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Le voci che abbiamo in comune – Un glossario dell’amministrazione condivisa

19 Mar

Con grande piacere segnaliamo “Le voci che abbiamo in comune” pubblicato da Labsus (Laboratorio per la sussidierità) un Glossario dell’amministrazione condivisa, con 34 fra i termini più usati per parlare dell’amministrazione condivisa dei beni comuni.
 La  redazione di Labsus le ha chiamate Voci perché sono termini, lemmi, parole, ma anche perché danno suono a concetti astratti che ritengono fondamentali per rendere agibile e praticabile la loro idea di cittadinanza. Un’idea che è essenziale rivalutare per migliorare la qualità della vita in comune.

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Voci in comune

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Viesti e la “secessione dei ricchi”

4 Mar

di Cosimo Perrotta

Il breve libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, edito da Laterza nel gennaio scorso e distribuito, per ora, gratis online, è un’analisi sobria e precisa dei progetti di autonomia di Veneto, Lombardia e, in misura minore, Emilia e Romagna.

Questi progetti contrastano col riequilibrio delle differenze sociali che la Costituzione affida ai governi. Il Veneto voleva gestire nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva (p. 21). La Lombardia rivendica la metà del residuo fiscale (la differenza “tra quanto i cittadini lombardi pagano di tasse e quanto ricevono complessivamente dallo Stato”). Si tratterebbe di circa 27 miliardi (p. 22).

In realtà il residuo fiscale, nota Viesti, “è una stima, non un dato oggettivo” (p. 37). Esso risulta dalla sottrazione del gettito fiscale dalla spesa pubblica complessiva di cui beneficia un territorio. Ma questa spesa pubblica è difficile da calcolare, per le differenze fra il luogo in cui il reddito è prodotto e quello in cui avviene il prelievo fiscale.

Comunque, il bilancio del residuo fiscale è certamente negativo per Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Ma, osserva l’autore, rivendicarlo implica l’idea sbagliata che lo stato distribuisca risorse alle regioni. In realtà, alle regioni sono distribuite solo le risorse previste dall’art. 119.V della Costituzione, secondo cui lo Stato destina risorse aggiuntive per “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’esercizio effettivo della persona” e per interventi speciali sui territori in casi di particolari necessità. Queste spese hanno un peso molto limitato sul totale della spesa pubblica.

Viesti aggiunge che la destinazione frequente di queste risorse speciali al Sud compensa più o meno la minore spesa ordinaria in conto capitale che va al Sud stesso (p. 39). Per di più, come spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, queste spese speciali avvengono a favore degli individui, non dei territori, perché trasferiscono denaro dai redditi più alti a quelli più bassi.

Trattare in modo diverso individui che si trovano in situazioni uguali solo perché abitano in territori diversi significa discriminare alcuni cittadini a vantaggio di altri. Ma, una volta ammesso questo principio, dice l’autore, Milano potrebbe rivendicare il suo residuo fiscale rispetto alla Lombardia, un quartiere della città rispetto ad un altro, ecc. Un degrado autonomistico già condannato dalla Corte Costituzionale (p. 41-2).

In realtà questa rivendicazione nasconde il fatto che la spesa pubblica pro-capite è più bassa nel Mezzogiorno; non solo per il minor numero di pensionati ma per un finanziamento minore della maggior parte dei servizi pubblici. La spesa pubblica pro-capite per le politiche sociali nel 2015 era di circa 4.500 euro al Sud contro i 6mila del Centro-Nord. Lo stesso vale per le infrastrutture, la pubblica amministrazione, i trasporti, le attività produttive.

Infine, nota Viesti, la spesa pubblica erogata al Sud serve in parte ad importare beni e servizi dal Centro-Nord (p. 43). E potremmo aggiungere nel calcolo i giovani che si formano nelle scuole o università pubbliche del Sud per andare poi a lavorare al Nord.

