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Lo strano caso degli intermediari del lavoro – II

15 Ott

di Cesare Grisi — Società, 15 ottobre 2018

Se da una parte gli intermediari (Agenzie per il lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) gestiscono domanda e offerta, dall’altra è palese che i loro ‘datori di lavoro’ siano le aziende: traggono cioè sostanza dal comparto più in difficoltà, che si voleva aiutare. Ciò fa degli intermediari dei soggetti passivi e improduttivi del sistema-lavoro. Da una parte, nonostante l’esiguità della domanda, vendono un servizio che le aziende potrebbero e dovrebbero svolgere in autonomia, dall’altra non creano un valore aggiunto perché il loro valore aggiunto (cioè gratis) è l’appropriazione dell’offerta, che è già sulla piazza in attesa, costretta dal sistema a ricorrere a loro. In sostanza, il vero valore aggiunto degli intermediari sono i super-poteri che la legge conferisce loro perché possano, attraverso una distorsione, dare l’idea di raddrizzare la stortura del sistema. In più, la comodità della loro funzione mantiene in uno stadio ancora involuto quel settore dell’impresa che dovrebbe al contrario svilupparsi ed equilibrare sviluppo del profitto e comportamento etico: le Risorse Umane. Sono le Risorse Umane, il reparto bifronte per natura, le sole a conoscere approfonditamente la pancia dell’azienda e proprio per questo dovrebbero avere un rapporto diretto, non mediato, con le sfaccettate possibilità del mercato del lavoro.
Ma sono anche le politiche interne dell’impresa, in cattiva compagnia con la politica, le responsabili dell’autolesionismo imprenditoriale. Il costo delle selezioni, il tempo richiesto, le competenze necessarie, la forza che acquisirebbero le Risorse Umane se si desse loro la possibilità di agire secondo coscienza, non solo secondo budget: sono tutti elementi a favore della scelta dell’intermediario. Il quale, sia chiaro, agisce per profitto e non mai per aiutare il suo datore di lavoro nello sviluppo (men che meno il suo mezzo, i disoccupati), assumendosi il rischio di scelte complesse ma lungimiranti.
E così arriviamo al paradosso del paradosso: dati alla mano, il canale “Agenzie Per il Lavoro” usato da chi cerca lavoro – 30,5% somministrazione, 25,1% le società di selezione – è assai sovradimensionato rispetto al risultato che porta – 5,6% la somministrazione, 1,4% le società di selezione – (Istat 2014). E questo ci riporta alla domanda iniziale: come fanno gli intermediari a intermediare se non c’è il quid dell’intermediazione, cioè il lavoro?
È vero, c’è poco lavoro, ma ci sono molti disoccupati, una componente essenziale del lavoro. I disoccupati sono la materia prima del business degli intermediari. Ma il comportamento degli intermediari nei confronti dei disoccupati è meramente economico: il cliente è l’azienda, il disoccupato uno strumento reperito gratuitamente nel mercato per via della copiosità del numero e delle altre ragioni dette.
È così che i disoccupati che si applicano a centinaia ad un solo annuncio non vedranno mai risposte alle loro candidature: interdetto il canale diretto col datore di lavoro, negato il feedback per sapere cosa è sbagliato nel loro profilo, incapaci di capire cosa devono cambiare per essere accettati… assomigliano così poco alla massa dei migranti che tenta con coraggio la disperata via del mare… Il nostro bel Paese, fiacco e ricurvo sulle sue ultime esigue Risorse, assomiglia più al banchetto di appestati nelle strade portuali del Nosferatu di Herzog: pare attendere la fine senza un moto di rivolta, in piena accettazione delle palesi storture: consuma così la sua ultima cena.
Infine, non posso tacere il fatto che gli intermediari stessi paghino caro questo sistema distorto. Si affollano sull’esiguo pasto ormai migliaia di soggetti accreditati (per alcune fonti più di 4.000, per altre 6.000), e ciò ha prodotto un’aspra lotta intestina tra simili e una crescita polarizzata. Ma la cosa più rimarchevole è che il comparto aziendale tratta economicamente l’intermediario come l’intermediario tratta il disoccupato: e a nessuno, nemmeno alle astratte persone giuridiche, piace esser livellato dal mero tornaconto economico.
La materia lavoro, così incredibilmente inflazionata, perde valore e diventa merce. Anche le aziende, che quel valore devono cercarlo nel mercato e portarselo a casa per vivere e crescere, hanno assunto concetti come l’interscambiabilità e la non indispensabilità delle Persone (divenute ormai Risorse Umane), su cui anche la filosofia degli intermediari poggia.
Di fronte a questo incredibile scenario, cosa dice l’opinione pubblica? Quello che dicono i giornali e i telegiornali più accreditati: che nonostante il 33% dei giovani siano disoccupati, dobbiamo purtroppo assistere al 32% di inattivi che non hanno voglia di lavorare e son preda dell’esecrabile duopolio di televisione e divano…

