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L’Europa ha bisogno di una forte politica macroeconomica

10 Feb

di Andrew Watt, 6/2/2020 – il documento

Le regole fiscali europee sono state in una situazione di continuo cambiamento e di controversie da quando il trattato di Maasctricht del 1991 stabilì i criteri di convergenza in termini di limiti al debito e al deficit degli stati membri. Il Patto di Stabilità e Crescita del 1997 rese stabili i criteri di Maastricht per i paesi dell’Unione Monetaria e, sull’onda della crisi, emise due pacchetti di direttive, chiamati pacchetto 6 e 2. Lo scopo era di rafforzare l’osservanza delle regole fiscali e di estendere la sorveglianza dell’UE sulle politiche economiche degli stati, per ridurre le divergenze macroeconomiche, in particolare sulla competitività. …

Ora la Commissione Europea ha pubblicato una revisione delle due direttive. … La revisione ha dei punti deboli – ad es., ovviamente, non parla dell’enorme e durevole danno fatto alle economie dell’Europa del sud a causa della crisi – ma è un passo avanti perché sistema molte questioni a lungo richiamate dai critici. Tra queste, il carattere spesso pro-ciclico delle politiche fiscali, la difficoltà di raggiungere un coordinamento fiscale e la mancata osservanza, soprattutto da parte dei paesi che hanno un sovrappiù, delle Procedure Macroeconomiche sugli Squilibri.

La revisione adotta cambiamenti su alcuni parametri chiave, come i tassi a basso interesse, la persistente bassa inflazione e le nuove sfide come il cambiamento climatico. … La politica fiscale degli stati deve evitare la crescita del debito pubblico, avere un bilancio sostenibile. … Alle regole bisogna affiancare un sistema di incentivi positivi o negativi (il bastone e la carota). … Fra i limiti attuali c’è tensione, come fra quello del debito al 60% e il deficit al 3% e il criterio … del deficit strutturale … (la cui stima è molto incerta). …

Innanzitutto il margine di manovra concesso agli stati per la politica fiscale dovrebbe dipendere dalla loro sostenibilità fiscale di lungo termine. … Una misura semplice come il rapporto debito/PIL non è adeguata. Bisogna tenere presenti altri fattori come i tassi di interesse, … ecc. Le politiche fiscali dovrebbero mirare a bilanciare domanda interna e offerta … ma anche tassazione e spesa pubblica, … per evitare di danneggiare la dimensione voluta del settore pubblico. …

I salari e i prezzi dovrebbero essere più presenti nelle politiche di governo … Bisognerebbe creare un sistema di assicurazione pubblica per la disoccupazione, a livello nazionale o europeo.
Si dovrebbe anche trovare il modo di permettere agli stati di finanziare attraverso prestiti le spese che accrescono la produzione e creano strutture pubbliche, soprattutto se sono in linea con gli obbiettivi europei (come il Green Deal europeo). …

(da Social Europe, traduz. parziale, 10/2/2020)

 

Aperte le iscrizioni a “Daìmon: A scuola per restare”

23 Gen

Prende il via “Daìmon: A scuola per restare”: una scuola che non terminerà mai: itinerante, multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Praticheremo l’arte socratica della maieutica, ovvero impareremo a ‘partorire’, grazie agli stimoli – dote in senso lato- degli incontri, risposte, strumenti e soluzioni che ci appartengono ma che abbiamo disarmato.

Impareremo dunque a ri-scoprire i nostri luoghi madre, a stimolare e supportare gli enti pubblici e privati locali e internazionali; ci sensibilizzeremo alla cittadinanza attiva glocale; ci dis-educheremo all’abbandono e impareremo l’arte della cura: delle radici e dei fiori.

Da decenni l’Italia è vittima del calo demografico e dello spopolamento per abbandono volontario o forzato da parte dei suoi abitanti. Ma è in atto anche una migrazione interna che, come una bussola, è pressoché unidirezionale e riguarda uno spostamento massivo di cittadini dalle regioni del Sud a quelle del Nord Italia.

Interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma, mentre le città medio-grandi si apprestano a diventare metropoli prive di spazio vitale. 

È fondamentale preservare il patrimonio culturale e naturale dei piccoli centri, per tutelarne la produzione agricola, culturale ed enogastronomica: per tutelarne le connotazioni identitarie.

