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“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

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La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)

L’isola di Samo, prigione dei rifugiati e vergogna dell’Europa

27 Mag

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 29
a cura di Piero Rizzo

Quest’anno la ricorrenza del terzo anniversario (20 marzo) dell’accordo UE-Turchia, per la gestione dei migranti sulla rotta balcanica, è passata un po’ in sordina. Eppure i drammi umani che ne sono derivati sono tutt’altro che irrilevanti. Ha scritto “The Nation”, uno dei più antichi settimanali statunitensi: “Samo rappresenta la crudeltà di un accordo tra Unione Europea e Turchia che ha lasciato circa 75mila richiedenti asilo in un limbo”. Concetto non meno severo è stato espresso dal “Guardian”: “Ciò che ha fatto [l’accordo] è condannare migliaia di persone a una vita di paura e limbo, l’esatto contrario dei valori che l’UE dice di custodire. In realtà è una macchia duratura sulla coscienza dell’Europa da parte di politici che a parole sostengono i valori universali incarnati dall’Acropoli”.

Riportiamo degli stralci liberamente tradotti dell’articolo di “The Nation” del 23 apr. u.s. il cui titolo è: “L’isola greca che divenne una prigione a cielo aperto per i rifugiati”.

Se l’obiettivo principale dell’operazione era quello di scoraggiare i richiedenti asilo dall’attraversare il mare, la strategia inizialmente sembrava funzionare: il numero di nuovi arrivi è inizialmente diminuito. Ma già nell’estate del 2018, stava di nuovo incominciando a salire. A partire dal 14 aprile di quest’anno, 9.233 richiedenti asilo sono sbarcati in Grecia, 1.444 a Samo, e molti altri dovrebbero arrivare quando il clima migliorerà.

Gli effetti dell’accordo sono particolarmente visibili nelle isole del Mar Egeo settentrionale come Samo, perché, essendo così vicine alla Turchia, attirano il maggior numero di rifugiati. Prima, le persone che arrivavano venivano trasferite sulla terraferma o in Europa in pochi giorni o settimane. Adesso, molti sono costretti ad aspettare sulle isole mesi o anche anni, perché nell’accordo si stabilisce che non possono lasciare le isole prima che la domanda di asilo sia stata accettata o meno.

La vita nel campo di Samo è stata sempre terribile, ma dopo l’accordo è peggiorata costantemente. L’estate scorsa, mentre la temperature saliva a 38°C, l’acqua scorreva solo per due ore al giorno, tutti i bagni erano rotti e il campo puzzava di fogna. In inverno, c’erano giorni in cui finiva il cibo, alcuni container erano così affollati che la gente dormiva sul pavimento, mentre forti piogge e venti si abbattevano sulle tende e i pochi effetti personali andavano giù per la collina in un fiume di fango. Le condizioni sono diventate così terrificanti che alla vigilia del terzo anniversario, Oxfam e altre 24 ONG hanno inviato una lettera ai leader dell’UE dicendo che l’accordo ha portato a politiche e pratiche in Grecia “miopi, insostenibili, inefficaci e pericolose.”

Per quanto preoccupanti, il razzismo, la mancanza di sicurezza e le pessime condizioni non sono tuttavia il problema più grande. Il vero problema è non sapere quando e se verrà concesso l’asilo e il permesso di lasciare l’isola, o se si sarà rimandati in Turchia, da dove si potrebbe addirittura essere riportati nel paese da cui si è fuggiti.

“Tutto ciò che facciamo è aspettare e tormentarci. Non possiamo fare piani, non abbiamo alcun controllo sul nostro futuro “, ha detto Zainab. “Vogliamo solo vivere una vita normale qui, non una vita lussuosa, solo una vita sicura. Vogliamo essere utili. Ma qui non possiamo fare niente per nessuno, nemmeno per noi stessi. ”

Chiudiamo con il sottotitolo dell’articolo del Guardian citato all’inizio. Secondo Amnesty, affermare che il trattato sulla migrazione ha avuto successo significa negare la realtà, data la terribile situazione delle persone intrappolate nelle isole greche.
https://www.thenation.com/article/samos-greece-refugee-hell/
https://www.theguardian.com/world/2019/mar/20/activists-project-refugees-welcome-on-acropolis-to-show-crisis-not-over

