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La Libia “porto sicuro”?

26 Feb

di Paolo Bonetti (brani estratti dal suo blog personale, 22 gennaio alle ore 18:17)

Migranti e Sviluppo n. 26

La questione in gioco da anni nel mare tra Italia e Libia richiama l’essenza stessa del diritto e dei diritti umani. … Ciò che sta accadendo è molto grave e molto semplice:
1) secondo la legge libica tuttora in vigore ogni straniero che entri o soggiorni irregolarmente in Libia è immediatamente arrestato e detenuto, ma oggi lo è a tempo indeterminato e senza processo
2) la Libia non riconosce il diritto di asilo a nessuno straniero, non ha una costituzione, né alcuna effettiva tutela dei diritti dell’uomo ed è uno dei pochi Stati al mondo che non ha neppure ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato;
3) dal 2011 è in corso in Libia un conflitto armato interno che non vede una fine sicura, sicché nessuno dei soggetti politico-istituzionali funzionanti in Libia, né l’Onu, né altri Stati riesce a controllare in modo stabile il territorio e a disarmare le tante milizie armate e bande di trafficanti;
4) in questo caos decine di migliaia di stranieri sono stati catturati , torturati o sequestrati a scopo di estorsione o sfruttati come lavoratori schiavi o prostitute. Il 95% delle donne migranti è violentato.
5) circa 6000 stranieri sono detenuti nelle carceri controllate ancora dal governo di Tripoli in condizioni che l’Onu tuttora afferma essere disumane e degradanti, mentre decine di migliaia sono detenuti in carceri segrete controllate dalle milizie armate che seviziano, violentano e torturano tutti per tentare di estorcere denaro alle famiglie degli stranieri nei Paesi di origine ….
6) il governo provvisorio di Tripoli ha ottenuto finanziamenti italiani ed europei per controllare il mare, ma non lo fa e riporta i pochi salvati nelle medesime strutture carcerarie che sono in condizioni inumane e degradanti
7) gli artt. 13, 14 e 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevedono che ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese, ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni e ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.
….

8) … Mentre finanziamenti italiani ed europei sono stati inviati al governo e alle milizie perché fermino le partenze verso l’Italia, il segretario generale ricorda che i responsabili di tali orrori sono proprio funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Alcuni di questi sono proprio i beneficiari degli “aiuti” materiali ed economici. … Secondo il segretario generale dell’ONU durante l’ultimo trimestre c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%).
……..
9) E’ dunque evidente perché da anni la Libia non può essere certo un porto sicuro per nessuno. Invece il diritto di sbarco in un porto sicuro pare essere in discussione in ogni singolo episodio di salvataggio, senza considerazione alcuna per le norme.
Infatti il diritto internazionale del mare (Convenzione Sar sulla ricerca e il soccorso in mare ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione Solas sulla salvaguardia della vita umana in mare ratificata dall’Italia nel 1980 e la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, ratificata nel 1994, tra le altre) prevede che ogni Stato e, quindi, anche le autorità italiane, abbiano l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a che tutte le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro.
…….

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“L’unica grande questione paneuropea”

