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La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Gli sfollati e il Covid-19

28 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 39

Il 30 marzo la Ong “Refugees International” ha pubblicato un rapporto col titolo: “COVID-19 e gli sfollati”.
Tutte le maggiori testate internazionali lo hanno commentato con titoli allarmanti; tra tutti, l’Economist: “I campi profughi del mondo sono un disastro da coronavirus annunciato” e il Time : “I rifugiati Rohingya aspettano una nuova minaccia mortale: il Coronavirus”.
Il Rapporto, molto corposo, esamina le condizioni della maggior parte dei campi profughi nel mondo. Una sintesi molto efficace è stata fatta dal Washington Post in un articolo dal titolo: “I 70 milioni di sfollati del mondo affrontano il disastro del coronavirus …”, di cui riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
I 70 milioni di sfollati del mondo – i rifugiati, i richiedenti asilo e quelli sradicati dalla guerra e da altre crisi – sono tra i più vulnerabili alla diffusione del nuovo coronavirus e i meno in grado di combatterlo.
Diversi fattori hanno contribuito a creare una bomba a orologeria da virus: sovraffollamento e mancanza di un riparo di base; gli aiuti che hanno rallentato e in alcuni casi si sono fermati del tutto durante la crisi; insieme all’assenza di cure mediche e servizi igienico-sanitari di base, secondo “Refugees International”.
L’Ong afferma che un fallimento nella protezione dei rifugiati minaccerà le società in generale, mentre “molte nazioni guardano al loro interno per cercare di proteggere i propri cittadini”.
Il rapporto ha messo in dubbio l’efficacia delle chiusure delle frontiere nel prevenire la diffusione della malattia, che è ora presente nella maggior parte dei paesi, e ha osservato che tali chiusure minacciano la catena di approvvigionamento umanitario che mantiene in vita le popolazioni di rifugiati.
“La portata e la velocità della pandemia sottolineano quanto profondamente siano interconnesse le popolazioni del mondo”, afferma il rapporto. Esso ha sottolineato quattro fattori che rendono i rifugiati particolarmente vulnerabili alla diffusione del virus, tra cui la densità di popolazione nei campi formali e informali, dove “più famiglie sono spesso costrette a condividere lo stesso bagno, le stesse strutture di cottura – sempre che vi abbiano accesso”.
In Europa, con milioni di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente e dall’Africa, un numero crescente di paesi ha sospeso i servizi di asilo. In Grecia 40.000 richiedenti asilo sono “intrappolati nelle Isole Egee” in “condizioni spaventose” con “cure mediche ridotte al minimo” e “senza acqua corrente, rendendo impossibile il lavaggio frequente delle mani”.
Le Ong hanno sospeso le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo per coloro che tentano di attraversare la Libia devastata dalla guerra.
“Nel frattempo, leader e politici nazionalisti in tutta la regione, comprese Italia e Spagna”, i due principali centri di diffusione della malattia in Europa, “stanno sfruttando l’epidemia per la retorica e le politiche xenofobe, anti-rifugiati”.
In Medio Oriente, ci sono almeno 12 milioni di rifugiati e sfollati interni in Iraq, Siria, Libano e Turchia. L’OMS ha avvertito che in Siria, con milioni di sfollati nei campi, un impatto “catastrofico” è solo una questione di tempo.
Per quel che riguarda le Americhe, il rapporto è critico sia con il Messico, dove c’è “l’assenza delle garanzie più elementari per mitigare” la diffusione, sia per le misure insufficienti del Brasile.
Gli Stati Uniti che hanno disposto la chiusura obbligatoria dei porti e delle frontiere in risposta al coronavirus, vengono invitati a revocare le restrizioni ai richiedenti asilo per consentire loro di essere identificati e rilasciati sulla parola nel paese, piuttosto che essere lasciati in campi e centri di detenzione non sicuri.

Brevi considerazioni

In questi giorni si parla spesso di eroi con riferimento agli operatori sanitari che, spesso privi di adeguate protezioni, perdono la vita per adempiere al loro dovere. Ebbene vorremmo includere nella categoria anche gli operatori delle Ong che (anche loro a rischio della vita), cercano di alleviare per quanto è possibile le condizioni di vita sub-umane in cui versano i rifugiati nei campi profughi.
A Trump che aveva dichiarato: “Non possiamo avere una cura (blocco dell’economia, ndr) peggiore del male (un milione di morti in più, ndr)”, il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha replicato:”Non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”. Ebbene per i migranti che, per usare le parole di papa Francesco, sono il simbolo degli “scartati della Terra”, questo è stato sempre fatto e il valore attribuito loro è vicino allo zero. Salvo poi leggere sul Sole 24 ore che, per la carenza di mani straniere, più di un quarto del “Made in Italy a tavola” è a rischio.

https://www.washingtonpost.com/national-security/worlds-70-million-displaced-people-face-a-coronavirus-disaster-report-says/2020/03/30/fdefc9ba-7220-11ea-85cb-8670579b863d_story.html
https://www.refugeesinternational.org/reports/2020/3/29/covid-19-and-the-displaced-addressing-the-threat-of-the-novel-coronavirus-in-humanitarian-emergencies

Conversioni e colonialismo in Amazzonia

27 Apr

di Fiona Watsonil documento 13-4-2020 – Migranti e Sviluppo n. 39

Il governo di Jair Bolsonaro presidente brasiliano ha confermato la nomina di un missionario evangelico a capo dell’unità del FUNAI incaricata di proteggere le tribù incontattate. Il FUNAI è l’agenzia federale agli affari indigeni.

