Archivio | SVILUPPO: POLITICHE E PROGETTI RSS feed for this section

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

Risultati immagini per europa cina

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere

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I due Nobel per l’economia 2018: ambiente e sviluppo tecnologico

12 Nov

di Piero Rizzo
Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato conferito a William Nordhaus, Univ. di Yale, “per aver integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, e a Paul Romer, Univ. di New York, “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica a lungo termine”.
Cambiamenti climatici
E’ emblematico il fatto che il Nobel a Nordhaus sia stato annunciato poche ore dopo l’ammonimento delle Nazioni Unite ai governi sulle catastrofiche conseguenze dell’aumento di temperatura; e due mesi dopo che il ministro dell’ambiente francese si è dimesso polemicamente perché il suo governo ha completamente ignorato gli accordi di Parigi. Questo ci fa capire che i risultati raggiunti sono sconfortanti.
Nordhaus è uno dei pionieri dell’economia ambientale. Già negli anni Settanta osservò che i modelli economici in vigore non tenevano conto dell’impatto del riscaldamento globale, ed elaborò nuovi strumenti per analizzarlo. Egli ha sviluppato uno schema che analizza i cambiamenti climatici in termini di analisi costi-benefici. Usa “modelli semplici ma dinamici e quantitativi”, ora chiamati modelli di valutazione integrata (IAMs)”. I suoi strumenti permettono di simulare come l’economia e il clima si evolverebbero in futuro in base a ipotesi di politiche alternative.
Tra i modelli, molto popolare è il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), sul rapporto tra economia e ciclo del carbonio. L’acronimo DICE (azzardo) suggerisce “che stiamo giocando d’azzardo con il futuro del nostro pianeta”. Nel modello si valutano i costi del cambiamento climatico, inclusi i cattivi raccolti e le alluvioni. Le sue valutazioni sono alla base del nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui pericoli dei cambiamenti climatici.
Secondo il comitato del premio, Nordhaus ha dimostrato che “il rimedio più efficace per i problemi causati dai gas serra è uno schema globale di tasse sul carbonio imposte universalmente”. Sulla crescita economica, Nordhaus ha dimostrato che le misure tradizionali sottovalutano i miglioramenti della qualità della vita.
Cambiamenti tecnologici
Nell’ultimo secolo l’economia globale è cresciuta a un ritmo notevole e abbastanza costante. Ma nell’arco della storia dell’umanità la crescita è progredita molto più lentamente e in maniera molto differenziata da paese a paese. Quali sono le cause delle differenze nella crescita?
All’inizio degli anni Ottanta, Romer iniziò a sviluppare la teoria della crescita endogena, secondo la quale i progressi tecnologici non derivano solo da cause esterne, esogene, come ipotizzavano i modelli economici di allora, ma sono anche incentivati da attività orientate al mercato. Romer è considerato il principale sostenitore dello sviluppo basato sull’offerta, come ricerca e sviluppo, innovazione e competenze. Questi fattori determinano la “crescita guidata dalle idee” (ideas-driven growth) che, a differenza dalla crescita guidata dall’accumulazione di capitale fisico (macchine o infrastrutture), soffre meno di rendimenti decrescenti: in altre parole può restare alta nel tempo.
Ciò però richiede interventi governativi, come i sussidi alla ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer consente di capire quali condizioni di mercato favoriscono la creazione di nuove idee per nuove tecnologie. Il suo lavoro aiuta a progettare istituzioni e politiche che potenzino lo sviluppo tecnologico.
Tali politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un paese ma a livello globale. Per esempio le leggi sui brevetti dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra la motivazione per creare nuove idee, dando alcuni diritti di monopolio agli inventori, e la capacità degli altri di usarle, limitando questi diritti nel tempo e nello spazio .
Le teorie di Romer sulla crescita endogena e i dibattiti generati dai suoi paragoni sulla crescita dei vari paesi (ad es. tra le due Coree) hanno acceso nuove ricerche empiriche. Ci sono state anche delle critiche. Un esempio per tutti è l’articolo “The Failure of Endogenous Growth” di Stephen L Parente, Univ. dell’Illinois.
Chiudiamo con le parole testuali (tradotte) della Royal Swedish Academy: “Gli interessanti lavori di ricerca di Paul Romer e William Nordhaus sono passi cruciali per affrontare le questioni centrali sul futuro dell’umanità. Non abbiamo ancora risposte conclusive a queste domande, ma i metodi dei vincitori sono stati fondamentali per consentire ai ricercatori attuali e futuri di migliorare la nostra comprensione del modo migliore per progredire verso una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2018/press-release/
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/popular-economicsciencesprize2018.pdf

