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Capitalismo informatico e scienza

1 Giu


di Luigi Guerrieri 1 giugno 2020
Il capitalismo informatizzato ha un passato radioso davanti a sé: il medioevo è già tra noi. Archiviata “la grande trasformazione” (Polanyi) del secolo scorso, il capitalismo del XXI secolo non succhia più il surplus solo dal lavoro, ma dalle intere esistenze di ognuno di noi. Non è più solo la fabbrica il luogo dello sfruttamento e dell’alienazione ma tutta la società; il mondo intero è diventato un’immensa fabbrica vampirizzata.
Distrutti i polmoni di Gaia e sfiguratone il volto, ora il capitalismo globale, approfittando di governi complici, usa come clava le nuovissime tecnologie elettroniche, automatizza i nostri comportamenti futuri come fossero cosa sua, colonizza con il nostro stesso consenso la nostra vita in ogni suo aspetto, fino alla sfera intima degli affetti. Visti i precedenti, che cosa significhi questo, non solo in termini ecologici, ma anche umani e democratici, lo stiamo scoprendo con sgomento giorno dopo giorno.
Mentre la nostra società è lacerata da scandalose disuguaglianze e s’impone con urgenza un radicale cambiamento di paradigma, sottomettere la nostra libertà alla funzionalità della rete è stato tutt’uno con l’accettare i diktat della grande macchina informatizzata, che suonano così: seguire, essere fedeli, ubbidire ai protocolli. Abbiamo interiorizzato “il modello Singapore” (1) e lo “spirito Toyota” (2) e li abbiamo nascosti negli anfratti più nascosti delle nostre coscienze, fino a farne una nostra seconda natura. Non siamo più servi per costrizione, ma per nostra stessa scelta.
L’interazione fra fisica classica e capitalismo è andata avanti per quattro secoli. Il quel periodo la meccanica, sintesi felice di geometria e matematica applicate ai fenomeni del movimento, era il modello scientifico da seguire. Politica, economia, etica e filosofia ne furono profondamente influenzate. Nell’Europa delle grandi conquiste scientifiche e coloniali, umanesimo, illuminismo e positivismo hanno accompagnato questa cavalcata trionfante. Nel corso del tempo la definizione dell’economia come meccanica dell’utilità e dell’egoismo è stata ripetuta con tanta insistenza che è diventato un assioma indiscusso della nostra civiltà.
La seconda rivoluzione scientifica fra ‘800 e ‘900 non ha cambiato questa inerzia epistemologica: l’economia è rimasta legata al culto del numero e alla dittatura della dimensione, ricevuti in eredità dalla fisica classica. Oggi, voliamo senza avere le ali, vediamo l’invisibile, abbracciamo l’universo, ma lottiamo ossessionati dall’infinito su una navicella finita. L’economia non tiene ancora conto di questa semplice verità.
La fisica classica era un inganno. Descriveva in modo impreciso solo una piccola parte di ciò che accade in natura, cioè i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi. L’economia è rimasta ferma a quel modello di scienza. Ma “la realtà non è come ci appare” (3). Radiazioni, magnetismo, elettricità, luce, calore, l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo sfuggono all’occhio umano, sono probabilistici, contro-intuitivi, negano l’evidenza, sono “strani” (4). Nonostante molti capitoli dell’economia facciano parte del mondo che non vediamo, noi continuiamo a trattarli come se fossimo in grado di capirli e di dominarli. Ma oggi noi sappiamo che l’economia, nella sua interazione con l’ecosistema terrestre, non appartiene alla meccanica classica, bensì alla meccanica quantistica, alla chimica, alla biologia, alla fisica relativistica e alla termodinamica.
Il nostro errore è qui. Non abbiamo ancora saputo aggiornare l’economia alla scienza contemporanea, che è qualitativamente diversa dalla scienza classica. Pretendiamo di trattare il nuovo con strumenti vecchi. Nella sete insaziabile di profitto del capitale, nella dittatura del denaro, nei nostri miti del “di più”, del “più grande” e “dell’oltre” sono da ricercare le cause dei danni alla catena della vita, degli eventi estremi, dei cambiamenti climatici e di tutto ciò che ne consegue, salti di specie e pandemie comprese. Tutto è estremamente complesso. Gli economisti standard sono rimasti legati alla fisica classica e alle sue illusioni: la natura come oggetto, l’uomo come centro, il dominio come fine.
Mentre il capitalismo senza regole ha già modellato il mondo a sua immagine e pirateggia indisturbato negli oceani del web, il cadavere del vecchio contratto sociale tiene per i piedi il nuovo secolo, riducendo a nuova servitù il lavoro, fino a minacciare la nuda vita e i diritti. Abbiamo bisogno di esploratori coraggiosi capaci di mappare le terre incognite verso le quali ci sta trascinando il neo-liberismo selvaggio. Ma spetta a noi il compito di costruire un futuro possibile: adesso.

(1) Vedi Danilo Zolo, Da cittadini a sudditi, Ed. Punto Rosso, Milano, 2007.
(2) V. Taiichi Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 2004 (1978).
(3) E’ il titolo del libro di Carlo Rovelli, Raffaello Cortina, Milano 2014.
(4) Richard P. Feynman, QED. La strana teoria della luce e della materia, Adelphi, Milano, 1989.

Le due fonti della ricchezza

25 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 2)

di Cosimo Perrotta

Qualche giorno fa si è spento l’editore Piero Manni, uomo di grandi risorse umane e di grande cuore. Lo ricordo ai lettori con tanta stima e affetto.

Le fonti principali della ricchezza sono due, non una sola. Una è l’investimento privato per profitto, l’altra si basa sul capitale sociale e il capitale umano. Il capitale sociale è dato dalle relazioni tra persone e gruppi; riguarda il senso civico, lo spirito di appartenenza, il costume, la solidarietà. Il capitale umano invece consiste nella qualità ed efficienza dei produttori, e dipende dalla loro istruzione e qualificazione. I due campi sono collegati dal tessuto di abitudini, norme, cultura amministrativa e organizzativa propri di ciascun tipo di lavoro o di associazione.