Ricardo Lopes Dias è legato a New Tribes Mission (NTM), il cui obiettivo è evangelizzare a qualsiasi costo i popoli incontattati del mondo, che a loro piaccia o meno. In una registrazione audio, il figlio del presidente di NTM in Brasile spiega che l’organizzazione ha fatto pressione per la nomina di Lopes Dias.

Un gruppo di pubblici ministeri ha chiesto ai giudici di sospendere la nomina di Lopes Dias perché costituisce un reale “rischio di etnocidio e genocidio” per le tribù incontattate. Severe critiche sono arrivate anche dalle organizzazioni indigene brasiliane e dagli esperti. Joênia Wapixana, prima donna indigena del Brasile deputata al Congresso, ha dichiarato: “Le tribù incontattate hanno bisogno di protezione, non di un altro processo di colonizzazione!”.
La nomina di Lopes Dias firma una condanna a morte per la maggior parte delle tribù incontattate del mondo, che vivono nell’Amazzonia brasiliana. Si calcolano oltre 100 gruppi diversi e molti di loro vivono in fuga … Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e non hanno difese immunitarie verso malattie comuni introdotte dall’esterno. Purtroppo, la storia insegna che intere tribù possono essere sterminate proprio a seguito del primo contatto, che questi popoli hanno reso ben chiaro di non volere. A proteggerli dal contatto forzato è anche la legge internazionale, che però spesso non viene rispettata.

Dopo una serie di disastrosi contatti effettuati negli anni ‘70 e ‘80, per oltre 30 anni la politica del Brasile è stata quella di non contattare le tribù isolate per non compromettere la loro sicurezza. … Istituita nel 1943, i fondatori di NTM dichiararono: “Mettiamo a rischio le nostre vite e giochiamo il tutto per tutto per Cristo, con incrollabile determinazione fino a quando non avremo raggiunto l’ultima tribù, ovunque essa si trovi”. Il suo quartier generale è negli Stati Uniti, ed è qui che raccoglie grandi somme di denaro per finanziare il suo impero mondiale. Di recente, ha cambiato il suo nome in “Ethnos360”, forse nel tentativo di ripulire la sua immagine.
I suoi precedenti nel convertire le tribù incontattate costituiscono una triste storia di morte, malattia e collasso sociale …. In Paraguay negli anni ‘70 e ‘80, durante la dittatura di Stroessner, un gruppo di missionari di NTM organizzò una brutale “caccia all’uomo” per catturare i nomadi Ayoreo-Totobiegosode incontattati.

Gli Ayoreo furono trascinati fuori dalla foresta contro la loro volontà, ammassati in campi raccapriccianti, ridotti in schiavitù e dipendenza dai missionari, e costretti col terrore a rinunciare alle proprie credenze. Alcuni morirono nei giorni del contatto forzato per lo shock e le malattie …. Altri morirono in seguito, a causa di malattie che li affliggono ancora oggi. … Dopo il contatto, il governo ha ceduto gran parte della foresta degli Ayoreo agli allevatori …

Per decenni, dei missionari evangelici come quelli di NTM hanno operato con la complicità dei governi, contribuendo ben volentieri ai loro tentativi neocoloniali di minare i diritti collettivi dei popoli indigeni e integrarli nella società nazionale reinsediandoli a forza, distruggendo la loro identità e creando dipendenza. Secondo Dinaman, Indiano Tuxà del Brasile: “Non vogliono solo evangelizzarci, vogliono portare le comunità nell’ambiente urbano e liberare le nostre terre per le piantagioni di soia, l’attività mineraria e l’allevamento del bestiame”. …
A partire dai primi anni ’80, NTM effettuò vari tentativi segreti di contattare gli Zo’è, nel nord del Brasile, diffondendo influenza e malaria …. Tra il 1982 e il 1988, gli Zo’è persero circa un quarto della popolazione originale in conseguenza delle epidemie. … Nel 2015 il pubblico ministero ha presentato un ricorso contro di loro [gli evangelici] accusandoli di usare gli Zo’è per raccogliere noci brasiliane e di tenerli in condizioni scioccanti, simili alla schiavitù. …
Instillare paura e senso di colpa è una componente essenziale … Controllando e addirittura negando l’accesso alle medicine e ai beni, i missionari manipolano bisogni e desideri e favoriscono alcuni individui rispetto ad altri per creare divisioni e gerarchie tra le comunità, dove i convertiti detengono il potere e il denaro …
Includere tutte le religioni dovrebbe essere compito di ogni democrazia, e la Costituzione del Brasile difende il diritto dei popoli indigeni a seguire il proprio credo. Come per tutti i popoli indigeni, i credo delle tribù incontattate sono basati sul rispetto e la conoscenza profonda del mondo naturale e, come gli scienziati stanno riconoscendo sempre più, giocano un ruolo fondamentale nel conservare le foreste pluviali e altri biomi minacciati. Minare i sistemi dei valori e credenze indigeni mina quindi anche la lotta ai cambiamenti climatici. …
(Da Survival International Italia, passi dell’art. di Fiona Watson “Brasile: quel missionario evangelico che ha accesso alle terre dei popoli incontattati” – Per firmare contro il genocidio in Amazzonia: https://www.survival.it/intervieni/e-mail/256/azioni/nuovo)

Coronavirus. Lettera-appello alle Istituzioni per la tutela dei migranti nei ghetti

23 Apr

15 aprile 2020
al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
ai Ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud