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere

Cambiare la strategia di cooperazione in Africa

29 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 22
a cura di Piero Rizzo
L’articolo di questo mese, dal titolo “Take Africa seriously!”, è del periodico online International Politics and Society, del 30/8 u.s. E’ scritto da Robert Kappel, dell’Università di Lipsia, ed è focalizzato sugli interventi della Germania in Africa: come sono stati finora e come dovrebbero essere.
Nella prima parte viene descritto quello che non va fatto. Bisogna smettere i panni del buon Samaritano: la politica finora è consistita in aiuti e carità e la cosa è sempre meno accetta. La cooperazione con l’Africa deve essere una reale cooperazione tra uguali, come avviene con la Cina o con la Francia. L’atteggiamento di chi dice “noi sappiamo cosa è meglio, noi abbiamo le soluzioni” non funziona.
E’ indispensabile un cambio di paradigma, che prenda atto che lo sviluppo non può che venire dall’interno, o per dirla in altro modo: devono essere gli africani a decidere come vogliono andare avanti. La Germania dovrebbe imparare a perseguire una cooperazione tra paesi sovrani.
Nella seconda parte si fanno sei raccomandazioni:
1. la Germania deve continuare ad agire come una potenza civile ed entrare in una strategia di lungo termine di equa cooperazione con l’Africa.
2.. Bisogna sospendere gli Accordi di Partenariato Economico (APE) della UE. Gli APE garantiscono agli Stati firmatari l’accesso senza tariffe al mercato dell’UE, ma richiedono anche l’eliminazione delle tariffe sul lato africano. L’apertura dei mercati significa che le imprese africane e i piccoli agricoltori rischiano di essere ulteriormente emarginati dalle importazioni.
3. Ad oggi non è stata individuata alcuna coerente strategia per l’Africa. Questo si vede nei documenti di strategia, come il Marshall Plan with Africa (MPA) e il CWA (Compact with Africa). Tra l’altro essi hanno un diverso approccio al commercio. Il ministero tedesco delle finanze sostiene il libero commercio, mentre il ministero per la cooperazione e lo sviluppo, di Gerd Müller, sostiene il commercio equo; strategie non compatibili.
4. Considerando che il livello dell’agricoltura africana è incomparabile col livello europeo, bisogna creare le condizioni perché si possa realizzare il commercio equo.
5. Il contributo tedesco alla riduzione della povertà e dell’elevata disoccupazione giovanile è minimo. Ad esempio, tutti gli investimenti stranieri in Africa negli ultimi dieci anni hanno creato in media solo 100.000 nuovi posti di lavoro all’anno. E le circa 1000 aziende tedesche attualmente danno lavoro a circa 200 mila africani. Il lavoro per 20 milioni di persone all’anno dovrà essere creato quasi esclusivamente dalle imprese locali e dagli agricoltori. Il compito dei governi è di aiutare piuttosto che ostacolare l’imprenditoria locale.
6. La Germania dovrebbe intensificare la cooperazione tecnologica, lo scambio di studenti e la cooperazione con le università. Dovrebbe seguire l’esempio cinese che ha già accolto 70 mila studenti africani.
Brevi considerazioni.
Che il modello di sviluppo debba nascere dall’interno e non essere imposto dai paesi ad economia avanzata è stato sostenuto con forza dal Nobel per l’economia Angus Deaton, che addirittura si è spinto a dire che la caterva di aiuti erogati sono stati, non inutili, ma nocivi (anche perché hanno favorito il dilagare della corruzione).
Per il cambio di mentalità che ciò comporta, e che l’articolo auspica, temiamo ci sia ancora un lungo cammino da percorrere.
https://www.ips-journal.eu/regions/africa/article/show/take-africa-seriously-2949/?utm_source=taboola&utm_medium=referral