Tanto migliori sono quei due fattori, che sono governati dallo stato, tanto maggiori sono la domanda di beni e la produttività sociale. Lo stato, quindi, lungi dall’essere un peso economico, è indispensabile per creare profitto (1). Ad esempio, l’istruzione e la salute pubbliche sono essenziali per questo.

Nella storia lo stato ha anche costruito infrastrutture, ha protetto i beni comuni, ha creato tutti i servizi fondamentali. In Europa, nel sec. XVI, gli stati avviarono la pubblica amministrazione, l’apparato giudiziario, i trasporti, la protezione dei commerci, la gestione delle carestie. Nel sec. XVII estesero l’occupazione (con le workhouses), organizzarono il soccorso ai poveri e la lotta alle epidemie. Nel Sette-Ottocento avviarono l’istruzione pubblica, l’edilizia popolare, la sanità pubblica, l’urbanistica. Infine nel Novecento, il welfare state realizzò l’istruzione media obbligatoria, il servizio sanitario universale e gratuito, le pensioni obbligatorie, la protezione delle fasce deboli, ecc.

Non c’è fase di grande sviluppo economico nelle nazioni che non sia stata sostenuta dallo stato. Gli interventi detti sopra sono stati enormi investimenti che, da una parte, hanno creato direttamente ricchezza sociale e dall’altra hanno permesso o accresciuto la produzione di ricchezza in forma di profitto. La produzione della ricchezza sociale quindi deriva da un flusso di molteplici attività – pubbliche, private, semi-pubbliche, volontarie – nessuna delle quali potrebbe esistere senza le altre. Come diceva Alvin Hansen, nessun settore è autosufficiente, neanche quello privato. Chi lo pensa ragiona come i fisiocratici, che credevano che l’agricoltura mantenesse la manifattura (che sarebbe improduttiva). In realtà, ogni settore dipende dalle spese degli altri settori (2).

Ma non tutte le attività sono produttive, cioè utili alla società, nemmeno tutte quelle che danno profitto. In ogni settore si possono annidare attività inutili che, invece di produrre ricchezza, la consumano; nel lavoro pubblico ma anche nell’azienda che dà profitto all’imprenditore ma danneggia l’ambiente oppure viene assistita dallo stato.

Detto questo, la collaborazione fra stato e profitto può seguire due direzioni opposte. Può estendere l’occupazione e proteggere il livello dei salari. In tal modo, lo stato accresce la produttività, il capitale umano e i ceti medi. Crescono quindi sia la ricchezza sociale che il profitto.

Oppure lo stato può essere al servizio del profitto privato, e allora estende la povertà. Ad esempio, l’economia delle grandi piantagioni sin dall’età moderna ha creato una ristretta élite di benestanti che controlla lo stato ed è circondata da un mare di miseria. In America Latina questa situazione è tuttora diffusa. In questi casi i profitti sono altissimi ma non ci sono occasioni di investimento a causa della povertà della società. Perciò i capitali vanno all’estero per essere investiti o, più spesso, diventano rendite parassitarie.

Oggi in Occidente il neoliberismo ha avviato un processo simile. Ha imposto agli stati tasse regressive, tolleranza per l’evasione e i paradisi fiscali, protezione dei privilegi corporativi. Ne è nata una plutocrazia mondiale rapace che ha creato milioni di lavoratori precari (i rider, i call-center, le false partite Iva, il lavoro a cottimo, i voucher) e milioni di schiavi o semi-schiavi (i raccoglitori di frutta in Occidente, gli immigrati nel Golfo arabo, i bambini schiavi che lavorano per le multinazionali in Asia e Africa).

Questa via, non solo danneggia i ceti non protetti, ma nel lungo periodo danneggia il profitto stesso, perché essicca le fonti dell’aumento di produttività e dell’aumento di consumo, cioè lo stato e i salari alti (3). Allora il profitto, non trovando impiego produttivo, si trasforma in rendita. Oggi la pandemia ha aggravato molto questa situazione, e ci costringe a scegliere: o proseguiamo verso il degrado, come in America Latina, o accettiamo il primato dell’interesse pubblico e avviamo un nuovo sviluppo, come nel welfare state.

(1) V. Mariana Mazzucato, The Value of Everything, Penguin- Allen Lane, 2018, cap. 3 e 8.

(2) Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, Allen & Unwin, 1941, pp. 144-52.

(3) C. Perrotta, Is Capitalism still Progressive?, Palgrave, 2020, cap. III.2.

La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Liberarsi del neoliberismo

11 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 1)
di Cosimo Perrotta

La pandemia sta mettendo a nudo le gravi distorsioni delle politiche neoliberiste. Quando nacque, agli inizi degli anni Ottanta, il neoliberismo aveva tre obbiettivi: smantellare lo “stato sociale”, cioè il sistema di garanzie per i ceti più bassi e i lavoratori; introdurre la deregulation, cioè liberare i ceti più alti e le imprese dalle norme che impediscono i comportamenti antisociali; proteggere (proprio attraverso lo stato!) i privilegi dei più ricchi.

L’argomento principe dei neoliberisti era che lo stato è per sua natura inefficiente, perché non agisce in regime di concorrenza (dove dovrebbe prevalere il più meritevole). Per loro, la spesa pubblica è improduttiva e va contenuta il più possibile. Perciò, disse Reagan, “lo stato non è la soluzione, è il problema”.

Quest’idea si diffuse facilmente, anche nella sinistra, come reazione alle deviazioni dello stato sociale (eccesso di assistenzialismo, uso politico della spesa pubblica, controlli di produttività assenti). Ma il rimedio è stato peggiore del male. Il neoliberismo ha imposto allo stato di privatizzare i suoi servizi e, quando non poteva farlo, di imitare il mercato. In Italia ospedali e scuole sono diventati aziende (che cosa c’entri il profitto con l’istruzione e la sanità pubbliche è un mistero).