La tradizione umanitaria in Francia

23 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 28

L’articolo selezionato per questo numero è preso dall’Independent ed ha come titolo: “La Francia respinge i migranti alla frontiera, ma un sindaco si rifiuta”.
Il sindaco di Bayonne offre un alloggio dignitoso ai migranti africani che arrivano in Francia attraverso il confine spagnolo, incurante delle direttive del governo che gli rimprovera di creare un “fattore di attrazione” per altri migranti e un’altra Calais.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.

Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, una città a 22 miglia dal confine, ritiene che quel che sta facendo sia una necessità e un obbligo umanitario.
Dal momento che l’Italia ha quasi completamente chiuso i suoi confini ai migranti e la Francia ha cercato di chiudere il confine a quelli provenienti dall’Italia, la Spagna è diventata la principale porta d’ingresso in Europa per chi proviene dall’Africa, con oltre 57.000 arrivati l’anno scorso.
Molti ora arrivano in Francia e transitano per Bayonne.
Ma ciò che Etchegaray considera una posizione ragionevole lo ha messo in guerra con il governo del presidente Emmanuel Macron, diventando un caso di studio nella gestione della crisi migratoria europea da parte della prima linea.

Egli non vuole che questi giovani, prevalentemente provenienti da paesi dell’Africa occidentale di lingua francese come la Guinea, il Mali e la Costa d’Avorio, si aggirino per sempre nella sua città. Inoltre non vuole che si accampino per le sue strade. Ma vuole che i migranti vivano, mentre sono nella sua città, in una “condizione di dignità”.
“Non penso di poter fare di meno”, dice.

“Ho visto che le frontiere si stavano chiudendo e, per quanto mi riguarda, ci sono alcuni diritti fondamentali che non possono essere calpestati”, dice Etchegaray, evocando l’eredità di Bayonne come rifugio per gli ebrei in fuga dall’Inquisizione spagnola e come luogo di nascita del grande giurista ebreo René Cassin, che ha contribuito alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’atteggiamento dello stato francese nei confronti del sindaco illustra bene le ambiguità di Macron in materia di migrazione. Da un lato, esalta le tradizioni umanitarie della Francia e chiede alla polizia di trattare i migranti di conseguenza. Dall’altro, il suo governo rifiuta l’ammissione alle navi migranti, mette sotto processo i difensori dei loro diritti e si vanta del numero di stranieri espulsi o respinti alle frontiere.

Gli italiani hanno accusato i francesi di ipocrisia con rabbia, ed Etchegaray ha usato la stessa parola. “Il prefetto ha detto: ‘No, no, no, no, no, no!'”, ricorda Maïté Etcheverry, una giovane volontaria che gestisce il centro di accoglienza a Bayonne.
Ma il sindaco continua a distribuire coperte, si interessa della salute dei migranti e paga per il centro stornando i soldi dal budget del comune.

Brevi considerazioni:

un altro “Mimmo Lucano” e l’inveterata ipocrisia del governo francese. Un déjà vu.
Fa un certo effetto che nella “Patria dei diritti dell’Uomo” diventi un caso il comportamento di un sindaco che mostra di avere un’anima. “Lo stato non vuole saperlo, ma io devo saperlo. E questa è un’emergenza”. Sicuramente ci sono altri “sindaci di Bayonne”, ma in questa fase storica preferiscono non esporsi molto. Episodi di intolleranza verso chi ha offerto ospitalità ai migranti sono all’ordine del giorno. Purtroppo per scopi di bassa politica il non problema dei migranti è diventato l’unica questione paneuropea. Le leggi anti-migranti della Danimarca considerata la “nazione più felice” del mondo fanno venire l’orticaria.

https://www.independent.co.uk/news/world/france-migrants-jean-rene-etchegaray-emmanuel-macron-immigration-emigration-bayonne-a8784936.html

