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La sanità pubblica, quando ce n’è bisogno

25 Mar

di Lavinia Bifulco, Stefano Neri, Angelo Salento* 25-3-2020
il documento (da il manifesto 17 marzo 2020)
La mortificazione di tutta l’economia della vita quotidiana sta esponendo il corpo sociale a rischi straordinari
Al pari di tutto ciò che conta, la sanità (pubblica) si vede quando non ce n’è abbastanza: nell’emergenza, diventano chiare le sue virtù ed emergono i suoi limiti, esiti di orientamenti di lungo corso.
Innanzitutto, la tendenza a sacrificare la medicina di base e le attività di prevenzione e igiene pubblica a vantaggio dell’enfasi consumeristica sulle prestazioni di diagnosi e cura individuali. La spesa per l’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro è pari appena al 4% del totale della spesa per i livelli essenziali di assistenza (Lea). In secondo luogo, la tendenza al disinvestimento, su cui ha pesato l’ingiunzione dell’austerity. In linea con gli altri paesi mediterranei, l’Italia ha circa 3 posti letto ogni mille abitanti – erano quasi il doppio nel 1997 – a fronte degli 8 della Germania. In terzo luogo, la penalizzazione del lavoro sanitario. Fra il 2008 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto di 42mila unità (6,2%), l’età media è passata da 43 anni nel 2001 a 51 nel 2017 (e oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni). Nel periodo 2018-2025, è previsto un ammanco di circa 16.700 medici, con le punte più alte in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva (stime Anaao-Assomed). In quarto luogo, la tendenza alla privatizzazione e alla finanziarizzazione, non soltanto con l’outsourcing di prestazioni in convenzione, ma anche con la promozione fiscale dei fondi sanitari integrativi, strumenti di intermediazione assicurativa che – valuta la Fondazione Gimbe – hanno inflazionato le prestazioni superflue. Infine, ma non da ultimo, la regionalizzazione, che ha frammentato il sistema sanitario in segmenti difficili da coordinare e strutturalmente inadatti a ridurre le disuguaglianze territoriali. I 3 posti letto medi per mille abitanti su scala nazionale, ad esempio, sono 3,3 nel Friuli ma 2,5 in Calabria. Senza dire dell’inefficacia del governo regionale della prevenzione.
La sanità, tuttavia, non è l’unico settore esposto oggi a un «effetto-verità». Nell’emergenza, salta agli occhi la straordinaria importanza di tutte le attività che «non si possono fermare», ovvero dell’intera economia fondamentale: la produzione e distribuzione alimentare, i servizi di cura, l’istruzione, i trasporti pubblici e le infrastrutture stradali, l’amministrazione pubblica, le telecomunicazioni, la distribuzione dell’acqua, dell’energia e del gas, il trattamento dei rifiuti. È uno spazio economico indispensabile, perequativo e anticiclico, che permette la riproduzione della società e occupa circa il 40% della forza-lavoro su scala continentale, con un repertorio di competenze impressionante per varietà e qualità.
Costruito fra l’epoca del «socialismo municipale» ottocentesco e i «trent’anni gloriosi», quest’insieme di attività negli ultimi trent’anni è stato attraversato da processi che ne hanno indebolito la capacità. Non si tratta soltanto dei tagli lineari pretesi dal regime di austerity nell’Europa mediterranea. Nell’intera Europa le attività fondamentali, intrinsecamente inadatte alla produzione di alti profitti e rendimenti, sono state reinterpretate come aree di business altamente remunerative. Paradossalmente trascurate da un pensiero economico tutto concentrato su tradables, innovazione tecnologica e competitività, sono diventate attraenti per gli investitori privati e per un ceto manageriale di orientamento finanziario. Privatizzazioni, outsourcing e tagli lineari hanno portato disorganizzazione e fragilità all’economia della vita quotidiana, inasprendo le disuguaglianze, esponendo il corpo sociale a rischi ordinari e straordinari. L’emergenza sanitaria presenterà un conto pesantissimo, e questa volta il collasso è interno all’economia reale.
La sfida che si prospetta è di ordine politico, perché le scelte che si faranno incideranno in maniera diretta sulla stratificazione sociale e sulla qualità della vita dei più. L’Europa ha un’occasione per rimettere in piedi la vita economica e le sue istituzioni restituendo centralità e forza all’economia fondamentale.
Non c’è una ricetta da seguire, ma si può convenire su alcuni principi di riferimento: (a) in quanto infrastruttura della vita collettiva, l’economia fondamentale non può essere assimilata all’economia dei tradables [beni e servizi scambiambili, ndr] e deve essere sottratta agli imperativi di redditività; (b) deve essere riportata nella sfera del diritto pubblico, quand’anche non interamente nella proprietà pubblica; (c) dev’essere finanziata attraverso un sistema fiscale radicalmente progressivo, che disincentivi l’estrazione di rendita e che non può essere surrogato dal filantropismo privato e dalla «finanza sociale»; (d) occorre promuovere l’auto-organizzazione economica, il mutualismo e l’azione sociale diretta delle comunità locali, che sono importanti serbatoi di innovazione, e tuttavia (e) bisogna prendere atto che il futuro dell’economia fondamentale – a cominciare dai dispositivi di salute pubblica – non si gioca interamente su scala locale, ma domanda forme di coordinamento e di finanziamento nazionale e internazionale.
È quanto basta per costruire un nuovo quadro di alleanze politiche fra le forze progressiste europee, investendo sulla possibilità che la crisi sanitaria lasci spazio non già a una domanda di autoritarismo, ma a un nuovo «spirito del ’45»: alla convinzione che sia indispensabile una piattaforma collettiva a garanzia del benessere di ciascuno.
* Gli autori aderiscono al Collettivo per l’economia fondamentale che ha pubblicato per Einaudi «Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana».

