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Le due fonti della ricchezza

25 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 2)

di Cosimo Perrotta

Qualche giorno fa si è spento l’editore Piero Manni, uomo di grandi risorse umane e di grande cuore. Lo ricordo ai lettori con tanta stima e affetto.

Le fonti principali della ricchezza sono due, non una sola. Una è l’investimento privato per profitto, l’altra si basa sul capitale sociale e il capitale umano. Il capitale sociale è dato dalle relazioni tra persone e gruppi; riguarda il senso civico, lo spirito di appartenenza, il costume, la solidarietà. Il capitale umano invece consiste nella qualità ed efficienza dei produttori, e dipende dalla loro istruzione e qualificazione. I due campi sono collegati dal tessuto di abitudini, norme, cultura amministrativa e organizzativa propri di ciascun tipo di lavoro o di associazione.

Tanto migliori sono quei due fattori, che sono governati dallo stato, tanto maggiori sono la domanda di beni e la produttività sociale. Lo stato, quindi, lungi dall’essere un peso economico, è indispensabile per creare profitto (1). Ad esempio, l’istruzione e la salute pubbliche sono essenziali per questo.

Nella storia lo stato ha anche costruito infrastrutture, ha protetto i beni comuni, ha creato tutti i servizi fondamentali. In Europa, nel sec. XVI, gli stati avviarono la pubblica amministrazione, l’apparato giudiziario, i trasporti, la protezione dei commerci, la gestione delle carestie. Nel sec. XVII estesero l’occupazione (con le workhouses), organizzarono il soccorso ai poveri e la lotta alle epidemie. Nel Sette-Ottocento avviarono l’istruzione pubblica, l’edilizia popolare, la sanità pubblica, l’urbanistica. Infine nel Novecento, il welfare state realizzò l’istruzione media obbligatoria, il servizio sanitario universale e gratuito, le pensioni obbligatorie, la protezione delle fasce deboli, ecc.

Non c’è fase di grande sviluppo economico nelle nazioni che non sia stata sostenuta dallo stato. Gli interventi detti sopra sono stati enormi investimenti che, da una parte, hanno creato direttamente ricchezza sociale e dall’altra hanno permesso o accresciuto la produzione di ricchezza in forma di profitto. La produzione della ricchezza sociale quindi deriva da un flusso di molteplici attività – pubbliche, private, semi-pubbliche, volontarie – nessuna delle quali potrebbe esistere senza le altre. Come diceva Alvin Hansen, nessun settore è autosufficiente, neanche quello privato. Chi lo pensa ragiona come i fisiocratici, che credevano che l’agricoltura mantenesse la manifattura (che sarebbe improduttiva). In realtà, ogni settore dipende dalle spese degli altri settori (2).

Ma non tutte le attività sono produttive, cioè utili alla società, nemmeno tutte quelle che danno profitto. In ogni settore si possono annidare attività inutili che, invece di produrre ricchezza, la consumano; nel lavoro pubblico ma anche nell’azienda che dà profitto all’imprenditore ma danneggia l’ambiente oppure viene assistita dallo stato.

Detto questo, la collaborazione fra stato e profitto può seguire due direzioni opposte. Può estendere l’occupazione e proteggere il livello dei salari. In tal modo, lo stato accresce la produttività, il capitale umano e i ceti medi. Crescono quindi sia la ricchezza sociale che il profitto.

Oppure lo stato può essere al servizio del profitto privato, e allora estende la povertà. Ad esempio, l’economia delle grandi piantagioni sin dall’età moderna ha creato una ristretta élite di benestanti che controlla lo stato ed è circondata da un mare di miseria. In America Latina questa situazione è tuttora diffusa. In questi casi i profitti sono altissimi ma non ci sono occasioni di investimento a causa della povertà della società. Perciò i capitali vanno all’estero per essere investiti o, più spesso, diventano rendite parassitarie.

Oggi in Occidente il neoliberismo ha avviato un processo simile. Ha imposto agli stati tasse regressive, tolleranza per l’evasione e i paradisi fiscali, protezione dei privilegi corporativi. Ne è nata una plutocrazia mondiale rapace che ha creato milioni di lavoratori precari (i rider, i call-center, le false partite Iva, il lavoro a cottimo, i voucher) e milioni di schiavi o semi-schiavi (i raccoglitori di frutta in Occidente, gli immigrati nel Golfo arabo, i bambini schiavi che lavorano per le multinazionali in Asia e Africa).

Questa via, non solo danneggia i ceti non protetti, ma nel lungo periodo danneggia il profitto stesso, perché essicca le fonti dell’aumento di produttività e dell’aumento di consumo, cioè lo stato e i salari alti (3). Allora il profitto, non trovando impiego produttivo, si trasforma in rendita. Oggi la pandemia ha aggravato molto questa situazione, e ci costringe a scegliere: o proseguiamo verso il degrado, come in America Latina, o accettiamo il primato dell’interesse pubblico e avviamo un nuovo sviluppo, come nel welfare state.

(1) V. Mariana Mazzucato, The Value of Everything, Penguin- Allen Lane, 2018, cap. 3 e 8.

(2) Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, Allen & Unwin, 1941, pp. 144-52.

(3) C. Perrotta, Is Capitalism still Progressive?, Palgrave, 2020, cap. III.2.

