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La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Coronavirus. Lettera-appello alle Istituzioni per la tutela dei migranti nei ghetti

23 Apr

15 aprile 2020
al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
ai Ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud

L’Italia è alle prese con una grave emergenza sanitaria. La pandemia di Covid- 19 mette a dura prova il Paese, l’Europa e il pianeta nel suo complesso. Una drammatica situazione che richiede un impegno straordinario ad ogni livello della società, dalle istituzioni ai singoli. Oggi abbiamo più che mai bisogno tutti di fare riferimento ai principi di giustizia sociale e solidarietà insiti nella Costituzione per fare fronte a una minaccia inedita.
Come rappresentanti dei sindacati, organizzazioni del terzo settore impegnate nel campo dell’ecologia, della tutela dei diritti umani, sociali e civili, esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese.
Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva. Come è noto, le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili: le baraccopoli in cui sono costretti a vivere sono luoghi insalubri e indecenti, agli antipodi del valore stesso dei diritti umani.  Il rischio che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, è motivo di fondata apprensione. Nella miseria dei ghetti, la cui ubicazione si incardina sempre nei distretti a forte vocazione agricola, il quotidiano degli immigrati è scandito da immutata cadenza nonostante la spada di Damocle rappresentata dal Covid-19.
 Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d’informazione, per loro sembrano chimere. Sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici. I ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà. A fronte dell’impegno delle organizzazioni che continuano ad operare sul campo, non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio. Una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19, in ossequio al principio costituzionale della tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Riteniamo che i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal DPCM del 09 marzo u.s., possano assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa. Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano Triennale contro lo sfruttamento e il caporalato.

Infine, non si può dimenticare il settore agricolo già morso dalla crisi, che oggi in più patisce la carenza di lavoratori agricoli in alcune aree del Paese in ragione dell’interruzione dei flussi di manodopera dai Paesi dell’Est Europa. A causa del Covid-19 si è verificato infatti un rientro massivo da parte di lavoratori agricoli immigrati da Romania e Bulgaria mentre gli arrivi previsti dalla Polonia si sono azzerati. I lavoratori extracomunitari che si trovano in condizione di irregolarità possono tamponare questo vuoto, ma occorre garantire loro i diritti fondamentali. Molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco. Diventa quindi fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità. Sarebbe una misura di equità e di salvaguardia dell’interesse nazionale, in questa difficile fase in cui un eventuale pregiudizio all’agricoltura, nella sua funzione tutelare della sicurezza alimentare della comunità nazionale, sarebbe drammaticamente deleterio. Questo però non dev’essere uno strumento per rifornire il settore primario di lavoro a buon mercato in un momento di shock economico. È necessario, pertanto, rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i Contratti Collettivi agricoli.
Servono soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere.

Il documento è firmato, fra gli altri, da: don Luigi Ciotti presidente di Libera, Roberto Saviano, Luigi Manconi, dal segretario nazionale di Flai-Cgil, direttore di Terra!, direttore di Oxfam Italia, presidente di Magistratura Democratica, Mimmo Lucano, ASGI, presidente ARCI