L’elenco delle competenze rivendicate da queste tre Regioni è impressionante. Per il Veneto, ad esempio, esse vanno dalla ricerca scientifica (esiste una ricerca scientifica veneta?) ai rapporti internazionali e con la UE (della Repubblica di S. Marco?); dalle Sovrintendenze ai Beni culturali alla valutazione di impatto ambientale al controllo di gasdotti, oleodotti ed energia elettrica. Il Servizio sanitario nazionale viene praticamente sostituito da un Servizio regionale; il che farà aumentare le disuguaglianze, come denunzia l’Ordine dei Medici. Anche l’istruzione sarebbe organizzata in un servizio regionale che avrà alle sue dipendenze il personale della scuola e dell’università (p. 48-51). Verranno preferiti i docenti veneti? E per quale principio?

Tutto questo non ha niente a che vedere col problema – che pure esiste – della minore produttività del Sud. Il progetto autonomistico denota una mentalità angusta, che diffida persino della cultura e della ricerca esterne al proprio campanile; e denota anche un atteggiamento furbesco, che agisce di soppiatto.

Infatti, la ministra leghista ha firmato un accordo con le Regioni, mai divulgato e mai discusso in Parlamento, che le Camere dovranno votare senza avere la possibilità di modificarlo. In seguito, l’accordo non potrà essere modificato per dieci anni, né dal governo né dal Parlamento, senza l’assenso delle Regione interessata (1). Insomma è una secessione strisciante; ideata dopo che si rivelò impossibile la secessione alla Bossi, basata sui milioni di fucili padani (“otto milioni di baionette”?). Non direi quindi che – come afferma Prodi (2) – l’espressione di Viesti sia eccessiva. E’ un tentativo di “secessione dei ricchi”.
(1) Vedi anche Piero Ignazi su la Repubblica, 11/2/2019, p. 25.
(2) Il Messaggero, 3/3/2019, p. 20.

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

Risultati immagini per europa cina

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere

I due Nobel per l’economia 2018: ambiente e sviluppo tecnologico

12 Nov

di Piero Rizzo
Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato conferito a William Nordhaus, Univ. di Yale, “per aver integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, e a Paul Romer, Univ. di New York, “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica a lungo termine”.
Cambiamenti climatici
E’ emblematico il fatto che il Nobel a Nordhaus sia stato annunciato poche ore dopo l’ammonimento delle Nazioni Unite ai governi sulle catastrofiche conseguenze dell’aumento di temperatura; e due mesi dopo che il ministro dell’ambiente francese si è dimesso polemicamente perché il suo governo ha completamente ignorato gli accordi di Parigi. Questo ci fa capire che i risultati raggiunti sono sconfortanti.
Nordhaus è uno dei pionieri dell’economia ambientale. Già negli anni Settanta osservò che i modelli economici in vigore non tenevano conto dell’impatto del riscaldamento globale, ed elaborò nuovi strumenti per analizzarlo. Egli ha sviluppato uno schema che analizza i cambiamenti climatici in termini di analisi costi-benefici. Usa “modelli semplici ma dinamici e quantitativi”, ora chiamati modelli di valutazione integrata (IAMs)”. I suoi strumenti permettono di simulare come l’economia e il clima si evolverebbero in futuro in base a ipotesi di politiche alternative.
Tra i modelli, molto popolare è il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), sul rapporto tra economia e ciclo del carbonio. L’acronimo DICE (azzardo) suggerisce “che stiamo giocando d’azzardo con il futuro del nostro pianeta”. Nel modello si valutano i costi del cambiamento climatico, inclusi i cattivi raccolti e le alluvioni. Le sue valutazioni sono alla base del nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui pericoli dei cambiamenti climatici.
Secondo il comitato del premio, Nordhaus ha dimostrato che “il rimedio più efficace per i problemi causati dai gas serra è uno schema globale di tasse sul carbonio imposte universalmente”. Sulla crescita economica, Nordhaus ha dimostrato che le misure tradizionali sottovalutano i miglioramenti della qualità della vita.
Cambiamenti tecnologici
Nell’ultimo secolo l’economia globale è cresciuta a un ritmo notevole e abbastanza costante. Ma nell’arco della storia dell’umanità la crescita è progredita molto più lentamente e in maniera molto differenziata da paese a paese. Quali sono le cause delle differenze nella crescita?
All’inizio degli anni Ottanta, Romer iniziò a sviluppare la teoria della crescita endogena, secondo la quale i progressi tecnologici non derivano solo da cause esterne, esogene, come ipotizzavano i modelli economici di allora, ma sono anche incentivati da attività orientate al mercato. Romer è considerato il principale sostenitore dello sviluppo basato sull’offerta, come ricerca e sviluppo, innovazione e competenze. Questi fattori determinano la “crescita guidata dalle idee” (ideas-driven growth) che, a differenza dalla crescita guidata dall’accumulazione di capitale fisico (macchine o infrastrutture), soffre meno di rendimenti decrescenti: in altre parole può restare alta nel tempo.
Ciò però richiede interventi governativi, come i sussidi alla ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer consente di capire quali condizioni di mercato favoriscono la creazione di nuove idee per nuove tecnologie. Il suo lavoro aiuta a progettare istituzioni e politiche che potenzino lo sviluppo tecnologico.
Tali politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un paese ma a livello globale. Per esempio le leggi sui brevetti dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra la motivazione per creare nuove idee, dando alcuni diritti di monopolio agli inventori, e la capacità degli altri di usarle, limitando questi diritti nel tempo e nello spazio .
Le teorie di Romer sulla crescita endogena e i dibattiti generati dai suoi paragoni sulla crescita dei vari paesi (ad es. tra le due Coree) hanno acceso nuove ricerche empiriche. Ci sono state anche delle critiche. Un esempio per tutti è l’articolo “The Failure of Endogenous Growth” di Stephen L Parente, Univ. dell’Illinois.
Chiudiamo con le parole testuali (tradotte) della Royal Swedish Academy: “Gli interessanti lavori di ricerca di Paul Romer e William Nordhaus sono passi cruciali per affrontare le questioni centrali sul futuro dell’umanità. Non abbiamo ancora risposte conclusive a queste domande, ma i metodi dei vincitori sono stati fondamentali per consentire ai ricercatori attuali e futuri di migliorare la nostra comprensione del modo migliore per progredire verso una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2018/press-release/
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/popular-economicsciencesprize2018.pdf