In tutti i paesi la privatizzazione dei grandi servizi pubblici ha accresciuto – anziché diminuire – la spesa statale ed ha peggiorato i servizi. Le imprese private che li hanno rilevati, foraggiate dallo stato, sono diventate un modello di parassitismo, contrabbandato per mercato concorrenziale. Per di più, con un abile gioco di prestigio, si è presentato il conseguente eccesso di spesa pubblica come conferma che lo stato spende troppo, e ciò ha giustificato tagli ancora più drastici nell’apparato pubblico e ulteriori privatizzazioni. In questa follia c’è una logica: accrescere il potere dei politici che decidono quali imprese private favorire. Tutto ciò ha esteso la corruzione ed ha aumentato l’opacità delle decisioni istituzionali, a danno della democrazia.

Il risultato è che l’economia occidentale ristagna e le varie corporazioni impediscono di toccare i privilegi costituiti (alla faccia della concorrenza). La disoccupazione dilaga, sia perché la manifattura occidentale si sposta verso i paesi emergenti (dove trova salari più bassi e normative più lasche) sia perché l’economia digitale distrugge molti più posti di lavoro di quanti non ne crei. Grazie alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro, soprattutto giovanile, si è aggravato e ha fatto crescere le disuguaglianze in modo mostruoso.

L’1% più ricco del mondo possiede più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. In Italia il patrimonio dell’1% più ricco è uguale a quello complessivo del 70% più povero (1). Lo stesso processo cumulativo che allarga le disuguaglianze fra i gruppi sociali avviene fra gli stati. Le economie più forti si arricchiscono grazie allo spread (il divario di valore dei titoli di stato) a spese delle economie più deboli.

Oltre a smantellare il servizio pubblico, si è smantellata la normativa che frenava i comportamenti anti-sociali delle imprese e dei più ricchi. Sono cresciuti enormemente l’evasione e la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, l’uso dei combustibili fossili, lo scempio del territorio, l’avvelenamento dell’ambiente, i consumi che favoriscono il riscaldamento globale. Tutti gli esperti confermano che le sempre più frequenti epidemie derivano dalla distruzione dell’ambiente attraverso i grandi allevamenti (2), la deforestazione, la riduzione dell’habitat non antropizzato.

Infine è stata imposta una tassazione di tipo regressivo: più si è ricchi più bassa è la percentuale di tasse da pagare. Warren Buffet e Bill Gates hanno lamentato il fatto che le loro segretarie pagano in percentuale più tasse di loro. L’argomento ipocrita a sostegno delle tasse regressive è che il reddito dei più ricchi si traduce in maggiori investimenti e occupazione per tutti: fattore trickle down (3). Niente di più falso. I ricchi impiegano quasi tutti i loro capitali nella speculazione finanziaria o immobiliare (4).

Il neoliberismo dunque ci lascia un’economia e una coesione sociale in rovina e la democrazia in pericolo. Molti oggi affermano che dopo la crisi saremo più solidali e più aperti all’intervento dello stato. Non ne sarei così sicuro. Gli interventi statali nella crisi finanziaria del 2008 non ci insegnarono niente, anzi si accentuarono l’egoismo sociale e il degenerare della concorrenza economica in bullismo.

Ma non si può abbattere il vecchio se non si costruisce il nuovo (Gramsci). L’epidemia ci aiuterà a cambiare tipo di sviluppo solo a condizione che si faccia una vera battaglia culturale (per capire che cosa vogliamo) e sociale (per costringere i governi ad attuarlo).
(1) Rapporto Oxfam 2020, online.

(2) Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu, New York: Monthly Review Press.

(3) Gianni Vaggi, Development, London-New York: Palgrave-MacMillan, 2018, passim.

(4) Gabriel Zucman, The Hidden Wealth of Nations, Chicago Univ. Press, 2013, cap. 3 e 5.

Gli sfollati e il Covid-19

28 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 39

Il 30 marzo la Ong “Refugees International” ha pubblicato un rapporto col titolo: “COVID-19 e gli sfollati”.
Tutte le maggiori testate internazionali lo hanno commentato con titoli allarmanti; tra tutti, l’Economist: “I campi profughi del mondo sono un disastro da coronavirus annunciato” e il Time : “I rifugiati Rohingya aspettano una nuova minaccia mortale: il Coronavirus”.
Il Rapporto, molto corposo, esamina le condizioni della maggior parte dei campi profughi nel mondo. Una sintesi molto efficace è stata fatta dal Washington Post in un articolo dal titolo: “I 70 milioni di sfollati del mondo affrontano il disastro del coronavirus …”, di cui riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
I 70 milioni di sfollati del mondo – i rifugiati, i richiedenti asilo e quelli sradicati dalla guerra e da altre crisi – sono tra i più vulnerabili alla diffusione del nuovo coronavirus e i meno in grado di combatterlo.
Diversi fattori hanno contribuito a creare una bomba a orologeria da virus: sovraffollamento e mancanza di un riparo di base; gli aiuti che hanno rallentato e in alcuni casi si sono fermati del tutto durante la crisi; insieme all’assenza di cure mediche e servizi igienico-sanitari di base, secondo “Refugees International”.
L’Ong afferma che un fallimento nella protezione dei rifugiati minaccerà le società in generale, mentre “molte nazioni guardano al loro interno per cercare di proteggere i propri cittadini”.
Il rapporto ha messo in dubbio l’efficacia delle chiusure delle frontiere nel prevenire la diffusione della malattia, che è ora presente nella maggior parte dei paesi, e ha osservato che tali chiusure minacciano la catena di approvvigionamento umanitario che mantiene in vita le popolazioni di rifugiati.
“La portata e la velocità della pandemia sottolineano quanto profondamente siano interconnesse le popolazioni del mondo”, afferma il rapporto. Esso ha sottolineato quattro fattori che rendono i rifugiati particolarmente vulnerabili alla diffusione del virus, tra cui la densità di popolazione nei campi formali e informali, dove “più famiglie sono spesso costrette a condividere lo stesso bagno, le stesse strutture di cottura – sempre che vi abbiano accesso”.
In Europa, con milioni di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente e dall’Africa, un numero crescente di paesi ha sospeso i servizi di asilo. In Grecia 40.000 richiedenti asilo sono “intrappolati nelle Isole Egee” in “condizioni spaventose” con “cure mediche ridotte al minimo” e “senza acqua corrente, rendendo impossibile il lavaggio frequente delle mani”.
Le Ong hanno sospeso le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo per coloro che tentano di attraversare la Libia devastata dalla guerra.
“Nel frattempo, leader e politici nazionalisti in tutta la regione, comprese Italia e Spagna”, i due principali centri di diffusione della malattia in Europa, “stanno sfruttando l’epidemia per la retorica e le politiche xenofobe, anti-rifugiati”.
In Medio Oriente, ci sono almeno 12 milioni di rifugiati e sfollati interni in Iraq, Siria, Libano e Turchia. L’OMS ha avvertito che in Siria, con milioni di sfollati nei campi, un impatto “catastrofico” è solo una questione di tempo.
Per quel che riguarda le Americhe, il rapporto è critico sia con il Messico, dove c’è “l’assenza delle garanzie più elementari per mitigare” la diffusione, sia per le misure insufficienti del Brasile.
Gli Stati Uniti che hanno disposto la chiusura obbligatoria dei porti e delle frontiere in risposta al coronavirus, vengono invitati a revocare le restrizioni ai richiedenti asilo per consentire loro di essere identificati e rilasciati sulla parola nel paese, piuttosto che essere lasciati in campi e centri di detenzione non sicuri.

