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Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

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Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

Il reddito minimo garantito: oltre Minsky

10 Set

Risultati immagini per reddito minimo garantito

di Antonio Baldo
Società – 10 settembre 2018

Le proposte di Hyman Minsky (illustrate nell’articolo di Sviluppo Felice del 2/7/18) circa lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza possono essere interpretate come un’interessante variante del Reddito Minimo Garantito (RMG). Mi sembra però che sottintendano talune sicurezze culturali, non dico errate ma certo discutibili. Vediamo alcuni punti.

A – E’ opinabile la convinzione che il lavoro (inteso come attività retribuita) sia la fonte prima della dignità della persona e forse della sua “felicità”. Essa, in linea di principio, porterebbe a escludere quanti ne sono impediti per oggettive difficoltà fisiche, mentali, psicologiche, sociali, ecc. In realtà, si tratta di un pre-giudizio filosofico-sociale comune (sia pure con premesse e finalità diverse) ai pensieri cattolico, marxista e liberale, confluiti nell’art. 1 della Costituzione. Tutto molto dignitoso e apprezzabile, ma non necessario a fronte dell’evoluzione tecnica, economia e sociale in parte già avvenuta anche in Italia.
Almeno per i Paesi sviluppati (gli altri richiederebbero un discorso a parte), la quantità globale di lavoro necessario sarà in diminuzione, anche ipotizzando modelli di sviluppo analoghi a quello attuale.
In ogni caso, saggezza personale e sociale vorrebbero che il tempo dedicato al lavoro (settimanale e di vita) diminuisse. Vedi il citatissimo J.M. Keynes di “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Invece, sta aumentando.

B – La crescita quantitativa della produzione non ha limiti? Indicazioni sempre più frequenti e precise fanno pensare che siano più evidenti i “limiti allo sviluppo”, in termini di materie prime, suolo produttivo disponibile, rifiuti, energia, ecc., nonostante i progressi tecnologici ipotizzabili.
Se aggiungiamo un inevitabile e positivo aumento della produttività (in questo contesto, del lavoro), intravedere un tetto alla produzione totale appare utile e saggio.

C – Le capacità di prevenire la fuga di capitali, stabilizzare le importazioni con barriere al libero scambio, assicurare la stabilità dei prezzi (almeno per materie prime e alimenti), nella realtà globalizzata dell’economia liberista, appaiono molto problematiche. Entro limiti e modalità da precisare, un intervento pubblico è certamente necessario ma richiederebbe una politica “mondiale” non ancora comparsa all’orizzonte.

D – L’autoproduzione di beni e servizi (personali e sociali) sembra sottovalutata, a fronte di tecniche produttive e organizzative già disponibili e di probabile, ampia espansione.

Ritengo che il punto cruciale sia il passaggio (culturale!) dell’attenzione dal Lavoro al Reddito, peraltro da sempre intimamente connessi.
Il lavoro, come insegna la storia, può essere modulato in quantità e qualità. In particolare (e in una certa misura lo è già), può diventare sempre più oggetto di scelta tra modelli di vita anche notevolmente diversi. La misura di un possibile RMG è ovviamente discutibile, ma il concetto può diventare necessario, in vista, ad esempio, degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. Sostituire le masse operaio-impiegatizie con equivalenti masse di ingegneri informatici sembra molto problematico.

Un RMG (che ha poco a che fare con la proposta di reddito di cittadinanza oggi in agenda politica):
definirebbe il lavoro non solo come necessaria costruzione sociale ma come scelta, magari parziale o temporanea, tra redditi elevati e serenità di vita, conservando comunque l’obbligo di ripagare (in modi diversi ma facilmente ipotizzabili) i benefici ricavati dal partecipare a una comunità;
la nozione di reddito disponibile non riguarderebbe soltanto i trasferimenti finanziari (stipendi o sussidi); può essere integrata da servizi disponibili a costi marginali bassissimi, come Internet e talune modalità di trasporto o di cultura.
aumenterebbe le possibilità di flessibilità delle imprese, senza intaccare le basilari necessità per un’esistenza austera e dignitosa delle persone;
prenderebbe atto della realistica ipotesi di un limite fisico e ambientale alla produzione globale.

