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La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Liberarsi del neoliberismo

11 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 1)
di Cosimo Perrotta

La pandemia sta mettendo a nudo le gravi distorsioni delle politiche neoliberiste. Quando nacque, agli inizi degli anni Ottanta, il neoliberismo aveva tre obbiettivi: smantellare lo “stato sociale”, cioè il sistema di garanzie per i ceti più bassi e i lavoratori; introdurre la deregulation, cioè liberare i ceti più alti e le imprese dalle norme che impediscono i comportamenti antisociali; proteggere (proprio attraverso lo stato!) i privilegi dei più ricchi.

L’argomento principe dei neoliberisti era che lo stato è per sua natura inefficiente, perché non agisce in regime di concorrenza (dove dovrebbe prevalere il più meritevole). Per loro, la spesa pubblica è improduttiva e va contenuta il più possibile. Perciò, disse Reagan, “lo stato non è la soluzione, è il problema”.

Quest’idea si diffuse facilmente, anche nella sinistra, come reazione alle deviazioni dello stato sociale (eccesso di assistenzialismo, uso politico della spesa pubblica, controlli di produttività assenti). Ma il rimedio è stato peggiore del male. Il neoliberismo ha imposto allo stato di privatizzare i suoi servizi e, quando non poteva farlo, di imitare il mercato. In Italia ospedali e scuole sono diventati aziende (che cosa c’entri il profitto con l’istruzione e la sanità pubbliche è un mistero).

In tutti i paesi la privatizzazione dei grandi servizi pubblici ha accresciuto – anziché diminuire – la spesa statale ed ha peggiorato i servizi. Le imprese private che li hanno rilevati, foraggiate dallo stato, sono diventate un modello di parassitismo, contrabbandato per mercato concorrenziale. Per di più, con un abile gioco di prestigio, si è presentato il conseguente eccesso di spesa pubblica come conferma che lo stato spende troppo, e ciò ha giustificato tagli ancora più drastici nell’apparato pubblico e ulteriori privatizzazioni. In questa follia c’è una logica: accrescere il potere dei politici che decidono quali imprese private favorire. Tutto ciò ha esteso la corruzione ed ha aumentato l’opacità delle decisioni istituzionali, a danno della democrazia.

Il risultato è che l’economia occidentale ristagna e le varie corporazioni impediscono di toccare i privilegi costituiti (alla faccia della concorrenza). La disoccupazione dilaga, sia perché la manifattura occidentale si sposta verso i paesi emergenti (dove trova salari più bassi e normative più lasche) sia perché l’economia digitale distrugge molti più posti di lavoro di quanti non ne crei. Grazie alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro, soprattutto giovanile, si è aggravato e ha fatto crescere le disuguaglianze in modo mostruoso.

L’1% più ricco del mondo possiede più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. In Italia il patrimonio dell’1% più ricco è uguale a quello complessivo del 70% più povero (1). Lo stesso processo cumulativo che allarga le disuguaglianze fra i gruppi sociali avviene fra gli stati. Le economie più forti si arricchiscono grazie allo spread (il divario di valore dei titoli di stato) a spese delle economie più deboli.

Oltre a smantellare il servizio pubblico, si è smantellata la normativa che frenava i comportamenti anti-sociali delle imprese e dei più ricchi. Sono cresciuti enormemente l’evasione e la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, l’uso dei combustibili fossili, lo scempio del territorio, l’avvelenamento dell’ambiente, i consumi che favoriscono il riscaldamento globale. Tutti gli esperti confermano che le sempre più frequenti epidemie derivano dalla distruzione dell’ambiente attraverso i grandi allevamenti (2), la deforestazione, la riduzione dell’habitat non antropizzato.

Infine è stata imposta una tassazione di tipo regressivo: più si è ricchi più bassa è la percentuale di tasse da pagare. Warren Buffet e Bill Gates hanno lamentato il fatto che le loro segretarie pagano in percentuale più tasse di loro. L’argomento ipocrita a sostegno delle tasse regressive è che il reddito dei più ricchi si traduce in maggiori investimenti e occupazione per tutti: fattore trickle down (3). Niente di più falso. I ricchi impiegano quasi tutti i loro capitali nella speculazione finanziaria o immobiliare (4).