Brevi considerazioni

In questi giorni si parla spesso di eroi con riferimento agli operatori sanitari che, spesso privi di adeguate protezioni, perdono la vita per adempiere al loro dovere. Ebbene vorremmo includere nella categoria anche gli operatori delle Ong che (anche loro a rischio della vita), cercano di alleviare per quanto è possibile le condizioni di vita sub-umane in cui versano i rifugiati nei campi profughi.
A Trump che aveva dichiarato: “Non possiamo avere una cura (blocco dell’economia, ndr) peggiore del male (un milione di morti in più, ndr)”, il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha replicato:”Non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”. Ebbene per i migranti che, per usare le parole di papa Francesco, sono il simbolo degli “scartati della Terra”, questo è stato sempre fatto e il valore attribuito loro è vicino allo zero. Salvo poi leggere sul Sole 24 ore che, per la carenza di mani straniere, più di un quarto del “Made in Italy a tavola” è a rischio.

https://www.washingtonpost.com/national-security/worlds-70-million-displaced-people-face-a-coronavirus-disaster-report-says/2020/03/30/fdefc9ba-7220-11ea-85cb-8670579b863d_story.html
https://www.refugeesinternational.org/reports/2020/3/29/covid-19-and-the-displaced-addressing-the-threat-of-the-novel-coronavirus-in-humanitarian-emergencies

Conversioni e colonialismo in Amazzonia

27 Apr

di Fiona Watsonil documento 13-4-2020 – Migranti e Sviluppo n. 39

Il governo di Jair Bolsonaro presidente brasiliano ha confermato la nomina di un missionario evangelico a capo dell’unità del FUNAI incaricata di proteggere le tribù incontattate. Il FUNAI è l’agenzia federale agli affari indigeni.

Ricardo Lopes Dias è legato a New Tribes Mission (NTM), il cui obiettivo è evangelizzare a qualsiasi costo i popoli incontattati del mondo, che a loro piaccia o meno. In una registrazione audio, il figlio del presidente di NTM in Brasile spiega che l’organizzazione ha fatto pressione per la nomina di Lopes Dias.

Un gruppo di pubblici ministeri ha chiesto ai giudici di sospendere la nomina di Lopes Dias perché costituisce un reale “rischio di etnocidio e genocidio” per le tribù incontattate. Severe critiche sono arrivate anche dalle organizzazioni indigene brasiliane e dagli esperti. Joênia Wapixana, prima donna indigena del Brasile deputata al Congresso, ha dichiarato: “Le tribù incontattate hanno bisogno di protezione, non di un altro processo di colonizzazione!”.
La nomina di Lopes Dias firma una condanna a morte per la maggior parte delle tribù incontattate del mondo, che vivono nell’Amazzonia brasiliana. Si calcolano oltre 100 gruppi diversi e molti di loro vivono in fuga … Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e non hanno difese immunitarie verso malattie comuni introdotte dall’esterno. Purtroppo, la storia insegna che intere tribù possono essere sterminate proprio a seguito del primo contatto, che questi popoli hanno reso ben chiaro di non volere. A proteggerli dal contatto forzato è anche la legge internazionale, che però spesso non viene rispettata.

Dopo una serie di disastrosi contatti effettuati negli anni ‘70 e ‘80, per oltre 30 anni la politica del Brasile è stata quella di non contattare le tribù isolate per non compromettere la loro sicurezza. … Istituita nel 1943, i fondatori di NTM dichiararono: “Mettiamo a rischio le nostre vite e giochiamo il tutto per tutto per Cristo, con incrollabile determinazione fino a quando non avremo raggiunto l’ultima tribù, ovunque essa si trovi”. Il suo quartier generale è negli Stati Uniti, ed è qui che raccoglie grandi somme di denaro per finanziare il suo impero mondiale. Di recente, ha cambiato il suo nome in “Ethnos360”, forse nel tentativo di ripulire la sua immagine.
I suoi precedenti nel convertire le tribù incontattate costituiscono una triste storia di morte, malattia e collasso sociale …. In Paraguay negli anni ‘70 e ‘80, durante la dittatura di Stroessner, un gruppo di missionari di NTM organizzò una brutale “caccia all’uomo” per catturare i nomadi Ayoreo-Totobiegosode incontattati.