25 Feb

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 26
Per questo numero abbiamo selezionato un brillante articolo del sito web Politico Europe dal titolo: “Non lasciate la migrazione ai populisti. I politici tradizionali devono sostenere l’immigrazione legale nell’UE per lavoro”. Da esso si evince che i partiti tradizionali stanno trascurando l’unica grande questione paneuropea. Al momento, secondo i leader tradizionali, la crisi migratoria è irrilevante e si cerca di ignorala, mentre i populisti creeranno una pretestuosa crisi migranti ogni settimana fino alle elezioni, perché il tornaconto elettorale che ne deriva è molto elevato .
Di seguito vengono riportati degli stralci liberamente tradotti e alla fine qualche breve considerazione.
Se i leader dei partiti tradizionali europei non faranno propria la questione migrazione, lo faranno i populisti del continente. Purtroppo, questo è esattamente quello che sta succedendo. Bloccatisi a riformare le politiche disorganiche dell’UE in materia di asilo, la maggior parte dei leader centristi tradizionali sta trascurando l’unico grande problema in vista delle elezioni del Parlamento di maggio.
Quelli che parlano di migrazione sono portati a mostrarsi duri, come Salvini, Orban o Marine Le Pen. C’è un solo vincitore in questo gioco, dal momento che le elezioni europee attraggono gli elettori di protesta decisi a dare un calcio all’establishment, mentre i moderati apatici tendono a rimanere a casa. Per ora, la principale narrativa promossa dai politici tradizionali è che la crisi migratoria è finita: andare avanti, niente da vedere qui.
Per quanto statisticamente giustificato questo comportamento è politicamente poco convincente. Rifiutando di occuparsi di una questione che preoccupa profondamente gli elettori, i leader europei stanno permettendo ai populisti di impostare la campagna sulla difesa dell’ ”Europa cristiana” e contro una presunta “invasione islamica”.
Per riprendere il controllo della narrativa, i leader tradizionali come Macron devono presentare una politica chiara che combini un migliore controllo delle frontiere e un più rapido trattamento delle richieste di asilo, cui deve far seguito un sistema che consenta di offrire ai migranti legali formazione e lavoro. A tale scopo si possono prendere come guida le migliori prassi che sono quelle vigenti in paesi come la Danimarca i Paesi Bassi e la Svizzera.
Brevi considerazioni
Anche in quest’articolo viene ripetuto come un mantra che lo sviluppo di canali legali per il reclutamento in Africa sia fondamentale per la gestione a lungo termine dell’asilo e dell’immigrazione, in considerazione del declino demografico in Europa e della carenza di forza lavoro, qualificata e non. Cosa senz’altro vera. Ma altrettanto vero è che al presente questa prospettiva è da annoverare nel libro dei sogni. Questo, non solo perché secondo i paesi del gruppo di Visegrád i migranti metterebbero in pericolo “l’identità cristiana”, ma anche perché nei paesi come il nostro provocherebbe una violenta reazione specialmente da parte di chi non ha una casa o un lavoro. La via maestra riteniamo sia la cooperazione per lo sviluppo soprattutto con i paesi sub-sahariani, ma anche in questo campo l’ottimismo non abbonda.
In conclusione, c’è il rischio che per lungo tempo l’immigrazione in Europa sia caotica e inumana e che il Mediterraneo continui ad essere il cimitero di tanti.
https://www.politico.eu/article/migration-populism-mainstream-leaders-need-to-stand-up/

I migranti naufraghi e la scuola di Pordenone

28 Gen

racconto, senza titolo, di Enrico Galiano, insegnante e scrittore
(postato/segnalato da Susanna Arcangeli, Wilma D’Amato, Donato Giannuzzi, Enzo Fischetti)