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere

Cambiare la strategia di cooperazione in Africa

29 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 22
a cura di Piero Rizzo
L’articolo di questo mese, dal titolo “Take Africa seriously!”, è del periodico online International Politics and Society, del 30/8 u.s. E’ scritto da Robert Kappel, dell’Università di Lipsia, ed è focalizzato sugli interventi della Germania in Africa: come sono stati finora e come dovrebbero essere.
Nella prima parte viene descritto quello che non va fatto. Bisogna smettere i panni del buon Samaritano: la politica finora è consistita in aiuti e carità e la cosa è sempre meno accetta. La cooperazione con l’Africa deve essere una reale cooperazione tra uguali, come avviene con la Cina o con la Francia. L’atteggiamento di chi dice “noi sappiamo cosa è meglio, noi abbiamo le soluzioni” non funziona.
E’ indispensabile un cambio di paradigma, che prenda atto che lo sviluppo non può che venire dall’interno, o per dirla in altro modo: devono essere gli africani a decidere come vogliono andare avanti. La Germania dovrebbe imparare a perseguire una cooperazione tra paesi sovrani.
Nella seconda parte si fanno sei raccomandazioni:
1. la Germania deve continuare ad agire come una potenza civile ed entrare in una strategia di lungo termine di equa cooperazione con l’Africa.
2.. Bisogna sospendere gli Accordi di Partenariato Economico (APE) della UE. Gli APE garantiscono agli Stati firmatari l’accesso senza tariffe al mercato dell’UE, ma richiedono anche l’eliminazione delle tariffe sul lato africano. L’apertura dei mercati significa che le imprese africane e i piccoli agricoltori rischiano di essere ulteriormente emarginati dalle importazioni.
3. Ad oggi non è stata individuata alcuna coerente strategia per l’Africa. Questo si vede nei documenti di strategia, come il Marshall Plan with Africa (MPA) e il CWA (Compact with Africa). Tra l’altro essi hanno un diverso approccio al commercio. Il ministero tedesco delle finanze sostiene il libero commercio, mentre il ministero per la cooperazione e lo sviluppo, di Gerd Müller, sostiene il commercio equo; strategie non compatibili.
4. Considerando che il livello dell’agricoltura africana è incomparabile col livello europeo, bisogna creare le condizioni perché si possa realizzare il commercio equo.
5. Il contributo tedesco alla riduzione della povertà e dell’elevata disoccupazione giovanile è minimo. Ad esempio, tutti gli investimenti stranieri in Africa negli ultimi dieci anni hanno creato in media solo 100.000 nuovi posti di lavoro all’anno. E le circa 1000 aziende tedesche attualmente danno lavoro a circa 200 mila africani. Il lavoro per 20 milioni di persone all’anno dovrà essere creato quasi esclusivamente dalle imprese locali e dagli agricoltori. Il compito dei governi è di aiutare piuttosto che ostacolare l’imprenditoria locale.
6. La Germania dovrebbe intensificare la cooperazione tecnologica, lo scambio di studenti e la cooperazione con le università. Dovrebbe seguire l’esempio cinese che ha già accolto 70 mila studenti africani.
Brevi considerazioni.
Che il modello di sviluppo debba nascere dall’interno e non essere imposto dai paesi ad economia avanzata è stato sostenuto con forza dal Nobel per l’economia Angus Deaton, che addirittura si è spinto a dire che la caterva di aiuti erogati sono stati, non inutili, ma nocivi (anche perché hanno favorito il dilagare della corruzione).
Per il cambio di mentalità che ciò comporta, e che l’articolo auspica, temiamo ci sia ancora un lungo cammino da percorrere.
https://www.ips-journal.eu/regions/africa/article/show/take-africa-seriously-2949/?utm_source=taboola&utm_medium=referral