L’Italia è alle prese con una grave emergenza sanitaria. La pandemia di Covid- 19 mette a dura prova il Paese, l’Europa e il pianeta nel suo complesso. Una drammatica situazione che richiede un impegno straordinario ad ogni livello della società, dalle istituzioni ai singoli. Oggi abbiamo più che mai bisogno tutti di fare riferimento ai principi di giustizia sociale e solidarietà insiti nella Costituzione per fare fronte a una minaccia inedita.
Come rappresentanti dei sindacati, organizzazioni del terzo settore impegnate nel campo dell’ecologia, della tutela dei diritti umani, sociali e civili, esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese.
Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva. Come è noto, le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili: le baraccopoli in cui sono costretti a vivere sono luoghi insalubri e indecenti, agli antipodi del valore stesso dei diritti umani.  Il rischio che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, è motivo di fondata apprensione. Nella miseria dei ghetti, la cui ubicazione si incardina sempre nei distretti a forte vocazione agricola, il quotidiano degli immigrati è scandito da immutata cadenza nonostante la spada di Damocle rappresentata dal Covid-19.
 Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d’informazione, per loro sembrano chimere. Sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici. I ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà. A fronte dell’impegno delle organizzazioni che continuano ad operare sul campo, non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio. Una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19, in ossequio al principio costituzionale della tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Riteniamo che i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal DPCM del 09 marzo u.s., possano assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa. Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano Triennale contro lo sfruttamento e il caporalato.

Infine, non si può dimenticare il settore agricolo già morso dalla crisi, che oggi in più patisce la carenza di lavoratori agricoli in alcune aree del Paese in ragione dell’interruzione dei flussi di manodopera dai Paesi dell’Est Europa. A causa del Covid-19 si è verificato infatti un rientro massivo da parte di lavoratori agricoli immigrati da Romania e Bulgaria mentre gli arrivi previsti dalla Polonia si sono azzerati. I lavoratori extracomunitari che si trovano in condizione di irregolarità possono tamponare questo vuoto, ma occorre garantire loro i diritti fondamentali. Molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco. Diventa quindi fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità. Sarebbe una misura di equità e di salvaguardia dell’interesse nazionale, in questa difficile fase in cui un eventuale pregiudizio all’agricoltura, nella sua funzione tutelare della sicurezza alimentare della comunità nazionale, sarebbe drammaticamente deleterio. Questo però non dev’essere uno strumento per rifornire il settore primario di lavoro a buon mercato in un momento di shock economico. È necessario, pertanto, rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i Contratti Collettivi agricoli.
Servono soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere.

Il documento è firmato, fra gli altri, da: don Luigi Ciotti presidente di Libera, Roberto Saviano, Luigi Manconi, dal segretario nazionale di Flai-Cgil, direttore di Terra!, direttore di Oxfam Italia, presidente di Magistratura Democratica, Mimmo Lucano, ASGI, presidente ARCI

Coronavirus e “democrazie” anti-migranti

31 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 38 — Commenti esteri
Sui media internazionali è diffusa l’idea che in numerosi paesi, alcuni anche della UE, i leader stiano sfruttando la pandemia per erodere i fondamenti della democrazia. Ecco alcuni stralci dalla stampa straniera.
In un articolo dell’Independent la politologa americana Erica Frantz dichiara: “Queste crisi sono più rischiose per le democrazie di qualsiasi altra cosa. Vedo queste crisi come opportunità per i governi di far passare leggi liberticide. Dobbiamo davvero prestare attenzione agli eventi di crisi che possono essere utilizzati per minare la democrazia”.

Un concetto simile è espresso dal premio Pulitzer Ann Applebaum su The Atlantic del 23 marzo in un articolo dal titolo: “I governanti  vedono un’opportunità ”. Sommario: “In tutto il mondo, i governanti  stanno usando la pandemia come scusa per estendere il potere. E il pubblico li segue”. A proposito di Israele, scrive che Netanyahu, ancora primo ministro nonostante abbia perso le recenti elezioni, ha emanato un decreto di emergenza che gli consente di rimandare l’inizio del suo processo penale e che impedisce al neoeletto parlamento israeliano, in cui l’opposizione ha la maggioranza, la convocazione (ma quest’ultima misura è stata respinta dalla Corte suprema). Inoltre si è attribuito enormi nuovi poteri di sorveglianza senza alcuna supervisione. Le istituzioni e le tattiche normalmente utilizzate per seguire le tracce dei terroristi verranno ora utilizzate per monitorare la conformità alla quarantena, seguire l’attività e il movimento dei cittadini e tenere traccia delle loro temperature e dello stato di salute. Una parte della popolazione israeliana non accetterà le misure, ma finché gli israeliani avranno paura, un’altra parte lo farà.

Un articolo del Guardian del 23 marzo dal titolo :” L’Ungheria prende in considerazione  un disegno di legge che consentirebbe a Orbán di governare per decreto” afferma che questa settimana il parlamento ungherese prenderà in considerazione un disegno di legge di emergenza che conferirebbe al primo ministro Viktor Orbán il potere di governare per decreto, senza una chiara data di scadenza [la legge è stata approvata il 30 marzo (ndr)]. Il disegno di legge ha l’obiettivo di  estendere lo stato di emergenza per il coronavirus e potrebbe anche vedere persone incarcerate per aver diffuso informazioni ritenute false. Il portavoce di Orbán ha affermato che la mancanza di una chiara data di scadenza è giustificata dal fatto che se i parlamentari si ammalassero la sedute non potrebbero aver luogo; e che i tentativi di presentare il disegno di legge come una minaccia per i media liberi sono stati “di parte e irresponsabili”.

Non sono esenti da critiche Trump e Johnson e le troviamo in un altro articolo del Guardian del 24 marzo. Titolo: ”I poteri del tempo di guerra a causa del coronavirus potrebbero ferire la nostra democrazia – senza tenerci al sicuro”. Negli Stati Uniti Trump, costretto a riconoscere finalmente la realtà, sta iniziando a vedere il potenziale politico della crisi. In un recente discorso, ha affermato: “Mi vedo come, in un certo senso, un presidente in tempo di guerra”.