Migranti e Sviluppo n. 25
“Ieri ho detto ai ragazzi: “Domani venite a scuola con una bottiglietta d’acqua vuota”.
Sui loro volti, lampante che neanche le insegne di Las Vegas, la domanda “E che cavolo si inventerà stavolta il prof?”
“Lo vedrete domani”.
Oggi sono entrato in classe. Con un secchio.
Ho detto ai ragazzi di sedersi in cerchio. Ho dato a ciascuno di loro un piccolo foglio di carta.
Gli ho detto: “Adesso pensate alla persona a cui volete più bene al mondo. Poi disegnate un omino stilizzato e vicino ci scrivete il suo nome”
“Ma io posso scriverne due?”
“Certo, anche tre se vuoi!”
E dopo ho chiesto loro di riempire la bottiglietta, di versarla nel secchio e di tornare a sedersi.
L’idea me l’ha data un libro: Ammare, di Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamburini. Perché domenica è la Giornata della Memoria, e sinceramente a me di parlare solo di Shoah non mi va più.
Perché per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po’ miopi. Ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi.
Davanti ai loro occhi ho fatto una grande barca di carta, e gli ho detto di metterci ciascuno il proprio foglietto sopra. Poi ho appoggiato la barca sulla superficie dell’acqua. Infine ho iniziato a far vacillare il secchio, fino a che la barchetta non si è ribaltata, facendo cadere giù tutti i foglietti. Tutti quei nomi, quegli omini, giù in fondo al secchio.
C’era chi aveva messo il papà, chi la migliore amica, chi il cuginetto di un anno.
Si è creato un silenzio incredibile. Più di un minuto senza che nessuno fiatasse. E se qualcuno sa come sono i ragazzi di terza media, sa che avere un minuto di totale spontaneo silenzio è quasi un miracolo.
C’erano anche degli occhi lucidi. Oltre ai miei, dico.
E allora ho raccontato loro del naufragio del 18 aprile 2015, in cui nel Canale di Sicilia sono morte più di mille persone, tante quasi come nel Titanic. La loro barca, un peschereccio fatiscente che di persone ne poteva contenere al massimo duecento. 
E ho raccontato loro di una di quelle: un bambino più piccolo di loro, originario del Mali, che è stato ritrovato con la pagella cucita sulla giacca.
“Secondo voi perché un bambino dovrebbe salire su una barca così?”
“Per far vedere che aveva studiato!”
“Per dire a tutti che era bravo a scuola!”
E poi un ragazzino macedone, di fianco a me, a bassa voce ha detto:
“Forse per far vedere che non era cattivo, come molti pensano di tutti quelli che arrivano”.
La campanella è suonata. Anche per non appesantire troppo il momento, ho detto loro di mettere a posto tutto, di andare a ricreazione. Sono usciti, e piano piano hanno ricominciato a parlare, a chiedersi la merenda, le solite cose.
Sono rimasto solo a sistemare la mia roba.
Poi è successa una cosa.
A un certo punto sento dei passi dietro di me.
Tre ragazze.
“Scusi prof”
“Sì?”
“Noi vorremmo…”
“Voi vorreste…?”
La più coraggiosa delle tre prende il coraggio e dice tutto in un fiato:
“Possiamo tirare fuori quei fogli da lì?”.
Ci siamo chinati, li abbiamo tirati su uno per uno, insieme. 
E intanto io le guardavo, e dentro di me pensavo che finché tre ragazze decidono di saltare la ricreazione per tirare su dal fondo di un secchio dei fogli di carta, c’è ancora motivo per credere in un mondo diverso”.
(dalla pagina Facebook di Humanfirst)

Il secondo Olocausto

21 Gen

documento di HumanfirstMigranti e Sviluppo n. 25 (gennaio 2019)
Venerdì scorso 117 migranti sono annegati per omesso soccorso al largo della Libia (dai giornali del 20 gennaio). Torna di nuovo l’angoscia per queste continue stragi, che si potrebbero evitare. Non sono – come afferma il ministro dell’interno – dovute alle Ong, che incoraggerebbero gli imbarchi. Le stesse Ong hanno già risposto che, senza la loro presenza, le morti in mare sarebbero ancora maggiori; e che i migranti partono comunque, spinti dalla disperazione e dalla paura della violenza.

E’ vero ciò che ormai dicono in molti, è un secondo olocausto. Naturalmente, ci sono enormi differenze con il genocidio nazista degli ebrei, l’abiezione dell’uomo. Ma c’è un elemento comune: l’indifferenza dei governi e di gran parte dell’opinione pubblica italiana ed europea per questa strage degli innocenti che va avanti da decenni.

Non si saprà mai quanti sono i morti annegati nel Mediterraneo. Due anni fa un articolo  parlava di 30mila morti negli ultimi 15 anni (1). Ma già negli anni Ottanta filtravano mezze notizie sul ritrovamento in mare, da parte dei pescatori, di corpi umani. Lo stesso articolo dice che il 60 % di questi annegati rimane senza nome. I loro nomi non interessano nella civile Europa.

La sciagurata politica del governo, non solo priva l’Italia di un apporto lavorativo che solo gli immigrati possono dare, e che è sempre più necessario e urgente, ma sta facendo aumentare i morti in mare, con percentuali che superano il 10% degli imbarcati. E’ la politica dei porti chiusi, dei mille ostacoli posti alle Ong, del fingere di non sentire gli appelli disperati che arrivano dai gommoni via radio o cellulare, del lugubre rimpallo di responsabilità fra Malta, Italia, Europa e Libia.

Con in più il tragico errore di incaricare dei soccorsi la Libia, porto franco dei trafficanti di uomini, di scafisti, ricattatori e torturatori di ogni tipo. Molti migranti hanno detto: “Meglio la morte che tornare in Libia”. In realtà, noi non paghiamo la Libia perché salvi i migranti ma perché ce li tolga da sotto gli occhi quando muoiono. Ogni tanto l’Europa si commuove, per poche ore. Per qualche donna o bambino che capita da morto sotto l’obbiettivo. Ma poi tutto finisce lì.