Le pubblicazioni riprenderanno lunedì 6 maggio

Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

La collaborazione multi-religiosa per il soccorso dei migranti

26 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n° 27 – Commenti esteri
L’articolo di questo mese è preso dall’Economist ed ha come titolo “Il soccorso ai migranti sta cambiando il mondo delle religioni”. I Valdesi, si legge nell’articolo, insieme con i loro precedenti persecutori (i cattolici), agiscono da catalizzatori nel rispondere in modo creativo alla crisi migratoria europea.
L’iniziativa dei “corridoi umanitari” è un caso “impressionante” di cooperazione interreligiosa in una causa umanitaria. È stato lanciato tre anni fa dai Valdesi insieme alla comunità di Sant’Egidio, un organismo cattolico noto per il lavoro di assistenza e di pace. In seguito a un patto con il governo italiano, questi enti di beneficenza accomunati dalla fede si sono assunti la responsabilità per l’intero ciclo del viaggio di migranti particolarmente vulnerabili verso l’Europa.
Ecco come funziona. Individui bisognosi, che possono essere minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione, vengono identificati nel luogo di partenza (ad esempio, un campo profughi in Libano), trasportati in aereo verso una destinazione europea dove ricevono “visti umanitari” e quindi vengono aiutati a inserirsi nella società del paese ospitante. La fase finale prevede anche il collegamento con le moschee. L’idea ha preso forma in Italia ma è stata adottata in altri tre paesi (Francia, Belgio e Andorra) e da altre agenzie umanitarie, tra cui la Caritas, una grande organizzazione di beneficenza cattolica e le chiese protestanti francesi.
Almeno 2.000 persone hanno beneficiato di questo trattamento onnicomprensivo: una goccia nell’oceano quando ci si confronta con la crisi migratoria ma, come dicono i sostenitori, un’importante dimostrazione che il salvataggio di persone da imbarcazioni in avaria non è l’unica risposta possibile. Nel lanciare il progetto, il buon nome e le casse piene dei Valdesi sono stati di aiuto. Sebbene i loro adepti siano poche decine di migliaia, centinaia di migliaia di italiani hanno scelto questa chiesa come destinataria di una piccola fetta del loro reddito.
In molti modi diversi, il far fronte ai bisogni dei migranti sta catalizzando un cambiamento nella scena religiosa del mondo occidentale, e gli scienziati sociali ne stanno prendendo nota. Il progetto “corridoi umanitari” è una delle cinque iniziative multireligiose considerate in una ricerca descritta nell’ultimo numero di Journal of Ethnic and Migration Studies.
Osservando la scena attraverso lenti alquanto scettiche e secolari, l’articolo dice che le prove supportano l’idea che gli approcci multifede possano superare i problemi “ben documentati” che sorgono quando l’integrazione dei nuovi arrivati è gestita da un solo gruppo religioso, non ultimo quello di favorire i propri correligionari.
In Germania i finanziamenti statali per alcuni progetti di integrazione sono stati subordinati alla partecipazione di più fedi religiose.
Brevi considerazioni.
Se ci focalizzassimo esclusivamente sui numeri di migranti “liberati”, 2 mila contro un totale di varie centinaia di migliaia, dovremmo concludere che si sta parlando del nulla. In realtà l’iniziativa “corridoi umanitari” è degna di nota per due motivi. Primo perché riguarda un’umanità estremamente vulnerabile: minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione. Secondo perché l’operazione prevede una cooperazione multireligiosa, la quale, anche se sostenuta con calore da papa Francesco, è difficile da realizzare perché molti migranti provengono da paesi la cui identità religiosa è così radicata, da essere causa di divisione e di conflitti.
https://www.economist.com/erasmus/2019/02/25/care-for-migrants-is-changing-the-world-of-religion