“Le colpe del Sud”. Commento a Scamardella

9 Dic

di Cosimo Perrotta

Il recente libro di Claudio Scamardella, Le colpe del Sud, Manni editore, è interessante perché si contrappone con forza all’eterno assistenzialismo del Sud ma non concede nulla ai luoghi comuni secondo cui il Sud peserebbe parassitariamente sul Nord. Il libro, pur non essendo un lavoro di ricerca, va al fondo dei problemi.

L’autore rifiuta le autoassoluzioni, denunzia il fallimento delle politiche pubbliche per il Sud ma anche la menzogna sulla ripartizione pro-capite delle risorse (che in effetti sono fortemente sbilanciate a vantaggio del Nord), infine addossa la colpa principale del sottosviluppo alle classi dirigenti e intellettuali del Sud.

Queste élite – dice – non hanno capito la svolta radicale avvenuta con il crollo del mondo comunista trent’anni fa. Il Sud d’Italia, nella strategia atlantica, riceveva un fiume di provvidenze per evitare che si collegasse con il Centro Italia dominato dalle sinistre. Queste élite hanno continuato a piatire assistenza mentre la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica dovevano portare a una radicale ricollocazione. Infatti, l’economia post-guerra fredda ha intensificato fortemente i traffici tra l’Europa e l’Estremo Oriente e fra l’Europa e l’Africa.

Il Sud d’Italia è la piattaforma naturale in cui questi traffici si incontrano. E’ questa la grande occasione che stiamo perdendo: ristrutturare la nostra economia in funzione di questi collegamenti, per esportare in quelle grandi aree e per essere lo snodo dei loro traffici.

Eppure, scrive l’autore, la storia ce lo diceva che il Mediterraneo è il cuore del nostro problema. Secondo Pirenne il Sud d’Italia divenne periferia quando gli arabi conquistarono il Nord Africa e divisero per sempre il Mediterraneo. Fu allora che il centro dell’Europa si spostò verso il centro-nord. Scamardella è consapevole delle riserve degli altri storici su questa tesi di Pirenne, ma la perifericità del Mediterraneo venne confermata e rafforzata dalla circumnavigazione dell’Africa e dalla scoperta dell’America. Oggi però la globalizzazione ha ristabilito la centralità del nostro mare e il Sud dovrebbe approfittarne per rilanciare il suo sviluppo.