Commento a proposito dei posti di lavoro rimasti vacanti

16 Nov

di Antonio Baldo
L’articolo di Cosimo Perrotta del 7/X/2019 sui posti di lavoro che restano vacanti (ricerca di Excelsior e Unioncamere), suggerisce una serie di riflessioni di diversa natura, più o meno antiche, che qui si possono solo accennare.
1 – L’economia è una scienza sociale, cosa non accettata soprattutto dai teorici (neo)classici che presuppongono la piena occupazione in un equilibrio sempre raggiunto da domanda e offerta che s’incontrano in situazione di perfetta concorrenza. Più in generale, si continua a ragionare così anche se, in realtà, questo non esiste. Se fosse vero, taluni lavori manuali dovrebbero essere pagati più di tanti altri considerati intellettuali mentre altri, come quelli di manager e amministratori, sono spesso retribuiti ben al di sopra della loro effettiva produttività
2 – Nelle sue prospettive più generali, il legame tra scuola e lavoro è tutto da ridiscutere. Che la scuola debba preparare in modo diretto al lavoro vale solo (e in parte) per un’istruzione professionale che – come e più della scuola globalmente intesa – è interessata più ai docenti che agli studenti, anche al netto della sua funzione di consenso politico. L’attribuzione della competenza normativa alle Regioni non aiuta, ma nemmeno lo Stato gode di ottima fama. Rimane un grande gap di efficienza, nella preparazione e nell’informazione, per l’incontro tra lavoro e formazione.
3 – Non solo per i giovani, le motivazioni e la fiducia (così importanti anche in economia) dipendono dalla cultura diffusa in una comunità, oggi centrata sul denaro e, soprattutto in Italia, sul prestigio sociale. Rivederla significa, ad esempio, discutere il valore legale del titolo di studio quando quello pratico è quasi inesistente.
4 – La carente offerta di taluni lavori dipende molto da stipendio e condizioni proposte dalla domanda di imprese e famiglie. In realtà, i soldi ci sarebbero ma è vero che parecchie aziende corrono il rischio di uscire dal mercato.
5 – Oltre ad accentuarne le disuguaglianze, Robotica, Intelligenza Artificiale e altre applicazioni scientifiche diminuiranno la necessità totale di lavoro, soprattutto a scapito della manualità. E’ tutt’altro che una disgrazia, ma occorre “desacralizzare” il lavoro retribuito (vedi l’articolo “Il reddito delle libertà” di John Lanchester, uscito sulla London Review of Books e ripreso nel numero 1325 di Internazionale) e slegare, almeno in parte, lavoro retribuito e reddito necessario ad una vita dignitosa. Qualcuno ha detto che il difficile non è far passare le nuove idee ma superare quelle vecchie.
6 – Le stesse statistiche devono essere rese più trasparenti e oneste, soprattutto nei confronti spaziali e temporali che cambiano continuamente i loro riferimenti senza avvisare i lettori.

I posti di lavoro offerti che restano vacanti: l’illusione ottica

7 Ott

 

di Cosimo Perrotta (7/X/2019)

I media del 6-7 ottobre riportano i dati della ricerca di Excelsior e Unioncamere sui contratti di lavoro offerti dalle imprese che rimangono scoperti. I posti scoperti stanno crescendo e sono arrivati alla cifra rilevante di 1,2 milioni. Questo appare strano in presenza di una disoccupazione molto vicina al 10% (31% quella giovanile e quasi 52% quella giovanile al Sud).

La ricerca suggerisce – come ha già fatto altre volte – che la causa maggiore di questa anomalia sta nella carente o distorta formazione professionale, innanzitutto quella della scuola, che non prepara ragazzi con le competenze tecniche necessarie. Tanto è vero, si dice, che restano vacanti soprattutto offerte di lavori specializzati, come analisti e progettisti di software, programmatori, saldatori, insegnanti di lingue, cuochi (ma si noti che in cima alla lista dei posti vacanti ci sono anche camerieri e baristi). Infatti, alcuni posti restano vacanti per mancanza di candidati, altri perché i candidati mostrano di essere incompetenti.

Che questa sia una causa importante non c’è dubbio. Le riforme della scuola negli ultimi 30 anni, con innovazioni scriteriate, hanno fatto di tutto per abolire la preparazione ai mestieri negli istituti professionali (che erano nati proprio a questo scopo) e la preparazione tecnica negli istituti tecnici industriali. Il risultato è che i ragazzi sono demotivati nello studio, che non dà loro un’identità professionale; e gli insegnanti sono demotivati e disorientati nell’insegnamento.

D’altra parte la formazione pubblica di nuovo tipo (informatica, robotica, biotecnologie, organizzazione), soprattutto a livelli medio-bassi, non esiste. Non solo non esiste nella scuola, ma non viene fatta nemmeno dai costosi apparati – ben poco produttivi – della formazione regionale.

Detto questo, però, vanno evitate le spiegazioni semplici, perché il fenomeno ha cause molteplici. Innanzitutto è probabile che molti dei contratti offerti non siano invitanti, o per la bassa retribuzione o – soprattutto – perché si tratta di contratti a termine (che stanno aumentando). La prova sta nel fatto che nel Nord ogni 100 disoccupati ci sono 84 posti di lavoro che restano scoperti, mentre nel Sud i posti scoperti ogni 100 disoccupati sono solo 18. Come si spiega questa fortissima differenza? Non certo perché la formazione nel Sud sia migliore.