Il problema delle identità fra locali e migranti

25 Mar

di Sergio Salvatore
Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento (7/11/2018) per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali”
Sembrerebbe che in Europa – e non solo in Europa, se si guarda a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico – un’ondata di irrazionalità ha profondamente influenzato il modo in cui l’opinione pubblica approccia le faccende politiche e istituzionali. Più il discorso delle forze populiste è confuso, irrealistico, ideologicamente violento, chiuso alle ragioni degli altri, privo di prospettiva temporale, in contrasto con i valori democratici, universalistici e umanitari alla base della Weltanschauung occidentale, più è attraente, e più è in grado di determinare l’agenda politica e lo scenario emotivo collettivo. Dalla primavera scorsa, quando i populisti sono saliti al potere in Italia, gli episodi di criminalità razziale in tale paese sono aumentati drammaticamente – alcune persone sono state prese a fucilate semplicemente per il colore della loro pelle. Ora, le persone sono più o meno le stesse dell’anno scorso; ciò che è cambiato è il sentimento diffuso, la sensazione di essere in guerra contro un nemico incombente (migranti, Rom, …) e il conseguente senso di normalità e impunità associati alla reazione violenta contro quelli che sono considerati nemici.
In realtà, è difficile negare che nella maggior parte dei paesi occidentali molte persone sembrano indirizzare le proprie preferenze politiche in modo incoerente con i propri interessi. Allo stesso tempo, sembra abbastanza chiaro che ciò che rende appetibili le affermazioni e le azioni populiste e anti-migranti non è la loro capacità di risolvere problemi ma la loro abilità a sintonizzarsi e rispecchiare i sentimenti di frustrazione e rabbia diffusi tra ampi strati di società. Le persone domandano reazioni, non soluzioni.
Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che si tratti solo di una mancanza di razionalità. La gente non è improvvisamente impazzita. Come la febbre è sintomo della malattia ma anche il modo con cui il corpo cerca di curare se stesso, allo stesso modo il crescente sostegno alle forze populiste va considerato il modo di soddisfare una domanda profonda che non trova altro modo di essere raccolta.
Se si dà un’occhiata più da vicino al discorso populista si possono individuare al suo nocciolo due elementi intrecciati. Da un lato, il discorso populista è intrinsecamente paranoide – si basa sul ed è intessuto del riferimento ad un nemico. L’élite è il bersaglio principale: il populismo si nutre dell’evocazione dell’élite cattiva che cospira per i propri oscuri ed illegittimi interessi a scapito dei “giusti” (il popolo, mitica ed idealizzata controparte). Di solito, la categoria dei nemici viene ulteriormente ampliata, includendo, a seconda dei casi, migranti e/o musulmani e/o altri paesi e/o le istituzioni europee e così via. Dall’altro lato, il populismo è caratterizzato dalla proposta di politiche di corto respiro che sovrappongono obiettivi e metodi/strategie – vale a dire: politiche che traducono direttamente il risultato che si intende raggiungere in ciò che viene fatto. Un tipico esempio, ampiamente analizzato, di questa confusione tra obiettivi e metodi è fornito dalle politiche economiche populiste adottate in diversi paesi latinoamericani: la difesa del potere d’acquisto del popolo e la lotta all’inflazione, che dovrebbe essere l’obiettivo della politica economica, sono trasformate nel contenuto dell’intervento (cioè, nel metodo), ad esempio nei termini dell’imposizione per legge del blocco dei prezzi. L’effetto di tale tipo di interventi è un miglioramento momentaneo ed effimero, seguito dall’aumento dell’inflazione e dal peggioramento dell’economia, dunque da un ulteriore aggravamento delle condizioni dei segmenti più poveri della società – vale a dire: di coloro che costituiscono i beneficiari della politica. In breve, i populisti non risolvono i problemi, soddisfano il desiderio delle persone di credere che le cose possano cambiare e possano essere affrontate in modo rapido e giusto. Il populismo è stato definito la politica della speranza.
Ciò che è dunque necessario è riconoscere che il sostegno alle forze populiste non dipende da quanto tali forze siano in grado di affrontare efficacemente i problemi; riflette piuttosto la capacità del discorso populista di soddisfare la domanda di identità delle persone – cioè, il senso di “noità” nutrito dalla percezione di un nemico minaccioso da cui difendersi – e di capacitazione – cioè, il sentimento che è possibile cambiare lo stato delle cose, facendo sì che il bene vinca sul male.
Solitamente, tale riconoscimento è la base di critiche rivolte sia ai populisti – accusati di essere incompetenti, demagogici, dediti alla propaganda – che alle persone che li trovano attraenti – accusati di essere irrazionali, ingenui, privi non solo di senso civico ma anche di umanità.
Simili critiche possono avere anche un effetto consolatorio per chi le formula; ma rappresentano una strategia totalmente inefficace, se l’obiettivo è di mettere un argine contro l’attuale sfaldamento delle istituzioni democratiche e dei valori universalistici su cui le società occidentali sono fondate. La domanda di identità e capacitazione non può essere sradicata come se fosse un’epidemia di colera. Il fatto che questa domanda sia espressa in modo sbagliato non rende la domanda sbagliata. Al contrario, mentre è vero che le soluzioni proposte dai politici populisti sono inefficaci e spesso controproducenti, è anche vero che quando una soluzione controproducente attecchisce, significa che la domanda cui essa prova a dare risposta è tanto profonda, quanto indisponibili sono le alternative.
Ciò che è assolutamente necessario è capire le ragioni che alimentano una tale domanda, che cosa l’ha resa così forte rispetto anche al recente passato e quali modi alternativi di soddisfarla possono essere individuati – modi che devono essere sia competitivi rispetto alla sirena del populismo che capaci di far progredire il progetto democratico nel tempo della globalizzazione (1).