A partire da queste osservazioni, l’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato il concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo e propositivo, da praticare nella quotidianità: lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando e rigenerando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo, in piena armonia.

I paesi rappresentano una grande risorsa e una grande opportunità.

Non sono un residuato del passato o un’eredità di un “piccolo mondo antico” avulso dal presente. Anzi, i piccoli comuni possono essere un luogo dove si possono sperimentare politiche innovative dal punto di vista civico, sociale ed economico, dove si possono costruire nuove relazioni con i luoghi e le comunità, dove si può (e si deve) parlare di futuro.

Di sicuro il futuro dell’umanità sarà ancora costituito da cammini e spostamenti. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma indica la strada per costruire avamposti contro l’impoverimento culturale e per erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro – da offrire ai viandanti: indica la strada per creare rete, scambio di saperi, cor.rispondenze e quindi arricchimento.

Ed è proprio questo che la scuola chiede in luogo di una quota di partecipazione: un baratto in sapere, manufatti, tempo, ospitalità, prodotti o edificanti segreti per una restanza felice.

P.S. Abbiamo scelto di dare alla nostra scuola il nome Daìmon, dal lessico del sentire greco. Era lo spirito guida che accompagnava gli eroi greci a compiere il loro destino, a realizzare pienamente la loro individualità, il loro essere eccezione; nel caso di Antigone era Filía: Amore.

Daìmon era ed è il nostro demone: lo sguardo interiore che porta al riconoscimento; viatico e volano per la realizzazione della nostra pienezza. I segni di daìmon poi sono gli stessi che definiscono (con l’aggiunta di una congiunzione) la parola diaméno, che in greco classico significa restare.

Per cui (il nostro è anche un augurio): restiamo seguendo il nostro demone, nella piena realizzazione –anche civica- della nostra singolarità.

Ideatore della scuola: Gianluca Palma 

Gestione della scuola a cura de La scatola di latta

Stradario Poetico a cura di Elisabetta Donno

Progetto grafico a cura Valeria Puzzovio

Traduzioni a cura di Cristina Carla

Info: 3395920051 – scatoladilatta2014@gmail.com

La pagina facebook di Daìmon – A scuola per restare

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Link articolo tradotto in diverse lingue

“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.

Il treno dei bambini, di Viola Ardone

18 Nov

di Franco Martina

A Milano nell’autunno del ’45 prese corpo l’iniziativa di inviare i bambini rimasti soli in Emilia, Marche e Toscana; poi si aggiunsero quelli del Mezzogiorno (12.000 solo da Napoli) e i figli degli operai e dei contadini morti o arrestati per le proteste di Modena, Reggio Emilia, Melissa, Montescaglioso. Circa 70.000 bambini, dal 1946 al 1952, furono accolti curati vaccinati mandati a scuola da famiglie che parlavano un dialetto diverso, che avevano abitudini diverse e in quel modo dettero un contributo concreto anche alla costruzione della nuova cittadinanza repubblicana (Angelo Ventrone, La cittadinanza repubblicana, Bologna, Il Mulino, 1998).
È questa pagina dimenticata, o rimossa, che ha ispirato il bel romanzo di Viola Ardone Il treno dei bambini (Einaudi, 2019). Un libro sapiente, perché obbliga il lettore a un’autonoma riflessione e a una personale presa di posizione che non permettono risposte comode.
l libro di Ardone non illumina tanto il lato buono della storia, quanto la vera e propria lacerazione interiore vissuta dai bambini per la tensione tra il mondo familiare che lasciano e quello nuovo in cui sono accolti. Questa ferita è al centro del libro ed è raccontata in prima persona dal protagonista Amerigo Speranza in un classico “muto dialogo” con la madre Antonietta. Proprio il nome di Amerigo e quello della donna che lo accolse e ospitò a Modena, Derna, agganciano il libro di Ardone a un’altra storia, a persone e fatti reali. Una decina di anni fa l’antropologo Giovanni Rinaldi raccolse le testimonianze orali di quanti avevano vissuto la repressione della manifestazione popolare avvenuta a San Severo, nel foggiano, il 23 marzo 1950. Come a Melissa e a Montescaglioso, i cafoni (Il cafone all’inferno è il titolo con cui Tommaso Fiore raccontò questi avvenimenti) chiedevano pace e lavoro, ma furono affrontati con i carri armati e 180 persone furono arrestate con l’accusa di insurrezione contro i poteri dello Stato. A Michele Di Nunzio andò anche peggio, perché restò ucciso a soli 33 anni (Giovanni Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, Ediesse, 2009). 70 bambini restarono in mezzo a una strada. Tra questi c’era Americo Marino, un bambino di sei anni i cui genitori erano stati arrestati. E come gli altri salì su un treno che lo avrebbe portato ad Ancona, dove sarebbe stato accolto da una giovane sindacalista, Derna Scandali. Sono molti gli aspetti de Il treno dei bambini che ricordano la vicenda di San Severo. Tanto che si è obbligati a chiedersi perché Viola Ardone abbia scelto per il romanzo una diversa contestualizzazione, non solo geografica, ma sociale e soprattutto politica. La risposta si trova, forse, in un passaggio nel suo libro, precisamente nelle parole di Margherita, la donna di partito che individua i bambini e organizza i viaggi e le adozioni. Una donna di grande umanità che, dovendo convincere Amerigo a fare per suo fratello quello che altri avevano fatto per lui, dice