La causa è che nel Nord, con una disoccupazione che è meno del 6%, i giovani hanno maggiori possibilità di scelta, e i più capaci spesso emigrano, trovando all’estero contratti molto migliori. Nel Sud invece, con un’altissima disoccupazione, i giovani devono accontentarsi di quello che trovano. Né il fenomeno si può risolvere dicendo ai disoccupati del Sud di andare al Nord a occupare i posti vacanti. Se i contratti danno paghe misere e temporanee, come farebbero questi giovani meridionali a mantenersi fuori di casa?

Ma quel che più conta è il processo profondo della trasformazione del lavoro in Occidente. C’è un progressivo spostarsi del lavoro dalle mansioni materiali a quelle immateriali. Questo è una fenomeno inevitabile in tutte le economie ad alto sviluppo. Qui il disprezzo del lavoro manuale che viene lamentato – a volte a ragione – non c’entra niente. C’entra il passaggio da una produzione prevalentemente industriale ad una prevalentemente di servizi e di attività quaternarie (scuola, ricerca, attività culturali).

La maggior parte dei giovani europei, sia per la formazione ricevuta sia per il tenore di vita delle loro famiglie, non può accontentarsi di lavori materiali molto inferiori alla formazione ricevuta e al reddito atteso. Che senso avrebbe accettare lavori materiali, mal pagati, dopo vent’anni di istruzione? Che investimento sarebbe questo?

Il relativo abbandono dei lavori materiali da parte dei giovani europei è inevitabile. La domanda di lavori di questo tipo può essere benissimo soddisfatta dagli immigrati, che hanno un livello medio di istruzione inferiore e una capacità di adattamento enormemente maggiore a causa del loro estremo bisogno di lavorare.

La soluzione quindi non sarebbe affatto difficile. Ancora una volta i processi reali spingono verso soluzioni razionali, che le istituzioni e la classe dirigente non riescono a vedere. Tanto è vero che la risposta dei governi occidentali all’immigrazione clandestina è di selezionare gli immigrati, accogliendo quelli ad alta qualificazione e mandando via quelli poco qualificati. Il motivo sarebbe che i primi contribuiscono allo sviluppo e non pesano sulla collettività, per gli altri varrebbe il contrario.

Naturalmente questa assurda strategia non risolverebbe affatto il problema dei posti vacanti, ma lo aggraverebbe. Bisogna invece usare le risorse umane e finanziarie destinate alla formazione per i lavori materiali (risorse che adesso sono in eccesso) per istruire non solo gli europei che prendono quella strada ma anche gli immigrati.

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’

11 Mar

 

di Renato Chahinian
Il benessere di comunità, inteso come insieme di fattori oggettivi e soggettivi che migliorano la nostra vita, rappresenta il fine ultimo di ogni comunità, anche se spesso viene concepito in maniera diversa.

Il benessere individuale e quello collettivo un tempo erano considerati separatamente, e generalmente valutati in conflitto: dovevamo sacrificare il nostro benessere personale per conseguire un benessere collettivo. Oggi essi tendono ad essere unificati, perché la soggettività individuale (se opportunamente indirizzata) determina anche benefici collettivi. Infatti, il lavoro individuale è fattore di sviluppo per l’intera collettività; e il benessere collettivo migliora ogni benessere individuale (ad es., un miglioramento della sanità si riflette sulla salute di tutti i cittadini).

L’accettazione di tali principi comporta tuttavia una rilevante crescita della complessità del sistema, in quanto i fattori di benessere (oggettivo e soggettivo) aumentano, mentre crescono le relazioni (sinergiche o contrastanti) tra loro.

La teoria dello sviluppo sostenibile è sorta nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento, in ambito ONU. Essa partiva dalle negative previsioni sulla sorte delle future generazioni, a causa di una crescita economica squilibrata, di tensioni sociali non governabili e di un ambiente in crescente degrado. Questa teoria ha individuato alcune condizioni generali di sviluppo equilibrato, per noi e per le future generazioni, in tre ambiti che coprono le nostre aspettative di benessere: economico, sociale e ambientale. Ciò semplifica il problema del benessere individuale e collettivo, in quanto tutte le nostre attività possono essere riferite ad una di queste tre categorie. Comunque ciascuna attività ha relazioni dirette o indirette con tutti e tre gli ambiti.