Il neoliberismo dunque ci lascia un’economia e una coesione sociale in rovina e la democrazia in pericolo. Molti oggi affermano che dopo la crisi saremo più solidali e più aperti all’intervento dello stato. Non ne sarei così sicuro. Gli interventi statali nella crisi finanziaria del 2008 non ci insegnarono niente, anzi si accentuarono l’egoismo sociale e il degenerare della concorrenza economica in bullismo.

Ma non si può abbattere il vecchio se non si costruisce il nuovo (Gramsci). L’epidemia ci aiuterà a cambiare tipo di sviluppo solo a condizione che si faccia una vera battaglia culturale (per capire che cosa vogliamo) e sociale (per costringere i governi ad attuarlo).
(1) Rapporto Oxfam 2020, online.

(2) Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu, New York: Monthly Review Press.

(3) Gianni Vaggi, Development, London-New York: Palgrave-MacMillan, 2018, passim.

(4) Gabriel Zucman, The Hidden Wealth of Nations, Chicago Univ. Press, 2013, cap. 3 e 5.

Epidemia e attualità del passato. Tucidide ieri e oggi

20 Apr

di Alessandro Pinervi – 20-4-2020

La descrizione tucididea della peste del 430 a.C. ha recentemente indotto alcuni intellettuali a rilevare analogie tra l’epidemia di Atene e il coronavirus e sottolineare l’attualità della lezione tucididea (1).
Gli altri invece erano presi… da forti calori alla testa e da arrossamenti e da bruciori agli occhi… la gola e la lingua subito erano di color sanguigno ed emettevano un fiato strano e fetido… sorgevano starnuti e raucedine…assieme a una forte tosse…sopravvenivano svuotamenti di bile di tutti quei generi nominati dai medici”.
(Tucidide, Storie II, 49, 2-3; trad. F. Ferrari)

L’analisi di Tucidide coincide con quella di un medico che stila l’anamnesi di una malattia basandosi sui sintomi e sulla loro evoluzione.
Aumentava la loro difficoltà… l’afflusso della gente dai campi alla città… le consuetudini… nel celebrare gli uffici funebri furono sconvolte” (Storie II, 52, 1, 4).

Lo storico greco, inoltre, evidenzia che la peste ha stravolto le consuetudini etico-sociali degli Ateniesi. Senza dubbio, vi sono alcune analogie tra le due epidemie, come la presenza di un male sconosciuto, il sovraffollamento, le “sepolture di massa”, ma, a mio avviso, la lezione più utile e attuale di Tucidide non è contenuta nella narrazione della peste di Atene, certamente meritevole di essere ricordata, ma nella sua concezione antropocentrica della storia. Infatti, l’analisi tucididea, secondo cui la storia è dominata da dinamiche che traggono origine nella natura dell’uomo e, in primo luogo, nella “legge del più forte”, potrebbe proiettarsi in una dimensione universale e paradigmatica e rappresentare uno strumento utile per investigare ogni epoca o realtà. Essa, quindi, potrebbe permetterci di comprendere l’attuale scenario politico in Europa, chiarire i rapporti tra i Paesi dell’Unione europea e spiegare la ratio che ispira le scelte politiche ed economiche di quelli più influenti. L’antropocentrismo di Tucidide si fonda sulla constatazione che, nel corso della storia, ogni gruppo umano si adopera per prevalere sugli altri. Oggi, in Europa, in un contesto, tuttavia, ben diverso da quello del V secolo a.C., alcuni statisti pretendono di imporre la propria linea politica in un momento in cui solo la condivisione delle scelte economiche atte a fronteggiare l’attuale emergenza sanitaria può garantire la stabilità dei rapporti fra i Paesi.

Tucidide, come Socrate, ha come supremo ispiratore il nous (“intelletto”); egli rileva nelle Storie che l’intelligenza dirige gli uomini che operano nella storia, li sostiene di fronte agli imprevedibili colpi della sorte e sottolinea che la legge della forza prevale sempre nella storia politica (Storie III, 82-83). L’ostilità di alcuni Paesi nei confronti delle opzioni, di natura straordinaria, di politica economica e finanziaria, proposte da altre nazioni, duramente colpite dagli “imprevedibili colpi” del coronavirus, dimostra che tali Paesi hanno assimilato la riflessione tucididea sull’imposizione della forza ma hanno dimenticato il valore della solidarietà.

