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La “scuola per restare” fra Pisticci e San Mauro Forte (MT)

17 Feb

“del mio paese mi piace lo stare abbandonatamente nelle cose” – Alfonso Guida

Nelle giornate del 22 e 23 Febbraio, “Daìmon, A scuola per restare restare” attraversa la Basilicata in una serie di incontri nei paesi di Pisticci e San Mauro Forte in provincia di Matera.

“Daìmon: A scuola per restare”è una scuola itinerante che nasce in Salento, è multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Gli appuntamenti lucani coordinati da Gianluca Palma ( ideatore della scuola) e Luigi Vitelli ( cultural project designer) saranno declinati sul tema dello spopolamento dei territori fragili del Sud Italia e soprattutto sulle opportunità che tali luoghi esprimono a partire dal contributo delle comunità creative che li abitano. Continua a leggere

Fine dell’antropocentrismo?

3 Feb

di Cosimo Perrotta

In un articolo su Repubblica (23/1/2020, pp. 30-31), l’argentino Miguel Benasayag – definito filosofo, psicoanalista e sociologo (e, nei suoi numerosi libri, anche biologo) – afferma che il problema della sostenibilità ambientale mette in crisi il consumismo e decreta la fine dell’era dell’antropocentrismo. “L’illusione moderna che l’uomo sia al ‘centro del mondo’ ”, egli scrive, si basa sul concetto di individuo, che in Galileo, nel cogito cartesiano e nell’ “io puro kantiano” è basato sulla scissione fittizia dell’individuo dal proprio ambiente.

L’autore continua: “La divisione netta tra ragione e natura, rappresentante e rappresentato, soggetto e oggetto (…) ha posto le basi della conoscibilità ‘oggettiva’ e della “ ‘razionalità tecnica’ capace di dominare gli elementi circostanti”. Questa razionalità avrebbe condotto addirittura ai totalitarismi novecenteschi. Non solo: “i campi di concentramento mettono in mostra i rischi a cui una concezione di individuo ‘razionale’ può portare”. E aggiunge, “separare, quindi, il lato umano dall’ambiente è tanto sbagliato e rischioso quanto separare la ragione dal lato ‘irrazionale’, affettivo e pulsionale che guida le nostre azioni”.

Benasayag non è solo. Oggi molti rivendicano il primato dell’ambiente sull’uomo e vogliono ridurre l’uomo a un semplice elemento dell’ambiente. Tralasciamo il largo uso improprio di concetti e accostamenti, e andiamo al punto: è vero che l’antropocentrismo, la valorizzazione dell’individuo e la filosofia soggettiva dell’età moderna sono la causa dell’attuale consumismo e della distruzione dell’ambiente? Non è vero, e ciò per un semplice motivo: se si ignorano tutti i passaggi intermedi con le loro svolte e contraddizioni, si riduce l’analisi alla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (Hegel). E’ come dire che responsabili della distruzione dell’ambiente sono gli stoici o il cristianesimo (che responsabilizzano l’individuo), oppure Platone (che distingue la conoscenza soggettiva dalla realtà oggettiva). Questo non ha senso.

Venendo al merito, è vero che c’è un nesso fra antropocentrismo e capitalismo. Il primo – che nel Rinascimento chiamavano “dignità dell’uomo” – si oppone all’idea dell’uomo come ente subalterno. Il secondo esprime la ribellione prometeica all’immobilismo del mondo naturale. Ma è proprio a questi due fattori che dobbiamo la nostra civiltà.

Nel Cinquecento, quando il capitalismo decollò, l’attesa di vita media era intorno ai 30 anni; oggi è di 80 anni nei paesi sviluppati e di 70 nel mondo. I due grandi paesi non capitalistici, Cina e India, producevano da soli il 50% del prodotto mondiale; ma nel 1950 ne producevano il 9% perché la ricchezza prodotta dal capitalismo era aumentata enormemente. Nel 1872 la mortalità infantile (sotto i 5 anni) era in Italia del 44%, in Francia e Inghilterra del 25%; ma nel 1950 era scesa in Italia al 9%, e in Francia e Inghilterra rispettivamente al 5,7 e 3,7%. La malaria in Occidente è scomparsa da un secolo.