Ogni attività economica ha un impatto anche nel sociale e nell’ambiente in cui opera; ogni iniziativa sociale ha dei riflessi economici ed ambientali; ogni intervento sull’ambiente comporta problemi economici ed impatti sociali. Ma proprio queste relazioni possono essere in sinergia od in contrasto tra loro e pertanto gli scettici (coloro che notano soltanto i contrasti) ritengono che non si possa conseguire lo sviluppo sostenibile e ripiegano su un obiettivo di decrescita che definiscono felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali. Ma saremmo anche più poveri e dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione).

Se invece scopriamo e realizziamo le relazioni positive tra i fattori economici, sociali ed ambientali, possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile e mirare ad uno sviluppo felice consistente in un miglioramento economico, sociale ed ambientale da parte di tutti, conseguendo così anche la coincidenza di benessere individuale e collettivo. Purtroppo, la strada per arrivare ad un simile obiettivo non è facile, anche perché gli stessi principi dell’ONU, pur ampiamente declinati in obiettivi ed indicatori da raggiungere, non hanno approfondito abbastanza l’aspetto delle interconnessioni tra le diverse tipologie di intervento e quindi i rischi di raggiungere un obiettivo peggiorando un altro sono molti. Tuttavia l’analisi teorica più recente ha già individuato numerose soluzioni generali ed applicative al problema degli effetti contrastanti. Indichiamo qui le principali.

Innanzi tutto sono importanti i requisiti del capitale umano. Se la forza lavoro è più competente e più determinata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, riuscirà a realizzare iniziative migliori in ogni aspetto dell’attività in cui opera e si preoccuperà di valutarne gli effetti. In particolare è essenziale la formazione iniziale in ogni lavoro e la formazione continua di aggiornamento ed approfondimento per tutto l’arco dell’attività lavorativa. Soltanto così ogni operazione potrà divenire razionale ed innovativa, e potrà creare il massimo vantaggio derivante da ogni aspetto del progresso scientifico ed organizzativo maturato sino a quel momento.

Ma si deve anche tener conto degli effetti congiunti dei tre gruppi integrati di fattori.
Sotto l’aspetto economico, le valutazioni di ogni investimento devono essere effettuate in un’ottica di lungo termine e così si possono scartare tutti gli impieghi di capitale che a breve producono rendimenti elevatissimi, ma che possono essere rischiosissimi a lunga scadenza. Questo, perché prospettano perdite rilevanti dovute a: crisi speculative nel settore, rivendicazioni sociali, disastri ecologici, tassazioni aggiuntive per fini sociali o ambientali.

Con riferimento all’aspetto sociale, ogni iniziativa in favore della società deve essere svolta in maniera economicamente valida e rispettosa dell’ambiente. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, ogni intervento di miglioramento ecologico deve pure tener conto dei suoi costi economici (attraverso l’analisi costi-benefici) e degli effetti sociali conseguenti, per evitare le protezioni ambientali che vanno ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati.

Il secondo Olocausto

21 Gen

documento di HumanfirstMigranti e Sviluppo n. 25 (gennaio 2019)
Venerdì scorso 117 migranti sono annegati per omesso soccorso al largo della Libia (dai giornali del 20 gennaio). Torna di nuovo l’angoscia per queste continue stragi, che si potrebbero evitare. Non sono – come afferma il ministro dell’interno – dovute alle Ong, che incoraggerebbero gli imbarchi. Le stesse Ong hanno già risposto che, senza la loro presenza, le morti in mare sarebbero ancora maggiori; e che i migranti partono comunque, spinti dalla disperazione e dalla paura della violenza.

E’ vero ciò che ormai dicono in molti, è un secondo olocausto. Naturalmente, ci sono enormi differenze con il genocidio nazista degli ebrei, l’abiezione dell’uomo. Ma c’è un elemento comune: l’indifferenza dei governi e di gran parte dell’opinione pubblica italiana ed europea per questa strage degli innocenti che va avanti da decenni.

