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I salari da fame della gig economy

6 Lug


di Antonio Giuseppe Pasanisi — 6-7-2020

Il libro Basta salari da fame! di Marta e Simone Fana, edito da Laterza nel novembre 2019, affronta il tema della questione salariale in Italia negli ultimi trent’anni. I due economisti, alla luce di un rigoroso lavoro di ricerca e di un’analisi dettagliata dei dati statistici, evidenziano la seguente dinamica socio-economica: a parità di istruzione, di professione e di carriera, i lavoratori attuali guadagnano decisamente di meno rispetto ai loro predecessori di fine anni Ottanta, ad eccezione di un’esigua minoranza al vertice della società. A sostegno di questa tesi, i due autori sviluppano una serie di argomentazioni volte a dimostrare come questo fenomeno sia soltanto uno dei tanti aspetti che ha condotto all’annientamento della classe lavoratrice come corpo collettivo (1).
Nel solco della nuova divisione internazionale del lavoro – deindustrializzazione dei paesi a capitalismo avanzato e massiccia industrializzazione degli Stati con bassi livelli salariali – la struttura occupazionale italiana, a partire dagli anni Novanta, ha fatto registrare non la scomparsa della classe lavoratrice, bensì una sua ricollocazione: da un settore traino dello sviluppo economico (quello manifatturiero), ad ambiti del terziario a scarsissimo valore aggiunto. Gli stipendi miseri del terziario – rilevano i due studiosi – hanno evidenziato la falsità della narrazione dei ceti dirigenti, tendente a presentare il settore dei servizi come il nuovo Eden (pp. 69-83).
Un altro falso mito, spacciato per verità assoluta dalla comunicazione mainstream, è quello che fa dipendere la scarsa produttività dell’economia italiana non dalla totale mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, ma dall’eccessivo costo del lavoro, motivo per cui, negli ultimi decenni, i governi di ogni colore politico si sono adoperati nel comprimerlo (contrazione dei contributi previdenziali e assistenziali e deregolamentazione del mercato del lavoro (2); altro che mano invisibile!). Ad aumentare, a seguito della liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro, non è stata la produttività, bensì i profitti dei dirigenti e dei top manager, a seguito della scelta deliberata di quest’ultimi di intensificare lo sfruttamento. Stando ai dati OCSE, tra il 1995 e il 2013, i lavoratori ricevono in media meno di quanto contribuiscono a creare e, come sostengono Marta e Simone Fana, sono vittime di un vero e proprio “furto salariale” (pp. 84-92).
Altro tema sviluppato è l’odierno utilizzo capitalistico delle macchine, ossia il modo in cui l’innovazione tecnologica viene incorporata nel capitale; argomento da affrontare, secondo i due economisti, in termini di potere e comando, di soggetti che dominano e di altri che invece subiscono il controllo. Non esiste, inoltre, alcun nesso naturale tra disoccupazione e innovazione
tecnologica, né tantomeno tra quest’ultima e riduzione dell’orario di lavoro. Nell’ambito della gig economy, ad esempio, lo svolgimento di attività lavorative, per nulla innovative dal punto di vista del prodotto, attraverso tecnologie digitali non fa altro che migliorare le funzioni di supervisione e controllo dell’azione lavorativa, oltre a far ricadere la maggior parte dei costi fissi sulle spalle dei lavoratori (pp. 93-99).
Dopo aver sottolineato gli effetti deleteri del lavoro nero in termini di salari e di welfare, Marta e Simone Fana prospettano l’introduzione del salario minimo, non disgiunto ma complementare alla contrattazione collettiva, per garantire dignità ai lavoratori e per sostenere l’occupazione. Questo strumento – osteggiato dall’ortodossia neoliberista poiché comporterebbe un’immediata riduzione delle assunzioni da parte delle imprese per un presunto aumento del costo del lavoro – è stato consigliato da molti economisti (Krueger, Card, Di Nardo, Fortin e Lemieux) perché riduce le disuguaglianze socio-economiche (pp. 115-127).
Questo saggio stimola la nostra riflessione sulla necessità di strategie produttive che rispettino le condizioni di lavoro dei dipendenti, tra le quali la stabilità dell’occupazione, adeguati livelli retributivi, orari di lavoro compatibili con esigenze di famiglia e sicurezza sui luoghi di lavoro. Inoltre il libro ci invita a immedesimarci nella quotidianità sofferta da milioni di persone che hanno subito gli effetti più devastanti della precarietà (3).

(1) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 104-122; M. Revelli, La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” (Vero!), Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 87-96.
(2) Gli autori hanno esaminato i provvedimenti legislativi che hanno reso possibile la destrutturazione del mercato del lavoro, in nome della flessibilità, a partire dalla seconda metà degli anni ’90: Legge 196/1997, Decreto Legge 368/2001, D.L. 276/2003, L. 92/2012, L. 78/2014, D. L. 81/2015. Sul concetto di flessibilità R. Sennett, L’uomo flessibile, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 45-62.
(3) M. Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari-Roma, 2017, pp. IX-XVII.