Il senso dei luoghi secondo Mimmo Lucano

22 Ott

L’intervista a Mimmo Lucano qui presentata è stata realizzata a Riace il 6 maggio 2011. Altre riprese e interviste sono state compiute a Riace e in paesi della Locride in anni successivi, all’interno di un progetto di ricerca sul senso dei luoghi, sulla memoria e sulla vita dei paesi abbandonati, sull’antropologia delle aree interne a rischio spopolamento, sugli abitanti che restano e resistono all’abbandono, sulle feste del ritorno tra le rovine o nei luoghi dell’abbandono, oltre che su pratiche economiche, sociali, culturali tese alla costruzione di nuove comunità. Continua a leggere

Lo strano caso degli intermediari del lavoro – II

15 Ott

di Cesare Grisi — Società, 15 ottobre 2018

Risultati immagini per Agenzie per il lavoroSe da una parte gli intermediari (Agenzie per il lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) gestiscono domanda e offerta, dall’altra è palese che i loro ‘datori di lavoro’ siano le aziende: traggono cioè sostanza dal comparto più in difficoltà, che si voleva aiutare. Continua a leggere

Lo strano caso degli intermediari del lavoro – I

8 Ott

di Cesare Grisi – Società, 8 ottobre 2018

Se il 71% della popolazione italiana non accede alla comprensione di un testo mediamente complesso (PIAAC, De Mauro, 2014), se il 59,5 % non legge nemmeno un libro all’anno, e se una famiglia su 10 non ha nemmeno un libro in casa: com’è possibile che l’editoria italiana pubblichi 129 milioni di copie di libri all’anno (Istat, 2017), più 3,8 milioni di copie di quotidiani? Chi li legge di nascosto 2,15 libri all’anno? Al posto di chi?
Paradossalmente, l’editoria si è slegata dallo sviluppo educativo della popolazione: le analisi dei dati di vendita (adulterate dai contributi pubblici o privati e da precise politiche commerciali) non hanno nessuna corrispondenza né con la realtà effettiva dei lettori né con gli effetti del consumo del prodotto-libro: non è vero che 60 milioni di cittadini leggono 130 milioni tra libri e giornali venduti, non è vero che tutto il pubblicato è letto, e non tutto il pubblicato è di un livello tale da concorrere allo sviluppo educativo della popolazione: anzi.
Non si tratta solo di annose antinomie come quantità/qualità, forma/sostanza, dato/realtà, economia/politica… ma di un problema di architettura sociale, a cui lavora tutto un sistema di forze il cui disegno finale nasconde un’ambiguità difficile da interpretare. Ma non impossibile.