Non si saprà mai quanti sono i morti annegati nel Mediterraneo. Due anni fa un articolo  parlava di 30mila morti negli ultimi 15 anni (1). Ma già negli anni Ottanta filtravano mezze notizie sul ritrovamento in mare, da parte dei pescatori, di corpi umani. Lo stesso articolo dice che il 60 % di questi annegati rimane senza nome. I loro nomi non interessano nella civile Europa.

La sciagurata politica del governo, non solo priva l’Italia di un apporto lavorativo che solo gli immigrati possono dare, e che è sempre più necessario e urgente, ma sta facendo aumentare i morti in mare, con percentuali che superano il 10% degli imbarcati. E’ la politica dei porti chiusi, dei mille ostacoli posti alle Ong, del fingere di non sentire gli appelli disperati che arrivano dai gommoni via radio o cellulare, del lugubre rimpallo di responsabilità fra Malta, Italia, Europa e Libia.

Con in più il tragico errore di incaricare dei soccorsi la Libia, porto franco dei trafficanti di uomini, di scafisti, ricattatori e torturatori di ogni tipo. Molti migranti hanno detto: “Meglio la morte che tornare in Libia”. In realtà, noi non paghiamo la Libia perché salvi i migranti ma perché ce li tolga da sotto gli occhi quando muoiono. Ogni tanto l’Europa si commuove, per poche ore. Per qualche donna o bambino che capita da morto sotto l’obbiettivo. Ma poi tutto finisce lì.

Il Corriere della Sera del 18 gennaio ha ripreso una notizia del libro di Cristina Cattaneo, medico legale che sta esaminando i resti dei naufraghi (2). Fra questi c’è un ragazzo migrante, di circa 14 anni, morto nel naufragio del 18 aprile 2015, dove annegarono – si stima – circa mille persone. Egli, da morto, non ha potuto avere nemmeno un nome.

Il ragazzo aveva cucita nei vestiti – come fanno spesso i migranti per le cose più care – la pagella scolastica con i voti conseguiti. Probabilmente era desideroso di entrare in una società, quella europea, dove normalmente non si è schiacciati dalla miseria o dalla violenza; una società che esamina e premia il merito, e accoglie chi desidera migliorarsi. Voleva mostrare che anche lui meritava di stare in quella società – abbellita dai suoi desideri – e voleva continuare a studiare e poi lavorare, per dare il suo contributo.

Non cercava la pacchia e non era un terrorista. La sua colpa era di disturbare tanti italiani ed europei, impegnati a farsi selfie e a scegliere le scarpe all’ultima moda. Come i “vu cumprà” delle spiagge, che “disturbano” i bagnanti.

“Dobbiamo pensare prima agli italiani poveri”, dichiara il governo. In realtà i poveri in Italia sono accresciuti dalle politiche miopi, che incoraggiano la stagnazione negando gli investimenti pubblici e respingendo i lavoratori migranti. Di fatto, questo governo non pensa agli italiani poveri; quello è solo un pretesto per respingere gli immigrati.

Humanfirst  21/1/2019

(1) Marco Sarti, art. su Linkiesta online del 17/3/2017.

(2) Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, R. Cortina ed., 2018.