Lo strano caso degli intermediari del lavoro – II

15 Ott

di Cesare Grisi — Società, 15 ottobre 2018

Risultati immagini per Agenzie per il lavoroSe da una parte gli intermediari (Agenzie per il lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) gestiscono domanda e offerta, dall’altra è palese che i loro ‘datori di lavoro’ siano le aziende: traggono cioè sostanza dal comparto più in difficoltà, che si voleva aiutare. Continua a leggere

Sul lavoro degli immigrati

23 Apr

Risultati immagini per lavoro degli immigrati

di Aldo Randazzo
Migranti e Sviluppo – Lavoro e Accoglienza n. 17 (aprile 2018)
L’inserimento lavorativo è il primo passaggio del processo d’integrazione degli immigrati. Su tale questione non credo possano esservi opinioni contrarie. Il problema è sul come vi si arriva e ciò che è bene fare prima, dal momento dell’accoglienza. Continua a leggere

Il lavoro è consentito a pochi immigrati

23 Apr

Risultati immagini per lavoro degli immigrati

Migranti e Sviluppo – la Scheda n. 17 (aprile 2018)

Appena arrivati in Italia, gli immigrati sono assistiti per la prima accoglienza. Subito dopo essi dovrebbero essere mesi in grado di contribuire al proprio mantenimento. Questa è necessario per la loro dignità e la loro integrazione con i locali. Ma ciò avviene solo per pochi di loro: quelli che entrano nei centri Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che gestiscono la seconda accoglienza. Per tutti gli altri, lo stato di assistiti passivi si prolunga per anni, generando, in loro, frustrazione e tendenza alla clandestinità, e – in gran parte dell’opinione pubblica – l’accusa di parassitismo. Continua a leggere

Il Meccanoscritto

9 Ott

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articolo del 09-10-2017 di Claudia Sunna

Il Meccanoscritto (a cura del collettivo MetalMente, Wu Ming 2 e Ivan Brentari, Roma, Alegre. 2017) è un libro difficile da classificare. Per molti versi è un testo storico, sono infatti ripubblicati i racconti scritti dagli operai che, nel 1963, parteciparono ad un concorso letterario indetto dalla FIOM di Milano per raccontare le proteste operaie dei primi anni Sessanta. Oltre a questi testi vengono pubblicati dei racconti scritti, a partire dal 2014, da un gruppo di lavoratori, il collettivo MetalMente. I testi del passato e del presente sono tenuti insieme da ‘Infrastorie’ che contestualizzano i temi trattati dai lavoratori del passato e del presente e che dunque spiegano cosa è cambiato e cosa resta immutato nelle rivendicazioni e nelle aspettative dei lavoratori. Continua a leggere

Migranti e Sviluppo – n.1

26 Set

mensile di Sviluppo Felice e humanfirst.it

a cura di Cosimo Perrotta e Gianluca Palma

Se l’Unione Europea non riuscirà a governare l’emigrazione, rendendola un fattore di sviluppo per tutti, il suo progetto di civiltà e benessere fallirà. E con esso si spegnerà il principale faro nel mondo di democrazia, di diritti umani e diritti civili

 n.1 – chiuso il 22 settembre 2016 Continua a leggere

Ma esiste il lavoro improduttivo?

6 Giu

L’articolo 6-6-2016 di Cosimo Perrotta

Mezzogiorno-Riposo-dal-lavoro-Van-Gogh-analisi

“Riposo-dal-lavoro” by Van-Gogh

Esiste davvero il lavoro improduttivo? La teoria economica oggi dominante, quella neo-classica, dice di no: ogni lavoro produce una utilità, altrimenti non sarebbe pagato, e quindi non esisterebbe. Ma allora come definire il lavoro delle aziende passive, mantenute dal denaro pubblico; la speculazione finanziaria più sfrenata; le attività inutili di tanti consulenti, consiglieri di amministrazione, politici e parapolitici? Continua a leggere

Immigrati. Occasione perduta? – II parte

14 Mar

l’articolo 14-3-2016 di Cosimo Perrotta

  1. Creare occupazione

QZpPrC8Q3k-immigrati_profughiGli immigrati non risolvono il problema della disoccupazione nelle nostre società, e del conseguente aggravarsi delle disuguaglianze nei redditi. Possono dare però un buon contributo a risolverlo. Intanto perché creano domanda per i lavori che provvedono a tutti i loro bisogni: accoglienza, alloggi, istruzione, socializzazione, inserimento nel mondo amministrativo, apprendimento dei nostri valori e dei diritti umani, ecc. In secondo luogo perché, con i loro investimenti in piccole imprese, stanno gradualmente ricostruendo il tessuto economico della micro-occupazione. Continua a leggere

Nuove forme di occupazione senza nuovi sistemi di tutela sociale: l’impatto sul lavoro delle donne

12 Ott

Larticolo 12-10-2015 di Cristina Sunna

new formNew forms of employment è il titolo di un rapporto di ricerca della European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions, realizzato per lo European Monitoring Centre on change (EMCC) e pubblicato a Lussemburgo nel marzo 2015. Lo studio, condotto a partire dal 2000, si è posto l’obiettivo di indagare e classificare nuove forme di occupazione nel mondo del lavoro dei vari Paesi europei, fondamentalmente non basate sul contratto di lavoro standard in modalità subordinata del tipo a tempo indeterminato o determinato, e del tipo full-time o part-time. Continua a leggere

Lavoro per la famiglia e lavoro esterno. Per le donne del Sud conciliarli è più difficile

6 Lug

larticolo 6-7-2015 di Claudia Sunna

logoconciliazione_a-1-300x195Il tema chiamato della conciliazione fra tempi di vita e lavoro, indica il problema di come distribuire il tempo di attività fra impegni familiari e impegni del lavoro esterno. Questo problema non dovrebbe essere distinto dal tema delle politiche per il lavoro e del divario occupazionale fra uomini e donne. Continua a leggere