Il senso dei luoghi secondo Mimmo Lucano

22 Ott

L’intervista a Mimmo Lucano qui presentata è stata realizzata a Riace il 6 maggio 2011. Altre riprese e interviste sono state compiute a Riace e in paesi della Locride in anni successivi, all’interno di un progetto di ricerca sul senso dei luoghi, sulla memoria e sulla vita dei paesi abbandonati, sull’antropologia delle aree interne a rischio spopolamento, sugli abitanti che restano e resistono all’abbandono, sulle feste del ritorno tra le rovine o nei luoghi dell’abbandono, oltre che su pratiche economiche, sociali, culturali tese alla costruzione di nuove comunità. Continua a leggere

Lo strano caso degli intermediari del lavoro – II

15 Ott

di Cesare Grisi — Società, 15 ottobre 2018

Risultati immagini per Agenzie per il lavoroSe da una parte gli intermediari (Agenzie per il lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) gestiscono domanda e offerta, dall’altra è palese che i loro ‘datori di lavoro’ siano le aziende: traggono cioè sostanza dal comparto più in difficoltà, che si voleva aiutare. Continua a leggere

Lo strano caso degli intermediari del lavoro – I

8 Ott

di Cesare Grisi – Società, 8 ottobre 2018

Se il 71% della popolazione italiana non accede alla comprensione di un testo mediamente complesso (PIAAC, De Mauro, 2014), se il 59,5 % non legge nemmeno un libro all’anno, e se una famiglia su 10 non ha nemmeno un libro in casa: com’è possibile che l’editoria italiana pubblichi 129 milioni di copie di libri all’anno (Istat, 2017), più 3,8 milioni di copie di quotidiani? Chi li legge di nascosto 2,15 libri all’anno? Al posto di chi?
Paradossalmente, l’editoria si è slegata dallo sviluppo educativo della popolazione: le analisi dei dati di vendita (adulterate dai contributi pubblici o privati e da precise politiche commerciali) non hanno nessuna corrispondenza né con la realtà effettiva dei lettori né con gli effetti del consumo del prodotto-libro: non è vero che 60 milioni di cittadini leggono 130 milioni tra libri e giornali venduti, non è vero che tutto il pubblicato è letto, e non tutto il pubblicato è di un livello tale da concorrere allo sviluppo educativo della popolazione: anzi.
Non si tratta solo di annose antinomie come quantità/qualità, forma/sostanza, dato/realtà, economia/politica… ma di un problema di architettura sociale, a cui lavora tutto un sistema di forze il cui disegno finale nasconde un’ambiguità difficile da interpretare. Ma non impossibile.