Cosa sia questa “presidenza in tempo di guerra” potremo vederlo nei poteri di emergenza che il Dipartimento di Giustizia ha “tranquillamente chiesto” al Congresso. La maggior parte coinvolge, ovviamente, poteri per limitare ulteriormente l’immigrazione.  Include anche la richiesta di conferire al giudice capo il potere di trattenere le persone a tempo indeterminato senza processo, il che, è la paura dei critici, potrebbe significare la sospensione dell’habeas corpus. Per prevenire un altro Patriot Act (voluto da Bush dopo l’11 settembre) ogni nuova “misura di emergenza” dovrebbe essere valutata individualmente sulla base di tre domande chiare: (1) qual è il suo contributo alla lotta contro il coronavirus; (2) quali sono le sue conseguenze negative per la democrazia liberale; (3) quando verrà abolita la misura di emergenza. Se una di queste domande non può ricevere una risposta adeguata, la misura dovrebbe essere respinta.

Nel Regno Unito, dove la risposta del governo conservatore finora ha mostrato una negligenza quasi criminale, Boris Johnson ha fatto approvare una draconiana “legge coronavirus”, che, tra l’altro, conferisce ai funzionari di polizia e dell’immigrazione ampi poteri per arrestare le persone sospettate di essere contagiate dal coronavirus – questo potrebbe rendere innocenti inglesi di origine cinese obiettivi di repressione statale in un modo simile a quello in cui le misure post 11 settembre presero di mira innocenti musulmani britannici.

Una nota a parte merita la posizione di Putin.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dovuto rinviare  il voto popolare sulle modifiche costituzionali a causa del coronavirus. Gli emendamenti che gli consentirebbero di rimanere al Cremlino per altri due mandati fino al 2036, sono stati già approvati dal Parlamento e dalla Corte Costituzionale. Mancava il voto popolare fissato per il 22 aprile. Almeno in questo caso l’epidemia non ha fornito a Putin l’alibi per estendere ulteriormente il suo potere, ma l’ha costretto a modificare i piani.

 

https://www.independent.co.uk/news/health/coronavirus-us-cases-government-pandemic-democracy-covid-19-a9407011.html
https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/hungary-to-consider-bill-that-would-allow-orban-to-rule-by-decree
https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/03/when-disease-comes-leaders-grab-more-power/608560/
https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/24/wartime-coronavirus-powers-state-of-emergency

UMANITA’ TRADITA

30 Mar

di Alessandro Pinervi, classicista – Migranti e Sviluppo n. 38

“Ora tra le donne di Lidia risplende
come, al tramonto del sole,
la luna dalle rosee dita,
che sovrasta ogni stella, diffonde
ugualmente la sua luce, sul mare salmastro e sui campi fioriti”
(Saffo, fr. 96 Voigt, vv. 6-11 – trad. B. Gentili)

Il frammento illustra i rapporti tra Grecia e Asia minore (in particolare la Lidia) al tempo di Saffo: la poetessa ricorda una fanciulla, Arignota, che è stata nel suo tiaso ed ora è tornata in patria. Erano dunque rapporti pacifici, di scambio culturale, ben diversi da quelli di oggi. Lesbo, che tra i secoli VII-VI a.C. si è distinta per una tradizione poetica d’eccezione e ha dato i natali a Saffo di Ereso e ad Alceo di Mitilene, a cui si associano figure leggendarie come il cantore Arione di Metimna, che avrebbe inventato il ditirambo, Terpandro di Antissa, che introdusse la lira a sette corde e fondò una scuola musicale, lo storico Ellanico, i filosofi Teofrasto ed Ermarco, i cui maestri, rispettivamente Aristotele ed Epicuro, soggiornarono sull’isola, patisce oggi la feroce soppressione dei valori civili e culturali, ereditati dall’antichità, a scapito dei “dannati di Lesbo”. I frammenti di Saffo, inoltre, testimoniano che furono allieve della poetessa Anattoria e Attide di Mileto, Gongila di Colofone, Eunica di Salamina, per cui è possibile affermare che anticamente a Lesbo giungevano fanciulle liberamente da città lontane per frequentare il tiaso saffico, acquisirne il modello paideutico, ossia educativo, apprendere forme di arte e di poesia prima di essere avviate al matrimonio e abbandonare la “confraternita” (secondo uno dei significati del termine thiasos). Ma oggi a Lesbo la porta dell’Europa, sottolinea Stefania Mascetti, “resta chiusa per i migranti”. L’inferno di Moria offende lo spirito della fraternitas, tradisce il valore educativo dell’amore, non quello omoerotico femminile, erroneamente interpretato e, come testimonia Plutarco (Vita di Licurgo 18, 9), ammesso anche nella Sparta arcaica, ma affettivo e paideutico.
La decisione del governo turco di aprire i confini ai migranti provenienti dalla Siria ha scatenato un massiccio esodo di disperati dalla Turchia verso Lesbo e un’ondata di violenze da parte di esponenti di “Alba Dorata”. Il 1° marzo scorso la popolazione dell’isola ha tentato di bloccare alcune imbarcazioni con profughi a bordo e ha aggredito i giornalisti e gli operatori delle Ong presenti al momento dello sbarco. Inoltre, un video ritrae la guardia costiera greca su una motovedetta al largo di Kos che sperona un gommone ricolmo di profughi, spara in acqua e con un forcone colpisce alcuni migranti che tentano disperatamente di salire sulla motovedetta.
“Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato”
(Omero, Odissea VI, vv. 191-193 – trad. G. A. Privitera)