Rimangono forti dubbi circa l’ effettiva possibilità di realizzazione il punto C), salvo che per il calmiere sui prezzi degli alimentari di base, mentre il problema principale potrebbe riguardare la casa.
Infine, ritengo sovrastimato il costo del finanziamento di un sistema di RMG, soprattutto se si passasse dall’ottica di aggiunta a quella di sostituzione di quanto già esistente in termini di trasferimenti da welfare.

L’impianto – culturale prima che politico – neoliberista dell’attuale turbo-capitalismo temo rimanga un ostacolo di cui è difficile pronosticare il superamento in tempi ragionevoli. Esiste però un’interessante attenzione, soprattutto giovanile, verso stili di vita più contenuti e cooperativi rispetto a quelli altamente competitivi in atto.
Richiedere proposte percorribili alla nebulosa della “sinistra” appare oggi illusorio, però “mai dire mai”.

Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

L’abbaglio sul welfare state

5 Feb

di Cosimo Perrotta

I temi dello sviluppo – febbr. 2018

Negli stati dell’Europa centro-occidentale – ma anche in altre economie mature – si svolsero dal 1950 al 1975 ca. due grandi processi economici, una crescita lunga e impetuosa e un enorme aumento della spesa pubblica per scopi sociali (che va sotto il nome di welfare state). Il benessere aumentò rapidamente e coinvolse, per la prima volta, i ceti che stavano al fondo della scala sociale. Furono assicurate a tutti pensioni, assistenza sanitaria, scuole fino ai 14 anni, case, garanzie sindacali, protezione delle fasce deboli. Si crearono strade, autostrade, ferrovie e altre infrastrutture. L’elettricità, l’acqua corrente, la rete fognaria raggiunsero gran parte delle famiglie. A questo si aggiunsero, grazie all’aumento dell’occupazione, le spese private per la vita domestica: lavatrice, frigorifero, telefono, televisione, automobile.

Crescita e aumento della spesa sociale era connessi. Ma in che modo? Qui le tre grandi scuole economiche allora in auge divergevano.

I neo-classici (spesso liberisti in politica) consideravano la spesa sociale una spesa improduttiva, che sottraeva ricchezza all’investimento privato. Persino la spesa pubblica in quanto tale, era considerata improduttiva, con l’eccezione di Hansen (1) e qualche altro. Quindi la spesa per il welfare frenava lo sviluppo e lo spirito imprenditoriale a vantaggio dell’assistenzialismo. (2)

Anche i marxisti, seguendo l’approccio classico di Marx, ritenevano improduttiva la spesa sociale. Tuttavia questa spesa non andava a danno del capitale, anzi era richiesta da esso. Il capitalismo – argomentavano – doveva impiegare improduttivamente una parte crescente del sovrappiù per evitare che il mercato si saturasse per eccesso di offerta, e che l’accumulazione si ingolfasse. (3) Ma così la crescita diventava solo un aumento continuo di improduttività e parassitismo.

Invece i keynesiani difendevano la spesa sociale perché, innalzando la domanda, sosteneva lo sviluppo. Tuttavia essi trascuravano il fatto che questo avviene solo nel breve periodo. Per lo sviluppo di lungo periodo è necessario, non solo estendere gli investimenti, ma anche accrescere la produttività. Altrimenti la spesa sociale diventa insostenibile.

Dunque, per i neo-classici la spesa sociale frenava la crescita; per i marxisti, era la crescita ad alimentare la spesa sociale come impiego improduttivo del sovrappiù; per i keynesiani la spesa sociale sosteneva l’accumulazione.