Il Corriere della Sera del 18 gennaio ha ripreso una notizia del libro di Cristina Cattaneo, medico legale che sta esaminando i resti dei naufraghi (2). Fra questi c’è un ragazzo migrante, di circa 14 anni, morto nel naufragio del 18 aprile 2015, dove annegarono – si stima – circa mille persone. Egli, da morto, non ha potuto avere nemmeno un nome.

Il ragazzo aveva cucita nei vestiti – come fanno spesso i migranti per le cose più care – la pagella scolastica con i voti conseguiti. Probabilmente era desideroso di entrare in una società, quella europea, dove normalmente non si è schiacciati dalla miseria o dalla violenza; una società che esamina e premia il merito, e accoglie chi desidera migliorarsi. Voleva mostrare che anche lui meritava di stare in quella società – abbellita dai suoi desideri – e voleva continuare a studiare e poi lavorare, per dare il suo contributo.

Non cercava la pacchia e non era un terrorista. La sua colpa era di disturbare tanti italiani ed europei, impegnati a farsi selfie e a scegliere le scarpe all’ultima moda. Come i “vu cumprà” delle spiagge, che “disturbano” i bagnanti.

“Dobbiamo pensare prima agli italiani poveri”, dichiara il governo. In realtà i poveri in Italia sono accresciuti dalle politiche miopi, che incoraggiano la stagnazione negando gli investimenti pubblici e respingendo i lavoratori migranti. Di fatto, questo governo non pensa agli italiani poveri; quello è solo un pretesto per respingere gli immigrati.

Humanfirst  21/1/2019

(1) Marco Sarti, art. su Linkiesta online del 17/3/2017.

(2) Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, R. Cortina ed., 2018.

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.

Enough – Quando si perde il self control

17 Dic

Moments of lost self-control.

3 documenti nell’anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo

11 Dic

Migranti e Sviluppo n. 24, dicembre 2018

Ieri, 10 dicembre, è stato il 70° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1948. In questa occasione, sono usciti 3 documenti molto importanti e pochissimo commentati dai media.

1° documento. La Conferenza intergovernativa delle Nazioni Unite ha approvato ieri per acclamazione a Marrakech il cosiddetto Globale Compact sulle Migrazioni, che verrà poi approvato formalmente dall’Assemblea ONU il 19 dic. prossimo. 164 nazioni (su 193 stati membri dell’ONU) hanno votato a favore. Fra questi non ci sono gli Stati Uniti di Trump, i paesi di Visegrad, Israele, Bulgaria, Svizzera e naturalmente l’Italia di Salvini (Conte, a settembre, aveva aderito).

Eppure il documento, come ha precisato il Segretario generale ONU, Guterres, non ha mandati operativi e non vincola i paesi firmatari. Si limita a definire l’enorme numero di morti, fra coloro che tentano di emigrare, “una vergogna collettiva” (60 mila negli ultimi anni).
2° documento. Thomas Piketty ha lanciato un appello per una “Unione Europea sovrana e più giusta”. Vi si chiede di cominciare a realizzare il proposito del Trattato di Roma, del lontano 1957, di “armonizzare le condizioni di vita e di lavoro” con un apposito fondo per la democratizzazione, votato da una nuova Assemblea. Il fondo dovrebbe essere finanziato da 4 imposte: sugli utili delle grandi imprese; sui redditi superiori ai 200mila euro l’anno; sui patrimoni che superano il milione di euro; sulle emissioni di CO2 (almeno 30 euro per tonnellata).

Il Fondo deve servire a finanziare la ricerca, l’università e la formazione; a finanziare l’accoglienza e l’integrazione dei migranti; a ridurre le attuali imposte regressive su salari e consumi. Bisogna ridurre le disuguaglianze all’interno dei diversi paesi e investire nei giovani. La regola attuale dell’UE dell’unanimità fiscale – nota Piketty – blocca qualsiasi imposta europea e sostiene l’evasione dei ricchi. Al documento si può aderire su http://www.tdem.eu
3° documento (da Repubblica, 11 dic.). L’associazione “Carta di Roma”, con l’Osservatorio di Pavia, pubblica il sesto rapporto: “Notizie di chiusura”, aggiornato al 31 ottobre scorso. Esaminando i maggiori giornali e canali TV nazionali, si vede che – rispetto al 2015 – le notizie (in genere positive) sull’accoglienza sono passate dal 54 al 17%. Nelle TV le notizie sugli arrivi e sulla criminalità occupano il 70% dei titoli. Così – commentiamo noi – non si riflette la realtà, ma si (dis)educa all’intolleranza, compiacendo il governo.