Era più facile una volta. C’era il partito, c’erano le compagne e compagni del partito. Oggi non ci sta più niente, chi vuol fare qualcosa di buono lo deve fare da solo, Per conto proprio. Una volta ci stava la sezione che, quartiere per quartiere, organizzava le iniziative per i bambini. E così li toglievamo dalla strada. Mo sono rimasti solo i preti a fare questo … Che, non dico di no, male non fanno, anzi spesso fanno pure bene. Ma non è una cosa politica, non so se mi spiego, è carità. È differente ( p. 199 ).

Aver collocato la storia di Amerigo non nel contesto delle lotte contadine degli anni 50, ma in quello della Napoli popolare del secondo dopoguerra, è servito proprio a darle un respiro più vasto, meno datato e collocato. Ma è servito soprattutto a evidenziare il valore politico nuovo di certe scelte di vita, che non viene sufficientemente sottolineato. Una politica che non usa gli uomini, che non è finalizzata alla conservazione del potere, ma che sa sentire i bisogni e sa rispondere a quanti non hanno neanche le parole per esprimersi. C’era un’esigenza di questo tipo di politica non nei partiti e nelle associazioni, che pure avevano sostenuto e realizzato i treni dei bambini, ma nelle donne (soprattutto) e negli uomini, nelle famiglie che si resero disponibili ad accogliere quei bambini, a vestirli, a dargli un’istruzione. Ma soprattutto sentendosi responsabili del loro futuro.Sarebbe un errore pensare che questa particolare sottolineatura sia il frutto dell’immaginazione narrativa di Viola Ardone.
Nel libro di Giovanni Rinaldi è riportata una testimonianza delle sorelle Ada e Teresa Foschini, due ormai anziane signore, figlie di Soccorsa Mollica che in quella manifestazione di San Severo aveva il compito di ‘portabandiera’ e per questo fu arrestata il 23 marzo 1950 e liberata il 29 aprile 1951. Le figlie riportano il breve dialogo tra la madre e il pubblico ministero del processo:

“Ma signora mia, voi mamme che avete i figli, pensate ai vostri figli e a stare a casa”. E mia madre ha detto: “Signor pretore, ho fatto due sposalizi, uno con mio marito e uno col partito”. “Io ti ammiro, però… le donne non dovete occuparvi di politica”. “Ci dobbiamo occupare eccome, perché siamo madri e sappiamo noi quello che succede a casa (pp. 48-49).

Non si poteva spiegare meglio la necessità del rinnovamento della politica, dopo le umiliazioni imposte dal fascismo, che in quei primi anni repubblicani sembravano tutt’altro che superate. Quella necessità e le sue motivazioni non sono mai morte. Sono solo state nascoste; come la scatola di latta in cui Amerigo aveva riposto il suo tesoro. Nascoste per vergogna, per un falso senso di pudore. Aver ‘raccontato’ questa politica è il grande merito del libro di Viola Ardone, in cui si ricorda che l’accoglienza e la solidarietà hanno anche un sapore amaro, per chi dà e per chi riceve. E tuttavia, quello che si può fare si deve fare.