Un uguale disallineamento tra dati di mercato e situazione reale – sicuramente in diretto rapporto di causalità con la scolarizzazione e il livello culturale iniziali – lo ritroviamo nel mercato del lavoro, in particolar modo negli intermediari del lavoro: un vero specchio distorto della realtà.
Con circa l’11% di disoccupazione generale (di cui il 33% giovanile e il 32% di inattivi) e solo il 58% della popolazione che lavora (Istat, dicembre 2017): come è potuto accadere che il primo datore di lavoro italiano fosse un’azienda di intermediazione e somministrazione del lavoro (Corriere della Sera, Repubblica, Avvenire, IlSole24Ore … 5-6 maggio 2016)? Per un confronto proporzionale: la popolazione tedesca che lavora è il 79,2%, e la rispettiva disoccupazione sotto il 4% (Eurostat 2017). In realtà, è solo stata diffusa dai media più accreditati, per vari motivi tutti interessati al clamore, la notizia di alcuni dati scempi, mancanti di contesto e senza alcuna interpretazione, che hanno fuorviato completamente dalla realtà. Decostruirò la situazione per capirla, poi la ricostruirò nel giusto verso: lo scenario reale apparirà profondamente diverso rispetto al quadro entusiasmante dato subito e per vero all’opinione pubblica.
La riforma Biagi ha di fatto introdotto gli intermediari del lavoro per «realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro» (legge 30/2002). Ma dal 2002, quando l’Italia aveva un tasso di occupazione già del 10% inferiore alla media UE, fino a questi ultimi anni post-2008, dove la forbice della disoccupazione è aumentata a causa della crisi, il fil rouge è rimasto inalterato e costante: il dato di fatto del mercato nazionale dell’occupazione è la mancanza di domanda (non c’è lavoro) che produce una ricaduta sull’offerta (aumenta la disoccupazione). Va da sé che manchi il requisito essenziale dell’intermediazione: il flusso tra domanda e offerta. Come può, allora, un intermediario essere il primo datore di lavoro se manca la materia prima delle intermediazioni, cioè il lavoro stesso?
La risposta è complessa, ma sicuramente: col concorso della politica e della sua attività normativa, la quale, con il Jobs Act, ad esempio, ha mostrato palesemente come si adulterano i dati del mercato del lavoro, e si fa apparire una crescita occupazionale al posto di una profonda crisi imprenditoriale. Mi riferisco, è solo un esempio e non voglio soffermarmici, ai contributi statali alle assunzioni a tempo indeterminato, che hanno portato le aziende a forzare la stipula di accordi (illegali) con dipendenti già assunti per esser ri-assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, previo licenziamento dai vecchi contratti tutelati dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori; e, sempre senza soffermarmici, ricordo che, terminato il budget dei contributi statali, le assunzioni sono fortemente calate, mentre sono aumentati i licenziamenti (non più tutelati) …
Il punto della questione è che gli intermediari del lavoro (Agenzie per il Lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) sono soggetti privati per legge, vere e proprie aziende che svolgono a tutti gli effetti attività di profitto. La loro nicchia è ritagliata in un’attività cruciale nel panorama dello sviluppo nazionale perché gestisce domanda e offerta di lavoro, e gli è consentito farlo a condizioni speciali rispetto a quanto la legge non consenta alle altre aziende (per esempio nell’iterazione dei contratti a tempo determinato), il che induce le aziende a servirsi dei loro ‘super-poteri’ per sgravarsi la responsabilità del rapporto personale col lavoratore: questa via preferenziale, insieme agli altri elementi che illustrerò, evidenzia chiaramente che il sistema, per funzionare, ha bisogno di un sistemico attore anti-sistema che regola il sistema e le regole, bypassando entrambi. È un loop sostanziale che gioca il suo strano illusionismo a scapito della collettività.
(La seconda parte uscirà lunedì 15)