Tucidide intuisce che, in politica, l’utile è la norma e la forza è arbitra; oggi alcuni governanti europei applicano la “legge eterna secondo cui il debole è assoggettato al più forte” (Storie I, 76), manifestano la consapevolezza che il volere e la forza degli uomini decidono le sorti umane, e credono, come gli Ateniesi ricordano ai Melii (Storie V, 105), che “per legge di natura chi è più forte comanda” (2).

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce i principi essenziali che hanno ispirato la sua nascita, ossia dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà (dimostrata, per esempio, nel 1953 con l’accordo sui debiti esteri germanici), cittadinanza, giustizia. Attualmente alcuni Paesi europei esercitano un potere autoritario e, se appare loro ingiusto mantenerlo (difficile a credersi), ritengono, tuttavia, che sia pericoloso rinunciarvi. Infatti, guidati da un’impietosa valutazione dell’utile e immemori dei valori fondanti dell’Unione europea, trascurano che l’intelligenza del presente può essere ottenuta solo mediante una ricognizione della sua genesi nel passato (3). Come nota Socrate nel dialogo platonico Lachete (198d), la conoscenza del passato può essere conoscenza dell’avvenire, o, come dice Tucidide nel proemio delle Storie (I, 22), un “possesso perenne”, che ha reso grandi, ad esempio, personalità come Pericle, Alcibiade, Nicia (Storie II, 65). La conoscenza del passato ci invita a riflettere sulla precarietà del momento storico presente e ci permette di comprendere la (vera) attualità della lezione tucididea (4).

(1) Ved. M. Ricucci, Corriere della Sera, 12 marzo 2020; ved. anche C. Nordio, Il Messaggero, 14 marzo 2020; M. Viveros, Alto Adige, 15 marzo 2020; L. Coppolino, Europa Atlantica, 28 marzo 2020.

(2) I Melii combatterono contro gli Ateniesi la battaglia di Milo nel 416 a.C.

(3) Cfr. G. Pugliese Carratelli, Erodoto e Tucidide: le Storie. Introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1967, p. xv.

(4) Cfr. J. G. Droysen, Istorica, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966, p. 147.

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Prossimo post, sabato 25 Aprile: editoriale sulla Liberazione

Coronavirus e “democrazie” anti-migranti

31 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 38 — Commenti esteri
Sui media internazionali è diffusa l’idea che in numerosi paesi, alcuni anche della UE, i leader stiano sfruttando la pandemia per erodere i fondamenti della democrazia. Ecco alcuni stralci dalla stampa straniera.
In un articolo dell’Independent la politologa americana Erica Frantz dichiara: “Queste crisi sono più rischiose per le democrazie di qualsiasi altra cosa. Vedo queste crisi come opportunità per i governi di far passare leggi liberticide. Dobbiamo davvero prestare attenzione agli eventi di crisi che possono essere utilizzati per minare la democrazia”.

Un concetto simile è espresso dal premio Pulitzer Ann Applebaum su The Atlantic del 23 marzo in un articolo dal titolo: “I governanti  vedono un’opportunità ”. Sommario: “In tutto il mondo, i governanti  stanno usando la pandemia come scusa per estendere il potere. E il pubblico li segue”. A proposito di Israele, scrive che Netanyahu, ancora primo ministro nonostante abbia perso le recenti elezioni, ha emanato un decreto di emergenza che gli consente di rimandare l’inizio del suo processo penale e che impedisce al neoeletto parlamento israeliano, in cui l’opposizione ha la maggioranza, la convocazione (ma quest’ultima misura è stata respinta dalla Corte suprema). Inoltre si è attribuito enormi nuovi poteri di sorveglianza senza alcuna supervisione. Le istituzioni e le tattiche normalmente utilizzate per seguire le tracce dei terroristi verranno ora utilizzate per monitorare la conformità alla quarantena, seguire l’attività e il movimento dei cittadini e tenere traccia delle loro temperature e dello stato di salute. Una parte della popolazione israeliana non accetterà le misure, ma finché gli israeliani avranno paura, un’altra parte lo farà.