E’ tempo di agire per non lasciare indietro nessun minore

21 Ott

il documento

di Gitta Trauernicht

I minori senza cure parentali o a rischio di perderle sono una macchia sulla coscienza europea

Un minore su 10 nel mondo vive senza cure dei genitori o rischia di perderle e di restare indietro. Questi minori sono trascurati, abbandonati (…) e diventano invisibili.

Con i nuovi commissari europei in procinto di entrare in carica, questa è un’occasione importante per l’UE per raggiungere un progresso storico per i diritti dei minori, in Europa e nel mondo. C’è molto in gioco. Milioni di minori nel mondo vivono e sono accuditi negli istituti, nonostante le prove che questa sistemazione ha effetti dannosi per la crescita sul piano sociale, psicologico, emozionale e fisico. Un rapporto presentato poco fa all’Assemblea generale ONU mette in chiaro che centinaia di migliaia di minori che vivono negli istituti sono di fatto privati della libertà.

La Convenzione ONU sui diritti dei minori ha ridotto la mortalità infantile e ha migliorato l’accesso all’istruzione primaria, ma il problema della cura dei bambini senza genitori resta. Il documento “Linee guida per una cura alternativa dei minori”, del 2009, illustra i passi da fare per fornire cura e servizi a questi bambini. Ma c’è poca consapevolezza tra i governi della necessità di applicare queste indicazioni.

In Europa i minori poveri stanno aumentando, a causa della crisi economica e delle politiche di austerità. Almeno 25 milioni di minori nella UE sono a rischio povertà o esclusione sociale. Questa situazione è semplicemente inaccettabile per la UE, che è fiera di proteggere i diritti fondamentali e di promuovere la giustizia sociale e si candida a guidare la lotta mondiale contro povertà e ineguaglianza.

La UE deve riconoscere che investire nei minori significa investire nella società futura. Le soluzioni sono pronte, è solo questione di scelta politica. Innanzitutto il Parlamento europeo e la Commissione europea devono appoggiare con impegno l’adozione delle Garanzie per i minori da parte del Consiglio europeo. Questo schema è decisivo nella lotta contro la povertà dei minori.

Ciò assicurerebbe che ogni minore povero in Europa abbia accesso ai sevizi basilari – inclusi cure sanitarie, istruzione, cure parentali, abitazioni decenti e nutrimento adeguato – come parte di un piano integrato europeo.

Secondo: il nuovo bilancio UE per i prossimi 7 anni deve prevedere maggiori investimenti per sostituire la cura negli istituti con protezioni diverse, preventive e di qualità. (…) Inoltre bisogna prevedere investimenti per gli interventi tempestivi a sostegno delle famiglie, per prevenire separazioni non necessarie dai bambini e procurare una serie di opzioni alternative. I minori devono essere ascoltati nelle decisioni che influenzano la loro vita per adeguare gli interventi ai bisogni individuali. Inoltre i minori, quando diventano maggiorenni hanno bisogno di un sostegno finalizzato, sociale ed economico, per entrare nella vita adulta.

Quest’anno, oltre all’ingresso dei nuovi dirigenti europei, cade il 30mo anniversario della Convenzione ONU sui diritti dei minori e il decimo delle Linee guida per la protezione alternativa dei minori. Inoltre si sta trattando per una nuova risoluzione ONU sulla cura dei minori non protetti. Questa può essere una grande occasione per i politici UE di stabilire una tappa fondamentale sui diritti dei minori.

Un’alleanza delle sei maggiori organizzazioni per la cura dei minori, “Joining Forces”, recentemente ha fatto un appello per una seconda rivoluzione sui diritti dei minori, chiamando i governi e la comunità mondiale a far proprie tutte le parti della Convenzione e investire in servizi per i minori.