Gli Ayoreo furono trascinati fuori dalla foresta contro la loro volontà, ammassati in campi raccapriccianti, ridotti in schiavitù e dipendenza dai missionari, e costretti col terrore a rinunciare alle proprie credenze. Alcuni morirono nei giorni del contatto forzato per lo shock e le malattie …. Altri morirono in seguito, a causa di malattie che li affliggono ancora oggi. … Dopo il contatto, il governo ha ceduto gran parte della foresta degli Ayoreo agli allevatori …

Per decenni, dei missionari evangelici come quelli di NTM hanno operato con la complicità dei governi, contribuendo ben volentieri ai loro tentativi neocoloniali di minare i diritti collettivi dei popoli indigeni e integrarli nella società nazionale reinsediandoli a forza, distruggendo la loro identità e creando dipendenza. Secondo Dinaman, Indiano Tuxà del Brasile: “Non vogliono solo evangelizzarci, vogliono portare le comunità nell’ambiente urbano e liberare le nostre terre per le piantagioni di soia, l’attività mineraria e l’allevamento del bestiame”. …
A partire dai primi anni ’80, NTM effettuò vari tentativi segreti di contattare gli Zo’è, nel nord del Brasile, diffondendo influenza e malaria …. Tra il 1982 e il 1988, gli Zo’è persero circa un quarto della popolazione originale in conseguenza delle epidemie. … Nel 2015 il pubblico ministero ha presentato un ricorso contro di loro [gli evangelici] accusandoli di usare gli Zo’è per raccogliere noci brasiliane e di tenerli in condizioni scioccanti, simili alla schiavitù. …
Instillare paura e senso di colpa è una componente essenziale … Controllando e addirittura negando l’accesso alle medicine e ai beni, i missionari manipolano bisogni e desideri e favoriscono alcuni individui rispetto ad altri per creare divisioni e gerarchie tra le comunità, dove i convertiti detengono il potere e il denaro …
Includere tutte le religioni dovrebbe essere compito di ogni democrazia, e la Costituzione del Brasile difende il diritto dei popoli indigeni a seguire il proprio credo. Come per tutti i popoli indigeni, i credo delle tribù incontattate sono basati sul rispetto e la conoscenza profonda del mondo naturale e, come gli scienziati stanno riconoscendo sempre più, giocano un ruolo fondamentale nel conservare le foreste pluviali e altri biomi minacciati. Minare i sistemi dei valori e credenze indigeni mina quindi anche la lotta ai cambiamenti climatici. …
(Da Survival International Italia, passi dell’art. di Fiona Watson “Brasile: quel missionario evangelico che ha accesso alle terre dei popoli incontattati” – Per firmare contro il genocidio in Amazzonia: https://www.survival.it/intervieni/e-mail/256/azioni/nuovo)

Il 25 aprile ai nostri tempi

25 Apr

Finora gli anniversari della liberazione sono stati celebrati con un doppio intento: innanzitutto ricordare il sacrificio dei tanti martiri a cui dobbiamo la libertà e la democrazia; inoltre, denunziare i rigurgiti del fascismo e chiamare i cittadini a rinnovare la condanna di quelle pulsioni irrazionali.

Oggi questo non basta più, perché i gruppi nazi-fascisti crescono sempre più di numero e in aggressività; affermano apertamente il rifiuto della democrazia (anche quando se ne avvalgono), svolgono atti di vandalismo, aggressioni, omicidi e stragi (ultima, quella di Hanau, in Germania, nel febbraio scorso). Vengono colpiti ebrei, giovani di sinistra, gay, politici antifascisti, e soprattutto immigrati.

In Germania si sono contati 13mila reati neonazisti (2018); mentre cresce l’infiltrazione neonazista nella polizia e nell’esercito. In Gran Bretagna, Polonia, Germania alcuni politici sono stati uccisi perché erano favorevoli all’accoglienza dei migranti. Negli USA i gruppi neonazisti, alleati al Ku Klux Klan, danno vita a molte formazioni militari che fanno attentati e stragi. In Italia, Casa Pound (oltre 20mila iscritti; e qualche eletto) ha fatto, negli ultimi anni, circa 70 aggressioni. I fascisti sfilano in corteo, espongono le loro bandiere, perseguitano sul web con minacce di morte e insulti i giornalisti a loro sgraditi.

Bisogna dunque andare alle cause di questa ripresa del fascismo. La causa principale è la stessa di cento anni fa: la disaffezione crescente verso le istituzioni liberali e democratiche da parte dei diseredati, impoveriti ed emarginati. Sono le vittime del lavoro precario e del super-sfruttamento con salari di fame; di chi si vede non protetto dalle istituzioni per i suoi diritti elementari (sopravvivenza, lavoro dignitoso, garanzie per il futuro).

Gli emarginati assistono alle mostruose disuguaglianze di reddito e di proprietà cresciute negli ultimi decenni, a un sistema di tassazione in gran parte regressivo (più si è ricchi meno si paga, come i nobili dell’Ancien Régime), alla libertà del profitto di sfruttare senza limiti e di distruggere l’ambiente. E vedono che l’establishment cerca di occultare questi fenomeni con il PIL e la necessità della crescita economica.

Vedono che una parte cospicua della società, protetta nelle sue sicurezze e nei suoi privilegi, fa finta di niente. In Italia vedono anche che la corruzione si estende, gli abusi e i privilegi delle corporazioni impediscono qualsiasi vera riforma, l’evasione fiscale e il lavoro nero vengono protetti dallo stato. Perché dovrebbero amare questa democrazia?

E’ già tanto che la grande maggioranza dei giovani e dei diseredati abbiano ancora a cuore la libertà democratica. E ciò lo dobbiamo soprattutto alla scuola e ai mass media, molto poco alle istituzioni. Ma questa democrazia, che si è rivelata baluardo degli interessi dei più ricchi e dei più protetti, che disprezza di fatto gli emarginati i precari i disoccupati i giovani più capaci che sono costretti ad emigrare, non può reggere a lungo.

I ceti benestanti e i super-ricchi, che dominano attualmente le nostre democrazie, lo hanno capito e hanno cercato – con grande successo – un altro modo per difendere i propri privilegi: il populismo. Il populismo è formalmente rispettoso ma di fatto insofferente verso le regole della democrazia, le garanzie, i contrappesi, le discussioni e le mediazioni. Gli sembrano inutili e lente, un pretesto per nascondere la corruzione e gli accordi sottobanco. Come i fascisti, hanno bisogno di un capo, di un linguaggio e concetti semplici e di soluzioni infantili e manichee (il bene e il male). Come quelli odiano l’analisi razionale, i competenti, la complessità dei problemi. Amano spiegare gli ostacoli posti ai bisogni “del popolo” con i complotti.

Soprattutto, i populisti come i fascisti hanno bisogno di un nemico, di un capro espiatorio contro cui scagliare gli scontenti per distrarli dai privilegi dei ceti dominanti. E quale nemico è più adatto degli immigrati? Non hanno la nostra identità (cultura, lingua, religione, pelle). Vengono a insidiare il nostro lavoro e le nostre donne. Sono quindi loro la causa dei nostri mali sociali.