Il decreto della discordia

11 Dic

Migranti e Sviluppo n. 24, dicembre 2018
di Oliviero Forti (Responsabile Politiche Migratorie e Protezione Internaz., Caritas Italiana)

Perché contestarlo?
Con riferimento alle ultime disposizioni in materia di sicurezza e immigrazione, queste appaiono illegittime già nella scelta dello strumento …, in quanto il decreto legge si giustifica solamente nel “caso straordinario di necessità e urgenza”… Considerata la sensibile diminuzione degli ingressi in Italia, non si ravvisano elementi di particolare urgenza …
Protezione umanitaria
Attualmente la legge prevede che la questura, in caso di non riconoscimento della protezione internazionale, conceda al richiedente un permesso di soggiorno per motivi umanitari qualora si rilevino “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, oppure nel caso di persone che fuggano da emergenze come conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in paesi non appartenenti all’Unione europea. La protezione umanitaria può essere riconosciuta anche a cittadini stranieri che non è possibile espellere perché potrebbero essere oggetto di persecuzione o in caso siano vittime di sfruttamento lavorativo o di tratta. Con il decreto Salvini questo tipo di permesso di soggiorno non potrà più essere concesso dalle questure e dalle commissioni territoriali, né dai tribunali in seguito a un ricorso per un diniego.
La conseguenza … sarà un aumento dell’irregolarità sui territori con inevitabile conseguenze anche in termini di sicurezza. Il decreto Salvini cerca di attenuare questa previsione introducendo i cosiddetti permessi speciali per meriti civili, per cure mediche, o in caso di calamità naturale nel paese d’origine. … Una casistica … che non produrrà effetti … tra coloro che cercano di raggiungere l’Europa, fuggendo … da aree dove sono presenti conflitti armati.
Sui Centri di detenzione … ha previsto… l’allungamento della permanenza nei CPR fino a 180 giorni… La misura è totalmente inefficace: i migranti non riescono comunque a essere rimpatriati e l’allungamento dei tempi nei centri fa lievitare i costi per lo stato.
Giustizia
Il decreto stabilisce la sospensione dell’esame della domanda di protezione internazionale nel caso in cui il richiedente venga sottoposto a un procedimento penale per reati che, in caso di condanna definitiva, possano comportare il “diniego della protezione internazionale”. L’incertezza sul fatto che tali esclusioni saranno rese … rilevanti anche prima di una condanna definitiva, … violerebbe il principio della presunzione di innocenza di cui all’art. 27 della Costituzione.
Il ridimensionamento del programma SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), costituito da centri molto piccoli e posto sotto l’egida dei Comuni: se fino a oggi era destinato anche all’accoglienza dei richiedenti asilo, in base al decreto, sarà limitato a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Tutti gli altri, la maggioranza, andranno nei centri governativi ovvero nei Cara. Questa scelta penalizzerà molto i territori e la qualità dell’accoglienza in quanto predilige le strutture di grandi dimensioni che in genere sono elemento di preoccupazione e paura diffusa.

Sanità
Il decreto sicurezza … stabilisce “l’esclusione dell’iscrizione al servizio sanitario nazionale a tutti i titolari di un permesso per casi speciali”. Nei fatti questo comporterà che solo i rifugiati e i protetti sussidiari potranno avere accesso alle cure del SSN. Centinaia di migliaia di persone rimarranno escluse… e potranno accedere solo alle cure STP (straniero temporaneamente presente). Da un lato, … si abbassano le garanzie dei migranti e dall’altro si aumenta il rischio per la salute pubblica.
Infine, viene stabilito che il permesso di soggiorno per richiesta di asilo costituirà documento di riconoscimento ma non  titolo per l’iscrizione anagrafica. Ciò comporterà un impedimento totale a qualsiasi servizio pubblico collegato alla residenza.
(Da Mosaico di Pace, di Pax Christi, novembre 2018 – estratti)