Non possiamo lasciare indietro un solo minore. (…)

(tradotto da Social Europe, 10 ottobre 2019)

“Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”

23 Set

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 32
a cura di Piero Rizzo

Per la ripresa delle pubblicazioni della pagina Commenti Esteri dopo la pausa estiva abbiamo scelto l’articolo del Guardian del 15/08/2019, che recensisce il libro di Peter Gatrell “Lo sconvolgimento dell’Europa – Come le migrazioni hanno rimodellato l’Europa”.
L’autore chiude il suo articolo con un virgolettato tratto dal libro: “Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”. E’ ciò che ha risposto un giornalista svizzero a chi gli chiedeva un commento sui migranti italiani nel suo paese a metà degli anni ’60. Questa frase, così densa di significato, spiega più e meglio di fiumi di parole dedicati all’argomento da dove nascono i maggiori problemi sulle migrazioni. Fino a quando gli immigrati si alzano alle tre per mungere le vacche o per fare il pane, fino a quando raccolgono i pomodori della Capitanata a tre euro all’ora, fino a quando fanno da badanti ai nostri anziani sono bene accetti. Ma quando avanzano le “irricevibili” pretese che venga rispettata la loro la dignità e riconosciuti i loro diritti, allora il registro cambia completamente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti:
Ciò che risalta maggiormente nella storia delle migrazioni in Europa è che essa è una storia di va e vieni, non solo di arrivi. Le idee sulla casa e l’appartenenza sono costantemente modellate dal tipo di regime, dal capitale e dall’interazione umana quotidiana. Ci sono i migranti di etnia tedesca, “affamati, spaventati, sospettosi, stupiti”, espulsi dall’Europa orientale alla fine della guerra, che arrivano in un paese in cui la maggior parte non ha mai messo piede prima. O i coloni britannici di ritorno che negli anni ’60 decidono di preferire l’Algarve del Portogallo a Blighty, perché l’alcool a buon prezzo, i servitori e il clima caldo ricordano loro il Rajastan.
È anche una storia di forti contrasti, di sradicamenti violenti e viaggi ordinari che continuano ancora oggi. Gli “Eurostars” dei benestanti – banchieri e specialisti dell’IT che vivono in un paese dell’UE e lavorano in un altro – si incrociano con immigrati “illegali” come i migranti ucraini, che si lamentano del fatto che la caduta del comunismo ha semplicemente sostituito la cortina di ferro con il “drappo di velluto” del controllo delle frontiere.
Gatrell teme che la situazione attuale stia cominciando ad assomigliare al “violento periodo di pace” degli anni immediatamente successivi al 1945, quando milioni di persone furono sradicati, molte di esse languirono per anni nei campi di “sfollati” o furono raccolte e scartate dagli Stati secondo la loro utilità economica. A proposito della recente repressione dei richiedenti asilo, egli scrive: ”Mentre l’arcipelago di campi e centri di detenzione si diffonde in tutto il continente, i padri fondatori – molti dei quali hanno avuto esperienza diretta della persecuzione nazista – sicuramente si stanno rivoltando nelle loro tombe per quello che i loro successori stanno facendo in nome dell’Europa ”.
Chiudiamo con quanto ha dichiarato Obama in una intervista a El Pais di qualche anno fa.
“Dobbiamo rifiutare la mentalità del “noi” contro “loro” che alcuni politici cinici stanno cercando di diffondere. Dobbiamo rimanere fedeli ai valori duraturi che definiscono le nostre diverse e vivaci società e che sono tra le maggiori fonti della nostra forza: il nostro impegno per la democrazia pluralista, l’inclusione e la tolleranza.”

La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)

9 Set

 

Già nel 2013 Thomas Piketty aveva fornito una magistrale spiegazione dell’involuzione economica italiana. Per quel che ne sappiamo, questa descrizione non è stata ripresa né dagli studiosi né – tanto meno – dagli “opinion makers”, anche se dovrebbe essere la base di ogni discussione sulla crisi economica (e non solo economica) dell’Italia. Naturalmente, ci sono stati negli anni alcuni studiosi (pochi) che hanno adombrato tesi simili, ma le loro analisi sono cadute nel silenzio.

Dunque Piketty parla della tendenza dei paesi ricchi a trasformare una parte crescente della ricchezza in rendita, e scrive:

“Il caso dell’Italia è particolarmente chiaro. La ricchezza pubblica netta negli anni Settanta era leggermente positiva, poi diventò leggermente negativa negli anni Ottanta mentre cresceva un grande debito pubblico. Alla fine, la ricchezza pubblica diminuì per un ammontare quasi uguale al reddito netto medio di un anno del periodo 1970-2010. Allo stesso tempo, la ricchezza privata italiana aumentò dall’equivalente di due anni e mezzo di reddito nazionale, nel 1970, a quello di quasi sette anni di reddito nel 2010: un aumento che equivale a circa quattro anni e mezzo di reddito nazionale.