Non tutti i populisti ammiccano al fascismo. Ma molti sì. Guardate Trump, Bolsonaro, Putin, Le Pen, Salvini, Meloni, Orbán, Kaczinski. Di fatto questi leader e chi li sostiene si muovono contro la democrazia e le sue garanzie. Il nostro 25 aprile deve contrastare non solo il fascismo esplicito ma anche il suo brodo di coltura anti-democratico, quello che nega i diritti civili e i diritti umani.

Ma la rabbia sociale che è alla base del populismo si può superare solo in un modo, lo stesso usato dopo la seconda guerra mondiale: con lo sviluppo economico, le politiche per l’occupazione, un avvenire sicuro per le famiglie. Bisogna ricostruire la nostra democrazia secondo i suoi valori originari: la solidarietà, i diritti umani, il primato dell’interesse collettivo.

C.P.

La sanità pubblica, quando ce n’è bisogno

25 Mar

di Lavinia Bifulco, Stefano Neri, Angelo Salento* 25-3-2020
il documento (da il manifesto 17 marzo 2020)
La mortificazione di tutta l’economia della vita quotidiana sta esponendo il corpo sociale a rischi straordinari
Al pari di tutto ciò che conta, la sanità (pubblica) si vede quando non ce n’è abbastanza: nell’emergenza, diventano chiare le sue virtù ed emergono i suoi limiti, esiti di orientamenti di lungo corso.
Innanzitutto, la tendenza a sacrificare la medicina di base e le attività di prevenzione e igiene pubblica a vantaggio dell’enfasi consumeristica sulle prestazioni di diagnosi e cura individuali. La spesa per l’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro è pari appena al 4% del totale della spesa per i livelli essenziali di assistenza (Lea). In secondo luogo, la tendenza al disinvestimento, su cui ha pesato l’ingiunzione dell’austerity. In linea con gli altri paesi mediterranei, l’Italia ha circa 3 posti letto ogni mille abitanti – erano quasi il doppio nel 1997 – a fronte degli 8 della Germania. In terzo luogo, la penalizzazione del lavoro sanitario. Fra il 2008 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto di 42mila unità (6,2%), l’età media è passata da 43 anni nel 2001 a 51 nel 2017 (e oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni). Nel periodo 2018-2025, è previsto un ammanco di circa 16.700 medici, con le punte più alte in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva (stime Anaao-Assomed). In quarto luogo, la tendenza alla privatizzazione e alla finanziarizzazione, non soltanto con l’outsourcing di prestazioni in convenzione, ma anche con la promozione fiscale dei fondi sanitari integrativi, strumenti di intermediazione assicurativa che – valuta la Fondazione Gimbe – hanno inflazionato le prestazioni superflue. Infine, ma non da ultimo, la regionalizzazione, che ha frammentato il sistema sanitario in segmenti difficili da coordinare e strutturalmente inadatti a ridurre le disuguaglianze territoriali. I 3 posti letto medi per mille abitanti su scala nazionale, ad esempio, sono 3,3 nel Friuli ma 2,5 in Calabria. Senza dire dell’inefficacia del governo regionale della prevenzione.
La sanità, tuttavia, non è l’unico settore esposto oggi a un «effetto-verità». Nell’emergenza, salta agli occhi la straordinaria importanza di tutte le attività che «non si possono fermare», ovvero dell’intera economia fondamentale: la produzione e distribuzione alimentare, i servizi di cura, l’istruzione, i trasporti pubblici e le infrastrutture stradali, l’amministrazione pubblica, le telecomunicazioni, la distribuzione dell’acqua, dell’energia e del gas, il trattamento dei rifiuti. È uno spazio economico indispensabile, perequativo e anticiclico, che permette la riproduzione della società e occupa circa il 40% della forza-lavoro su scala continentale, con un repertorio di competenze impressionante per varietà e qualità.
Costruito fra l’epoca del «socialismo municipale» ottocentesco e i «trent’anni gloriosi», quest’insieme di attività negli ultimi trent’anni è stato attraversato da processi che ne hanno indebolito la capacità. Non si tratta soltanto dei tagli lineari pretesi dal regime di austerity nell’Europa mediterranea. Nell’intera Europa le attività fondamentali, intrinsecamente inadatte alla produzione di alti profitti e rendimenti, sono state reinterpretate come aree di business altamente remunerative. Paradossalmente trascurate da un pensiero economico tutto concentrato su tradables, innovazione tecnologica e competitività, sono diventate attraenti per gli investitori privati e per un ceto manageriale di orientamento finanziario. Privatizzazioni, outsourcing e tagli lineari hanno portato disorganizzazione e fragilità all’economia della vita quotidiana, inasprendo le disuguaglianze, esponendo il corpo sociale a rischi ordinari e straordinari. L’emergenza sanitaria presenterà un conto pesantissimo, e questa volta il collasso è interno all’economia reale.
La sfida che si prospetta è di ordine politico, perché le scelte che si faranno incideranno in maniera diretta sulla stratificazione sociale e sulla qualità della vita dei più. L’Europa ha un’occasione per rimettere in piedi la vita economica e le sue istituzioni restituendo centralità e forza all’economia fondamentale.
Non c’è una ricetta da seguire, ma si può convenire su alcuni principi di riferimento: (a) in quanto infrastruttura della vita collettiva, l’economia fondamentale non può essere assimilata all’economia dei tradables [beni e servizi scambiambili, ndr] e deve essere sottratta agli imperativi di redditività; (b) deve essere riportata nella sfera del diritto pubblico, quand’anche non interamente nella proprietà pubblica; (c) dev’essere finanziata attraverso un sistema fiscale radicalmente progressivo, che disincentivi l’estrazione di rendita e che non può essere surrogato dal filantropismo privato e dalla «finanza sociale»; (d) occorre promuovere l’auto-organizzazione economica, il mutualismo e l’azione sociale diretta delle comunità locali, che sono importanti serbatoi di innovazione, e tuttavia (e) bisogna prendere atto che il futuro dell’economia fondamentale – a cominciare dai dispositivi di salute pubblica – non si gioca interamente su scala locale, ma domanda forme di coordinamento e di finanziamento nazionale e internazionale.
È quanto basta per costruire un nuovo quadro di alleanze politiche fra le forze progressiste europee, investendo sulla possibilità che la crisi sanitaria lasci spazio non già a una domanda di autoritarismo, ma a un nuovo «spirito del ’45»: alla convinzione che sia indispensabile una piattaforma collettiva a garanzia del benessere di ciascuno.
* Gli autori aderiscono al Collettivo per l’economia fondamentale che ha pubblicato per Einaudi «Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana».