 

L’inganno di tutti era di vedere la spesa sociale come mera spesa assistenziale, senza accorgersi che essa era il più grande investimento in capitale umano mai avvenuto. Un investimento che ha innalzato enormemente la produttività del lavoro e ha permesso un aumento mai visto del benessere. Dunque il welfare non era mero assistenzialismo (come credevano persino i suoi difensori); esso apriva una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

Ingannati dallo schema assistenzialistico, gli imprenditori – verso la fine degli anni Sessanta – videro con angoscia la crescita dei salari e della spesa per il welfare, convinti che a pagare tutto ciò fosse il profitto. Questa stessa convinzione indusse alcuni neo- ricardiani, su posizioni opposte, a teorizzare il salario come variabile indipendente (deformando il concetto di Ricardo del salario come variabile esogena), e pensarono di usarlo come grimaldello per far “saltare il sistema”.

Fu questa doppia miopia teorica e politica a sancire la crisi del welfare state. Se lo si fosse considerato come un grande investimento, si sarebbero cercati nuovi settori d’impiego del capitale, nuovi bisogni da soddisfare, nuovi consumi produttivi – come quelli descritti nel nostro post del settembre scorso sul capitale umano (ricordiamo il risanamento ambientale, il riassetto del territorio, l’apparato organizzativo per il controllo del territorio, nuova istruzione, ricerca, ecc.). Si tratta di bisogni necessari che il mercato tuttora non soddisfa e che ancora oggi basterebbero a riavviare lo sviluppo.

Oggi continuiamo a raccontarci che la crisi – che dura, in modo intermittente, da 40 anni, o come ristagno o come recessione – è dovuta al ciclo economico, cioè alle fluttuazioni di breve periodo! Nonostante questo, pur tra mille incertezze, si è affermata l’idea che l’investimento per nuovi consumi come quelli suddetti non è improduttivo, e che può riavviare lo sviluppo. Ma ci blocchiamo di nuovo di fronte alla domanda: dove troviamo i soldi? Cercheremo di rispondere il mese prossimo.

1 Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, London, Allen & Unwin, 1941. Idem, Business Cycle and National Income, stesso ed., 1951.

2 Robert Bacon – Walter Eltis, Britain’s Economic Problem: Too Few Producers. London: Macmillan, 1976.

3 Vedi, fra i tanti, Paul Sweezy, The Theory of Capitalist Development (1942), London: Dobson, 1962, online: wordpress.com . Joseph Gillman, Il saggio di profitto (1957), Roma: Ed. Riuniti, 1961. Paul Baran – P. Sweezy (1966), Monopoly Capitalism, New York – London: Modern Reader, 1968; online: scribd.com .

Lavoro per la famiglia e lavoro esterno. Per le donne del Sud conciliarli è più difficile

6 Lug

larticolo 6-7-2015 di Claudia Sunna

logoconciliazione_a-1-300x195Il tema chiamato della conciliazione fra tempi di vita e lavoro, indica il problema di come distribuire il tempo di attività fra impegni familiari e impegni del lavoro esterno. Questo problema non dovrebbe essere distinto dal tema delle politiche per il lavoro e del divario occupazionale fra uomini e donne. Continua a leggere

Intervista a Gallino sul reddito minimo: prima il lavoro

23 Mar

Il documento  23-3-2015 di Sara Farolfi

Per uscire dalle secche della crisi va riportata in cima all’agenda politica la piena occupazione. Perché avere un lavoro è più importante che avere un reddito e la perdita del lavoro può infliggere danni maggiori della povertà stessa. Parla il sociologo Luciano Gallino Continua a leggere

Emilia Romagna: l’economia solidale si fa legge

12 Mar

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Mondo2-590x400Non fare da soli tutto quello che è possibile fare insieme: è questa l’essenza del nuovo Progetto di legge regionale “Norme per la promozione e il sostegno dell’economia solidale” su impulso del CRESER Continua a leggere

OECD, Speranza di vita e spesa sanitaria

26 Giu

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Beni pubblici, beni comuni e nuove forme di cittadinanza

16 Giu

di Sofia Costanza

Negli ultimi anni anche in Italia c’è stato un proliferare di campagne per la tutela dei beni comuni, dai referendum sull’acqua alla richiesta di socializzare la Cassa Depositi e Prestiti. È forse in atto un cambiamento culturale? Il dibattito sui beni pubblici, collettivi o privati, risale almeno agli anni ’50, con le loro contrapposizioni ideologiche. Continua a leggere

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