Archivio | SVILUPPO: POLITICHE E PROGETTI RSS feed for this section

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

Annunci

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

Le voci che abbiamo in comune – Un glossario dell’amministrazione condivisa

19 Mar

Con grande piacere segnaliamo “Le voci che abbiamo in comune” pubblicato da Labsus (Laboratorio per la sussidierità) un Glossario dell’amministrazione condivisa, con 34 fra i termini più usati per parlare dell’amministrazione condivisa dei beni comuni.
 La  redazione di Labsus le ha chiamate Voci perché sono termini, lemmi, parole, ma anche perché danno suono a concetti astratti che ritengono fondamentali per rendere agibile e praticabile la loro idea di cittadinanza. Un’idea che è essenziale rivalutare per migliorare la qualità della vita in comune.

Scarica gratuitamente 
Voci in comune

Viesti e la “secessione dei ricchi”

4 Mar

di Cosimo Perrotta

Il breve libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, edito da Laterza nel gennaio scorso e distribuito, per ora, gratis online, è un’analisi sobria e precisa dei progetti di autonomia di Veneto, Lombardia e, in misura minore, Emilia e Romagna.

Questi progetti contrastano col riequilibrio delle differenze sociali che la Costituzione affida ai governi. Il Veneto voleva gestire nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva (p. 21). La Lombardia rivendica la metà del residuo fiscale (la differenza “tra quanto i cittadini lombardi pagano di tasse e quanto ricevono complessivamente dallo Stato”). Si tratterebbe di circa 27 miliardi (p. 22).

In realtà il residuo fiscale, nota Viesti, “è una stima, non un dato oggettivo” (p. 37). Esso risulta dalla sottrazione del gettito fiscale dalla spesa pubblica complessiva di cui beneficia un territorio. Ma questa spesa pubblica è difficile da calcolare, per le differenze fra il luogo in cui il reddito è prodotto e quello in cui avviene il prelievo fiscale.

Comunque, il bilancio del residuo fiscale è certamente negativo per Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Ma, osserva l’autore, rivendicarlo implica l’idea sbagliata che lo stato distribuisca risorse alle regioni. In realtà, alle regioni sono distribuite solo le risorse previste dall’art. 119.V della Costituzione, secondo cui lo Stato destina risorse aggiuntive per “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’esercizio effettivo della persona” e per interventi speciali sui territori in casi di particolari necessità. Queste spese hanno un peso molto limitato sul totale della spesa pubblica.

Viesti aggiunge che la destinazione frequente di queste risorse speciali al Sud compensa più o meno la minore spesa ordinaria in conto capitale che va al Sud stesso (p. 39). Per di più, come spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, queste spese speciali avvengono a favore degli individui, non dei territori, perché trasferiscono denaro dai redditi più alti a quelli più bassi.

Trattare in modo diverso individui che si trovano in situazioni uguali solo perché abitano in territori diversi significa discriminare alcuni cittadini a vantaggio di altri. Ma, una volta ammesso questo principio, dice l’autore, Milano potrebbe rivendicare il suo residuo fiscale rispetto alla Lombardia, un quartiere della città rispetto ad un altro, ecc. Un degrado autonomistico già condannato dalla Corte Costituzionale (p. 41-2).

In realtà questa rivendicazione nasconde il fatto che la spesa pubblica pro-capite è più bassa nel Mezzogiorno; non solo per il minor numero di pensionati ma per un finanziamento minore della maggior parte dei servizi pubblici. La spesa pubblica pro-capite per le politiche sociali nel 2015 era di circa 4.500 euro al Sud contro i 6mila del Centro-Nord. Lo stesso vale per le infrastrutture, la pubblica amministrazione, i trasporti, le attività produttive.

Infine, nota Viesti, la spesa pubblica erogata al Sud serve in parte ad importare beni e servizi dal Centro-Nord (p. 43). E potremmo aggiungere nel calcolo i giovani che si formano nelle scuole o università pubbliche del Sud per andare poi a lavorare al Nord.

L’elenco delle competenze rivendicate da queste tre Regioni è impressionante. Per il Veneto, ad esempio, esse vanno dalla ricerca scientifica (esiste una ricerca scientifica veneta?) ai rapporti internazionali e con la UE (della Repubblica di S. Marco?); dalle Sovrintendenze ai Beni culturali alla valutazione di impatto ambientale al controllo di gasdotti, oleodotti ed energia elettrica. Il Servizio sanitario nazionale viene praticamente sostituito da un Servizio regionale; il che farà aumentare le disuguaglianze, come denunzia l’Ordine dei Medici. Anche l’istruzione sarebbe organizzata in un servizio regionale che avrà alle sue dipendenze il personale della scuola e dell’università (p. 48-51). Verranno preferiti i docenti veneti? E per quale principio?

Tutto questo non ha niente a che vedere col problema – che pure esiste – della minore produttività del Sud. Il progetto autonomistico denota una mentalità angusta, che diffida persino della cultura e della ricerca esterne al proprio campanile; e denota anche un atteggiamento furbesco, che agisce di soppiatto.