Un uguale disallineamento tra dati di mercato e situazione reale – sicuramente in diretto rapporto di causalità con la scolarizzazione e il livello culturale iniziali – lo ritroviamo nel mercato del lavoro, in particolar modo negli intermediari del lavoro: un vero specchio distorto della realtà.
Con circa l’11% di disoccupazione generale (di cui il 33% giovanile e il 32% di inattivi) e solo il 58% della popolazione che lavora (Istat, dicembre 2017): come è potuto accadere che il primo datore di lavoro italiano fosse un’azienda di intermediazione e somministrazione del lavoro (Corriere della Sera, Repubblica, Avvenire, IlSole24Ore … 5-6 maggio 2016)? Per un confronto proporzionale: la popolazione tedesca che lavora è il 79,2%, e la rispettiva disoccupazione sotto il 4% (Eurostat 2017). In realtà, è solo stata diffusa dai media più accreditati, per vari motivi tutti interessati al clamore, la notizia di alcuni dati scempi, mancanti di contesto e senza alcuna interpretazione, che hanno fuorviato completamente dalla realtà. Decostruirò la situazione per capirla, poi la ricostruirò nel giusto verso: lo scenario reale apparirà profondamente diverso rispetto al quadro entusiasmante dato subito e per vero all’opinione pubblica.
La riforma Biagi ha di fatto introdotto gli intermediari del lavoro per «realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro» (legge 30/2002). Ma dal 2002, quando l’Italia aveva un tasso di occupazione già del 10% inferiore alla media UE, fino a questi ultimi anni post-2008, dove la forbice della disoccupazione è aumentata a causa della crisi, il fil rouge è rimasto inalterato e costante: il dato di fatto del mercato nazionale dell’occupazione è la mancanza di domanda (non c’è lavoro) che produce una ricaduta sull’offerta (aumenta la disoccupazione). Va da sé che manchi il requisito essenziale dell’intermediazione: il flusso tra domanda e offerta. Come può, allora, un intermediario essere il primo datore di lavoro se manca la materia prima delle intermediazioni, cioè il lavoro stesso?
La risposta è complessa, ma sicuramente: col concorso della politica e della sua attività normativa, la quale, con il Jobs Act, ad esempio, ha mostrato palesemente come si adulterano i dati del mercato del lavoro, e si fa apparire una crescita occupazionale al posto di una profonda crisi imprenditoriale. Mi riferisco, è solo un esempio e non voglio soffermarmici, ai contributi statali alle assunzioni a tempo indeterminato, che hanno portato le aziende a forzare la stipula di accordi (illegali) con dipendenti già assunti per esser ri-assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, previo licenziamento dai vecchi contratti tutelati dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori; e, sempre senza soffermarmici, ricordo che, terminato il budget dei contributi statali, le assunzioni sono fortemente calate, mentre sono aumentati i licenziamenti (non più tutelati) …
Il punto della questione è che gli intermediari del lavoro (Agenzie per il Lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) sono soggetti privati per legge, vere e proprie aziende che svolgono a tutti gli effetti attività di profitto. La loro nicchia è ritagliata in un’attività cruciale nel panorama dello sviluppo nazionale perché gestisce domanda e offerta di lavoro, e gli è consentito farlo a condizioni speciali rispetto a quanto la legge non consenta alle altre aziende (per esempio nell’iterazione dei contratti a tempo determinato), il che induce le aziende a servirsi dei loro ‘super-poteri’ per sgravarsi la responsabilità del rapporto personale col lavoratore: questa via preferenziale, insieme agli altri elementi che illustrerò, evidenzia chiaramente che il sistema, per funzionare, ha bisogno di un sistemico attore anti-sistema che regola il sistema e le regole, bypassando entrambi. È un loop sostanziale che gioca il suo strano illusionismo a scapito della collettività.
(La seconda parte uscirà lunedì 15)

La Scatola di latta: riscoprire la comunità attraverso la poesia, la memoria, la cultura locale 

24 Lug

Con questo articolo pubblicato su Labsus il 13/07/2018, a cura di di Claudia Ferrari, la redazione di Sviluppo Felice vi augura buone vacanze e vi informa che le pubblicazioni riprenderanno a settembre.

La Scatola di latta: le “invasioni dolci” che attraversano il Sud

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La storia che vi raccontiamo prende il via da una domanda: come contribuire allo sviluppo del proprio territorio all’indomani di una laurea in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo? A interrogarsi è Gianluca Palma, che si definisce il custode sociale di una scatola molto particolare, uno scrigno di beni comuni, raccolti come fiori con riguardo e cura, camminando per le vie dei paesi del sud della Puglia. Con uno statuto per la costituzione di un’Associazione di Promozione Sociale, scritto ma lasciato in un cassetto, la Scatola di latta è formata da un gruppo spontaneo di persone, che opera da tre anni principalmente sul territorio della provincia di Lecce, rivolgendo però lo sguardo a tutto il meridione.

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Minsky: salario sociale, disoccupazione e lo stato come datore di lavoro

2 Lug

Risultati immagini per salario socialedi Cédric Durand e Dany LangSocietà
La Grande Recessione del 2007 si è trasformata in Europa in disastro sociale. In Francia, la politica di Hollande comprendeva un rigore di bilancio senza precedenti (in 5 anni, tagli di 60 miliardi), la “golden rule” europea che limita il disavanzo strutturale allo 0,5% del PIL, l’offerta alle imprese 20 miliardi sotto forma di crediti di imposta e maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Un orientamento neoliberista. Continua a leggere

Un convegno su “Le migrazioni: occasione di sviluppo in Italia e in Africa”

26 Mar

Migranti e Sviluppo – Lavoro/Accoglienza n. 16 (marzo 2018)

Nel prossimo autunno (data probabile, 26-27 ottobre) Humanfirst – l’associazione che pubblica questo mensile insieme a Sviluppo Felice – sta programmando un convegno nazionale, da tenere a Lecce, dove saranno invitati a parlare i maggiori esperti italiani delle migrazioni attuali verso l’Italia, soprattutto docenti universitari, operatori Ong e rappresentanti di istituzioni. Continua a leggere