La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Liberarsi del neoliberismo

11 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 1)
di Cosimo Perrotta

La pandemia sta mettendo a nudo le gravi distorsioni delle politiche neoliberiste. Quando nacque, agli inizi degli anni Ottanta, il neoliberismo aveva tre obbiettivi: smantellare lo “stato sociale”, cioè il sistema di garanzie per i ceti più bassi e i lavoratori; introdurre la deregulation, cioè liberare i ceti più alti e le imprese dalle norme che impediscono i comportamenti antisociali; proteggere (proprio attraverso lo stato!) i privilegi dei più ricchi.

L’argomento principe dei neoliberisti era che lo stato è per sua natura inefficiente, perché non agisce in regime di concorrenza (dove dovrebbe prevalere il più meritevole). Per loro, la spesa pubblica è improduttiva e va contenuta il più possibile. Perciò, disse Reagan, “lo stato non è la soluzione, è il problema”.

Quest’idea si diffuse facilmente, anche nella sinistra, come reazione alle deviazioni dello stato sociale (eccesso di assistenzialismo, uso politico della spesa pubblica, controlli di produttività assenti). Ma il rimedio è stato peggiore del male. Il neoliberismo ha imposto allo stato di privatizzare i suoi servizi e, quando non poteva farlo, di imitare il mercato. In Italia ospedali e scuole sono diventati aziende (che cosa c’entri il profitto con l’istruzione e la sanità pubbliche è un mistero).

In tutti i paesi la privatizzazione dei grandi servizi pubblici ha accresciuto – anziché diminuire – la spesa statale ed ha peggiorato i servizi. Le imprese private che li hanno rilevati, foraggiate dallo stato, sono diventate un modello di parassitismo, contrabbandato per mercato concorrenziale. Per di più, con un abile gioco di prestigio, si è presentato il conseguente eccesso di spesa pubblica come conferma che lo stato spende troppo, e ciò ha giustificato tagli ancora più drastici nell’apparato pubblico e ulteriori privatizzazioni. In questa follia c’è una logica: accrescere il potere dei politici che decidono quali imprese private favorire. Tutto ciò ha esteso la corruzione ed ha aumentato l’opacità delle decisioni istituzionali, a danno della democrazia.

Il risultato è che l’economia occidentale ristagna e le varie corporazioni impediscono di toccare i privilegi costituiti (alla faccia della concorrenza). La disoccupazione dilaga, sia perché la manifattura occidentale si sposta verso i paesi emergenti (dove trova salari più bassi e normative più lasche) sia perché l’economia digitale distrugge molti più posti di lavoro di quanti non ne crei. Grazie alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro, soprattutto giovanile, si è aggravato e ha fatto crescere le disuguaglianze in modo mostruoso.

L’1% più ricco del mondo possiede più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. In Italia il patrimonio dell’1% più ricco è uguale a quello complessivo del 70% più povero (1). Lo stesso processo cumulativo che allarga le disuguaglianze fra i gruppi sociali avviene fra gli stati. Le economie più forti si arricchiscono grazie allo spread (il divario di valore dei titoli di stato) a spese delle economie più deboli.

Oltre a smantellare il servizio pubblico, si è smantellata la normativa che frenava i comportamenti anti-sociali delle imprese e dei più ricchi. Sono cresciuti enormemente l’evasione e la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, l’uso dei combustibili fossili, lo scempio del territorio, l’avvelenamento dell’ambiente, i consumi che favoriscono il riscaldamento globale. Tutti gli esperti confermano che le sempre più frequenti epidemie derivano dalla distruzione dell’ambiente attraverso i grandi allevamenti (2), la deforestazione, la riduzione dell’habitat non antropizzato.

Infine è stata imposta una tassazione di tipo regressivo: più si è ricchi più bassa è la percentuale di tasse da pagare. Warren Buffet e Bill Gates hanno lamentato il fatto che le loro segretarie pagano in percentuale più tasse di loro. L’argomento ipocrita a sostegno delle tasse regressive è che il reddito dei più ricchi si traduce in maggiori investimenti e occupazione per tutti: fattore trickle down (3). Niente di più falso. I ricchi impiegano quasi tutti i loro capitali nella speculazione finanziaria o immobiliare (4).

Il neoliberismo dunque ci lascia un’economia e una coesione sociale in rovina e la democrazia in pericolo. Molti oggi affermano che dopo la crisi saremo più solidali e più aperti all’intervento dello stato. Non ne sarei così sicuro. Gli interventi statali nella crisi finanziaria del 2008 non ci insegnarono niente, anzi si accentuarono l’egoismo sociale e il degenerare della concorrenza economica in bullismo.

Ma non si può abbattere il vecchio se non si costruisce il nuovo (Gramsci). L’epidemia ci aiuterà a cambiare tipo di sviluppo solo a condizione che si faccia una vera battaglia culturale (per capire che cosa vogliamo) e sociale (per costringere i governi ad attuarlo).
(1) Rapporto Oxfam 2020, online.

(2) Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu, New York: Monthly Review Press.

(3) Gianni Vaggi, Development, London-New York: Palgrave-MacMillan, 2018, passim.

(4) Gabriel Zucman, The Hidden Wealth of Nations, Chicago Univ. Press, 2013, cap. 3 e 5.