I migranti regolari espulsi dai centri di accoglienza per via del decreto sicurezza

10 Dic

Migranti e Sviluppo n. 24, dicembre 2018

Per un’interpretazione restrittiva della legge voluta da Salvini, centinaia di persone con un regolare permesso di soggiorno sono state costrette a lasciare le strutture dove vivevano
Il punto principale del decreto è la cancellazione dei permessi di soggiorno umanitari… La protezione umanitaria… durava per due anni e dava accesso al lavoro, alle prestazioni sociali e all’edilizia popolare. Spesso era richiesta da persone in evidente condizione di vulnerabilità… Negli ultimi anni è stata la forma di protezione più diffusa in Italia ed è prevista e utilizzata in diversi altri paesi europei.
Da qualche settimana, le commissioni territoriali … non possono più emettere permessi di soggiorno umanitari. Alle circa 39mila persone a cui è stato garantito fra 2017 e 2018 verrà quasi certamente consegnato un decreto di espulsione, a meno che nel frattempo siano riusciti a ottenere un lavoro regolare e quindi a ottenere un permesso di soggiorno “vero” (eventualità assai remota). Di conseguenza, nei giorni scorsi il Ministero dell’Interno ha dato mandato di cessare i percorsi di accoglienza che riguardano le persone che possiedono il permesso di soggiorno umanitario e sono ospiti delle strutture statali, cioè i CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) e i CAS (Centro di accoglienza straordinario). L’idea è che non ha senso continuare a spendere dei soldi per persone che a breve dovrebbero essere espulse dal territorio italiano.
Il problema è che queste persone non verranno espulse – quasi nessuno viene espulso, in Italia: da anni mancano le risorse e gli accordi internazionali per farlo – ma diventeranno semplicemente irregolari… Diventeranno un problema di ordine pubblico per le amministrazioni locali, visto che quasi sicuramente finiranno per strada (rischiando di alimentare timori e tensioni da parte della popolazione locale).
Negli ultimi giorni sono trapelate le indicazioni ricevute dai centri di accoglienza un po’ in tutta Italia da parte delle prefetture locali, che a loro volta quasi certamente le hanno ricevute dal Ministero dell’Interno. A Potenza, in Basilicata, la prefettura ha stabilito che i «titolari di protezione umanitaria» dovranno «essere invitati a lasciare codeste strutture», cioè i CAS della provincia.
Anche a Crotone, in Calabria, la prefettura ha emanato un provvedimento simile. Due giorni fa sono iniziate le espulsione di circa 200 persone in possesso del permesso di soggiorno umanitario che vivevano nel CARA di Isola di Capo Rizzuto (Crotone), il più grande d’Italia. Le prime 24 persone sono state espulse dal centro venerdì 30 novembre: fra di loro, scrive Il Giornale, c’era «una famigliola con una bimba di appena cinque mesi, nata a Crotone nel maggio scorso, una donna incinta, tre donne vittime di tratta, due ragazzi con problemi psichiatrici, accompagnati fuori dal cancello dagli uomini delle forze dell’ordine e lasciati all’ingresso con i loro bagagli».

Avvenire segnala che circa 50 persone sono state espulse dal CARA di Mineo, in provincia di Catania, mentre decine di altre sono state lasciate fuori dai CAS in provincia di Caserta. Repubblica ha raccolto la storia di Yasmine, una donna nigeriana di 25 anni arrivata dalla Libia con una bambina piccola, che vive in un CAS della Basilicata dopo essere riuscita a uscire da un giro di prostituzione. Anche lei è stata inclusa nella lista di persone che dovranno lasciare il centro: «Come faccio? Dove vado con la bambina? Non ho nessuno, ho paura che mi ritrovino e mi facciano del male o che uccidano la mia famiglia in Nigeria», ha raccontato. Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali di Milano, ha stimato che per effetto del decreto sicurezza nei prossimi mesi a Milano ci saranno 900 senzatetto in più.