Il migrante tende le braccia, chiede aiuto, spera, ma invano, di incontrare una fanciulla “dalle candide braccia” che possa accoglierlo, come accade a Odisseo salvato da Nausicaa. Ma oggi nelle acque di Lesbo si consuma impietosamente il tradimento di uno dei più importanti istituti dell’antica Grecia, la xenia (“ospitalità”), dovere vincolante, che trascendeva i confini della comunità di appartenenza e stabiliva rapporti di amicizia fra individui di comunità lontane, in grado di far desistere dalla battaglia il condottiero dei Lici, Glauco, e il greco Diomede che, riconosciutisi sul campo come “ospiti antichi per parte di padre” (Omero, Iliade VI, v. 215), rinunciarono a scontrarsi e si scambiarono l’armatura.
“Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.
Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,
fategli il bagno nel fiume, dove c’è riparo dal vento”
(Omero, Odissea VI, vv. 206-210 – trad. G. A. Privitera)
Odisseo riceve cure, cibo, un riparo, il migrante, supplice, tende le braccia, non incontra Nausicaa, il suo “dono” è un colpo di forcone che mira a spezzargli le mani e infrangere il sogno di salvezza.
“Straniero, non è mio costume offendere un ospite
neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono
tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro
da parte nostra.”
(Omero, Odissea XIV, vv. 56-59 – trad. G. A. Privitera)
“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, ricorda Ryszard Kapuściński. Ma nell’Egeo i Greci, al contrario di Eumeo che accoglie Odisseo e osserva le regole dell’ospitalità, “fanno guerra” all’altro, lo considerano barbaros (“non greco”), non xenos (“ospite/straniero”), rinnegano la propria cultura e la propria storia.

L’immigrazione e l’ombra del colonialismo

24 Feb

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 37, 24-2-2020

C’è un articolo del Guardian che è una sonora sberla all’Europa. Il titolo è: “La “crisi” dei rifugiati ha mostrato il lato peggiore dell’Europa al mondo”. Sommario: “Invece di braccia aperte, coloro che sono sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo hanno incontrato razzismo, paura e incarcerazione”.
L’articolo parte da lontano, dal colonialismo che “getta ancora la sua ombra nel dibattito sull’immigrazione”. L’ansia e la paura generate dall’arrivo dell’ ”altro”, l’ “invasione” di culture diverse che mette in crisi lo stile di vita degli autoctoni, lo “scontro di civiltà”, la paura della “sostituzione”: tutto ciò è stato amplificato da una becera campagna elettorale dell’estrema destra che ha dato un forte contributo al fiorire di politiche anti-migranti e di razzismo.

Riportiamo ampi passi liberamente tradotti.
Nell’ultimo decennio, la migrazione è diventata una questione politica urgente. Gli anni 2010 sono stati segnati dall’emigrazione ma anche dai tentativi dei governi di erigere muri e recinzioni. Abbiamo visto il nazionalismo accrescere i voti e affermarsi la visione dell’estrema destra.

“Flusso”, “alluvione” e “crisi”: le immagini e il linguaggio dei media hanno plasmato l’opinione pubblica. Certo, la migrazione dal sud globale al nord – intimamente connessa all’eredità del colonialismo e ai piani segreti militari occidentali – è in atto da decenni. Ma gli anni 2010 hanno visto un numero più elevato di persone provenienti dal sud in fuga dalla povertà cronica, dall’instabilità politica, dalle guerre e dalla crisi climatica in paesi spesso devastati dalle istituzioni sostenute dall’occidente.

La Libia era sempre stata la destinazione migratoria per molti africani sub-sahariani per le sue opportunità di lavoro. In seguito alla soppressione della primavera araba del 2011 e all’intervento della NATO in Libia, è emersa una società senza legge, con un odio razziale scatenato nei confronti degli africani sub sahariani. I migranti che sono fuggiti e sono sbarcati in Europa sono stati descritti come una “invasione” di culture diverse e uno “scontro di civiltà” – in un modo simile alle giustificazioni dell’era coloniale in cui i colonizzati erano considerati esseri razzialmente inferiori.

Nell’ultimo decennio, abbiamo visto fiorire politiche anti-migranti e razzismo in tutto il mondo. L’UE ha messo in atto il sistema dei punti di crisi, filtrando le persone e classificandole come richiedenti asilo o “migranti economici”. Il pattugliamento europeo dei suoi confini meridionali si è intensificato, dando luogo a accordi con Turchia e Libia.

Negli anni ’70, il critico e scrittore John Berger descriveva le tre fasi della vita dei migranti in Europa: la loro partenza, il lavoro e il ritorno. Il “ritorno” rappresentava il futuro in cui un lavoratore poteva viaggiare liberamente e vedere la vita migliorata per la sua famiglia quando tornava in visita. Ma negli anni 2010, questo ciclo è stato interrotto: lo stato irregolare di molti migranti e richiedenti asilo impedisce loro di tornare a casa in visita. Al contrario, sono costretti a vivere vite invisibili, illegali, intrappolati e segregati.

Brevi considerazioni finali.

Nell’ultima parte dell’articolo si afferma che la determinazione a sopravvivere dei migranti non sarà sconfitta da mura e confini e che i movimenti di protesta dei migranti, come i “giubbotti neri” in Francia e le “sardine nere” in Italia, dimostrano che c’è molta determinazione e volontà di combattere. L’autore suggerisce, per contrastare la deriva “sovranista”, di unirsi ai migranti che lottano per regolarizzare il loro status, di sfidare il sistema che consente la loro emarginazione e segregazione razziale, di offrire un modo diverso di vedere la migrazione: una vera alternativa che contrasti il colonialismo e il mondo enormemente diseguale che ha creato.