L’autore avverte – con notevole efficacia – che non basta lo stato né l’industrialismo a promuovere lo sviluppo. Pur con i suoi grandi meriti le politiche di Nitti (e poi di Fanfani) non sono bastate ad eliminare l’assistenzialismo. Questo affonda le radici (come ricordano Banfield, Putnam e poi Aldo Masullo) nella carenza di civismo dei meridionali. Il civismo moderno è riconoscimento dei diritti del cittadino, senso del dovere e delle regole. Il Sud non ha compiuto il passaggio dalla comunità, basata sul rapporto personale di consanguinei ed amici, alla società, fatta di regole, di rapporti impersonali e di solidarietà (pp. 29-32).

Un altro passaggio importante parla del blocco sociale della borghesia (di professionisti e intellettuali), che – invece di guidare la società – è sempre attento ai suoi interessi corporativi e di potere. Dunque la società civile è complice dello sfascio e non vittima della politica (pp. 34-5). E’ questa complicità che ha fatto fallire l’esperienza delle regioni come centri di decisione politica (p. 86).

Il terzo punto di forza dell’analisi di Scamardella è che “l’idea che lo sviluppo economico possa essere generato dal solo intervento dello Stato, senza una contemporanea rivoluzione culturale” si è rivelata fallace (p. 40). Molto ben detto. Siamo arrivati al nodo centrale, messo in evidenza dalle migliori analisi del meridionalismo (quelle di Genovesi, Galanti, Fortunato, Salvemini, Nitti, Gramsci). Ma si tratta di un nodo complesso come quello di Gordio, che però non si può sciogliere con la spada del manicheismo.

Lo stato post-unitario, da una parte, impose nel Sud strade e ferrovie, ospedali e farmacie, scuole elementari, carabinieri; tutte cose che erano state sempre impedite dai grandi proprietari terrieri (che da sette secoli dominavano il Sud) e dai loro clienti (la borghesia amministrativa, sempre a caccia di stipendi pubblici). D’altra parte, i governi nazionali subirono il ricatto dei grandi agrari del Sud (il partito governativo per antonomasia) e stroncarono, con le politiche sui dazi, i primi germogli di imprenditoria dal basso. Avviarono l’industrializzazione, ma poi sparavano sui contadini che chiedevano terre su cui lavorare per diventare appunto piccoli imprenditori.

Persino il grande sviluppo del welfare state non sfuggì a questa logica ambigua. L’unica differenza è che – decaduti i grandi agrari – la guida della società passò direttamente alla “borghesia di stato”, il blocco di tecnici compiacenti, amministratori, imprenditori-clienti e politici che tuttora gestisce il fiume di denaro pubblico che arriva al Sud.

L’autore propone una macro-regione del Sud con base comunale per responsabilizzare i nostri amministratori e avviare la rivoluzione culturale necessaria. Forse è una soluzione. Ma di una cosa sono certo: non c’è un eccesso di stato nel Sud, c’è carenza. E non per continuare con l’assistenzialismo, ma per esercitare un vero controllo, come fanno in tutti i paesi sviluppati, che sanzioni chi viola il proprio impegno con le istituzioni; un controllo sugli appalti e la loro gestione, sull’utilizzo dei fondi, la correttezza dei bilanci, la produttività del settore pubblico, l’efficienza della pubblica amministrazione, la scuola e la sua efficacia, l’evasione fiscale dai mille volti, l’assenteismo, il traffico … Un controllo vero non può che basarsi sul principio che il superiore è responsabile di ciò che fa il subalterno. Finché i responsabili – politici, amministrativi, imprenditori, tecnici – non pagheranno per le loro distrazioni, complicità, connivenze sulle violazioni dei subalterni o appaltanti, non ci sarà nessuna rivoluzione culturale.

Le voci che abbiamo in comune – Un glossario dell’amministrazione condivisa

19 Mar

Con grande piacere segnaliamo “Le voci che abbiamo in comune” pubblicato da Labsus (Laboratorio per la sussidierità) un Glossario dell’amministrazione condivisa, con 34 fra i termini più usati per parlare dell’amministrazione condivisa dei beni comuni.
 La  redazione di Labsus le ha chiamate Voci perché sono termini, lemmi, parole, ma anche perché danno suono a concetti astratti che ritengono fondamentali per rendere agibile e praticabile la loro idea di cittadinanza. Un’idea che è essenziale rivalutare per migliorare la qualità della vita in comune.

Scarica gratuitamente 
Voci in comune

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.