Economia dell’informazione e cambiamento delle istituzioni

14 Gen

di Anna Azzurra Gigante – Società
Un recente articolo pubblicato sul supplemento “L’economia” del Corriere della Sera (1) rifletteva sul processo di cambiamento attuale delle istituzioni, definito come particolarmente lento rispetto alle rapide trasformazioni di carattere scientifico che investono la società contemporanea.
L’articolo riconduceva tale sfasamento temporale alla natura intrinseca del cambiamento moderno: non più incarnato da invenzioni come il telefono, il treno o la televisione che hanno comportato cambiamenti nello stile di vita quotidiano così profondi da costringere rapide ed adeguate modificazioni sul piano istituzionale, ma da una proliferazione dell’innovazione scientifica e tecnologica fin troppo celere per permettere alle istituzioni di cambiare con la medesima frequenza.
Forse, però, la spiegazione potrebbe essere ricercata altrove.
In primo luogo, il processo di trasformazione istituzionale è per natura lento, come le teorie istituzionaliste insegnano: le istituzioni riflettono le abitudini (habits) mentali, che si connotano per una forte resistenza al cambiamento.
In secondo luogo, la dicotomia tra le invenzioni di ieri e quelle di oggi rischia di essere fuorviante e di non spiegare adeguatamente i processi di trasformazione sociale contemporanei.
Il vero motore del cambiamento sociale ed economico è rappresentato, oggi, non tanto dalle singole innovazioni o invenzioni, bensì dall’informazione, bene immateriale per eccellenza, caratterizzato da una spiccata volatilità e da una continua proliferazione.
Colossi come Microsoft, Apple o Amazon registrano fatturati strabilianti dei quali una grossa fetta trae origine dai servizi offerti, sempre più aderenti alle esigenze dei clienti perché costruiti su processi (discutibili) di profilazione degli utenti, ovvero sulla raccolta ed elaborazione di dati che li riguardano. Tali bacini informativi si stanno rivelando la materia prima che permetterà di realizzare notevolissimi risultati in molti ambiti, come il settore automobilistico (un esempio è quello delle auto a guida autonoma che grazie all’elaborazione di un mole più complessa di dati saranno presto in grado di comprendere più a fondo i segnali esterni e compiere scelte più efficienti) o il campo immobiliare (qui l’elaborazione dei big data rende già possibile fornire valutazioni molto più precise in merito al valore presente e futuro di ciascun immobile, informazioni di cui banche e aziende si servono per orientare le proprie scelte di business).
In questo panorama di grande complessità, le istituzioni non sono più chiamate solo a regolamentare beni e mercati specifici, ma anche a definire adeguate modalità di impiego dell’enorme massa informativa disponibile che coinvolge e intreccia nel contempo differenti settori ed interessi. Si tratta di uno sforzo notevole perché l’economia delle informazioni genera importanti esternalità e l’accesso ai dati e il modo in cui essi vengono adoperati ed trasformati in conoscenza condiziona fortemente tali ricadute.
L’Unione Europea non è estranea a questo tema. E’ intervenuta di recente in materia di privacy attraverso l’introduzione del nuovo regolamento sulla protezione dei dati personali (“General Data Protection Regulation”). Questo regolamento, già operativo nei paesi membri da pochi mesi, punta alla responsabilizzazione (accountability) dei detentori dei dati – Titolari e Responsabili – e a un uso più trasparente e corretto delle informazioni.
Il regolamento è tutelato dalla nuova figura del Data Protection Officer. La UE sta elaborando un quadro normativo di riferimento in materia di finanza sostenibile, attraverso l’implementazione dei criteri di valutazione a disposizione degli investitori – i cosiddetti criteri ESG, environment, society e governance – e attraverso la definizione di interventi di regolamentazione volti a incentivare l’investimento responsabile in ambito europeo.
Si tratta solo di alcuni primi passi. La definizione di adeguate cornici normative potrebbe contribuire a ridurre le asimmetrie informative nei mercati e ad omogeneizzare i processi cognitivi, limitando i rischi di manipolazione dei dati, così come i casi di selezione avversa, come viene teorizzata da G. Akerlof con il suo modello sui lemons.
Il processo di adeguamento istituzionale necessita, tuttavia, di tempo: esso dipende strettamente dal livello di maturità politica e culturale della società e ha bisogno di acquisire strumenti idonei a cogliere la complessità dei sistemi informativi e dei processi cognitivi a questi connessi.

(1) Edoardo Segantini, “Quintarelli e la scoperta della lentezza istituzionale”, L’Economia del Corriere della Sera, 13 agosto 2018, p. 18.

Immigrati, una risorsa su cui investire (estratti)

25 Nov

Risultati immagini per Immigratidi Rocco Bellantone — da Nigrizia Notizie 10 ottobre 2018
Un paese che invecchia, che vede trasferirsi all’estero sempre più giovani, in cui le nascite sono al livello minimo dal 1861 e che ha bisogno di politiche nuove per integrare in modo gli immigrati. È questa la fotografia dell’Italia nel Rapporto 2018 sull’economia dell’immigrazione presentato oggi dalla Fondazione Leone Moressa a Roma, Palazzo Chigi (relatrice del Rapporto, Chiara Tronchin). Continua a leggere