UMANITA’ TRADITA

30 Mar

di Alessandro Pinervi, classicista – Migranti e Sviluppo n. 38

“Ora tra le donne di Lidia risplende
come, al tramonto del sole,
la luna dalle rosee dita,
che sovrasta ogni stella, diffonde
ugualmente la sua luce, sul mare salmastro e sui campi fioriti”
(Saffo, fr. 96 Voigt, vv. 6-11 – trad. B. Gentili)

Il frammento illustra i rapporti tra Grecia e Asia minore (in particolare la Lidia) al tempo di Saffo: la poetessa ricorda una fanciulla, Arignota, che è stata nel suo tiaso ed ora è tornata in patria. Erano dunque rapporti pacifici, di scambio culturale, ben diversi da quelli di oggi. Lesbo, che tra i secoli VII-VI a.C. si è distinta per una tradizione poetica d’eccezione e ha dato i natali a Saffo di Ereso e ad Alceo di Mitilene, a cui si associano figure leggendarie come il cantore Arione di Metimna, che avrebbe inventato il ditirambo, Terpandro di Antissa, che introdusse la lira a sette corde e fondò una scuola musicale, lo storico Ellanico, i filosofi Teofrasto ed Ermarco, i cui maestri, rispettivamente Aristotele ed Epicuro, soggiornarono sull’isola, patisce oggi la feroce soppressione dei valori civili e culturali, ereditati dall’antichità, a scapito dei “dannati di Lesbo”. I frammenti di Saffo, inoltre, testimoniano che furono allieve della poetessa Anattoria e Attide di Mileto, Gongila di Colofone, Eunica di Salamina, per cui è possibile affermare che anticamente a Lesbo giungevano fanciulle liberamente da città lontane per frequentare il tiaso saffico, acquisirne il modello paideutico, ossia educativo, apprendere forme di arte e di poesia prima di essere avviate al matrimonio e abbandonare la “confraternita” (secondo uno dei significati del termine thiasos). Ma oggi a Lesbo la porta dell’Europa, sottolinea Stefania Mascetti, “resta chiusa per i migranti”. L’inferno di Moria offende lo spirito della fraternitas, tradisce il valore educativo dell’amore, non quello omoerotico femminile, erroneamente interpretato e, come testimonia Plutarco (Vita di Licurgo 18, 9), ammesso anche nella Sparta arcaica, ma affettivo e paideutico.
La decisione del governo turco di aprire i confini ai migranti provenienti dalla Siria ha scatenato un massiccio esodo di disperati dalla Turchia verso Lesbo e un’ondata di violenze da parte di esponenti di “Alba Dorata”. Il 1° marzo scorso la popolazione dell’isola ha tentato di bloccare alcune imbarcazioni con profughi a bordo e ha aggredito i giornalisti e gli operatori delle Ong presenti al momento dello sbarco. Inoltre, un video ritrae la guardia costiera greca su una motovedetta al largo di Kos che sperona un gommone ricolmo di profughi, spara in acqua e con un forcone colpisce alcuni migranti che tentano disperatamente di salire sulla motovedetta.
“Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato”
(Omero, Odissea VI, vv. 191-193 – trad. G. A. Privitera)

Il migrante tende le braccia, chiede aiuto, spera, ma invano, di incontrare una fanciulla “dalle candide braccia” che possa accoglierlo, come accade a Odisseo salvato da Nausicaa. Ma oggi nelle acque di Lesbo si consuma impietosamente il tradimento di uno dei più importanti istituti dell’antica Grecia, la xenia (“ospitalità”), dovere vincolante, che trascendeva i confini della comunità di appartenenza e stabiliva rapporti di amicizia fra individui di comunità lontane, in grado di far desistere dalla battaglia il condottiero dei Lici, Glauco, e il greco Diomede che, riconosciutisi sul campo come “ospiti antichi per parte di padre” (Omero, Iliade VI, v. 215), rinunciarono a scontrarsi e si scambiarono l’armatura.
“Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.
Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,
fategli il bagno nel fiume, dove c’è riparo dal vento”
(Omero, Odissea VI, vv. 206-210 – trad. G. A. Privitera)
Odisseo riceve cure, cibo, un riparo, il migrante, supplice, tende le braccia, non incontra Nausicaa, il suo “dono” è un colpo di forcone che mira a spezzargli le mani e infrangere il sogno di salvezza.
“Straniero, non è mio costume offendere un ospite
neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono
tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro
da parte nostra.”
(Omero, Odissea XIV, vv. 56-59 – trad. G. A. Privitera)
“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, ricorda Ryszard Kapuściński. Ma nell’Egeo i Greci, al contrario di Eumeo che accoglie Odisseo e osserva le regole dell’ospitalità, “fanno guerra” all’altro, lo considerano barbaros (“non greco”), non xenos (“ospite/straniero”), rinnegano la propria cultura e la propria storia.

