che intenda definirsi civile.

Dagli anni Novanta l’Italia, da paese con una lunga storia di emigrazione, è divenuto paese di crescente immigrazione, e oggi rappresenta una tappa intermedia per le migrazioni dirette verso il nord Europa.

In questi trent’anni la normativa sull’emigrazione è mutata più volte, senza riuscire ad armonizzare regole e diritti, con un’evidente incapacità politica e legislativa nell’affrontare questi temiin modo complessivo. Continua a leggere

Abbiamo bisogno di ripensare e riscrivere le immagini e i simboli del benessere

29 Ago

di Luigino Bruni *

benessere4u.iobloggo.comPerché sempre più gente corre nei parchi, pedala lungo le strade, fa ginnastica ballando gioiosamente in gruppo sulle spiagge? Per diverse buone ragioni, ma è certo che il nostro corpo non ha ancora capito che il mondo è cambiato – almeno in molte parti del pianeta – e continua a renderci piacevoli cibi grassi e calorici, e meno attraenti verdure e cibi magri. E si capisce bene, se pensiamo che per un centinaio di migliaia di anni (se vogliamo limitarci al giovane homo sapiens) abbiamo vissuto in un ambiente povero di calorie essenziali per cacciare, riscaldarsi, fuggire dai predatori, sopravvivere. I tempi di cambiamento dell’organismo umano sono molto più lunghi dei mutamenti sociali e culturali. Continua a leggere

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