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Lo strano caso degli intermediari del lavoro – I

8 Ott

di Cesare Grisi – Società, 8 ottobre 2018

Se il 71% della popolazione italiana non accede alla comprensione di un testo mediamente complesso (PIAAC, De Mauro, 2014), se il 59,5 % non legge nemmeno un libro all’anno, e se una famiglia su 10 non ha nemmeno un libro in casa: com’è possibile che l’editoria italiana pubblichi 129 milioni di copie di libri all’anno (Istat, 2017), più 3,8 milioni di copie di quotidiani? Chi li legge di nascosto 2,15 libri all’anno? Al posto di chi?
Paradossalmente, l’editoria si è slegata dallo sviluppo educativo della popolazione: le analisi dei dati di vendita (adulterate dai contributi pubblici o privati e da precise politiche commerciali) non hanno nessuna corrispondenza né con la realtà effettiva dei lettori né con gli effetti del consumo del prodotto-libro: non è vero che 60 milioni di cittadini leggono 130 milioni tra libri e giornali venduti, non è vero che tutto il pubblicato è letto, e non tutto il pubblicato è di un livello tale da concorrere allo sviluppo educativo della popolazione: anzi.
Non si tratta solo di annose antinomie come quantità/qualità, forma/sostanza, dato/realtà, economia/politica… ma di un problema di architettura sociale, a cui lavora tutto un sistema di forze il cui disegno finale nasconde un’ambiguità difficile da interpretare. Ma non impossibile.

Un uguale disallineamento tra dati di mercato e situazione reale – sicuramente in diretto rapporto di causalità con la scolarizzazione e il livello culturale iniziali – lo ritroviamo nel mercato del lavoro, in particolar modo negli intermediari del lavoro: un vero specchio distorto della realtà.
Con circa l’11% di disoccupazione generale (di cui il 33% giovanile e il 32% di inattivi) e solo il 58% della popolazione che lavora (Istat, dicembre 2017): come è potuto accadere che il primo datore di lavoro italiano fosse un’azienda di intermediazione e somministrazione del lavoro (Corriere della Sera, Repubblica, Avvenire, IlSole24Ore … 5-6 maggio 2016)? Per un confronto proporzionale: la popolazione tedesca che lavora è il 79,2%, e la rispettiva disoccupazione sotto il 4% (Eurostat 2017). In realtà, è solo stata diffusa dai media più accreditati, per vari motivi tutti interessati al clamore, la notizia di alcuni dati scempi, mancanti di contesto e senza alcuna interpretazione, che hanno fuorviato completamente dalla realtà. Decostruirò la situazione per capirla, poi la ricostruirò nel giusto verso: lo scenario reale apparirà profondamente diverso rispetto al quadro entusiasmante dato subito e per vero all’opinione pubblica.
La riforma Biagi ha di fatto introdotto gli intermediari del lavoro per «realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro» (legge 30/2002). Ma dal 2002, quando l’Italia aveva un tasso di occupazione già del 10% inferiore alla media UE, fino a questi ultimi anni post-2008, dove la forbice della disoccupazione è aumentata a causa della crisi, il fil rouge è rimasto inalterato e costante: il dato di fatto del mercato nazionale dell’occupazione è la mancanza di domanda (non c’è lavoro) che produce una ricaduta sull’offerta (aumenta la disoccupazione). Va da sé che manchi il requisito essenziale dell’intermediazione: il flusso tra domanda e offerta. Come può, allora, un intermediario essere il primo datore di lavoro se manca la materia prima delle intermediazioni, cioè il lavoro stesso?
La risposta è complessa, ma sicuramente: col concorso della politica e della sua attività normativa, la quale, con il Jobs Act, ad esempio, ha mostrato palesemente come si adulterano i dati del mercato del lavoro, e si fa apparire una crescita occupazionale al posto di una profonda crisi imprenditoriale. Mi riferisco, è solo un esempio e non voglio soffermarmici, ai contributi statali alle assunzioni a tempo indeterminato, che hanno portato le aziende a forzare la stipula di accordi (illegali) con dipendenti già assunti per esser ri-assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, previo licenziamento dai vecchi contratti tutelati dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori; e, sempre senza soffermarmici, ricordo che, terminato il budget dei contributi statali, le assunzioni sono fortemente calate, mentre sono aumentati i licenziamenti (non più tutelati) …
Il punto della questione è che gli intermediari del lavoro (Agenzie per il Lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) sono soggetti privati per legge, vere e proprie aziende che svolgono a tutti gli effetti attività di profitto. La loro nicchia è ritagliata in un’attività cruciale nel panorama dello sviluppo nazionale perché gestisce domanda e offerta di lavoro, e gli è consentito farlo a condizioni speciali rispetto a quanto la legge non consenta alle altre aziende (per esempio nell’iterazione dei contratti a tempo determinato), il che induce le aziende a servirsi dei loro ‘super-poteri’ per sgravarsi la responsabilità del rapporto personale col lavoratore: questa via preferenziale, insieme agli altri elementi che illustrerò, evidenzia chiaramente che il sistema, per funzionare, ha bisogno di un sistemico attore anti-sistema che regola il sistema e le regole, bypassando entrambi. È un loop sostanziale che gioca il suo strano illusionismo a scapito della collettività.
(La seconda parte uscirà lunedì 15)