La sanità pubblica, quando ce n’è bisogno

25 Mar

di Lavinia Bifulco, Stefano Neri, Angelo Salento* 25-3-2020
il documento (da il manifesto 17 marzo 2020)
La mortificazione di tutta l’economia della vita quotidiana sta esponendo il corpo sociale a rischi straordinari
Al pari di tutto ciò che conta, la sanità (pubblica) si vede quando non ce n’è abbastanza: nell’emergenza, diventano chiare le sue virtù ed emergono i suoi limiti, esiti di orientamenti di lungo corso.
Innanzitutto, la tendenza a sacrificare la medicina di base e le attività di prevenzione e igiene pubblica a vantaggio dell’enfasi consumeristica sulle prestazioni di diagnosi e cura individuali. La spesa per l’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro è pari appena al 4% del totale della spesa per i livelli essenziali di assistenza (Lea). In secondo luogo, la tendenza al disinvestimento, su cui ha pesato l’ingiunzione dell’austerity. In linea con gli altri paesi mediterranei, l’Italia ha circa 3 posti letto ogni mille abitanti – erano quasi il doppio nel 1997 – a fronte degli 8 della Germania. In terzo luogo, la penalizzazione del lavoro sanitario. Fra il 2008 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto di 42mila unità (6,2%), l’età media è passata da 43 anni nel 2001 a 51 nel 2017 (e oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni). Nel periodo 2018-2025, è previsto un ammanco di circa 16.700 medici, con le punte più alte in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva (stime Anaao-Assomed). In quarto luogo, la tendenza alla privatizzazione e alla finanziarizzazione, non soltanto con l’outsourcing di prestazioni in convenzione, ma anche con la promozione fiscale dei fondi sanitari integrativi, strumenti di intermediazione assicurativa che – valuta la Fondazione Gimbe – hanno inflazionato le prestazioni superflue. Infine, ma non da ultimo, la regionalizzazione, che ha frammentato il sistema sanitario in segmenti difficili da coordinare e strutturalmente inadatti a ridurre le disuguaglianze territoriali. I 3 posti letto medi per mille abitanti su scala nazionale, ad esempio, sono 3,3 nel Friuli ma 2,5 in Calabria. Senza dire dell’inefficacia del governo regionale della prevenzione.
La sanità, tuttavia, non è l’unico settore esposto oggi a un «effetto-verità». Nell’emergenza, salta agli occhi la straordinaria importanza di tutte le attività che «non si possono fermare», ovvero dell’intera economia fondamentale: la produzione e distribuzione alimentare, i servizi di cura, l’istruzione, i trasporti pubblici e le infrastrutture stradali, l’amministrazione pubblica, le telecomunicazioni, la distribuzione dell’acqua, dell’energia e del gas, il trattamento dei rifiuti. È uno spazio economico indispensabile, perequativo e anticiclico, che permette la riproduzione della società e occupa circa il 40% della forza-lavoro su scala continentale, con un repertorio di competenze impressionante per varietà e qualità.
Costruito fra l’epoca del «socialismo municipale» ottocentesco e i «trent’anni gloriosi», quest’insieme di attività negli ultimi trent’anni è stato attraversato da processi che ne hanno indebolito la capacità. Non si tratta soltanto dei tagli lineari pretesi dal regime di austerity nell’Europa mediterranea. Nell’intera Europa le attività fondamentali, intrinsecamente inadatte alla produzione di alti profitti e rendimenti, sono state reinterpretate come aree di business altamente remunerative. Paradossalmente trascurate da un pensiero economico tutto concentrato su tradables, innovazione tecnologica e competitività, sono diventate attraenti per gli investitori privati e per un ceto manageriale di orientamento finanziario. Privatizzazioni, outsourcing e tagli lineari hanno portato disorganizzazione e fragilità all’economia della vita quotidiana, inasprendo le disuguaglianze, esponendo il corpo sociale a rischi ordinari e straordinari. L’emergenza sanitaria presenterà un conto pesantissimo, e questa volta il collasso è interno all’economia reale.
La sfida che si prospetta è di ordine politico, perché le scelte che si faranno incideranno in maniera diretta sulla stratificazione sociale e sulla qualità della vita dei più. L’Europa ha un’occasione per rimettere in piedi la vita economica e le sue istituzioni restituendo centralità e forza all’economia fondamentale.
Non c’è una ricetta da seguire, ma si può convenire su alcuni principi di riferimento: (a) in quanto infrastruttura della vita collettiva, l’economia fondamentale non può essere assimilata all’economia dei tradables [beni e servizi scambiambili, ndr] e deve essere sottratta agli imperativi di redditività; (b) deve essere riportata nella sfera del diritto pubblico, quand’anche non interamente nella proprietà pubblica; (c) dev’essere finanziata attraverso un sistema fiscale radicalmente progressivo, che disincentivi l’estrazione di rendita e che non può essere surrogato dal filantropismo privato e dalla «finanza sociale»; (d) occorre promuovere l’auto-organizzazione economica, il mutualismo e l’azione sociale diretta delle comunità locali, che sono importanti serbatoi di innovazione, e tuttavia (e) bisogna prendere atto che il futuro dell’economia fondamentale – a cominciare dai dispositivi di salute pubblica – non si gioca interamente su scala locale, ma domanda forme di coordinamento e di finanziamento nazionale e internazionale.
È quanto basta per costruire un nuovo quadro di alleanze politiche fra le forze progressiste europee, investendo sulla possibilità che la crisi sanitaria lasci spazio non già a una domanda di autoritarismo, ma a un nuovo «spirito del ’45»: alla convinzione che sia indispensabile una piattaforma collettiva a garanzia del benessere di ciascuno.
* Gli autori aderiscono al Collettivo per l’economia fondamentale che ha pubblicato per Einaudi «Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana».