Un articolo del Guardian del 23 marzo dal titolo :” L’Ungheria prende in considerazione  un disegno di legge che consentirebbe a Orbán di governare per decreto” afferma che questa settimana il parlamento ungherese prenderà in considerazione un disegno di legge di emergenza che conferirebbe al primo ministro Viktor Orbán il potere di governare per decreto, senza una chiara data di scadenza [la legge è stata approvata il 30 marzo (ndr)]. Il disegno di legge ha l’obiettivo di  estendere lo stato di emergenza per il coronavirus e potrebbe anche vedere persone incarcerate per aver diffuso informazioni ritenute false. Il portavoce di Orbán ha affermato che la mancanza di una chiara data di scadenza è giustificata dal fatto che se i parlamentari si ammalassero la sedute non potrebbero aver luogo; e che i tentativi di presentare il disegno di legge come una minaccia per i media liberi sono stati “di parte e irresponsabili”.

Non sono esenti da critiche Trump e Johnson e le troviamo in un altro articolo del Guardian del 24 marzo. Titolo: ”I poteri del tempo di guerra a causa del coronavirus potrebbero ferire la nostra democrazia – senza tenerci al sicuro”. Negli Stati Uniti Trump, costretto a riconoscere finalmente la realtà, sta iniziando a vedere il potenziale politico della crisi. In un recente discorso, ha affermato: “Mi vedo come, in un certo senso, un presidente in tempo di guerra”.

Cosa sia questa “presidenza in tempo di guerra” potremo vederlo nei poteri di emergenza che il Dipartimento di Giustizia ha “tranquillamente chiesto” al Congresso. La maggior parte coinvolge, ovviamente, poteri per limitare ulteriormente l’immigrazione.  Include anche la richiesta di conferire al giudice capo il potere di trattenere le persone a tempo indeterminato senza processo, il che, è la paura dei critici, potrebbe significare la sospensione dell’habeas corpus. Per prevenire un altro Patriot Act (voluto da Bush dopo l’11 settembre) ogni nuova “misura di emergenza” dovrebbe essere valutata individualmente sulla base di tre domande chiare: (1) qual è il suo contributo alla lotta contro il coronavirus; (2) quali sono le sue conseguenze negative per la democrazia liberale; (3) quando verrà abolita la misura di emergenza. Se una di queste domande non può ricevere una risposta adeguata, la misura dovrebbe essere respinta.

Nel Regno Unito, dove la risposta del governo conservatore finora ha mostrato una negligenza quasi criminale, Boris Johnson ha fatto approvare una draconiana “legge coronavirus”, che, tra l’altro, conferisce ai funzionari di polizia e dell’immigrazione ampi poteri per arrestare le persone sospettate di essere contagiate dal coronavirus – questo potrebbe rendere innocenti inglesi di origine cinese obiettivi di repressione statale in un modo simile a quello in cui le misure post 11 settembre presero di mira innocenti musulmani britannici.

Una nota a parte merita la posizione di Putin.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dovuto rinviare  il voto popolare sulle modifiche costituzionali a causa del coronavirus. Gli emendamenti che gli consentirebbero di rimanere al Cremlino per altri due mandati fino al 2036, sono stati già approvati dal Parlamento e dalla Corte Costituzionale. Mancava il voto popolare fissato per il 22 aprile. Almeno in questo caso l’epidemia non ha fornito a Putin l’alibi per estendere ulteriormente il suo potere, ma l’ha costretto a modificare i piani.