Infatti, la ministra leghista ha firmato un accordo con le Regioni, mai divulgato e mai discusso in Parlamento, che le Camere dovranno votare senza avere la possibilità di modificarlo. In seguito, l’accordo non potrà essere modificato per dieci anni, né dal governo né dal Parlamento, senza l’assenso delle Regione interessata (1). Insomma è una secessione strisciante; ideata dopo che si rivelò impossibile la secessione alla Bossi, basata sui milioni di fucili padani (“otto milioni di baionette”?). Non direi quindi che – come afferma Prodi (2) – l’espressione di Viesti sia eccessiva. E’ un tentativo di “secessione dei ricchi”.
(1) Vedi anche Piero Ignazi su la Repubblica, 11/2/2019, p. 25.
(2) Il Messaggero, 3/3/2019, p. 20.

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

Risultati immagini per europa cina

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere

I due Nobel per l’economia 2018: ambiente e sviluppo tecnologico

12 Nov

di Piero Rizzo
Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato conferito a William Nordhaus, Univ. di Yale, “per aver integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, e a Paul Romer, Univ. di New York, “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica a lungo termine”.
Cambiamenti climatici
E’ emblematico il fatto che il Nobel a Nordhaus sia stato annunciato poche ore dopo l’ammonimento delle Nazioni Unite ai governi sulle catastrofiche conseguenze dell’aumento di temperatura; e due mesi dopo che il ministro dell’ambiente francese si è dimesso polemicamente perché il suo governo ha completamente ignorato gli accordi di Parigi. Questo ci fa capire che i risultati raggiunti sono sconfortanti.
Nordhaus è uno dei pionieri dell’economia ambientale. Già negli anni Settanta osservò che i modelli economici in vigore non tenevano conto dell’impatto del riscaldamento globale, ed elaborò nuovi strumenti per analizzarlo. Egli ha sviluppato uno schema che analizza i cambiamenti climatici in termini di analisi costi-benefici. Usa “modelli semplici ma dinamici e quantitativi”, ora chiamati modelli di valutazione integrata (IAMs)”. I suoi strumenti permettono di simulare come l’economia e il clima si evolverebbero in futuro in base a ipotesi di politiche alternative.
Tra i modelli, molto popolare è il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), sul rapporto tra economia e ciclo del carbonio. L’acronimo DICE (azzardo) suggerisce “che stiamo giocando d’azzardo con il futuro del nostro pianeta”. Nel modello si valutano i costi del cambiamento climatico, inclusi i cattivi raccolti e le alluvioni. Le sue valutazioni sono alla base del nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui pericoli dei cambiamenti climatici.
Secondo il comitato del premio, Nordhaus ha dimostrato che “il rimedio più efficace per i problemi causati dai gas serra è uno schema globale di tasse sul carbonio imposte universalmente”. Sulla crescita economica, Nordhaus ha dimostrato che le misure tradizionali sottovalutano i miglioramenti della qualità della vita.
Cambiamenti tecnologici
Nell’ultimo secolo l’economia globale è cresciuta a un ritmo notevole e abbastanza costante. Ma nell’arco della storia dell’umanità la crescita è progredita molto più lentamente e in maniera molto differenziata da paese a paese. Quali sono le cause delle differenze nella crescita?
All’inizio degli anni Ottanta, Romer iniziò a sviluppare la teoria della crescita endogena, secondo la quale i progressi tecnologici non derivano solo da cause esterne, esogene, come ipotizzavano i modelli economici di allora, ma sono anche incentivati da attività orientate al mercato. Romer è considerato il principale sostenitore dello sviluppo basato sull’offerta, come ricerca e sviluppo, innovazione e competenze. Questi fattori determinano la “crescita guidata dalle idee” (ideas-driven growth) che, a differenza dalla crescita guidata dall’accumulazione di capitale fisico (macchine o infrastrutture), soffre meno di rendimenti decrescenti: in altre parole può restare alta nel tempo.
Ciò però richiede interventi governativi, come i sussidi alla ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer consente di capire quali condizioni di mercato favoriscono la creazione di nuove idee per nuove tecnologie. Il suo lavoro aiuta a progettare istituzioni e politiche che potenzino lo sviluppo tecnologico.
Tali politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un paese ma a livello globale. Per esempio le leggi sui brevetti dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra la motivazione per creare nuove idee, dando alcuni diritti di monopolio agli inventori, e la capacità degli altri di usarle, limitando questi diritti nel tempo e nello spazio .
Le teorie di Romer sulla crescita endogena e i dibattiti generati dai suoi paragoni sulla crescita dei vari paesi (ad es. tra le due Coree) hanno acceso nuove ricerche empiriche. Ci sono state anche delle critiche. Un esempio per tutti è l’articolo “The Failure of Endogenous Growth” di Stephen L Parente, Univ. dell’Illinois.
Chiudiamo con le parole testuali (tradotte) della Royal Swedish Academy: “Gli interessanti lavori di ricerca di Paul Romer e William Nordhaus sono passi cruciali per affrontare le questioni centrali sul futuro dell’umanità. Non abbiamo ancora risposte conclusive a queste domande, ma i metodi dei vincitori sono stati fondamentali per consentire ai ricercatori attuali e futuri di migliorare la nostra comprensione del modo migliore per progredire verso una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2018/press-release/
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/popular-economicsciencesprize2018.pdf