Negli ultimi decenni, grazie all’impegno dei paesi avanzati – attraverso le Nazioni Unite, le fondazioni e le Ong – ma anche della Cina, la mortalità infantile mondiale si è dimezzata (da quasi il 13% del 1990, a poco più del 6%). Dal 1990, 2,6 miliardi di persone in più hanno accesso all’acqua potabile. L’iscrizione di bambini e bambine alla scuola primaria è quasi universale. Nel Nord Africa e in Medio Oriente, mentre le persone di oltre 65 anni hanno un tasso di alfabetizzazione del 20%, fra i giovani di 15-24 anni quel tasso è fra il 90 e il 99%. Il vaiolo e la poliomielite sono quasi scomparsi (1).

Questo non significa affatto che il capitalismo abbia risolto tutto. Al contrario, esso ha perpetrato un numero enorme di genocidi nelle colonie e ha sfruttato in modo disumano miliardi di persone. Oggi il capitalismo sta estendendo la schiavitù nel mondo e fra gli immigrati; sta peggiorando la situazione dei paesi più poveri; sta distruggendo l’ambiente. Ma come faremo ad affrontare questi gravi problemi se chiudiamo l’unica fonte di ricchezza che abbiamo, cioè lo sviluppo economico? Prima del capitalismo c’erano solo società molto più povere e molto più oppressive.

Possiamo cercare di risolvere i problemi di oggi solo se, da una parte, potenziamo la ricerca di nuove fonti di energia, di nuovi materiali e di nuove tecniche per risparmiare risorse e dall’altra acceleriamo la transizione all’economia post-industriale, che si basa sulla produzione immateriale e sulla crescita del capitale umano. Non si tratta quindi di diminuire i nostri consumi, cosa che allargherebbe a dismisura la disoccupazione già dilagante. Si tratta di sostituire i consumi materiali in eccesso con i consumi che soddisfano i bisogni attualmente insoddisfatti, da quelli -materiali e immateriali – delle fasce povere a quelli immateriali della società del benessere.

(1) Questi dati sono presi da fonti Unesco, FAO, OCSE e Our World in Data, online.

Aperte le iscrizioni a “Daìmon: A scuola per restare”

23 Gen

Prende il via “Daìmon: A scuola per restare”: una scuola che non terminerà mai: itinerante, multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Praticheremo l’arte socratica della maieutica, ovvero impareremo a ‘partorire’, grazie agli stimoli – dote in senso lato- degli incontri, risposte, strumenti e soluzioni che ci appartengono ma che abbiamo disarmato.

Impareremo dunque a ri-scoprire i nostri luoghi madre, a stimolare e supportare gli enti pubblici e privati locali e internazionali; ci sensibilizzeremo alla cittadinanza attiva glocale; ci dis-educheremo all’abbandono e impareremo l’arte della cura: delle radici e dei fiori.

Da decenni l’Italia è vittima del calo demografico e dello spopolamento per abbandono volontario o forzato da parte dei suoi abitanti. Ma è in atto anche una migrazione interna che, come una bussola, è pressoché unidirezionale e riguarda uno spostamento massivo di cittadini dalle regioni del Sud a quelle del Nord Italia.

Interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma, mentre le città medio-grandi si apprestano a diventare metropoli prive di spazio vitale. 

È fondamentale preservare il patrimonio culturale e naturale dei piccoli centri, per tutelarne la produzione agricola, culturale ed enogastronomica: per tutelarne le connotazioni identitarie.

A partire da queste osservazioni, l’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato il concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo e propositivo, da praticare nella quotidianità: lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando e rigenerando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo, in piena armonia.

I paesi rappresentano una grande risorsa e una grande opportunità.

Non sono un residuato del passato o un’eredità di un “piccolo mondo antico” avulso dal presente. Anzi, i piccoli comuni possono essere un luogo dove si possono sperimentare politiche innovative dal punto di vista civico, sociale ed economico, dove si possono costruire nuove relazioni con i luoghi e le comunità, dove si può (e si deve) parlare di futuro.

Di sicuro il futuro dell’umanità sarà ancora costituito da cammini e spostamenti. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma indica la strada per costruire avamposti contro l’impoverimento culturale e per erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro – da offrire ai viandanti: indica la strada per creare rete, scambio di saperi, cor.rispondenze e quindi arricchimento.

Ed è proprio questo che la scuola chiede in luogo di una quota di partecipazione: un baratto in sapere, manufatti, tempo, ospitalità, prodotti o edificanti segreti per una restanza felice.