I primi due suggerimenti sono realistici. Il terzo, a voler essere ottimisti, è un obbiettivo di lungo termine. Ciò che si può sperare per il breve-medio periodo è che i Trump e gli Orban siano messi nelle condizioni di non fare molti danni. In chiusura riportiamo la conclusione di un articolo del New Yorker del 30/1 u.s. dal titolo: “La legge sull’immigrazione di Trump è crudele e razzista, ma non è niente di nuovo”. “La strumentalizzazione di Trump su queste politiche e paure di vecchia data le porta a un livello completamente nuovo di odio e crudeltà. Ma, per invertire il trend, dovremo fare molto di più che tornare al modo in cui le cose erano prima del ‘trumpismo’ ”.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/01/refugee-crisis-europe-mediterranean-racism-incarceration
https://www.newyorker.com/news/our-columnists/trumps-immigration-rule-is-cruel-and-racistbut-its-nothing-new

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive

L’inferno di Lesbo. Non è Libia, è Europa

27 Gen

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 36 – a cura di Piero Rizzo
Nel numero 34 di Commenti Esteri abbiamo commentato un articolo di Foreign Policy che stigmatizzava le responsabilità dell’ONU in merito ai “lager libici”. Nell’articolo di questo numero dal titolo: “L’Europa è la patria di una grave crisi umanitaria, ma Bruxelles guarda dall’altra parte”, il Guardian ancora una volta punta il dito contro l’Europa per le condizioni di vita sub-umana dei campi di Moria sull’isola di Lesbo. In questi campi, si legge nel sommario, gli adulti vengono accoltellati o violentati, mentre i bambini muoiono di freddo. Questa sofferenza è una vergogna per il nostro continente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti e qualche considerazione finale.
Una volta superata la baracca ufficiale che ospita i funzionari del ministero greco per la protezione dei cittadini, mi sono imbattuto in file di tende, abitazioni fatte di plastica, sembrava un cantiere. E poi ho avvertito l’odore, l’effetto della concentrazione di persone in piccoli spazi con accesso limitato ai servizi igienico-sanitari. Oltre i confini del campo, c’era ancora più caos, con tende fatte in casa e pile di immondizia.
Di notte, mi è stato detto, la situazione peggiora. Le donne vengono violentate. Invece di usare i bagni comuni, alcune donne indossano i pannolini in modo da poter stare nelle loro tende. E ogni notte qualcuno viene pugnalato o derubato. La mancanza di un adeguato sistema amministrativo ha creato uno stato di terribile limbo. Alcuni hanno atteso più di due anni per ricevere notizie sulla loro domanda di asilo.
I dottori che lavorano nel campo e che sono troppo pochi, mi dicono che le ripercussioni fisiche e mentali sono disastrose. Le persone vivono troppo vicine le une alle altre per anni, spesso senza cibo a sufficienza e senza accesso a servizi medici e igienico-sanitari di base. Questa è una crisi umanitaria e sta avvenendo sul suolo europeo. Stare in quel campo, ascoltando le persone raccontarmi le loro storie, non potevo sentirmi orgoglioso di essere europeo. Proprio il luogo che aspira a diventare leader nella tecnologia digitale è anche il continente che consente alle persone di morire di fame a sole cinque ore da Bruxelles.
Quella notte arrivano 262 nuovi migranti. La mattina dopo, ho parlato con le persone che erano lì e che cercavano di aiutare. Avvocati, medici, studenti, istruttori di ginnastica, meccanici di biciclette. Erano venuti da ogni parte. Essi aiutavano alcuni a soddisfare i bisogni fondamentali, come distribuire pannolini alle donne.
Mi sono sentito impotente quando mi hanno chiesto quale fosse il piano. A volte ho pensato di spiegare come funzionano le cose all’interno della commissione europea, del parlamento o perché gli Stati membri non si sono messi d’accordo, ma poi mi sono fermato. Mi chiedevano del ragazzo che era morto una settimana prima per la febbre dopo che gli era stata negata un’adeguata assistenza medica; dei 1.200 minori non accompagnati che dormivano per terra sotto gli ulivi.
È stato allora che mi sono reso conto che l’Europa non ha un piano. Ogni notte è probabile che un’altra donna venga violentata, che un altro bambino muoia e un’altra persona venga pugnalata. Ma la situazione non viene affrontata.
Considerazioni finali
“Vi prego mostrate al mondo cosa avviene a Moria. Siamo esseri umani” è il titolo di un articolo di un giornale irlandese di un anno fa. L’occhiello di un articolo dell’Economist su Moria è: “Un piccolo pezzo di inferno”. “Medici senza frontiere” ha parlato di una “emergenza di dimensioni senza precedenti” e ha dichiarato che le condizioni di vita sub-umane hanno portato molti, inclusi bambini e giovani adulti, a tentativi di autolesionismo e suicidio. Non si può dire che i media o le organizzazioni umanitarie abbiano ignorato il problema. Ma come suggerisce l’articolo in oggetto l’Europa si è girata dall’altra parte.