La Scatola di latta: riscoprire la comunità attraverso la poesia, la memoria, la cultura locale 

24 Lug

Con questo articolo pubblicato su Labsus il 13/07/2018, a cura di di Claudia Ferrari, la redazione di Sviluppo Felice vi augura buone vacanze e vi informa che le pubblicazioni riprenderanno a settembre.

La Scatola di latta: le “invasioni dolci” che attraversano il Sud

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La storia che vi raccontiamo prende il via da una domanda: come contribuire allo sviluppo del proprio territorio all’indomani di una laurea in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo? A interrogarsi è Gianluca Palma, che si definisce il custode sociale di una scatola molto particolare, uno scrigno di beni comuni, raccolti come fiori con riguardo e cura, camminando per le vie dei paesi del sud della Puglia. Con uno statuto per la costituzione di un’Associazione di Promozione Sociale, scritto ma lasciato in un cassetto, la Scatola di latta è formata da un gruppo spontaneo di persone, che opera da tre anni principalmente sul territorio della provincia di Lecce, rivolgendo però lo sguardo a tutto il meridione.

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Minsky: salario sociale, disoccupazione e lo stato come datore di lavoro

2 Lug

Risultati immagini per salario socialedi Cédric Durand e Dany LangSocietà
La Grande Recessione del 2007 si è trasformata in Europa in disastro sociale. In Francia, la politica di Hollande comprendeva un rigore di bilancio senza precedenti (in 5 anni, tagli di 60 miliardi), la “golden rule” europea che limita il disavanzo strutturale allo 0,5% del PIL, l’offerta alle imprese 20 miliardi sotto forma di crediti di imposta e maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Un orientamento neoliberista. Continua a leggere

Un convegno su “Le migrazioni: occasione di sviluppo in Italia e in Africa”

26 Mar

Migranti e Sviluppo – Lavoro/Accoglienza n. 16 (marzo 2018)

Nel prossimo autunno (data probabile, 26-27 ottobre) Humanfirst – l’associazione che pubblica questo mensile insieme a Sviluppo Felice – sta programmando un convegno nazionale, da tenere a Lecce, dove saranno invitati a parlare i maggiori esperti italiani delle migrazioni attuali verso l’Italia, soprattutto docenti universitari, operatori Ong e rappresentanti di istituzioni. Continua a leggere

Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

Un trattato internazionale sull’emigrazione

26 Feb

di Piero Rizzo

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 15 (febbr. 2018)

Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, nel Guardian del 12 gennaio scorso,
parla per la prima volta di un trattato globale sulla migrazione che deve essere negoziato dai governi sotto l’auspicio delle Nazioni Unite. L’obbiettivo è di trasformare una fonte di abusi, di umiliazioni e di conflitti in un fattore di prosperità.
Gestire la migrazione – dice Guterres – è una delle sfide più difficili per la cooperazione internazionale nel nostro tempo. La migrazione favorisce la crescita economica, riduce le disuguaglianze e unisce società diverse. Tuttavia è anche una fonte di tensioni politiche e di tragedie umane. La maggioranza dei migranti vive e lavora legalmente. Ma una minoranza disperata mette a rischio la propria vita per entrare in paesi dove deve affrontare sospetti e abusi.
Quest’anno i governi negozieranno per la prima volta un accordo globale sulla migrazione per il tramite delle Nazioni Unite. Non imporrà alcun obbligo agli Stati. Ma è un’opportunità per contrastare i miti perniciosi sui migranti ed elaborare una visione comune sul problema.
Il mondo è rimasto scioccato dal recente video della CNN sui migranti venduti come schiavi. E’ scandaloso che ogni anno migliaia di migranti subiscano la stessa sorte senza che l’opinione pubblica ne sia informata. Oggi ci sono quasi sei milioni di migranti costretti ai lavori forzati, spesso nelle economie sviluppate.
Il trattato si deve basare su tre principi.
Il primo è riconoscere i benefici dell’immigrazione. Gli immigrati di norma non tolgono il lavoro ai lavoratori locali e in più i loro salari avvantaggiano sia i paesi che li ospitano sia quelli di origine.
Il secondo. Bisogna rafforzare lo stato di diritto nell’interesse proprio e dei migranti. Contro l’illegalità e gli abusi, i governi mettano in atto più corridoi legali per la migrazione.
Il terzo. C’è bisogno di maggiore cooperazione internazionale per proteggere i migranti, e di ristabilire il regime di protezione dei rifugiati in conformità alle leggi internazionali. Il destino di migliaia di persone che muoiono non è solo una tragedia umana, rappresenta anche un fallimento della politica.
Per parte nostra, notiamo che il successo di questo trattato incontrerà notevoli ostacoli. Si pensi a quanto scrive Houellebecq (“Credo che questa invasione sia organizzata dai Fratelli Musulmani che si avvalgono di mezzi finanziari provenienti da vari Stati. Non potendo fare una guerra all’Europa, possono preparare un’onda crescente di migranti e gradualmente sottomettere l’Europa”. Oppure si pensi alle dichiarazioni dei capi politici del gruppo di Visegrad, come Zeman, Kaczyński, Fico e Orban.
Ma anche nell’Europa dell’Ovest c’è molta ostilità. Si pensi all’articolo di Douglas Murray (dell’ Express) citato nell’11° numero di Migranti e Sviluppo, che concludeva: l’Europa sta andando dritta verso il suicidio e sta distruggendo la sua civiltà.
Come diceva Einstein è più facile rompere un atomo che un pregiudizio. Speriamo vivamente che l’ONU abbia successo. Non è retorico affermare che il suo sarebbe anche un successo di tutta l’umanità.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jan/11/migration-benefit-world-un-global-compact

 

Accoglienza e rinascita economica dei comuni

26 Feb

Migranti e Sviluppo – Lavoro/accoglienza n. 15 (febbr. 2018)

Date uno sguardo ai siti in calce a questo post. Il primo afferma che ci sono in Italia quasi mille borghi abbandonati, per passati disastri o per l’emigrazione. Wikipedia ne dà un elenco selezionato regione per regione. Alcuni di questi borghi che sono poco popolati ma non del tutto deserti, offrono notevoli incentivi per incoraggiare a trasferirsi lì. Bormida (Savona) offre un bonus di 2mila euro e affitti a partire da 50 euro mensili. Gangi (Palermo), eletto il più bel borgo d’Italia 2014, offre le case gratis. Un altro borgo molto noto è Craco (Matera) che ha conservato intatte le case medioevali, e oggi vivacchia con 800 abitanti.

Questi siti ne parlano come mete di visita turistica e artistica. In effetti molti degli antichi borghi, specie medievali, sono stati restaurati da privati e sono ora ambiti luoghi di residenza e turismo.