P.S. Abbiamo scelto di dare alla nostra scuola il nome Daìmon, dal lessico del sentire greco. Era lo spirito guida che accompagnava gli eroi greci a compiere il loro destino, a realizzare pienamente la loro individualità, il loro essere eccezione; nel caso di Antigone era Filía: Amore.

Daìmon era ed è il nostro demone: lo sguardo interiore che porta al riconoscimento; viatico e volano per la realizzazione della nostra pienezza. I segni di daìmon poi sono gli stessi che definiscono (con l’aggiunta di una congiunzione) la parola diaméno, che in greco classico significa restare.

Per cui (il nostro è anche un augurio): restiamo seguendo il nostro demone, nella piena realizzazione –anche civica- della nostra singolarità.

Ideatore della scuola: Gianluca Palma 

Gestione della scuola a cura de La scatola di latta

Stradario Poetico a cura di Elisabetta Donno

Progetto grafico a cura Valeria Puzzovio

Traduzioni a cura di Cristina Carla

Info: 3395920051 – scatoladilatta2014@gmail.com

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Link articolo tradotto in diverse lingue

“Possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove”

20 Gen

a cura di Piero Rizzo
L’ economia circolare era uno degli slogan martellanti che Grillo ha incominciato ad usare più di dieci anni fa e poi è stato ripetuto ad nauseam nei talk show. L’inquinamento da materie plastiche può essere superato solo se si promuove la transizione verso un’economia circolare (riutilizzo, riparazione e riciclo di materiali e prodotti) in alternativa all’attuale modello economico lineare (prendi-usa-getta). Sembra la scoperta dell’uovo di Colombo, ma ecco che arriva un articolo del Guardian, dal titolo: “La soluzione alla crisi dei rifiuti di plastica? Non è il riciclaggio”, col sommario: ” Non c’è modo di rendere gli attuali livelli di consumo “rispettosi dell’ambiente”.
L’articolo cita il magazine Scientific American: “Salvare la terra riciclando la plastica è come conficcare un chiodo per fermare un grattacielo cadente”. E ancora: “Incoraggiare gli individui a riciclare di più non risolverà mai il problema di una produzione massiccia di plastica monouso.
Di seguito riportiamo l’articolo in oggetto liberamente tradotto.
ll Lego Disney Frozen II Arendelle Castle Village presenta una principessa, animali, uccelli e mini bambole. È composto da 521 pezzi separati di plastica, è stato uno dei giocattoli di Natale più venduti e i fan del film su cui è basato trascorreranno diverse ore di gioco creativo con esso.
Ma quelle poche ore potrebbero essere le ultime in cui vengono usati questo e molti altri giocattoli. Migliaia di altri regali sono già stati accatastati in armadietti per buttarli via in un anno o due e fare spazio ad ancora più plastica. E poiché la maggior parte della plastica è quasi impossibile da riciclare, questi giocattoli dovranno probabilmente essere portati in discarica o bruciati negli inceneritori, avvelenando l’aria e dando un ulteriore contributo al riscaldamento globale.
Ma farebbe davvero molta differenza se tutte le 359 tonnellate di plastica che il mondo produce in un anno, fossero riciclabili? Il problema è il tipo di plastica o l’enorme quantità di rifiuti che non possiamo trattare? La domanda è sollevata dalla Green Alliance, il cui nuovo rapporto, pagato da alcuni dei più grandi riciclatori di plastica britannici, lamenta che le persone sono confuse su ciò che può essere riciclato o compostato. Le aziende, afferma il rapporto, vogliono usare meno plastica ma potrebbero aumentare il tasso di carbonio trasformando i loro imballaggi in vetro o cartone, che hanno i loro impatti ambientali.
Le aziende e i governi non vogliono affrontare il vero problema: la crescente quantità di plastica e altre cose che la gente compra, usa e butta via. Celebrità, “influencer” e società di pubbliche relazioni cercano di creare bisogni per cose che non sapevamo mai di volere e quindi ci condizionano per acquistare più di tutto. Bombardati dalla pubblicità, siamo persuasi che più noi facciamo shopping, più appaganti e soddisfacenti saranno le nostre vite.

Le industrie rispondono che alcuni tassi di riciclaggio stanno aumentando e che si stanno raggiungendo gli obiettivi, ma il fatto è che stiamo bruciando più combustibili fossili che mai per produrre e quindi smaltire cose che semplicemente non ci servono. Lo shopping è ora equiparato a divertimento e appagamento, le nostre festività pubbliche sono state trasformate in feste di acquisti, l’importanza delle strade è misurata in vendite e i manager delle catene di negozi perdono il posto se le persone non acquistano più cose nuove ogni anno. Il risultato è che ogni persona nel Regno Unito getta in media 400 kg di rifiuti all’anno e che i tassi di riciclaggio complessivi si sono arrestati. I supermercati che passano da un tipo di imballaggio a un altro possono impedire ad alcuni di finire in mare o essere bruciati, ma questo non è abbastanza.