Il Green Deal europeo – II parte

23 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
il documento (brani da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, dir. Carlo Cottarelli, 28-2-2020)
I possibili effetti economici e sociali del Green Deal
Quanto agli effetti sulla crescita, di solito si afferma che per avere effetti positivi occorre che gli investimenti siano aggiuntivi. … Se invece sono sostitutivi, si dice di solito che l’effetto sulla crescita è nullo. Usando lo stesso criterio di giudizio, si sarebbe indotti a concludere che l’effetto degli investimenti verdi sia pressoché pari a zero. Guardando però le cose più da vicino non è detto che ciò sia sempre vero, dal momento che i nuovi investimenti potrebbero essere più produttivi di quelli che si sono fatti fino ad ora.
Secondo una lettura ottimista, il Green Deal potrebbe agire da stimolo alla crescita, un po’ come accadde con il grande ciclo dei beni di consumo durevoli che spinse lo sviluppo dell’Italia e di tanti altri paesi nei primi decenni del dopoguerra: nuovi prodotti – come lavatrici, televisioni e automobili – hanno attivato una domanda di massa e dunque lo sviluppo di nuove imprese e di nuovi settori produttivi. Non c’è dubbio peraltro che già oggi stiamo assistendo ad un grande sviluppo dei settori verdi – energie rinnovabili e prodotti a maggiore efficienza energetica, soprattutto per l’edilizia – cui corrisponde una domanda crescente di prodotti finanziari verdi da parte degli investitori istituzionali e dei risparmiatori.  Fa parte di questa lettura ottimistica l’idea che il Green Deal sia strettamente legato all’altro asse strategico di sviluppo individuato dalla Commissione, ossia la digitalizzazione. In questa visione, il nesso con la digitalizzazione è cruciale dal momento che dalle nuove tecnologie è lecito attendersi notevoli aumenti della produttività delle nostre economie. Per fare un esempio, si potrebbe immaginare che i fondi della PAC vengano utilizzati per l’attivazione di tecnologie digitali in agricoltura, che in concreto potrebbe significare l’acquisto di sensori (Internet of Things) che siano in grado di ottimizzare l’utilizzo di acqua, di fertilizzanti, di anticrittogamici ecc. Ad esempio, consideriamo l’utilizzo dei pesticidi nell’agricoltura. Come è noto, attualmente, gli antiparassitari vengono distribuiti sui campi in maniera estensiva, addirittura in certi casi con elicotteri, senza una valutazione puntuale delle quantità realmente necessarie. In tante zone d’Italia si è riscontrato per questo un calo del numero delle api, insetti fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, con conseguenze negative sulla produttività dell’agricoltura stessa. È qui che potrebbe entrare in gioco il binomio tra trasformazione digitale e transizione ecologica: una proposta, ad esempio, potrebbe essere quella di utilizzare dei droni in grado di individuare le zone dei campi che realmente necessitano di essere trattate con pesticidi, in modo da ottimizzarne l’utilizzo evitando, allo stesso tempo, effetti collaterali negativi sull’equilibrio della natura.
Secondo una lettura meno ottimista, il reindirizzamento in senso “verde” delle risorse rappresenta un vincolo aggiuntivo, che rende più difficile conseguire gli obiettivi che ci si è prefissati con i diversi programmi UE.  Ad esempio, si può supporre che oggi i fondi regionali siano utilizzati per finanziare i progetti che si ritiene possano avere il massimo impatto in termini di riduzione dei divari di sviluppo. Naturalmente questo avviene già oggi fra mille difficoltà sia di ordine tecnico (è molto difficile valutare quali siano gli investimenti più efficienti) sia di ordine politico e burocratico. L’argomento dei pessimisti è che, alle tante difficoltà oggi esistenti, se ne aggiungerebbe un’altra, legata all’esigenza di stabilire se un dato investimento può essere classificato come “verde” in base alla nuova tassonomia green. Più in generale, l’intuizione economica è che mettendo un vincolo aggiuntivo alla massimizzazione della crescita economica (quale risulta dalla combinazione delle forze del mercato e delle politiche), il risultato sia subottimale. Il che non significa ovviamente che tale vincolo non sia necessario per mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Significa però che, nel nome dell’obiettivo climatico, si sacrifica, in qualche misura, quello della crescita.
Quanto agli effetti sociali del Green Deal… verosimilmente, si chiederà ai paesi di rinunciare abbastanza rapidamente alle politiche che sono classificate come dannose per l’ambiente, tra cui vi sono gli sconti sui carburanti a favore di autotrasportatori, agricoltori e pescatori. In Italia, sappiamo come questi cambiamenti siano tanto necessari quanto impopolari con le categorie interessate. I fondi europei potrebbero essere utilizzati per compensare queste categorie, nel qual caso si faciliterebbe la transizione. …
L’unica innovazione nel bilancio UE proposta dalla Commissione è il Just Transition Fund (7,5 miliardi di euro tra il 2021 al 2027), che … implicherà complessivamente la mobilitazione di 100 miliardi di euro circa dal 2021 al 2027 (circa 143 miliardi in 10 anni). L’obiettivo … è quello di supportare le regioni dell’Unione che sono destinate a subire le maggiori ripercussioni dalla transizione ambientale. …….
Coerentemente con i criteri di allocazione, i paesi con alti tassi di emissioni di anidride carbonica, come Polonia e Germania, ricevono quote molto alte del JTF (rispettivamente 2.000 e 877 miliardi), mentre paesi come Italia e Francia, con minori tassi di emissioni e con bassi livelli di occupazione in industrie inquinanti, avranno allocazioni ben modeste (pari a, rispettivamente, 364 e 402 milioni).
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OGGI STESSO E NEI PROSSIMI DUE GIORNI PUBBLICHEREMO I PRIMI INTERVENTI DEL DOSSIER SPECIALE “CORONAVIRUS”: approfondimenti di Luigi Bisanti, epidemiologo; Mario Pianta, economista; Angelo Salento e altri, sociologi.