 

https://www.independent.co.uk/news/health/coronavirus-us-cases-government-pandemic-democracy-covid-19-a9407011.html
https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/hungary-to-consider-bill-that-would-allow-orban-to-rule-by-decree
https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/03/when-disease-comes-leaders-grab-more-power/608560/
https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/24/wartime-coronavirus-powers-state-of-emergency

Epidemia e welfare state

24 Mar

di Mario Pianta, prof. ordinario di Politica economica – il documento 24-3-2020
M. Pianta ha pubblicato “Le conseguenze economiche del coronavirus” (Sbilanciamoci del 13 marzo 2020, tutto dedicato all’analisi sociale dell’epidemia) con questa premessa: “… Riscopriamo che la salute è un bene pubblico globale, che la sanità pubblica e il welfare state sono attività fondamentali, alternative al mercato, che ci aspetta una seria crisi dell’economia, della finanza e dell’Europa”. Pubblichiamo qui il paragrafo 2 dell’articolo.
Il welfare state, la responsabilità pubblica per i bisogni essenziali, è un modello alternativo al mercato: è un modello che funziona
Nella risposta all’epidemia di coronavirus nei paesi più coinvolti un ruolo chiave è stato svolto dal sistema della sanità pubblica. Un sistema che si fonda su una visione della salute come diritto fondamentale che dev’essere assicurato dallo stato attraverso la fornitura di servizi pubblici universali pensati per soddisfare i bisogni, fuori dalle logiche di mercato che vedono imprese private vendere merci per un profitto. Questo modello non riguarda solo la sanità ma tutto il welfare state costruito a partire dalle riforme radicali dei laburisti inglesi nell’immediato dopoguerra. Estesosi, con varianti significative, soprattutto in Europa, il welfare state resta strettamente associato al ‘modello sociale’ europeo: sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali sono servizi forniti e finanziati in misura prevalente dall’intervento pubblico.
I tre decenni di politiche neoliberiste hanno seriamente ridimensionato il modello di welfare state: le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno costretto le agenzie pubbliche a ridimensionare le proprie attività, perdendo a volte universalità, efficacia e qualità dei servizi. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità e le università private. Varie ondate di ‘contro-riforme’ hanno spinto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private – nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle ‘Aziende sanitarie locali’, nella gestione di scuola e università. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per ‘far pagare’ gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a ‘clienti’ in grado di pagare. È stata l’‘universalizzazione’ del mercato capitalistico, presentato come unico modello capace di offrire merci e servizi, assicurando abbondanza ed efficienza.
L’epidemia ha mostrato che quel modello di mercato globale non solo crea minacce alla salute, ma è del tutto impotente nel dare risposte all’emergenza e alla tutela della salute. La sanità privata è del tutto irrilevante di fronte all’epidemia. È fondamentale ora riconoscere che il mercato deve fare molti passi indietro – nell’azione delle imprese come nelle politiche realizzate dai governi – e il welfare state deve tornare in primo piano, con la sua natura di modello di organizzazione della società e della produzione di servizi alternativo alla logica del mercato capitalistico.
Il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa. È quello che produce la qualità sociale e ambientale che il Prodotto interno lordo (Pil) – fondato sul valore delle merci – non è in grado di misurare (Armiento, 2018). Esattamente le stesse considerazioni valgono per la qualità ambientale e per la necessità di un intervento pubblico in quell’ambito.
La conseguenza naturale di quest’analisi è che va rifinanziata in modo massiccio – attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit – tutta l’azione pubblica – sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Un obiettivo ragionevole per l’Italia è di arrivare agli standard nord-europei in termini di spesa per abitante e di qualità dei servizi. Il welfare state potrebbe diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile.
L’intervento pubblico, tuttavia, non si deve limitare alla fornitura dei servizi di welfare. Deve indirizzare le traiettorie di sviluppo dell’economia e dei mercati, assicurando la coerenza tra comportamenti delle imprese e gli obiettivi sanitari, sociali e ambientali sopra ricordati. I dibattiti sul ritorno della politica industriale e sul ‘Green Deal’ europeo hanno aperto un nuovo spazio di azione delle politiche nazionali ed europee. C’è un consenso crescente sull’espansione del ruolo dello stato e dell’azione pubblica nell’economia e nella società. Un esempio importante è fornito dalle proposte di Mariana Mazzucato sullo ‘Stato innovatore’ (Mazzucato, 2014) e sulla (quasi) nazionalizzazione dell’industria farmaceutica (Mazzucato, 2020).
Sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia possa tornare come prima. Tra gli effetti dell’emergenza c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi alla luce delle esigenze della salute e della sostenibilità ambientale. Un’altra crisi sanitaria che riceve pochissima attenzione in Italia è quella delle morti e degli infortuni sul lavoro; occorre spostarsi verso un sistema produttivo di maggior qualità, capace di provocare meno danni alla salute di lavoratori e cittadini.
In effetti, il sistema della salute e del welfare può diventare uno dei motori dello sviluppo dell’economia. Nell’attuale dibattito sul ritorno delle politiche industriali abbiamo proposto di individuare tre aree prioritarie in cui concentrare ricerca e investimenti pubblici e privati per sviluppare “buone” produzioni: ambiente e sostenibilità, conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione, e salute, welfare e attività assistenziali:
“L’Europa è un continente che invecchia ma è dotato dei migliori sistemi sanitari al mondo, sviluppati sulla base di una concezione della sanità come servizio pubblico. Gli avanzamenti nel sistema di assistenza, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella genetica e nella ricerca farmacologica devono essere finanziati e regolamentati con attenzione alle possibili conseguenze etiche e sociali (come nel caso degli organismi geneticamente modificati, della clonazione, dell’accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo, etc.). Le politiche possono essere indirizzate a affrontare i problemi dell’invecchiamento della popolazione, al miglioramento dei servizi di welfare, a ridurre le disuguaglianze nella salute. Possono rilanciare la fornitura pubblica dei servizi, prevedere la partecipazione da parte dei cittadini e delle organizzazioni non profit, con la possibilità di forme di auto-organizzazione delle comunità” (Pianta, 2018).
In Europa e in Italia una politica di questo tipo è possibile, utilizzando strumenti istituzionali, competenze e risorse esistenti. Una politica per il cambiamento del sistema produttivo può orientare le attività economiche verso la tutela della salute e del welfare e verso una ‘politica industriale verde’ (Pianta et al., 2016, Lucchese e Pianta, 2020).
Riferimenti bibliografici
Armiento, M. (2018). “The Sustainable Welfare Index: Towards a Threshold Effect for Italy”. In Ecological Economics, 152, pp. 296–309.
Lucchese, M, e Pianta, M. (2016) Europe’s alternative: a Green Industrial Policy …,
https://ideas.repec.org/p/pra/mprapa/98705.html
Mazzucato, M. (2014). Lo stato innovatore. Roma-Bari: Laterza.
Mazzucato, M., Li, H.L., Darzi, A. (2020). “Is it time to nationalise the pharmaceutical industry?”, In BMJ, 368: https://www.bmj.com/content/368/bmj.m769
Pianta, M., Lucchese, M., Nascia, L. (2016). What is to be produced? The making of a new industrial policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.
Pianta, M. (2018). Produrre. In G. Battiston e G. Marcon (a cura di), La sinistra che verrà. Roma: Minimumfax.

