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Avviso pausa estiva

18 Lug

Le pubblicazioni riprenderanno il 9 settembre. Buone vacanze da Sviluppo Felice.

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“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)

L’isola di Samo, prigione dei rifugiati e vergogna dell’Europa

27 Mag

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 29
a cura di Piero Rizzo

Quest’anno la ricorrenza del terzo anniversario (20 marzo) dell’accordo UE-Turchia, per la gestione dei migranti sulla rotta balcanica, è passata un po’ in sordina. Eppure i drammi umani che ne sono derivati sono tutt’altro che irrilevanti. Ha scritto “The Nation”, uno dei più antichi settimanali statunitensi: “Samo rappresenta la crudeltà di un accordo tra Unione Europea e Turchia che ha lasciato circa 75mila richiedenti asilo in un limbo”. Concetto non meno severo è stato espresso dal “Guardian”: “Ciò che ha fatto [l’accordo] è condannare migliaia di persone a una vita di paura e limbo, l’esatto contrario dei valori che l’UE dice di custodire. In realtà è una macchia duratura sulla coscienza dell’Europa da parte di politici che a parole sostengono i valori universali incarnati dall’Acropoli”.

Riportiamo degli stralci liberamente tradotti dell’articolo di “The Nation” del 23 apr. u.s. il cui titolo è: “L’isola greca che divenne una prigione a cielo aperto per i rifugiati”.

Se l’obiettivo principale dell’operazione era quello di scoraggiare i richiedenti asilo dall’attraversare il mare, la strategia inizialmente sembrava funzionare: il numero di nuovi arrivi è inizialmente diminuito. Ma già nell’estate del 2018, stava di nuovo incominciando a salire. A partire dal 14 aprile di quest’anno, 9.233 richiedenti asilo sono sbarcati in Grecia, 1.444 a Samo, e molti altri dovrebbero arrivare quando il clima migliorerà.

Gli effetti dell’accordo sono particolarmente visibili nelle isole del Mar Egeo settentrionale come Samo, perché, essendo così vicine alla Turchia, attirano il maggior numero di rifugiati. Prima, le persone che arrivavano venivano trasferite sulla terraferma o in Europa in pochi giorni o settimane. Adesso, molti sono costretti ad aspettare sulle isole mesi o anche anni, perché nell’accordo si stabilisce che non possono lasciare le isole prima che la domanda di asilo sia stata accettata o meno.

La vita nel campo di Samo è stata sempre terribile, ma dopo l’accordo è peggiorata costantemente. L’estate scorsa, mentre la temperature saliva a 38°C, l’acqua scorreva solo per due ore al giorno, tutti i bagni erano rotti e il campo puzzava di fogna. In inverno, c’erano giorni in cui finiva il cibo, alcuni container erano così affollati che la gente dormiva sul pavimento, mentre forti piogge e venti si abbattevano sulle tende e i pochi effetti personali andavano giù per la collina in un fiume di fango. Le condizioni sono diventate così terrificanti che alla vigilia del terzo anniversario, Oxfam e altre 24 ONG hanno inviato una lettera ai leader dell’UE dicendo che l’accordo ha portato a politiche e pratiche in Grecia “miopi, insostenibili, inefficaci e pericolose.”

Per quanto preoccupanti, il razzismo, la mancanza di sicurezza e le pessime condizioni non sono tuttavia il problema più grande. Il vero problema è non sapere quando e se verrà concesso l’asilo e il permesso di lasciare l’isola, o se si sarà rimandati in Turchia, da dove si potrebbe addirittura essere riportati nel paese da cui si è fuggiti.

“Tutto ciò che facciamo è aspettare e tormentarci. Non possiamo fare piani, non abbiamo alcun controllo sul nostro futuro “, ha detto Zainab. “Vogliamo solo vivere una vita normale qui, non una vita lussuosa, solo una vita sicura. Vogliamo essere utili. Ma qui non possiamo fare niente per nessuno, nemmeno per noi stessi. ”

Chiudiamo con il sottotitolo dell’articolo del Guardian citato all’inizio. Secondo Amnesty, affermare che il trattato sulla migrazione ha avuto successo significa negare la realtà, data la terribile situazione delle persone intrappolate nelle isole greche.
https://www.thenation.com/article/samos-greece-refugee-hell/
https://www.theguardian.com/world/2019/mar/20/activists-project-refugees-welcome-on-acropolis-to-show-crisis-not-over

La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

La tradizione umanitaria in Francia

23 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 28

L’articolo selezionato per questo numero è preso dall’Independent ed ha come titolo: “La Francia respinge i migranti alla frontiera, ma un sindaco si rifiuta”.
Il sindaco di Bayonne offre un alloggio dignitoso ai migranti africani che arrivano in Francia attraverso il confine spagnolo, incurante delle direttive del governo che gli rimprovera di creare un “fattore di attrazione” per altri migranti e un’altra Calais.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.

Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, una città a 22 miglia dal confine, ritiene che quel che sta facendo sia una necessità e un obbligo umanitario.
Dal momento che l’Italia ha quasi completamente chiuso i suoi confini ai migranti e la Francia ha cercato di chiudere il confine a quelli provenienti dall’Italia, la Spagna è diventata la principale porta d’ingresso in Europa per chi proviene dall’Africa, con oltre 57.000 arrivati l’anno scorso.
Molti ora arrivano in Francia e transitano per Bayonne.
Ma ciò che Etchegaray considera una posizione ragionevole lo ha messo in guerra con il governo del presidente Emmanuel Macron, diventando un caso di studio nella gestione della crisi migratoria europea da parte della prima linea.

Egli non vuole che questi giovani, prevalentemente provenienti da paesi dell’Africa occidentale di lingua francese come la Guinea, il Mali e la Costa d’Avorio, si aggirino per sempre nella sua città. Inoltre non vuole che si accampino per le sue strade. Ma vuole che i migranti vivano, mentre sono nella sua città, in una “condizione di dignità”.
“Non penso di poter fare di meno”, dice.

“Ho visto che le frontiere si stavano chiudendo e, per quanto mi riguarda, ci sono alcuni diritti fondamentali che non possono essere calpestati”, dice Etchegaray, evocando l’eredità di Bayonne come rifugio per gli ebrei in fuga dall’Inquisizione spagnola e come luogo di nascita del grande giurista ebreo René Cassin, che ha contribuito alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’atteggiamento dello stato francese nei confronti del sindaco illustra bene le ambiguità di Macron in materia di migrazione. Da un lato, esalta le tradizioni umanitarie della Francia e chiede alla polizia di trattare i migranti di conseguenza. Dall’altro, il suo governo rifiuta l’ammissione alle navi migranti, mette sotto processo i difensori dei loro diritti e si vanta del numero di stranieri espulsi o respinti alle frontiere.

Gli italiani hanno accusato i francesi di ipocrisia con rabbia, ed Etchegaray ha usato la stessa parola. “Il prefetto ha detto: ‘No, no, no, no, no, no!'”, ricorda Maïté Etcheverry, una giovane volontaria che gestisce il centro di accoglienza a Bayonne.
Ma il sindaco continua a distribuire coperte, si interessa della salute dei migranti e paga per il centro stornando i soldi dal budget del comune.

Brevi considerazioni:

un altro “Mimmo Lucano” e l’inveterata ipocrisia del governo francese. Un déjà vu.
Fa un certo effetto che nella “Patria dei diritti dell’Uomo” diventi un caso il comportamento di un sindaco che mostra di avere un’anima. “Lo stato non vuole saperlo, ma io devo saperlo. E questa è un’emergenza”. Sicuramente ci sono altri “sindaci di Bayonne”, ma in questa fase storica preferiscono non esporsi molto. Episodi di intolleranza verso chi ha offerto ospitalità ai migranti sono all’ordine del giorno. Purtroppo per scopi di bassa politica il non problema dei migranti è diventato l’unica questione paneuropea. Le leggi anti-migranti della Danimarca considerata la “nazione più felice” del mondo fanno venire l’orticaria.

https://www.independent.co.uk/news/world/france-migrants-jean-rene-etchegaray-emmanuel-macron-immigration-emigration-bayonne-a8784936.html

Le pubblicazioni riprenderanno lunedì 6 maggio

Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

La transizione europea dell’energia deve portare alla giustizia sociale

8 Apr

di Kristian Krieger, Marie Delair e Pierre Jean Coulon (1) – da Social Europe, online, 17 genn. 2019

Il dibattito su energia e clima è oggi dominato dall’urgenza e dall’ambizione di fare di più. Il Panel intergovernativo delle NU sul clima (ottobre 2018) parla dell’impatto dell’aumento di temperatura di 1,5 gradi sui livelli pre-industriali. Dopo il negoziato sul clima in Polonia a dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato il progetto di energia senza carbonio entro il 2050.