La selezione irrazionale dei migranti

2 Mar

di Cosimo Perrotta – 3/3/2020

Il 19-20 febbraio 2020 i media hanno diffuso la notizia della nuova politica del governo inglese sugli immigrati: saranno selezionati attraverso un meccanismo di punteggi. In pratica potranno entrare solo coloro che abbiano già un contratto di impiego di almeno 23mila sterline (27.500 euro circa) l’anno e conoscano l’inglese. Questo escluderebbe almeno il 70% degli attuali immigrati in Gran Bretagna. La Confindustria britannica è molto irritata da questo provvedimento, e qualche ragione ce l’ha, visto che interi settori della ristorazione, agricoltura, pesca, edilizia, assistenza alle persone rimarranno gravemente sguarniti.

Sebbene non così estremizzata, questa politica è stata già proclamata e in parte attuata da diversi paesi nel mondo, soprattutto anglosassoni, ed è invocata da molti “esperti”. Prescindiamo dalle considerazioni sociali e morali, che pure sarebbero doverose, e chiediamoci: economicamente, è una politica razionale? No, è proprio il contrario.

Le migrazioni attuali sono suscitate dal benessere dei paesi ricchi. Il benessere, alla lunga, produce tre fenomeni strettamente connessi tra loro: un’attesa di vita più alta, il calo della natalità e un periodo di istruzione più lungo (e quindi lo spostarsi dei giovani locali verso lavori a più alta qualificazione). Questi tre fattori convergono verso un’unica necessità delle economie opulente, che solo i migranti possono attualmente soddisfare: aumentare i lavoratori dei mestieri meno qualificati. Questi lavoratori devono essere, infatti, abbastanza giovani e abbastanza numerosi per pagare le pensioni degli anziani, che aumentano sempre più; si adattano a fare lavori che i giovani locali – avendo studiato a lungo – tendono ad evitare; hanno un tasso di prolificità molto più alto. La selezione alla Johnson impedisce tutte e tre queste soluzioni. Al contrario, essa aggrava l’invecchiamento, la denatalità e la carenza di lavoro non qualificato.

In punto di teoria, niente impedisce di pensare ad una società talmente avanzata che le mansioni non qualificate siano svolte attraverso la tecnologia, dove quindi i vecchi lavori elementari siano spariti (come lavare i piatti o riparare scarpe) o si siano trasformati in lavori specializzati (come molte mansioni della cura alla persona). Sarebbe quindi una società in cui non c’è bisogno della gran parte degli attuali lavori poco qualificati. Ma i paesi ricchi di oggi, non solo non sono ancora a questo punto di avanzamento, ma – per colpa della loro politica – stanno arretrando. Essi hanno bloccato l’evoluzione interna dei lavori.

I paesi ricchi, con la globalizzazione, hanno attuato una delocalizzazione accelerata della propria industria manifatturiera verso i paesi emergenti senza convertire il proprio lavoro verso la produzione immateriale. Inoltre, con la tolleranza versi i paradisi fiscali e l’evasione fiscale, questi paesi si sono privati dei capitali necessari alla formazione del capitale umano e alla diffusione ordinata delle tecnologie digitali. Hanno quindi allargato le sacche di disoccupazione nascosta, in cui è presente il lavoro poco produttivo degli “analfabeti” digitali. Il risultato di tutto questo è che il benessere continua a far avanzare i processi di invecchiamento e denatalità e fa permanere il bisogno di un lavoro non qualificato molto esteso.

Si dirà, ma perché allora molti paesi attuano o invocano politiche selettive degli immigrati, che facciano passare solo i più qualificati? Non è questa la prova che essi hanno ragione? Nient’affatto. La storia moderna è piena di politiche autolesioniste attuate per motivi ideologici, per xenofobia, razzismo, odio religioso, ecc. Nel 1492 la Spagna espulse i mori, già sconfitti, rovinando per sempre la propria agricoltura e distruggendo le raffinate tecniche arabe di irrigazione. Espulse anche gli ebrei, impoverendosi gravemente sul piano intellettuale ma anche sul piano mercantile e finanziario.

L’antisemitismo nazista e la Shoah, oltre che massimo esempio di abiezione morale, sono anche un monumentale caso di idiozia economica, in cui fior di professionisti e intellettuali venivano ridotti a schiavi affamati e ben poco produttivi. La stessa Brexit, l’ultimo frutto avvelenato di una tenace tradizione xenofoba in Europa, è stata la risposta economica controproducente ad un problema reale: la disoccupazione e il lavoro precario. E’ il populismo, bellezza.

C’è una sola possibilità che le politiche selettive dei migranti non siano così irrazionali come sembrano: che di fatto i lavori non qualificati vengano svolti da masse anonime di lavoratori illegali che non si vuole regolarizzare. Il loro status attuale, infatti, li rende più deboli e più disposti a farsi sfruttare a piacimento. Il tutto senza oneri per lo stato né sforzi di inclusione, organizzativi o culturali. Che ci sia questo nella mente del furbo Johnson?

L’immigrazione e l’ombra del colonialismo

24 Feb

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 37, 24-2-2020

C’è un articolo del Guardian che è una sonora sberla all’Europa. Il titolo è: “La “crisi” dei rifugiati ha mostrato il lato peggiore dell’Europa al mondo”. Sommario: “Invece di braccia aperte, coloro che sono sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo hanno incontrato razzismo, paura e incarcerazione”.
L’articolo parte da lontano, dal colonialismo che “getta ancora la sua ombra nel dibattito sull’immigrazione”. L’ansia e la paura generate dall’arrivo dell’ ”altro”, l’ “invasione” di culture diverse che mette in crisi lo stile di vita degli autoctoni, lo “scontro di civiltà”, la paura della “sostituzione”: tutto ciò è stato amplificato da una becera campagna elettorale dell’estrema destra che ha dato un forte contributo al fiorire di politiche anti-migranti e di razzismo.