Quando il Papa tre anni fa ha visitato il campo di Moria ha detto ai profughi “Non siete soli” ed ha portato con sé sull’aereo di ritorno tre famiglie di siriani musulmani, 12 persone. Nel dicembre scorso il Pontefice ha fatto portare in Italia sempre dall’isola greca altri 43 profughi di varie nazionalità. Ma ci sembrano più che altro gesti simbolici che non spostano di un millimetro il problema. I profughi di Moria sono soli. Grazie alla cosiddetta “politica di contenimento” sono costretti in una trappola nella quale vengono deprivati di ogni briciolo di dignità.
Distribuire una decina di migliaia di persone in base al principio di solidarietà introdotto dal trattato di Lisbona dovrebbe essere sentito come un dovere da parte di tutti gli stati della UE. Ma fin quando l’onda sovranista non passa anche i partiti tradizionali sono costretti a scendere sullo stesso terreno. Abbiamo il timore che il nuovo approccio in materia di migrazione della Von der Leyen debba ancora attendere.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/18/europe-humanitarian-crisis-brussels-refugees

“I migranti non sono troppi, ma troppo pochi”

16 Dic

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 35 – a cura di Piero Rizzo

Per questo mese abbiamo selezionato due articoli: uno da Foreign policy, il cui titolo è: “L’ossessione dell’Occidente per la sicurezza delle frontiere sta inducendo instabilità“, e l’altro da Foreign affair, col titolo: ” La vera crisi dell’immigrazione” e sottotitolo “Il problema non è troppi, ma troppo pochi”. Entrambi gli articoli smontano le leggende metropolitane che si sono radicate nella mentalità di molti cittadini, dalla morte della civiltà alla sostituzione etnica, dalla perdita del lavoro dei lavoratori locali all’aumento della criminalità. Questo soprattutto perché una genia di politici senza scrupoli le ha strumentalizzate per conquistare e conservare il potere.
Foreign policy fa rilevare ai leader europei – che stanno affidando in outsourcing il controllo dei confini esterni a Turchia, Libia e Niger allo scopo di proteggere la “Fortezza Europa” dai “diabolici flussi di migranti” – che i vantaggi politici di questa strategia a breve termine sono spesso elevati. Ma in una prospettiva più ampia, tale esternalizzazione dei controlli alle frontiere rappresenta uno spettacolare autogol non solo in termini umanitari, ma anche politici. In questo modo l’UE mina il suo ruolo globale e i valori fondanti del progetto europeo.
A chi afferma che gli immigrati rubano i posti di lavoro ai locali, causano la riduzione delle retribuzione, l’aumento dei prezzi delle case, una crescita esponenziale della criminalità, Foreign affair ribatte: i prossimi decenni vedranno le popolazioni in Europa e Nord America invecchiare e ridursi. Questa tendenza danneggerà la crescita economica e lascerà troppo pochi lavoratori per ogni pensionato. Per evitare la sclerosi e il declino, il mondo ricco dovrà competere per attirare gli immigrati, non per allontanarli. Il problema, appunto, non è che sono troppi, ma che sono troppo pochi.
Riportiamo alcuni stralci liberamente tradotti. Da Foreign policy:
In nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, l’UE, gli Stati Uniti e l’Australia stanno rafforzando i regimi autoritari, stanno alimentando abusi, corruzione e intolleranza. Da troppo tempo i leader occidentali stanno montando un brutale circo in nome della sicurezza delle frontiere. Dai politici di estrema destra agli ex partiti dell’establishment, “combattere l’immigrazione clandestina” è il nuovo gioco da Canberra a Washington via Bruxelles e Roma. E purtroppo questo gioco mortale non è praticato solo da alcuni politici erratici e insensibili. Al contrario, è sistematico.
Favoriti dal diminuito numero di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste europee rispetto al record del 2015, i politici stanno cavalcando il presunto successo della lotta alla migrazione mediante pattuglie, recinzioni e forte deterrenza. Tuttavia, questo falso successo spurio maschera un fallimento morale e politico molto più grande che continuerà a perseguitare l’UE.
Conclusione: invece di alimentare l’instabilità all’estero e normalizzare una stridente politica nazionalista in patria attraverso l’ossessione per una maggiore sicurezza delle frontiere a breve termine, c’è una scelta migliore da fare: una scelta che prevede la protezione delle persone, non dei confini. Cittadini illuminati e leader politici devono iniziare a sostenere la questione.
Da Foreign affair:
Gli oppositori dell’immigrazione sono in ascesa. Dalla Polonia agli Stati Uniti, i politici stanno chiudendo i confini e allontanando i rifugiati. “Il nostro Paese è AL COMPLETO!”, ha twittato Trump in aprile. Ma i timori fuori posto per la sicurezza e i lavori rubati hanno distratto l’attenzione dalla vera crisi demografica che incombe su Europa e Nord America.
Perfino in Giappone dove è fortemente radicato il senso dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane fortemente impopolare, il governo ha lanciato piani per reclutare più immigrati.
Qualunque sia il vantaggio economico, molti politici credono che una maggiore immigrazione sia perdente sul piano politico. Ma sopravvalutano la reazione populista. I livelli effettivi di immigrazione hanno alimentato l’aumento del populismo di destra molto meno di quanto non abbia fatto la paura. In effetti, più sono gli immigrati in una regione, più aumentano le persone a favore dell’immigrazione, e ci sono alcune prove secondo cui l’arrivo di altri immigrati fa sì che le persone li vedano in una luce più amichevole.
Piuttosto che assecondare il localismo di una minoranza che invecchia, i politici in Europa e Nord America dovrebbero pensare seriamente a come preservare la vitalità economica dell’Occidente. Ciò significa trovare e attirare più immigrati. In futuro i governi avranno più motivi per temere la siccità che l’alluvione.
Considerazioni finali
Nell’articolo di Foreign affair, quando si parla del Giappone, c’è un rimando a un articolo della CNN dal titolo:”Il Giappone ha bisogno di immigranti, ma gli immigranti hanno bisogno del Giappone?”, dove si legge questa frase: “Il Giappone tratta i suoi lavoratori stranieri come Kleenex, con la mentalità dell’usa e getta “.
Il modello migratorio australiano, caro a Salvini, noto come la “soluzione offshore” consiste nell’utilizzare le nazioni povere del Pacifico come siti per la detenzione a tempo indefinito dei rifugiati illegali. Trump non ha perso l’occasione di partecipare alla gara al peggio e ha fatto rinchiudere i bambini di immigrati nelle gabbie come animali. La vecchia Europa, (anche se con qualche crepa) rispetta più di tutti i principi della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.
* * *