(1) Sergio Salvatore è professore ordinario di Psicologia dinamica all’Un. del Salento.

La Libia “porto sicuro”?

26 Feb

di Paolo Bonetti (brani estratti dal suo blog personale, 22 gennaio alle ore 18:17)

Migranti e Sviluppo n. 26

La questione in gioco da anni nel mare tra Italia e Libia richiama l’essenza stessa del diritto e dei diritti umani. … Ciò che sta accadendo è molto grave e molto semplice:
1) secondo la legge libica tuttora in vigore ogni straniero che entri o soggiorni irregolarmente in Libia è immediatamente arrestato e detenuto, ma oggi lo è a tempo indeterminato e senza processo
2) la Libia non riconosce il diritto di asilo a nessuno straniero, non ha una costituzione, né alcuna effettiva tutela dei diritti dell’uomo ed è uno dei pochi Stati al mondo che non ha neppure ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato;
3) dal 2011 è in corso in Libia un conflitto armato interno che non vede una fine sicura, sicché nessuno dei soggetti politico-istituzionali funzionanti in Libia, né l’Onu, né altri Stati riesce a controllare in modo stabile il territorio e a disarmare le tante milizie armate e bande di trafficanti;
4) in questo caos decine di migliaia di stranieri sono stati catturati , torturati o sequestrati a scopo di estorsione o sfruttati come lavoratori schiavi o prostitute. Il 95% delle donne migranti è violentato.
5) circa 6000 stranieri sono detenuti nelle carceri controllate ancora dal governo di Tripoli in condizioni che l’Onu tuttora afferma essere disumane e degradanti, mentre decine di migliaia sono detenuti in carceri segrete controllate dalle milizie armate che seviziano, violentano e torturano tutti per tentare di estorcere denaro alle famiglie degli stranieri nei Paesi di origine ….
6) il governo provvisorio di Tripoli ha ottenuto finanziamenti italiani ed europei per controllare il mare, ma non lo fa e riporta i pochi salvati nelle medesime strutture carcerarie che sono in condizioni inumane e degradanti
7) gli artt. 13, 14 e 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevedono che ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese, ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni e ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.
….