Riportiamo ampi passi liberamente tradotti.
Nell’ultimo decennio, la migrazione è diventata una questione politica urgente. Gli anni 2010 sono stati segnati dall’emigrazione ma anche dai tentativi dei governi di erigere muri e recinzioni. Abbiamo visto il nazionalismo accrescere i voti e affermarsi la visione dell’estrema destra.

“Flusso”, “alluvione” e “crisi”: le immagini e il linguaggio dei media hanno plasmato l’opinione pubblica. Certo, la migrazione dal sud globale al nord – intimamente connessa all’eredità del colonialismo e ai piani segreti militari occidentali – è in atto da decenni. Ma gli anni 2010 hanno visto un numero più elevato di persone provenienti dal sud in fuga dalla povertà cronica, dall’instabilità politica, dalle guerre e dalla crisi climatica in paesi spesso devastati dalle istituzioni sostenute dall’occidente.

La Libia era sempre stata la destinazione migratoria per molti africani sub-sahariani per le sue opportunità di lavoro. In seguito alla soppressione della primavera araba del 2011 e all’intervento della NATO in Libia, è emersa una società senza legge, con un odio razziale scatenato nei confronti degli africani sub sahariani. I migranti che sono fuggiti e sono sbarcati in Europa sono stati descritti come una “invasione” di culture diverse e uno “scontro di civiltà” – in un modo simile alle giustificazioni dell’era coloniale in cui i colonizzati erano considerati esseri razzialmente inferiori.

Nell’ultimo decennio, abbiamo visto fiorire politiche anti-migranti e razzismo in tutto il mondo. L’UE ha messo in atto il sistema dei punti di crisi, filtrando le persone e classificandole come richiedenti asilo o “migranti economici”. Il pattugliamento europeo dei suoi confini meridionali si è intensificato, dando luogo a accordi con Turchia e Libia.

Negli anni ’70, il critico e scrittore John Berger descriveva le tre fasi della vita dei migranti in Europa: la loro partenza, il lavoro e il ritorno. Il “ritorno” rappresentava il futuro in cui un lavoratore poteva viaggiare liberamente e vedere la vita migliorata per la sua famiglia quando tornava in visita. Ma negli anni 2010, questo ciclo è stato interrotto: lo stato irregolare di molti migranti e richiedenti asilo impedisce loro di tornare a casa in visita. Al contrario, sono costretti a vivere vite invisibili, illegali, intrappolati e segregati.

Brevi considerazioni finali.

Nell’ultima parte dell’articolo si afferma che la determinazione a sopravvivere dei migranti non sarà sconfitta da mura e confini e che i movimenti di protesta dei migranti, come i “giubbotti neri” in Francia e le “sardine nere” in Italia, dimostrano che c’è molta determinazione e volontà di combattere. L’autore suggerisce, per contrastare la deriva “sovranista”, di unirsi ai migranti che lottano per regolarizzare il loro status, di sfidare il sistema che consente la loro emarginazione e segregazione razziale, di offrire un modo diverso di vedere la migrazione: una vera alternativa che contrasti il colonialismo e il mondo enormemente diseguale che ha creato.

I primi due suggerimenti sono realistici. Il terzo, a voler essere ottimisti, è un obbiettivo di lungo termine. Ciò che si può sperare per il breve-medio periodo è che i Trump e gli Orban siano messi nelle condizioni di non fare molti danni. In chiusura riportiamo la conclusione di un articolo del New Yorker del 30/1 u.s. dal titolo: “La legge sull’immigrazione di Trump è crudele e razzista, ma non è niente di nuovo”. “La strumentalizzazione di Trump su queste politiche e paure di vecchia data le porta a un livello completamente nuovo di odio e crudeltà. Ma, per invertire il trend, dovremo fare molto di più che tornare al modo in cui le cose erano prima del ‘trumpismo’ ”.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/01/refugee-crisis-europe-mediterranean-racism-incarceration
https://www.newyorker.com/news/our-columnists/trumps-immigration-rule-is-cruel-and-racistbut-its-nothing-new

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive

L’Europa ha bisogno di una forte politica macroeconomica

10 Feb

di Andrew Watt, 6/2/2020 – il documento

Le regole fiscali europee sono state in una situazione di continuo cambiamento e di controversie da quando il trattato di Maasctricht del 1991 stabilì i criteri di convergenza in termini di limiti al debito e al deficit degli stati membri. Il Patto di Stabilità e Crescita del 1997 rese stabili i criteri di Maastricht per i paesi dell’Unione Monetaria e, sull’onda della crisi, emise due pacchetti di direttive, chiamati pacchetto 6 e 2. Lo scopo era di rafforzare l’osservanza delle regole fiscali e di estendere la sorveglianza dell’UE sulle politiche economiche degli stati, per ridurre le divergenze macroeconomiche, in particolare sulla competitività. …

Ora la Commissione Europea ha pubblicato una revisione delle due direttive. … La revisione ha dei punti deboli – ad es., ovviamente, non parla dell’enorme e durevole danno fatto alle economie dell’Europa del sud a causa della crisi – ma è un passo avanti perché sistema molte questioni a lungo richiamate dai critici. Tra queste, il carattere spesso pro-ciclico delle politiche fiscali, la difficoltà di raggiungere un coordinamento fiscale e la mancata osservanza, soprattutto da parte dei paesi che hanno un sovrappiù, delle Procedure Macroeconomiche sugli Squilibri.