Il Congo “la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia” (Patrice Lumumba)

13 Gen

il documento, 13/1/2020

Il 17 gennaio del 1961 moriva assassinato Patrice Lumumba, grande statista e Primo Presidente della Repubblica democratica del Congo. Lo ricordiamo attraverso la lettera che scrisse poco prima del suo omicidio alla moglie Pauline (da Doxandeme, online, 18/1/2019)
“Mia cara compagna,
ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. 
Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. 
Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. 
Che altro potrei dire? Non è la mia persona che conta, è il Congo. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. 
Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro. 
Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di congolesi, che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. 
Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. 
Né brutalità, né sevizie, né torture mi hanno mai condotto a domandare la grazia, poiché preferisco morire a testa alta, la fede incancellabile e la fiducia profonda nel destino del mio Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e il tradimento dei principi sacri. La storia dirà un giorno la sua parola, ma non sarà la storia che ci insegneranno a Bruxelles, Washington, Parigi o alle Nazioni Unite ma quella che si insegnerà nei Paesi affrancati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia e questa sarà al Nord ed al Sud del Sahara una storia di gloria e di dignità. Non mi piangere, mia compagna. Io so che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.
W il Congo! W l’Africa!”
(Patrice Lumumba)
Lumumba era capo del governo congolese. Cercò di rendere il Congo effettivamente, oltre che formalmente, indipendente dal Belgio. Ma fu destituito dai politici pagati dai governi e dalle multinazionali occidentali. Queste promossero nel 1960 la secessione del Katanga, la grande provincia mineraria, delle cui ricchezze volevano mantenere il controllo. La CIA e le multinazionali finanziarono i secessionisti e Mobutu, che arrestò e fece uccidere Lumumba. Nel 1965 Mobutu diventò capo del governo, appoggiato dagli occidentali. Fu dittatore fino al 1997,  quando fu espulso e morì tre mesi dopo. Aveva rubato oltre 5 miliardi di dollari (valore del 1984), che equivaleva più o meno al debito dello stato.