8) … Mentre finanziamenti italiani ed europei sono stati inviati al governo e alle milizie perché fermino le partenze verso l’Italia, il segretario generale ricorda che i responsabili di tali orrori sono proprio funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Alcuni di questi sono proprio i beneficiari degli “aiuti” materiali ed economici. … Secondo il segretario generale dell’ONU durante l’ultimo trimestre c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%).
……..
9) E’ dunque evidente perché da anni la Libia non può essere certo un porto sicuro per nessuno. Invece il diritto di sbarco in un porto sicuro pare essere in discussione in ogni singolo episodio di salvataggio, senza considerazione alcuna per le norme.
Infatti il diritto internazionale del mare (Convenzione Sar sulla ricerca e il soccorso in mare ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione Solas sulla salvaguardia della vita umana in mare ratificata dall’Italia nel 1980 e la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, ratificata nel 1994, tra le altre) prevede che ogni Stato e, quindi, anche le autorità italiane, abbiano l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a che tutte le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro.
…….

“L’unica grande questione paneuropea”

25 Feb

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 26
Per questo numero abbiamo selezionato un brillante articolo del sito web Politico Europe dal titolo: “Non lasciate la migrazione ai populisti. I politici tradizionali devono sostenere l’immigrazione legale nell’UE per lavoro”. Da esso si evince che i partiti tradizionali stanno trascurando l’unica grande questione paneuropea. Al momento, secondo i leader tradizionali, la crisi migratoria è irrilevante e si cerca di ignorala, mentre i populisti creeranno una pretestuosa crisi migranti ogni settimana fino alle elezioni, perché il tornaconto elettorale che ne deriva è molto elevato .
Di seguito vengono riportati degli stralci liberamente tradotti e alla fine qualche breve considerazione.
Se i leader dei partiti tradizionali europei non faranno propria la questione migrazione, lo faranno i populisti del continente. Purtroppo, questo è esattamente quello che sta succedendo. Bloccatisi a riformare le politiche disorganiche dell’UE in materia di asilo, la maggior parte dei leader centristi tradizionali sta trascurando l’unico grande problema in vista delle elezioni del Parlamento di maggio.
Quelli che parlano di migrazione sono portati a mostrarsi duri, come Salvini, Orban o Marine Le Pen. C’è un solo vincitore in questo gioco, dal momento che le elezioni europee attraggono gli elettori di protesta decisi a dare un calcio all’establishment, mentre i moderati apatici tendono a rimanere a casa. Per ora, la principale narrativa promossa dai politici tradizionali è che la crisi migratoria è finita: andare avanti, niente da vedere qui.
Per quanto statisticamente giustificato questo comportamento è politicamente poco convincente. Rifiutando di occuparsi di una questione che preoccupa profondamente gli elettori, i leader europei stanno permettendo ai populisti di impostare la campagna sulla difesa dell’ ”Europa cristiana” e contro una presunta “invasione islamica”.
Per riprendere il controllo della narrativa, i leader tradizionali come Macron devono presentare una politica chiara che combini un migliore controllo delle frontiere e un più rapido trattamento delle richieste di asilo, cui deve far seguito un sistema che consenta di offrire ai migranti legali formazione e lavoro. A tale scopo si possono prendere come guida le migliori prassi che sono quelle vigenti in paesi come la Danimarca i Paesi Bassi e la Svizzera.
Brevi considerazioni
Anche in quest’articolo viene ripetuto come un mantra che lo sviluppo di canali legali per il reclutamento in Africa sia fondamentale per la gestione a lungo termine dell’asilo e dell’immigrazione, in considerazione del declino demografico in Europa e della carenza di forza lavoro, qualificata e non. Cosa senz’altro vera. Ma altrettanto vero è che al presente questa prospettiva è da annoverare nel libro dei sogni. Questo, non solo perché secondo i paesi del gruppo di Visegrád i migranti metterebbero in pericolo “l’identità cristiana”, ma anche perché nei paesi come il nostro provocherebbe una violenta reazione specialmente da parte di chi non ha una casa o un lavoro. La via maestra riteniamo sia la cooperazione per lo sviluppo soprattutto con i paesi sub-sahariani, ma anche in questo campo l’ottimismo non abbonda.
In conclusione, c’è il rischio che per lungo tempo l’immigrazione in Europa sia caotica e inumana e che il Mediterraneo continui ad essere il cimitero di tanti.
https://www.politico.eu/article/migration-populism-mainstream-leaders-need-to-stand-up/