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere

Cambiare la strategia di cooperazione in Africa

29 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 22
a cura di Piero Rizzo
L’articolo di questo mese, dal titolo “Take Africa seriously!”, è del periodico online International Politics and Society, del 30/8 u.s. E’ scritto da Robert Kappel, dell’Università di Lipsia, ed è focalizzato sugli interventi della Germania in Africa: come sono stati finora e come dovrebbero essere.
Nella prima parte viene descritto quello che non va fatto. Bisogna smettere i panni del buon Samaritano: la politica finora è consistita in aiuti e carità e la cosa è sempre meno accetta. La cooperazione con l’Africa deve essere una reale cooperazione tra uguali, come avviene con la Cina o con la Francia. L’atteggiamento di chi dice “noi sappiamo cosa è meglio, noi abbiamo le soluzioni” non funziona.
E’ indispensabile un cambio di paradigma, che prenda atto che lo sviluppo non può che venire dall’interno, o per dirla in altro modo: devono essere gli africani a decidere come vogliono andare avanti. La Germania dovrebbe imparare a perseguire una cooperazione tra paesi sovrani.
Nella seconda parte si fanno sei raccomandazioni:
1. la Germania deve continuare ad agire come una potenza civile ed entrare in una strategia di lungo termine di equa cooperazione con l’Africa.
2.. Bisogna sospendere gli Accordi di Partenariato Economico (APE) della UE. Gli APE garantiscono agli Stati firmatari l’accesso senza tariffe al mercato dell’UE, ma richiedono anche l’eliminazione delle tariffe sul lato africano. L’apertura dei mercati significa che le imprese africane e i piccoli agricoltori rischiano di essere ulteriormente emarginati dalle importazioni.
3. Ad oggi non è stata individuata alcuna coerente strategia per l’Africa. Questo si vede nei documenti di strategia, come il Marshall Plan with Africa (MPA) e il CWA (Compact with Africa). Tra l’altro essi hanno un diverso approccio al commercio. Il ministero tedesco delle finanze sostiene il libero commercio, mentre il ministero per la cooperazione e lo sviluppo, di Gerd Müller, sostiene il commercio equo; strategie non compatibili.
4. Considerando che il livello dell’agricoltura africana è incomparabile col livello europeo, bisogna creare le condizioni perché si possa realizzare il commercio equo.
5. Il contributo tedesco alla riduzione della povertà e dell’elevata disoccupazione giovanile è minimo. Ad esempio, tutti gli investimenti stranieri in Africa negli ultimi dieci anni hanno creato in media solo 100.000 nuovi posti di lavoro all’anno. E le circa 1000 aziende tedesche attualmente danno lavoro a circa 200 mila africani. Il lavoro per 20 milioni di persone all’anno dovrà essere creato quasi esclusivamente dalle imprese locali e dagli agricoltori. Il compito dei governi è di aiutare piuttosto che ostacolare l’imprenditoria locale.
6. La Germania dovrebbe intensificare la cooperazione tecnologica, lo scambio di studenti e la cooperazione con le università. Dovrebbe seguire l’esempio cinese che ha già accolto 70 mila studenti africani.
Brevi considerazioni.
Che il modello di sviluppo debba nascere dall’interno e non essere imposto dai paesi ad economia avanzata è stato sostenuto con forza dal Nobel per l’economia Angus Deaton, che addirittura si è spinto a dire che la caterva di aiuti erogati sono stati, non inutili, ma nocivi (anche perché hanno favorito il dilagare della corruzione).
Per il cambio di mentalità che ciò comporta, e che l’articolo auspica, temiamo ci sia ancora un lungo cammino da percorrere.
https://www.ips-journal.eu/regions/africa/article/show/take-africa-seriously-2949/?utm_source=taboola&utm_medium=referral

Il senso dei luoghi secondo Mimmo Lucano

22 Ott

L’intervista a Mimmo Lucano qui presentata è stata realizzata a Riace il 6 maggio 2011. Altre riprese e interviste sono state compiute a Riace e in paesi della Locride in anni successivi, all’interno di un progetto di ricerca sul senso dei luoghi, sulla memoria e sulla vita dei paesi abbandonati, sull’antropologia delle aree interne a rischio spopolamento, sugli abitanti che restano e resistono all’abbandono, sulle feste del ritorno tra le rovine o nei luoghi dell’abbandono, oltre che su pratiche economiche, sociali, culturali tese alla costruzione di nuove comunità. Continua a leggere