La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

Le democrazie possono morire anche sotto i riflettori

12 Feb

a cura di Piero Rizzo

Un argomento molto dibattuto oggi è la stato di salute della democrazia, in particolare in Occidente. Sono frequenti espressioni come “declino della democrazia” o “creazione di stati illiberali”. L’articolo del Guardian dal titolo : “Non attribuite all’ignoranza il declino della democrazia. Il problema è più profondo”, del 12/12/2018, affronta le cause di questa deriva.

Esso prende l’avvio dalla tesi del Washington Post che ”La democrazia muore nel buio”; per dire che un argine alle derive democratiche può venire solo dalla conoscenza. I Trump, gli Orbán o gli Erdogan non esisterebbero se i cittadini fossero informati. In realtà, afferma l’articolo, la democrazia può morire anche, e spesso muore, sotto la luce dei riflettori. Riportiamo qui ampi stralci dell’articolo.

Poche democrazie sono morte nell’oscurità. Anche il caso di Hitler, arrivato al potere con mezzi democratici per poi abolire la democrazia, non è accaduto nelle “tenebre”. Tutti sapevano ciò che Hitler rappresentava. Nel Mein Kampf egli ha ripetuto le sue idee antisemite e antidemocratiche fino alla nausea. E ha smantellato il sistema democratico mentre i media indipendenti erano ancora vivi e vegeti.
Più recentemente, i leader autoritari hanno raramente abolito la democrazia liberale in una notte. Piuttosto, lentamente ma progressivamente, eliminano le fondamenta liberali e in un secondo tempo le sue basi elettorali. Da Erdogan a Putin e da Maduro a Orbán, le democrazie liberali vengono smantellate, pezzo per pezzo, sotto i riflettori, almeno inizialmente, di media relativamente liberi e indipendenti. Questi leader esprimono apertamente i loro impulsi autoritari, il disprezzo per l’opposizione e l’intenzione di cambiare radicalmente il sistema politico.
Orbán è un maestro nel prendere singole istituzioni e norme da diversi Stati membri dell’UE per costruire ciò che la sociologa statunitense Kim-Lane Scheppele ha definito un “Frankenstate”. Proprio come il mostro di Frankenstein, creato da diversi corpi umani, esso è costituito da regole democratiche. Ogni singola regola è, o può essere, democratica, ma la combinazione di esse crea un regime antidemocratico.
Finché le singole componenti non sono connesse, ogni singola misura non sarà sufficiente a creare un senso di allarme. Si considerino le infelici risposte dell’UE ai quasi decennali attacchi di Orbán alla democrazia, o le tiepide risposte in USA alle esclusioni dall’elenco dei votanti in molti stati.
Le democrazie possono facilmente morire sotto i riflettori come nell’oscurità. I media che semplicemente “riportano la notizia”, piuttosto che analizzarla, trascurano i trend e vedono la vera minaccia quando è troppo tardi.
E’ necessario che i media abbandonino la dipendenza dai governanti autoritari come Trump, e orientino i riflettori sulle vere minacce alla democrazia. Ma anche se i media lo faranno, le democrazie continueranno a morire fin quando le élite tradizionali – culturali, economiche, politiche e religiose – continueranno a collaborare piuttosto che opporsi apertamente. E continueranno a morire, se i politici democratici non offrono alternative migliori.
Il miglior esempio è l’Ungheria, che ha compiuto l’ultimo passo verso un regime autoritario con l’abolizione del controllo giudiziario indipendente sul governo. Questo passo è stato fatto “nel buio” all’interno del paese, dato che i sodali di Orbán controllano praticamente tutti i media ungheresi. Ma la maggior parte delle fasi precedenti sono avvenute sotto gli occhi di vari media ancora indipendenti.
In più, i media internazionali hanno effettuato una copertura giornalistica molto dettagliata della creazione di uno “stato illiberale” da parte di Orbán, ma la complicità delle élite straniere, dall’industria automobilistica tedesca al Partito Popolare Europeo, ha reso l’UE incapace di agire; col pretesto che la collaborazione porta alla moderazione di quel regime, mentre l’esclusione causerebbe un’ulteriore radicalizzazione.
Qualche breve considerazione finale. L’articolo descrive con lucidità come si demolisce pezzo per pezzo una democrazia senza provocare eccessivo allarme sociale. La democrazia, si ripete di frequente, non è una realtà che si acquisisce una volta per tutte, ma è una conquista continua. Parafrasando Voltaire, potremmo dire che anche la democrazia può diventare un mezzo con cui uomini senza principi dirigono uomini senza memoria (Ungheria docet).
P.S. Qualche settimana fa si sono svolte in tutta l’Ungheria manifestazioni di protesta contro la cosiddetta “legge sulla schiavitù”. E’ certo che Orbán ha ricevuto un duro colpo. Si vedrà se questo è l’inizio della sua fine, come sperano gli ottimisti, e se in un futuro non lontano un’opposizione estremamente diversificata sarà in grado di riportare nel paese la democrazia liberale dopo otto anni di orbanismo.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/dec/15/democracy-authoritarianism-media-spotlight-viktor-orban