Ma il problema dei borghi spopolati in Italia è molto più vasto. Innanzitutto, lo spopolamento dei borghi – in un paese montuoso come il nostro – ha causato l’abbandono della cura di boschi, corsi d’acqua, sentieri e strade. La politica delle Comunità montane non è bastata a impedire questo abbandono complessivo, che rende il territorio fragile e incline a smottamenti, frane, inondazioni e incendi. Il ripopolamento di alcuni borghi da parte di famiglie agiate non rimedia a questa disastro. Possono rimediarvi invece gli immigrati, a cui si possono insegnare i lavori e le tecniche per preservare l’ambiente montano e collinare.

I migranti inoltre, opportunamente assistiti, possono rivitalizzare l’economia di tipo artigiano e del piccolo commercio – oltre all’economia turistica. Il modello ormai famoso è quello di Riace (Reggio Calabria). Ma molti altri paesini stanno seguendo la stessa strada. Il sito di Sky Tg 24 (in calce) descrive anche Satriano (Catanzaro), Santorso (Vicenza), Santa Marina (Salerno), Chiesanuova (Torino), S. Alessio in Aspromonte (RC), comuni dai 300 ai 6mila abitanti che sono rinati grazie alla presenza in ciascuno di essi di poche decine di immigrati. Vita online fa un lungo elenco di comuni delle valli piemontesi; Città Nuova online parlava di Lemie, sempre in Piemonte, notando che è la stessa comunità a chiedere agli immigrati di restare. Il Corriere della Sera (25-8-2015) parlava di Acquaformosa (Cosenza).

Ci sono in Italia circa 1.100 comuni coinvolti nella rete governativa SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), direttamente o tramite consorzi; e i posti Sprar finanziati sono oltre 31mila (dati di novembre 2017). Ma i comuni italiani sono oltre 8mila, ed è grave che vengano lasciate al loro insindacabile giudizio le decisioni di accoglienza. Lo stesso vale per le Province, che aderiscono a Sprar solo in 18. Le regioni con una accoglienza Sprar più alta sono – in ordine decrescente – Sicilia, Lazio, Calabria, Campania ed Emilia-Romagna, ecc.

C’è anche una Rete di Comuni Solidali (RE.CO.SOL – ultimo sito indicato). Sono 263, fra cui solo 4 capoluoghi (Alessandria, Cagliari, Cuneo e Messina). Fra l’altro, essi propongono una “Carta di solidarietà” per l’accoglienza. Fra gli impegni da prendere c’è quello di escludere progetti di accoglienza che non abbiano forme di inclusione sociale.

Paesi abbandonati in Italia, se ne contano 6000. Ecco i più belli

https://it.wikipedia.org/wiki/Città_fantasma_in_Italia

http://www.zingarate.com/italia/

tg24.sky.it/…/migranti-progetti-sprar

http://www.vita.it/it

http://www.sprar.it

http://comunisolidali.org

 

 

E’ possibile parlare di sviluppo se il pianeta sta morendo?

12 Feb

di Maurizia Pierri     –     Ambiente: catastrofe o sviluppo – febbr. 2018

Risultati immagini per Economia del bene comune (Mondadori, 2017)In Economia del bene comune (Mondadori, 2017) il premio nobel Jean Tirole si interroga sulla sorte del bene comune e sul futuro dell’ economia capitalistica, messa in difficoltà da una crisi finanziaria globale che ha peggiorato le condizioni di milioni di persone e deteriorato il principio di pari dignità sociale. Egli individua, tra le grandi sfide che il nostro mondo dovrà affrontare e vincere al più presto, quella dei cambiamenti climatici e del loro impatto sull’ambiente. Continua a leggere

L’abbaglio sul welfare state

5 Feb

di Cosimo Perrotta

I temi dello sviluppo – febbr. 2018

Negli stati dell’Europa centro-occidentale – ma anche in altre economie mature – si svolsero dal 1950 al 1975 ca. due grandi processi economici, una crescita lunga e impetuosa e un enorme aumento della spesa pubblica per scopi sociali (che va sotto il nome di welfare state). Il benessere aumentò rapidamente e coinvolse, per la prima volta, i ceti che stavano al fondo della scala sociale. Furono assicurate a tutti pensioni, assistenza sanitaria, scuole fino ai 14 anni, case, garanzie sindacali, protezione delle fasce deboli. Si crearono strade, autostrade, ferrovie e altre infrastrutture. L’elettricità, l’acqua corrente, la rete fognaria raggiunsero gran parte delle famiglie. A questo si aggiunsero, grazie all’aumento dell’occupazione, le spese private per la vita domestica: lavatrice, frigorifero, telefono, televisione, automobile.