Epidemia e welfare state

24 Mar

di Mario Pianta, prof. ordinario di Politica economica – il documento 24-3-2020
M. Pianta ha pubblicato “Le conseguenze economiche del coronavirus” (Sbilanciamoci del 13 marzo 2020, tutto dedicato all’analisi sociale dell’epidemia) con questa premessa: “… Riscopriamo che la salute è un bene pubblico globale, che la sanità pubblica e il welfare state sono attività fondamentali, alternative al mercato, che ci aspetta una seria crisi dell’economia, della finanza e dell’Europa”. Pubblichiamo qui il paragrafo 2 dell’articolo.
Il welfare state, la responsabilità pubblica per i bisogni essenziali, è un modello alternativo al mercato: è un modello che funziona
Nella risposta all’epidemia di coronavirus nei paesi più coinvolti un ruolo chiave è stato svolto dal sistema della sanità pubblica. Un sistema che si fonda su una visione della salute come diritto fondamentale che dev’essere assicurato dallo stato attraverso la fornitura di servizi pubblici universali pensati per soddisfare i bisogni, fuori dalle logiche di mercato che vedono imprese private vendere merci per un profitto. Questo modello non riguarda solo la sanità ma tutto il welfare state costruito a partire dalle riforme radicali dei laburisti inglesi nell’immediato dopoguerra. Estesosi, con varianti significative, soprattutto in Europa, il welfare state resta strettamente associato al ‘modello sociale’ europeo: sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali sono servizi forniti e finanziati in misura prevalente dall’intervento pubblico.
I tre decenni di politiche neoliberiste hanno seriamente ridimensionato il modello di welfare state: le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno costretto le agenzie pubbliche a ridimensionare le proprie attività, perdendo a volte universalità, efficacia e qualità dei servizi. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità e le università private. Varie ondate di ‘contro-riforme’ hanno spinto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private – nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle ‘Aziende sanitarie locali’, nella gestione di scuola e università. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per ‘far pagare’ gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a ‘clienti’ in grado di pagare. È stata l’‘universalizzazione’ del mercato capitalistico, presentato come unico modello capace di offrire merci e servizi, assicurando abbondanza ed efficienza.
L’epidemia ha mostrato che quel modello di mercato globale non solo crea minacce alla salute, ma è del tutto impotente nel dare risposte all’emergenza e alla tutela della salute. La sanità privata è del tutto irrilevante di fronte all’epidemia. È fondamentale ora riconoscere che il mercato deve fare molti passi indietro – nell’azione delle imprese come nelle politiche realizzate dai governi – e il welfare state deve tornare in primo piano, con la sua natura di modello di organizzazione della società e della produzione di servizi alternativo alla logica del mercato capitalistico.
Il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa. È quello che produce la qualità sociale e ambientale che il Prodotto interno lordo (Pil) – fondato sul valore delle merci – non è in grado di misurare (Armiento, 2018). Esattamente le stesse considerazioni valgono per la qualità ambientale e per la necessità di un intervento pubblico in quell’ambito.
La conseguenza naturale di quest’analisi è che va rifinanziata in modo massiccio – attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit – tutta l’azione pubblica – sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Un obiettivo ragionevole per l’Italia è di arrivare agli standard nord-europei in termini di spesa per abitante e di qualità dei servizi. Il welfare state potrebbe diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile.
L’intervento pubblico, tuttavia, non si deve limitare alla fornitura dei servizi di welfare. Deve indirizzare le traiettorie di sviluppo dell’economia e dei mercati, assicurando la coerenza tra comportamenti delle imprese e gli obiettivi sanitari, sociali e ambientali sopra ricordati. I dibattiti sul ritorno della politica industriale e sul ‘Green Deal’ europeo hanno aperto un nuovo spazio di azione delle politiche nazionali ed europee. C’è un consenso crescente sull’espansione del ruolo dello stato e dell’azione pubblica nell’economia e nella società. Un esempio importante è fornito dalle proposte di Mariana Mazzucato sullo ‘Stato innovatore’ (Mazzucato, 2014) e sulla (quasi) nazionalizzazione dell’industria farmaceutica (Mazzucato, 2020).
Sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia possa tornare come prima. Tra gli effetti dell’emergenza c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi alla luce delle esigenze della salute e della sostenibilità ambientale. Un’altra crisi sanitaria che riceve pochissima attenzione in Italia è quella delle morti e degli infortuni sul lavoro; occorre spostarsi verso un sistema produttivo di maggior qualità, capace di provocare meno danni alla salute di lavoratori e cittadini.
In effetti, il sistema della salute e del welfare può diventare uno dei motori dello sviluppo dell’economia. Nell’attuale dibattito sul ritorno delle politiche industriali abbiamo proposto di individuare tre aree prioritarie in cui concentrare ricerca e investimenti pubblici e privati per sviluppare “buone” produzioni: ambiente e sostenibilità, conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione, e salute, welfare e attività assistenziali:
“L’Europa è un continente che invecchia ma è dotato dei migliori sistemi sanitari al mondo, sviluppati sulla base di una concezione della sanità come servizio pubblico. Gli avanzamenti nel sistema di assistenza, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella genetica e nella ricerca farmacologica devono essere finanziati e regolamentati con attenzione alle possibili conseguenze etiche e sociali (come nel caso degli organismi geneticamente modificati, della clonazione, dell’accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo, etc.). Le politiche possono essere indirizzate a affrontare i problemi dell’invecchiamento della popolazione, al miglioramento dei servizi di welfare, a ridurre le disuguaglianze nella salute. Possono rilanciare la fornitura pubblica dei servizi, prevedere la partecipazione da parte dei cittadini e delle organizzazioni non profit, con la possibilità di forme di auto-organizzazione delle comunità” (Pianta, 2018).
In Europa e in Italia una politica di questo tipo è possibile, utilizzando strumenti istituzionali, competenze e risorse esistenti. Una politica per il cambiamento del sistema produttivo può orientare le attività economiche verso la tutela della salute e del welfare e verso una ‘politica industriale verde’ (Pianta et al., 2016, Lucchese e Pianta, 2020).
Riferimenti bibliografici
Armiento, M. (2018). “The Sustainable Welfare Index: Towards a Threshold Effect for Italy”. In Ecological Economics, 152, pp. 296–309.
Lucchese, M, e Pianta, M. (2016) Europe’s alternative: a Green Industrial Policy …,
https://ideas.repec.org/p/pra/mprapa/98705.html
Mazzucato, M. (2014). Lo stato innovatore. Roma-Bari: Laterza.
Mazzucato, M., Li, H.L., Darzi, A. (2020). “Is it time to nationalise the pharmaceutical industry?”, In BMJ, 368: https://www.bmj.com/content/368/bmj.m769
Pianta, M., Lucchese, M., Nascia, L. (2016). What is to be produced? The making of a new industrial policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.
Pianta, M. (2018). Produrre. In G. Battiston e G. Marcon (a cura di), La sinistra che verrà. Roma: Minimumfax.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – II parte