In altri termini, il calo della ricchezza pubblica rappresentava fra un quinto ed un quarto dell’aumento della ricchezza privata – una quota non trascurabile. In effetti, la ricchezza nazionale italiana crebbe in modo significativo, dall’equivalente di circa due anni e mezzo del reddito nazionale (1970) a circa sei anni (2010), ma questo aumento fu più basso di quello della ricchezza privata. L’eccezionale crescita di questa fu in qualche modo ingannevole, dato che circa un quarto di tale crescita consisteva nell’aumento del debito che una parte della popolazione italiana doveva all’altra parte. Invece di pagare le tasse per sanare i conti pubblici, gli italiani – o meglio quelli che avevano i mezzi per farlo – prestavano soldi al governo comprando titoli o beni pubblici; i quali andavano ad accrescere la loro ricchezza privata senza che crescesse la ricchezza nazionale.

In realtà, nonostante un tasso di risparmio privato molto alto (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale in Italia era meno del 10% del reddito nazionale nel periodo 1970-2010. Cioè, più di un terzo del risparmio privato era assorbito dal deficit pubblico. Una tendenza simile c’è in tutti i paesi ricchi, ma in generale è meno estrema che in Italia: in molti paesi il risparmio pubblico era negativo (il che significa che l’investimento pubblico era inferiore al deficit pubblico: i governi investivano meno denaro di quanto ne prendevano in prestito oppure usavano il denaro preso in prestito per pagare le spese correnti). In Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti i deficit pubblici sopravanzavano in media gli investimenti pubblici di un equivalente del 2-3 % del reddito nazionale nel periodo 1970-2010; ma in Italia la percentuale era più di 6.

In tutti i paesi ricchi, il risparmio negativo e la conseguente diminuzione della ricchezza pubblica, erano dovuti per una parte significativa all’aumento della ricchezza privata (tra un decimo e un quarto, a seconda del paese). Quindi, sebbene non fosse questa la causa principale dell’aumento della ricchezza privata, non dobbiamo trascurare questo fenomeno” (1).

Possiamo riassumere in termini più spicci il pensiero di Piketty: una buona parte dei ceti medio-alti italiani, dagli anni Settanta in poi, invece di pagare le tasse dovute, evade o elude il pagamento, in tutto o in parte. In conseguenza di ciò, il deficit dello stato aumenta. Lo stato quindi è costretto a vendere titoli pubblici a interessi più alti, accrescendo il proprio debito. A questo punto, gli evasori impiegano il denaro sottratto ai pagamenti fiscali per acquistare i titoli pubblici e si arricchiscono a spese dei contribuenti che pagano le tasse. Fin qui, Piketty.

Perché, infine, questa tendenza parassitaria – che blocca il nostro sviluppo e fa emigrare i nostri giovani migliori – è più forte in Italia? Perché da noi lo stato è impopolare da sempre; molto spesso a ragione. Ma questa impopolarità non è servita alle vere vittime della cattiva amministrazione (i ceti popolari e i ceti medi produttivi) per riscattarsi. E’ servita invece ai ceti privilegiati e in vario modo parassitari per arricchirsi. Insomma, siamo quasi come l’Argentina.   (C.P.)

(1) Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Harvard U.P.: Cambridge MA – London, 2014, pp. 184-85 (ediz. originaria francese: 2013).

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

Viesti e la “secessione dei ricchi”

4 Mar

di Cosimo Perrotta

Il breve libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, edito da Laterza nel gennaio scorso e distribuito, per ora, gratis online, è un’analisi sobria e precisa dei progetti di autonomia di Veneto, Lombardia e, in misura minore, Emilia e Romagna.

Questi progetti contrastano col riequilibrio delle differenze sociali che la Costituzione affida ai governi. Il Veneto voleva gestire nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva (p. 21). La Lombardia rivendica la metà del residuo fiscale (la differenza “tra quanto i cittadini lombardi pagano di tasse e quanto ricevono complessivamente dallo Stato”). Si tratterebbe di circa 27 miliardi (p. 22).