Dobbiamo cambiare le abitudini dei consumatori e gli atteggiamenti nei confronti del consumismo. Il consumo può mai essere contenuto? Facilmente. Le cose possono essere progettate meglio per durare più a lungo; le catene alimentari e i produttori di giocattoli non devono produrre beni di scarsa qualità; i produttori possono utilizzare meno materie prime vergini; i rifiuti possono essere resi una risorsa; l’economia circolare può essere sviluppata. Le tasse possono rendere le società più responsabili; l’eccesso può essere scoraggiato nelle scuole e nelle case; le identità non devono essere basate su quanto acquistiamo.

Possiamo fare acquisti iper-locali, rendere più frequenti i negozi di seconda mano, coltivare più cibo noi stessi, diventare più autosufficienti. Ma soprattutto, possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove.
C’è anche una reale speranza. L’economia di seconda mano dei beni “prediletti” è maggiore in Gran Bretagna che in qualsiasi altro paese OCSE, con negozi di beneficenza e mercatino dell’usato che contabilizzano più di 700 milioni di sterline e rivitalizzano le strade principali. È l’antidoto alla cultura aziendale usa e getta e alle catene di negozi, che prendono denaro dalle comunità locali.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/14/plastic-waste-crisis-recycling-consumption-environmentally-friendly
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Commento redazionale. Sviluppo Felice si batte sin dalla nascita contro le critiche al consumismo che – come questo articolo – fanno di ogni erba un fascio e non distinguono fra beni ripetitivi, che non accrescono l’utilità del consumatore, e beni che soddisfano nuovi bisogni, dal verde pubblico ai trasporti efficienti, una scuola migliore, ecc. Bisogna, certamente, combattere i primi ma potenziare i secondi. Riprenderemo il tema il mese. prossimo.

I Nobel per l’economia 2019: come alleviare la povertà

11 Nov

di Piero Rizzo

Il premio Nobel per l’economia 2019 è stato conferito a tre accademici USA: Abhijit Banerjee
e Esther Duflo (del MIT) e Michael Kremer (Harvard) “per il loro approccio sperimentale per alleviare la povertà globale”.
Anche se negli ultimi decenni si sono fatti dei progressi, la povertà globale riguarda ancora oltre 700 milioni di persone. Cinque milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili. La grande maggioranza di bambini nei paesi a basso e medio reddito abbandona la scuola senza alfabetizzazione di base e capacità di calcolo.
“La ricerca condotta dai vincitori di quest’anno ha notevolmente migliorato la nostra capacità di combattere la povertà globale. In soli due decenni il loro nuovo approccio basato sugli esperimenti ha trasformato l’economia dello sviluppo “ ha dichiarato la Royal Swedish Academy.
Quest’anno, ed è una novità, il riconoscimento si basa sulla progettazione, attuazione e controllo di una serie di esperimenti condotti sul campo. Riportiamo alcuni dei risultati ottenuti con le ricerche dei Nobel.