24 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo – 24-3-2020

L’Europa è attualmente il principale focolaio nel mondo ma la distribuzione geografica è disomogenea. L’Italia è il Paese europeo più precocemente colpito e con il numero più alto sia di malati sia di morti. Spagna, Germania, Francia hanno lo stesso ordine di grandezza (decine di migliaia) di malati dell’Italia ma differiscono per numero di decessi dichiarati: 4.825 in Italia e 1.753, 93, 562 rispettivamente negli altri tre Paesi. I Paesi del Nord Europa hanno finora registrato poco più di 1.000 casi e poco più di 10 decessi ciascuno. È impossibile allo stato attuale stabilire quanto queste differenze siano attribuibili a modalità diverse di classificare e di contare e quanto all’efficacia delle azioni di contenimento, di prevenzione e di trattamento messe in atto Per ora è da registrare l’assenza di strategie di contenimento dell’epidemia concordate tra i Paesi dell’EU.

La Cina e la Corea del Sud – già esperte di lotta ai Corona virus per aver subito una grave epidemia di SARS nel 2002 – hanno con successo adottato la strategia di Soppressione ricorrendo tempestivamente (caratteristica essenziale) e con un enorme sforzo organizzativo: a) al riconoscimento e isolamento dei casi anche solo blandamente sospetti, b) alla ricerca dei contatti e al loro collocamento in quarantena domiciliare, c) al largo uso del test per la ricerca del virus nei contagiati, nei contatti e in altri gruppi ritenuti a rischio, d) al distanziamento sociale (rigido in Cina, mirato in Sud Corea).

In Italia si sono fatti oltre 258.402 test (il numero più alto al mondo dopo quello della Corea), sono stati isolati i malati e posti in quarantena i contatti e da due settimane vige un distanziamento sociale, via via più rigido, sull’intero territorio nazionale. Le misure di contenimento adottate sono simili a quelle della repubblica sud-coreana, l’esordio dell’epidemia è stato quasi coincidente nei due Paesi, le rispettive popolazioni hanno dimensioni analoghe, entrambi hanno un ordinamento democratico. Eppure gli esiti sono molto diversi: in Corea sono stati registrati, a oggi, “solo” 6.799 casi e 102 morti (5), frequenze molto inferiori alle nostre. La spiegazione più plausibile di questa differenza risiede nella piena consapevolezza delle azioni da intraprendere e nella tempestività con cui i coreani le hanno attuate.

In Italia subiamo gli effetti di incertezze, ritardi, ambiguità delle comunicazioni, conflittualità istituzionali, sottodimensionamento di un – sia pure eccellente – servizio sanitario. La reazione all’epidemia non è stata lucida, completa e immediata; è sembrata piuttosto svolgersi, un passo alla volta, inseguendo l’evolversi della situazione. È più facile criticare che governare, non c’è dubbio; infatti, non intendiamo sottolineare colpe ma contribuire a migliorare l’azione.

Su The Lancet (6) Hellewell afferma che “la finestra temporale per contrastare in modo efficace un’epidemia è molto stretta: quando il numero di casi iniziali è cresciuto fino a 40, la probabilità di insuccesso di qualsiasi azione di contenimento è dell’80%, anche se si fosse riusciti a rintracciare e a isolare l’80% dei contatti”. Inoltre, adottare politiche di contenimento nel proprio territorio ha scarso valore se la stessa cosa non accade nei territori contigui. L’editoriale dell’ultimo numero di Nature (7) ci ricorda che “l’azione coordinata di tutti è l’interesse di ciascuno”. Invece vediamo che alcuni negano che l’epidemia esista, altri tramano per comprare i diritti esclusivi del futuro vaccino; alcuni vogliono lasciare che l’epidemia faccia il suo corso, altri vogliono che ogni singolo cittadino si sottoponga al test del virus. E questa eterogeneità non riguarda solo le macro aree del pianeta; essa agisce su ogni scala fino a differenziare la condotta dei sindaci dei paesini più sperduti.

Eppure basterebbe essere d’accordo su pochi punti: imparare da chi ha già avuto il problema; predisporrei piani di azione basati sulle prove di efficacia; agire tempestivamente; seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di riferimento per dare uniformità agli interventi.
La globalizzazione ci ha procurato il danno, solo un’azione globalizzata può darci il rimedio.

(5) https://www.worldometers.info/coronavirus/country/south-korea/
(6) Joel Hellewell et al. Lancet Glob Health 2020; 8: e488–96 Published Online February 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2214-109X(20)30074-7
(7) COVID-19: what science advisers must do now; Nature, Vol 579, 9 March 2020, 319-20.