La revisione adotta cambiamenti su alcuni parametri chiave, come i tassi a basso interesse, la persistente bassa inflazione e le nuove sfide come il cambiamento climatico. … La politica fiscale degli stati deve evitare la crescita del debito pubblico, avere un bilancio sostenibile. … Alle regole bisogna affiancare un sistema di incentivi positivi o negativi (il bastone e la carota). … Fra i limiti attuali c’è tensione, come fra quello del debito al 60% e il deficit al 3% e il criterio … del deficit strutturale … (la cui stima è molto incerta). …

Innanzitutto il margine di manovra concesso agli stati per la politica fiscale dovrebbe dipendere dalla loro sostenibilità fiscale di lungo termine. … Una misura semplice come il rapporto debito/PIL non è adeguata. Bisogna tenere presenti altri fattori come i tassi di interesse, … ecc. Le politiche fiscali dovrebbero mirare a bilanciare domanda interna e offerta … ma anche tassazione e spesa pubblica, … per evitare di danneggiare la dimensione voluta del settore pubblico. …

I salari e i prezzi dovrebbero essere più presenti nelle politiche di governo … Bisognerebbe creare un sistema di assicurazione pubblica per la disoccupazione, a livello nazionale o europeo.
Si dovrebbe anche trovare il modo di permettere agli stati di finanziare attraverso prestiti le spese che accrescono la produzione e creano strutture pubbliche, soprattutto se sono in linea con gli obbiettivi europei (come il Green Deal europeo). …

(da Social Europe, traduz. parziale, 10/2/2020)

 

Aperte le iscrizioni a “Daìmon: A scuola per restare”

23 Gen

Prende il via “Daìmon: A scuola per restare”: una scuola che non terminerà mai: itinerante, multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Praticheremo l’arte socratica della maieutica, ovvero impareremo a ‘partorire’, grazie agli stimoli – dote in senso lato- degli incontri, risposte, strumenti e soluzioni che ci appartengono ma che abbiamo disarmato.

Impareremo dunque a ri-scoprire i nostri luoghi madre, a stimolare e supportare gli enti pubblici e privati locali e internazionali; ci sensibilizzeremo alla cittadinanza attiva glocale; ci dis-educheremo all’abbandono e impareremo l’arte della cura: delle radici e dei fiori.

Da decenni l’Italia è vittima del calo demografico e dello spopolamento per abbandono volontario o forzato da parte dei suoi abitanti. Ma è in atto anche una migrazione interna che, come una bussola, è pressoché unidirezionale e riguarda uno spostamento massivo di cittadini dalle regioni del Sud a quelle del Nord Italia.

Interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma, mentre le città medio-grandi si apprestano a diventare metropoli prive di spazio vitale. 

È fondamentale preservare il patrimonio culturale e naturale dei piccoli centri, per tutelarne la produzione agricola, culturale ed enogastronomica: per tutelarne le connotazioni identitarie.

A partire da queste osservazioni, l’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato il concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo e propositivo, da praticare nella quotidianità: lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando e rigenerando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo, in piena armonia.

I paesi rappresentano una grande risorsa e una grande opportunità.

Non sono un residuato del passato o un’eredità di un “piccolo mondo antico” avulso dal presente. Anzi, i piccoli comuni possono essere un luogo dove si possono sperimentare politiche innovative dal punto di vista civico, sociale ed economico, dove si possono costruire nuove relazioni con i luoghi e le comunità, dove si può (e si deve) parlare di futuro.

Di sicuro il futuro dell’umanità sarà ancora costituito da cammini e spostamenti. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma indica la strada per costruire avamposti contro l’impoverimento culturale e per erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro – da offrire ai viandanti: indica la strada per creare rete, scambio di saperi, cor.rispondenze e quindi arricchimento.

Ed è proprio questo che la scuola chiede in luogo di una quota di partecipazione: un baratto in sapere, manufatti, tempo, ospitalità, prodotti o edificanti segreti per una restanza felice.

P.S. Abbiamo scelto di dare alla nostra scuola il nome Daìmon, dal lessico del sentire greco. Era lo spirito guida che accompagnava gli eroi greci a compiere il loro destino, a realizzare pienamente la loro individualità, il loro essere eccezione; nel caso di Antigone era Filía: Amore.

Daìmon era ed è il nostro demone: lo sguardo interiore che porta al riconoscimento; viatico e volano per la realizzazione della nostra pienezza. I segni di daìmon poi sono gli stessi che definiscono (con l’aggiunta di una congiunzione) la parola diaméno, che in greco classico significa restare.

Per cui (il nostro è anche un augurio): restiamo seguendo il nostro demone, nella piena realizzazione –anche civica- della nostra singolarità.

Ideatore della scuola: Gianluca Palma 

Gestione della scuola a cura de La scatola di latta

Stradario Poetico a cura di Elisabetta Donno

Progetto grafico a cura Valeria Puzzovio

Traduzioni a cura di Cristina Carla

Info: 3395920051 – scatoladilatta2014@gmail.com

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