Istruzione
Nei paesi a basso reddito i libri di testo sono scarsi e i bambini spesso vanno a scuola affamati. I risultati migliorerebbero se avessero accesso a più libri di testo? O sarebbe più efficace dare loro pasti scolastici gratuiti? Per rispondere a questo tipo di domande, a metà degli anni ’90, Michael Kremer e collaboratori hanno fatto ricerche nel Kenya occidentale rurale.
I primi esperimenti hanno dimostrato che né più libri di testo né pasti scolastici gratuiti incidono sull’apprendimento. Da esperimenti successivi è risultato che il problema principale non è la mancanza di risorse ma il fatto che l’insegnamento non corrisponde ai bisogni degli alunni.
Alla luce di questi risultati Banerjee, Duflo e collaboratori hanno studiato programmi di tutoraggio correttivo in due città indiane. A Mumbai e Vadodara alcuni assistenti didattici sostenevano i bambini con bisogni speciali. Le scuole sono state suddivise in modo casuale in diversi gruppi, consentendo ai ricercatori di misurare in modo credibile gli effetti degli assistenti didattici.
Il sostegno mirato agli alunni deboli ha avuto forti effetti positivi, anche a medio termine. Lo studio è stato l’inizio di un processo interattivo, in cui i nuovi risultati della ricerca sono andati di pari passo con programmi sempre più vasti per sostenere gli alunni. Tali programmi hanno ora raggiunto oltre 100.000 scuole indiane.
In altri esperimenti il focus è stato spostato sulla mancanza di incentivi e responsabilità per gli insegnanti, che crea un forte assenteismo. Per aumentarne la motivazione, gli insegnanti sono stati assunti con contratti a breve termine con la clausola di estenderne il periodo a chi avesse ottenuto risultati positivi. Gli alunni che avevano insegnanti con questo tipo di contratto conseguivano nei test risultati migliori, mentre la riduzione del numero di alunni per insegnante a tempo indeterminato non aveva effetti significativi.
Salute
Una questione importante è se le medicine e l’assistenza sanitaria debbano essere pagate e, in tal caso, quanto dovrebbero costare. Kremer ha condotto un’indagine per stabilire come il prezzo influenzi la domanda di pillole contro le infezioni parassitarie. Ha scoperto che il 75% dei genitori ha dato ai figli le pillole finché erano gratuite. Solo il 18% ha continuato quando è stato introdotto il costo di meno di un dollaro USA. Ulteriori esperimenti hanno portato alla stessa conclusione: i poveri sono molto sensibili ai prezzi se si tratta di investimenti nell’assistenza sanitaria preventiva.
La bassa qualità del servizio è un’altra spiegazione del perché le famiglie povere investano così poco in misure preventive. Ad esempio, il personale delle vaccinazioni è spesso assente dal lavoro. Banerjee e Duflo hanno indagato se le cliniche mobili di vaccinazione, col personale sempre sul posto, avrebbero risolto il problema. I tassi di vaccinazione sono triplicati, passando dal 6% al 18%. Il tasso aumenta ulteriormente al 39%, se le famiglie ricevono un sacco di lenticchie quando vaccinano i figli.
Credito
Esperimenti sul campo sono stati utilizzati per valutare l’efficacia dei microcrediti. Banerjee e Duflo hanno trovato che ad Hyderabad il microcredito aveva effetti positivi limitati sugli investimenti delle piccole imprese esistenti e nessun effetto sui consumi o su altri indicatori di sviluppo.
In chiusura, qualche considerazione. Per la cosiddetta cooperazione allo sviluppo i paesi sviluppati hanno erogato negli ultimi decenni 2 trilioni di dollari ai paesi poveri. Ma quella cifra include gli aiuti per gli armamenti, quelli per l’estrazione di minerali portati in Occidente, ecc. Secondo il Nobel per l’economia, Angus Deaton, questo fiume di danaro ha ritardato lo sviluppo, perché ha puntellato il potere degli autocrati di turno e ha favorito la corruzione. Ora che altri Nobel hanno tracciato il percorso, è auspicabile che si cambi registro .

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2019/summary/

https://www.nobelprize.org/uploads/2019/10/popular-economicsciencesprize2019-2.pdf

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

Le voci che abbiamo in comune – Un glossario dell’amministrazione condivisa

19 Mar

Con grande piacere segnaliamo “Le voci che abbiamo in comune” pubblicato da Labsus (Laboratorio per la sussidierità) un Glossario dell’amministrazione condivisa, con 34 fra i termini più usati per parlare dell’amministrazione condivisa dei beni comuni.
 La  redazione di Labsus le ha chiamate Voci perché sono termini, lemmi, parole, ma anche perché danno suono a concetti astratti che ritengono fondamentali per rendere agibile e praticabile la loro idea di cittadinanza. Un’idea che è essenziale rivalutare per migliorare la qualità della vita in comune.

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Voci in comune

Viesti e la “secessione dei ricchi”

4 Mar

di Cosimo Perrotta

Il breve libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, edito da Laterza nel gennaio scorso e distribuito, per ora, gratis online, è un’analisi sobria e precisa dei progetti di autonomia di Veneto, Lombardia e, in misura minore, Emilia e Romagna.

Questi progetti contrastano col riequilibrio delle differenze sociali che la Costituzione affida ai governi. Il Veneto voleva gestire nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva (p. 21). La Lombardia rivendica la metà del residuo fiscale (la differenza “tra quanto i cittadini lombardi pagano di tasse e quanto ricevono complessivamente dallo Stato”). Si tratterebbe di circa 27 miliardi (p. 22).