Il partito personale e la democrazia

13 Nov

l’articolo 13-11-2017 di Oreste Massari

Risultati immagini per Il partito personale e la democraziaC’è un tipo di partito che mi pare del tutto in antitesi con i requisiti funzionali che la logica di funzionamento della democrazia richiede ai partiti politici, ed è il cosiddetto partito personale. Continua a leggere

SVIMEZ: studio sulla qualità della Pubblica Amministrazione

14 Gen
SVIMEZ(Articolo tratto da Regione.it 2860 – 13/01/2016) SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) propone uno studio sulla qualità delle istituzioni, con tanto di classifica basata su specifici criteri adottati. In particolare si sottolinea che bisogna ancora colmare i divari nei diritti di cittadinanza nel Paese.
In questa graduatoria la qualità della Pubblica Amministrazione è più alta al Centro/Nord che al Sud, analizzando le performance di regioni e province italiane negli anni 2004-2012. In testa è la regione Toscana e la provincia di Firenze in particolare.

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Sul “teorema del bilancio in pareggio”

14 Dic

L’articolo  14-12-2015 di Arturo Hermann

money-scalesCome è noto, il tema della riduzione della spesa pubblica e della tassazione è al centro del dibattito di politica economica. In relazione con questi aspetti, vi è la diffusa convinzione, in particolare da parte degli esponenti della supply side economics, che una riduzione delle imposte, accompagnata da una riduzione più moderata della spesa, e quindi con aumento del disavanzo del bilancio pubblico, possa costituire un fattore di stimolo per l’economia. Continua a leggere

Canfora e Zagrebelsky: “La maschera democratica dell’oligarchia” – 2° parte

22 Gen

L’articolo 19/1/2015 di Aldo Randazzo

canfora.zagrebL’oligarchia che domina in Europa (e in Italia)

Parallelamente alla riduzione di spazi della politica abbiamo assistito ad una perdita di sovranità degli Stati, segnatamente in Europa. Precludendo agli Stati europei la possibilità di proprie politiche monetarie e in assenza di istituzioni sovranazionali realmente democratiche, s’è dato spazio ai “centri di potere finanziari dislocati fuori, oltre gli Stati, che degli Stati fanno a meno” (Zagrebelsky) e che ne condizionano le politiche economiche. Al tempo stesso la politica, che era luogo per la scelta dei fini, è divenuta attività esecutiva di decisioni assunte fuori dalle istituzioni rappresentative. Si rende, così, “incomodo” il voto popolare e la democrazia stessa diviene un intralcio. Continua a leggere

Canfora e Zagrebelsky: “La maschera democratica dell’oligarchia” – 1° parte

12 Gen

di Aldo Randazzo

La maschera democratica dell'oligarchia - copertina

La maschera democratica dell’oligarchia – copertina

Perché le attuali democrazie sono in realtà oligarchie camuffate

Definire la struttura del potere negli Stati moderni è alquanto complesso. Formalmente le nostre sono democrazie con rappresentanze elettive e leggi costituzionali che regolano la convivenza civile. Storicamente tuttavia la vita democratica ha avuto modi diversi di esplicitarsi. Continua a leggere

Sabino Cassese e la ricostruzione dello Stato

15 Set

di Oreste Massari

 Le élite dirigenti italiane sanno far fronte agli aumentati impegni del governo e dello Stato?

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Sabino Cassese, Governare gli italiani. Storia dello Stato, Bologna, il Mulino 2014

L’ultima opera di Sabino Cassese, Governare gli italiani. Storia dello Stato, Bologna, il Mulino 2014, è una sistemazione teorica e storica della sua ricerca sullo stato moderno e contemporaneo, attraverso riflessioni di quasi un cinquantennio. Le principali tappe della ricerca sono L’amministrazione dello Stato (1976), Esiste un governo in Italia? (1980), La crisi dello Stato (2002), Lo stato fascista (2010), L’Italia: una società senza Stato? (2011), Chi governa il mondo? (2013).  Come si vede già dai titoli, la ricerca di Cassese è definita da due termini ricorrenti: stato e governo. Da tutta l’opera si evince che l’oggetto di studio è la funzione e l’attività di governo. Lo stato, complessivamente inteso, non è altro che una struttura di supporto del governo. Da qui la centralità dell’amministrazione, degli apparati, dei funzionari e dei loro rapporti con la società e l’economia. Continua a leggere