… Gli SPRAR… saranno riservati solo alle persone che avranno già ottenuto una forma di protezione (oggi sono aperti anche ai richiedenti asilo). Sembra che il decreto non sia retroattivo: di conseguenza i richiedenti asilo e i titolari di una protezione umanitaria che al momento vivono in uno SPRAR rimarranno ospiti fino alla fine del progetto individuale, che può durare uno o due anni.
A meno che venga modificato, però, il decreto causerà probabilmente altri problemi fra il 2019 e il 2020: il Corriere della Sera stima per esempio che fra le 844 persone ospiti dei centri SPRAR di Bologna, 394 sono richiedenti asilo – che quindi verranno lasciati fuori, se la loro richiesta non avrà ricevuto risposta – e circa 120 hanno un permesso di soggiorno umanitario.
(da Il Post, domenica 2 dicembre 2018 – estratti)

“Dovrete espellere anche noi”

10 Dic

Migranti e Sviluppo n. 24, dicembre 2018

Dedichiamo questo numero  ai documenti critici del Decreto “Sicurezza”. Oltre ai tre documenti pubblicati, diamo qui il link per alcuni articoli dl Il fatto quotidiano, L’Avvenire, ecc.
Se ci mandate altri documenti o articoli, preferibilmente con link, li segnaleremo volentieri

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/05/migranti-il-papa-scrive-a-don-biancalani-grande-vicinanza-a-vicofaro-esempio-di-accoglienza-preoccupato-per-situazione/4815664/

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/12/06/dl-sicurezza-padre-zanotelli-lancia-un-appello-online-e-una-legge-che-trasuda-la-barbarie-leghista-e-incostituzionale/4816194/

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/caos-accoglienza-scoppia-il-caso-mineo

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https://www.avvenire.it/attualita/pagine/decreto-sicurezza-a-centinaia-in-strada?fbclid=IwAR01TpXmBkPQVTPdQhfqCtl3suhNpEu7Npq2YXx4qt3DpLmsf71ZtSSjfmM

 

COMUNICATO STAMPA SUL DECRETO SICUREZZA DELLE FAMIGLIE ACCOGLIENTI dei RAGAZZI RIFUGIATI

Come famiglie che hanno un ragazzo africano o asiatico, con loro siamo indignate e offese dal fatto che il governo abbia posto la fiducia sul Decreto n. 113/2018, bugiardamente definito “Decreto sicurezza” quando in realtà aumenterà il numero di migranti in situazione irregolare e creerà maggiore insicurezza nelle nostre città.
Si tratta di un decreto che non avrebbe mai dovuto nascere, poiché non esisteva alcun motivo di “urgenza” per regolare una materia complessa e variegata com’è l’immigrazione: si tratta di un vizio di legittimità costituzionale che non viene sanato dalla conversione in legge attraverso i voti della Camera e del Senato. Inoltre il decreto è palesemente incostituzionale perché disomogeneo al suo interno, senza parlare della violazione degli obblighi internazionali dell’Italia e dell’articolo 10 della Costituzione, dovuta all’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Queste ragioni sono state ignorate dai 336 deputati che hanno votato “sì” alla fiducia ieri, un voto che non aveva altra ragione se non quella di impedire un dibattito parlamentare dal quale sarebbero emerse le crepe all’interno della maggioranza, all’interno della quale è stato effettuato uno scambio tra temi che interessavano il Movimento 5 stelle (la riforma della prescrizione) e materie che interessavano alla Lega (il decreto 113/2018). Uno scandaloso mercimonio su misure che ledono i fondamentali diritti delle persone.
Come famiglie accoglienti vi vogliamo dire solo questo: la nostra battaglia non finisce qui. Non metterete in pericolo la vita e la felicità di ragazzi che parlano italiano, lavorano, studiano, vogliono vivere e amare nel nostro paese. Questo decreto è ignobile e noi lo combatteremo in tutte le sedi, dalla Corte Costituzionale fino alla Corte Europea di Strasburgo.
Se vorrete cacciare questi preziosi giovani dovrete farlo espellendo anche noi.

Famiglie Accoglienti di Bologna
famiglie.accoglienti.bologna@gmail.com

con Diego Rufillo Passini, Stefania Andreotti,  Giovanni Sean Panettiere,  Sara Forni, Marina Amaduzzi, Alessandro Alvisi, Ilaria Venturi, Francesca Paron, Dina Galli Piet

(firme raccolte al 3 dicembre u.s.)