In realtà il residuo fiscale, nota Viesti, “è una stima, non un dato oggettivo” (p. 37). Esso risulta dalla sottrazione del gettito fiscale dalla spesa pubblica complessiva di cui beneficia un territorio. Ma questa spesa pubblica è difficile da calcolare, per le differenze fra il luogo in cui il reddito è prodotto e quello in cui avviene il prelievo fiscale.

Comunque, il bilancio del residuo fiscale è certamente negativo per Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Ma, osserva l’autore, rivendicarlo implica l’idea sbagliata che lo stato distribuisca risorse alle regioni. In realtà, alle regioni sono distribuite solo le risorse previste dall’art. 119.V della Costituzione, secondo cui lo Stato destina risorse aggiuntive per “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’esercizio effettivo della persona” e per interventi speciali sui territori in casi di particolari necessità. Queste spese hanno un peso molto limitato sul totale della spesa pubblica.

Viesti aggiunge che la destinazione frequente di queste risorse speciali al Sud compensa più o meno la minore spesa ordinaria in conto capitale che va al Sud stesso (p. 39). Per di più, come spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, queste spese speciali avvengono a favore degli individui, non dei territori, perché trasferiscono denaro dai redditi più alti a quelli più bassi.

Trattare in modo diverso individui che si trovano in situazioni uguali solo perché abitano in territori diversi significa discriminare alcuni cittadini a vantaggio di altri. Ma, una volta ammesso questo principio, dice l’autore, Milano potrebbe rivendicare il suo residuo fiscale rispetto alla Lombardia, un quartiere della città rispetto ad un altro, ecc. Un degrado autonomistico già condannato dalla Corte Costituzionale (p. 41-2).

In realtà questa rivendicazione nasconde il fatto che la spesa pubblica pro-capite è più bassa nel Mezzogiorno; non solo per il minor numero di pensionati ma per un finanziamento minore della maggior parte dei servizi pubblici. La spesa pubblica pro-capite per le politiche sociali nel 2015 era di circa 4.500 euro al Sud contro i 6mila del Centro-Nord. Lo stesso vale per le infrastrutture, la pubblica amministrazione, i trasporti, le attività produttive.

Infine, nota Viesti, la spesa pubblica erogata al Sud serve in parte ad importare beni e servizi dal Centro-Nord (p. 43). E potremmo aggiungere nel calcolo i giovani che si formano nelle scuole o università pubbliche del Sud per andare poi a lavorare al Nord.

L’elenco delle competenze rivendicate da queste tre Regioni è impressionante. Per il Veneto, ad esempio, esse vanno dalla ricerca scientifica (esiste una ricerca scientifica veneta?) ai rapporti internazionali e con la UE (della Repubblica di S. Marco?); dalle Sovrintendenze ai Beni culturali alla valutazione di impatto ambientale al controllo di gasdotti, oleodotti ed energia elettrica. Il Servizio sanitario nazionale viene praticamente sostituito da un Servizio regionale; il che farà aumentare le disuguaglianze, come denunzia l’Ordine dei Medici. Anche l’istruzione sarebbe organizzata in un servizio regionale che avrà alle sue dipendenze il personale della scuola e dell’università (p. 48-51). Verranno preferiti i docenti veneti? E per quale principio?

Tutto questo non ha niente a che vedere col problema – che pure esiste – della minore produttività del Sud. Il progetto autonomistico denota una mentalità angusta, che diffida persino della cultura e della ricerca esterne al proprio campanile; e denota anche un atteggiamento furbesco, che agisce di soppiatto.

Infatti, la ministra leghista ha firmato un accordo con le Regioni, mai divulgato e mai discusso in Parlamento, che le Camere dovranno votare senza avere la possibilità di modificarlo. In seguito, l’accordo non potrà essere modificato per dieci anni, né dal governo né dal Parlamento, senza l’assenso delle Regione interessata (1). Insomma è una secessione strisciante; ideata dopo che si rivelò impossibile la secessione alla Bossi, basata sui milioni di fucili padani (“otto milioni di baionette”?). Non direi quindi che – come afferma Prodi (2) – l’espressione di Viesti sia eccessiva. E’ un tentativo di “secessione dei ricchi”.
(1) Vedi anche Piero Ignazi su la Repubblica, 11/2/2019, p. 25.
(2) Il Messaggero, 3/3/2019, p. 20.

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.