Crescita e aumento della spesa sociale era connessi. Ma in che modo? Qui le tre grandi scuole economiche allora in auge divergevano.

I neo-classici (spesso liberisti in politica) consideravano la spesa sociale una spesa improduttiva, che sottraeva ricchezza all’investimento privato. Persino la spesa pubblica in quanto tale, era considerata improduttiva, con l’eccezione di Hansen (1) e qualche altro. Quindi la spesa per il welfare frenava lo sviluppo e lo spirito imprenditoriale a vantaggio dell’assistenzialismo. (2)

Anche i marxisti, seguendo l’approccio classico di Marx, ritenevano improduttiva la spesa sociale. Tuttavia questa spesa non andava a danno del capitale, anzi era richiesta da esso. Il capitalismo – argomentavano – doveva impiegare improduttivamente una parte crescente del sovrappiù per evitare che il mercato si saturasse per eccesso di offerta, e che l’accumulazione si ingolfasse. (3) Ma così la crescita diventava solo un aumento continuo di improduttività e parassitismo.

Invece i keynesiani difendevano la spesa sociale perché, innalzando la domanda, sosteneva lo sviluppo. Tuttavia essi trascuravano il fatto che questo avviene solo nel breve periodo. Per lo sviluppo di lungo periodo è necessario, non solo estendere gli investimenti, ma anche accrescere la produttività. Altrimenti la spesa sociale diventa insostenibile.

Dunque, per i neo-classici la spesa sociale frenava la crescita; per i marxisti, era la crescita ad alimentare la spesa sociale come impiego improduttivo del sovrappiù; per i keynesiani la spesa sociale sosteneva l’accumulazione.

 

L’inganno di tutti era di vedere la spesa sociale come mera spesa assistenziale, senza accorgersi che essa era il più grande investimento in capitale umano mai avvenuto. Un investimento che ha innalzato enormemente la produttività del lavoro e ha permesso un aumento mai visto del benessere. Dunque il welfare non era mero assistenzialismo (come credevano persino i suoi difensori); esso apriva una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

Ingannati dallo schema assistenzialistico, gli imprenditori – verso la fine degli anni Sessanta – videro con angoscia la crescita dei salari e della spesa per il welfare, convinti che a pagare tutto ciò fosse il profitto. Questa stessa convinzione indusse alcuni neo- ricardiani, su posizioni opposte, a teorizzare il salario come variabile indipendente (deformando il concetto di Ricardo del salario come variabile esogena), e pensarono di usarlo come grimaldello per far “saltare il sistema”.

Fu questa doppia miopia teorica e politica a sancire la crisi del welfare state. Se lo si fosse considerato come un grande investimento, si sarebbero cercati nuovi settori d’impiego del capitale, nuovi bisogni da soddisfare, nuovi consumi produttivi – come quelli descritti nel nostro post del settembre scorso sul capitale umano (ricordiamo il risanamento ambientale, il riassetto del territorio, l’apparato organizzativo per il controllo del territorio, nuova istruzione, ricerca, ecc.). Si tratta di bisogni necessari che il mercato tuttora non soddisfa e che ancora oggi basterebbero a riavviare lo sviluppo.

Oggi continuiamo a raccontarci che la crisi – che dura, in modo intermittente, da 40 anni, o come ristagno o come recessione – è dovuta al ciclo economico, cioè alle fluttuazioni di breve periodo! Nonostante questo, pur tra mille incertezze, si è affermata l’idea che l’investimento per nuovi consumi come quelli suddetti non è improduttivo, e che può riavviare lo sviluppo. Ma ci blocchiamo di nuovo di fronte alla domanda: dove troviamo i soldi? Cercheremo di rispondere il mese prossimo.

1 Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, London, Allen & Unwin, 1941. Idem, Business Cycle and National Income, stesso ed., 1951.

2 Robert Bacon – Walter Eltis, Britain’s Economic Problem: Too Few Producers. London: Macmillan, 1976.

3 Vedi, fra i tanti, Paul Sweezy, The Theory of Capitalist Development (1942), London: Dobson, 1962, online: wordpress.com . Joseph Gillman, Il saggio di profitto (1957), Roma: Ed. Riuniti, 1961. Paul Baran – P. Sweezy (1966), Monopoly Capitalism, New York – London: Modern Reader, 1968; online: scribd.com .