In realtà il residuo fiscale, nota Viesti, “è una stima, non un dato oggettivo” (p. 37). Esso risulta dalla sottrazione del gettito fiscale dalla spesa pubblica complessiva di cui beneficia un territorio. Ma questa spesa pubblica è difficile da calcolare, per le differenze fra il luogo in cui il reddito è prodotto e quello in cui avviene il prelievo fiscale.

Comunque, il bilancio del residuo fiscale è certamente negativo per Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Ma, osserva l’autore, rivendicarlo implica l’idea sbagliata che lo stato distribuisca risorse alle regioni. In realtà, alle regioni sono distribuite solo le risorse previste dall’art. 119.V della Costituzione, secondo cui lo Stato destina risorse aggiuntive per “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’esercizio effettivo della persona” e per interventi speciali sui territori in casi di particolari necessità. Queste spese hanno un peso molto limitato sul totale della spesa pubblica.

Viesti aggiunge che la destinazione frequente di queste risorse speciali al Sud compensa più o meno la minore spesa ordinaria in conto capitale che va al Sud stesso (p. 39). Per di più, come spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, queste spese speciali avvengono a favore degli individui, non dei territori, perché trasferiscono denaro dai redditi più alti a quelli più bassi.

Trattare in modo diverso individui che si trovano in situazioni uguali solo perché abitano in territori diversi significa discriminare alcuni cittadini a vantaggio di altri. Ma, una volta ammesso questo principio, dice l’autore, Milano potrebbe rivendicare il suo residuo fiscale rispetto alla Lombardia, un quartiere della città rispetto ad un altro, ecc. Un degrado autonomistico già condannato dalla Corte Costituzionale (p. 41-2).

In realtà questa rivendicazione nasconde il fatto che la spesa pubblica pro-capite è più bassa nel Mezzogiorno; non solo per il minor numero di pensionati ma per un finanziamento minore della maggior parte dei servizi pubblici. La spesa pubblica pro-capite per le politiche sociali nel 2015 era di circa 4.500 euro al Sud contro i 6mila del Centro-Nord. Lo stesso vale per le infrastrutture, la pubblica amministrazione, i trasporti, le attività produttive.

Infine, nota Viesti, la spesa pubblica erogata al Sud serve in parte ad importare beni e servizi dal Centro-Nord (p. 43). E potremmo aggiungere nel calcolo i giovani che si formano nelle scuole o università pubbliche del Sud per andare poi a lavorare al Nord.

L’elenco delle competenze rivendicate da queste tre Regioni è impressionante. Per il Veneto, ad esempio, esse vanno dalla ricerca scientifica (esiste una ricerca scientifica veneta?) ai rapporti internazionali e con la UE (della Repubblica di S. Marco?); dalle Sovrintendenze ai Beni culturali alla valutazione di impatto ambientale al controllo di gasdotti, oleodotti ed energia elettrica. Il Servizio sanitario nazionale viene praticamente sostituito da un Servizio regionale; il che farà aumentare le disuguaglianze, come denunzia l’Ordine dei Medici. Anche l’istruzione sarebbe organizzata in un servizio regionale che avrà alle sue dipendenze il personale della scuola e dell’università (p. 48-51). Verranno preferiti i docenti veneti? E per quale principio?

Tutto questo non ha niente a che vedere col problema – che pure esiste – della minore produttività del Sud. Il progetto autonomistico denota una mentalità angusta, che diffida persino della cultura e della ricerca esterne al proprio campanile; e denota anche un atteggiamento furbesco, che agisce di soppiatto.

Infatti, la ministra leghista ha firmato un accordo con le Regioni, mai divulgato e mai discusso in Parlamento, che le Camere dovranno votare senza avere la possibilità di modificarlo. In seguito, l’accordo non potrà essere modificato per dieci anni, né dal governo né dal Parlamento, senza l’assenso delle Regione interessata (1). Insomma è una secessione strisciante; ideata dopo che si rivelò impossibile la secessione alla Bossi, basata sui milioni di fucili padani (“otto milioni di baionette”?). Non direi quindi che – come afferma Prodi (2) – l’espressione di Viesti sia eccessiva. E’ un tentativo di “secessione dei ricchi”.
(1) Vedi anche Piero Ignazi su la Repubblica, 11/2/2019, p. 25.
(2) Il Messaggero, 3/3/2019, p. 20.