Questa non è soltanto una sfida tecnologica. C’è un senso di ingiustizia fiscale riguardo alla transizione energetica, come provano i gilet gialli e le resistenze alle pale eoliche in mare. Ogni grande trasformazione distribuisce rischi e benefici in modo ineguale fra regioni. …

C’è ad esempio la povertà energetica, dove alcuni non si possono permettere i servizi di cui hanno bisogno (riscaldamento, luce, aria condizionata, ecc.). Si calcola che sia il 10% della popolazione UE. I progressi sono stati lenti. … Solo pochi stati hanno introdotto definizioni legali della povertà energetica.
Ma la società civile oggi si pone come esponente principale che accresce la consapevolezza. Il Comitato europeo economico e sociale, che rappresenta la società civile, nel 2001 diffuse un parere che sottolineava il rischio di povertà energetica; e nel 2013 ha raccomandato un Fondo di solidarietà energetica e un Osservatorio su questo problema. Nel 2016 ha diffuso un  Clean Energy Package (dossier sull’economia pulita) con altre proposte. …
Alcuni commentatori sono preoccupati che i costi della transizione verso un sistema a basso consumo di carbonio possa colpire gli utenti più vulnerabili. I costi delle energie rinnovabili sono calati fortemente negli ultimi 10 anni e sono ora competitivi con l’energia basata sul carbonio. Ma la transizione deve esser vista come un’occasione per alleviare la povertà. Le regioni deboli e rurali, o le famiglie deboli possono avere notevoli benefici dalla trasformazione energetica.
I sistemi periferici di energia rinnovabile possono dare energia, prodotta in loco, più economica e dare reddito attraverso la sua produzione. In questo quadro, la società civile locale diventa un attore centrale. I governi locali possono finanziare la produzione in loco di energia, semplificare le procedure amministrative, fare campagne di informazione e di addestramento, per favorire l’accesso delle famiglie povere al mercato energetico. Bisogna curare le piccole istallazioni di energia rinnovabile, possedute a livello locale, che generano benefici sociali. Anche perché la Commissione prevede che la partecipazione alle grandi pale eoliche in mare aumenti in futuro.
Si prevede che l’energia nucleare fornirà energia a basso consumo di carbonio nella strategia europea del 2050. Ma anche su questo punto, in cui si contrappongono ambientalisti, preoccupati per la sicurezza, e operatori, la dimensione regionale e sociale può essere importante. Come per tutte le grandi istallazioni industriali, le centrali atomiche hanno una vita limitata. Con 130 reattori operativi oggi in UE, l’Europa ha il problema dei futuri smantellamenti. Le centrali atomiche, spesso situate lontane dalle aree molto popolate, dominano l’economia del posto e determinano il mercato locale del lavoro. Una volta che il processo di smantellamento inizia l’economia locale può subire contraccolpi negativi.
Un caso del genere è la centrale Ignalina in Lituania. Essa ha portato nuova attività economica in una remota regione vicina alla Bielorussia. La città vicina di Visaginas ha 30mila abitanti, l’80% dei quali dipende dalla centrale e dal suo indotto. Lo smantellamento, anche se creasse nuovi posti di lavoro, ne farebbe perdere molti di più. Quindi è molto importante che lo smantellamento tenga conto di queste implicazioni.
Molte iniziative recenti della UE mostrano la crescente dimensione sociale della politica energetica, dalla piattaforma sulle regioni carbonifere in transizione all’osservatorio sulla povertà energetica. Tuttavia le sfide sociali si trovano dappertutto e hanno aspetti diversi. Controllarle è cruciale ora che la transizione energetica diventa più ambiziosa e urgente.
Ignorare le preoccupazioni sociali e non tenere conto dei danni renderebbe più esacerbato il sentimento di abbandono e di non essere ascoltati dai politici; quel sentimento che ha incoraggiato le sfide populiste alla UE e ai governi nazionali. Invece, una transizione energetica che offre aiuto e opportunità di proprietà delle forniture energetiche e che assista quelli che rimangono indietro può riconciliare i cittadini con le loro comunità e caratterizzare le trasformazioni (2).

(1) Gli autori lavorano nel Comitato economico e sociale dell’UE.
(2) La redazione condivide il contenuto sociale dell’articolo, ma non l’idea che la produzione atomica di energia sia una produzione come le altre. Quella produzione, invece, oltre ad essere economicamente disastrosa, è devastante sul piano ambientale e aggrava, non risolve, l’inquinamento dell’ambiente.