Le pubblicazioni vengono sospese per le festività. Riprenderanno lunedì 13 gennaio
AUGURI A TUTTI

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”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”

25 Nov

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 34, a cura Piero Rizzo (25 XI 2019)
L’articolo di Foreign Policy selezionato per questo mese sparge del sale sulla ferita più che mai aperta dei migranti detenuti nei “campi di tortura” libici. E’ stato pubblicato il 10 ottobre con il titolo: ”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”.
L’obbiettivo primario per il quale l’UE sta finanziando la guardia costiera libica è di tenere i migranti fuori dall’Europa, non importa se essi vanno a finire nell’inferno dei campi di detenzione in balia delle milizie e dei trafficanti di esseri umani.
Dopo aver descritto il calvario di una donna che ha visto morire il figlio di 7 anni e il marito nel centro di detenzione di Zintan, l’autrice Sally Hayden, giornalista freelance impegnata sui diritti umani e le crisi umanitarie, prosegue.
Le loro morti non erano le uniche. Rifugiati e migranti nei centri di detenzione libici hanno iniziato a contattarmi nell’agosto 2018, dopo che gli era stato comunicato il mio rapporto da persone che avevo intervistato in Sudan l’anno precedente. Da allora, ho parlato con dozzine di detenuti in molti centri diversi, che usano telefoni nascosti per inviare informazioni su ciò che sta accadendo loro. Ho trovato ripetute conferme alle loro accuse da molte altre fonti.
Ho iniziato a inviare e-mail all’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees)  e all’IOM (International Organization for Migration) riguardo al numero crescente di morti a Zintan nell’ottobre 2018, poco dopo che le Nazioni Unite erano state coinvolte nel trasferimento di centinaia di migranti e rifugiati da Tripoli. Solo sette mesi dopo, quando 22 detenuti erano morti per mancanza di cure mediche e per le condizioni terrificanti,  le N.U. si interessarono finalmente di ciò che stava accadendo a Zintan e chiesero che i detenuti venissero trasferiti di nuovo. Quando gli è stato chiesto un commento, l’OIM ha dichiarato che la condivisione pubblica di rapporti non confermati di eventi a cui l’organizzazione non ha assistito, potrebbe minacciare la sicurezza dei migranti in detenzione. Il personale delle Nazioni Unite ha precedentemente confermato a Foreign Policy che nessuna organizzazione sta monitorando il numero di detenuti che muoiono in tutta la rete di centri di detenzione libici.
Questo è solo uno di una serie infinita di scandali che si verificano nella  rete di centri di detenzione in teoria gestiti dal Dipartimento Libico per la Lotta alla Migrazione Illegale, che è associato al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, sostenuto dalle N.U. Nella realtà, molti centri di detenzione sono controllati da milizie.
Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono stati rinchiusi a tempo indeterminato nei centri di detenzione negli ultimi due anni e mezzo, dopo essere stati intercettati dalla guardia costiera libica mentre tentavano di raggiungere l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo.
Alla domanda sul ruolo dell’Unione Europea nel facilitare lo sfruttamento, la tortura e l’abuso di migliaia di rifugiati e migranti in Libia, i portavoce dell’UE regolarmente ribadiscono che nei centri di detenzione sono presenti le Nazioni Unite , aggiungendo che l’UE sta cercando di migliorarne le condizioni e vorrebbe chiudere i centri.
Ha detto un uomo del Darfur che i detenuti sono stati minacciati e picchiati dalle guardie libiche di fronte al personale dell’UNHCR senza che questo sia intervenuto per fermarle (l’UNHCR lo nega). Per i rifugiati e i migranti detenuti in Libia, l’UNHCR è diventato un simbolo di inazione, un’agenzia il cui logo suscitava in passato forti sentimenti di speranza e di ammirazione, mentre ora suscita crescenti sentimenti di disprezzo.

Brevi considerazioni. E’ tutto un dejà vu. Quando Salvini ripete ad nauseam che il numero di migranti, con lui ministro dell’interno, si è drasticamente ridotto (e in parallelo anche il numero di morti), nelle statistiche non compaiono i morti nei campi libici e si omette di dire che, al trattamento subumano in quei lager, non di rado si preferisce la morte.
In questi giorni, si sente dire soprattutto dalla sinistra e da una parte del mondo cattolico che Salvini se n’è andato, ma i suoi metodi sono rimasti. Pensiamo che il problema non si risolverebbe aprendo le braccia a tutti i migranti con spirito bergogliano, perché in tal caso Salvini sarebbe fatto “santo subito” a furor di popolo (ai simboli religiosi provvederebbe lui stesso) e le cose peggiorerebbero. Siamo di fronte a un caso esemplare di conflitto tra l’etica dei principi – propria dell’idealismo – e l’etica della responsabilità – propria del pragmatismo (Max Weber docet).
In chiusura ci preme ricordare che gli orrori libici li troviamo anche nel cuore dell’ Europa, in questo caso in Croazia, come abbiamo appreso dalla lettera di Lorena Fornasir (Trieste) pubblicata su questo blog il 22 ott. u.s. Al peggio non c’è limite.

https://foreignpolicy.com/2019/10/10/libya-migrants-un-iom-refugees-die-detention-center-civil-war/