L’Italia del nuovo familismo amorale

4 Feb

di Cosimo Perrotta

Nell’Italia di Salvini domina un nuovo familismo amorale. Questa espressione fu creata dal sociologo americano Banfield nel 1958 per descrivere i rapporti sociali di un paesino arretrato della Basilicata (Chiaromonte, chiamato col nome fittizio di Montegrano). Il familismo amorale descrive la cultura di chi si sente assediato da un mondo esterno ostile e opprimente, e si difende legandosi ai soli rapporti che può controllare, quelli della famiglia. E’ un atteggiamento amorale perché non ha valori civici, né solidarietà, né lealtà verso l’altro. Non ha morale. “L’altro” è il diverso, l’estraneo; un potenziale pericolo da cui difendersi. Non merita rispetto né umana comprensione.

Voi direte, che c’entra l’Italia di oggi con una società agricola del Sud degli anni Cinquanta? Con un villaggio che era il punto terminale di dieci secoli di oppressione, miseria e prepotenza? Quella realtà non c’è più; anzi stava già sparendo mentre Banfield analizzava il suo paesino. E’ vero; ma attenzione. La crisi economica dell’Occidente (che per l’Italia è più grave) sta creando una massa crescente di diseredati: scolarizzati senza lavoro, operai disoccupati, lavoratori precari e iper-sfruttati. Ma sta creando anche – in conseguenza della disoccupazione e della mancanza di fondi – anziani, malati e invalidi con poca assistenza; servizi sempre meno efficienti; università disastrate; uffici pubblici non più in grado di funzionare decentemente; enormi zone critiche nel sistema del welfare state.

Le vittime di questo degrado – che ormai sono tante, e crescono – si sentono tradite e si ribellano. Perciò nel cuore del benessere riemergono i (dis)valori pre-moderni, l’ostilità verso l’altro, visto come nemico; una versione odierna dell’ “homo homini lupus” di Hobbes.

Ora assistiamo allibiti a questa involuzione. Sono dunque spariti i valori moderni per una larga parte della società? Non sono bastati 60 anni di benessere diffuso, di scolarizzazione di massa, di cultura dei diritti e dei doveri, l’abitudine alla democrazia e alla solidarietà? Queste cose in effetti servono a poco per chi viene escluso dal benessere e dalla sicurezza del lavoro. Per questi diseredati, il ritorno ai disvalori pre-moderni è una tentazione continua. E’ già tanto che una parte di loro (i giovani che emigrano, gli intellettuali, gli anziani cresciuti nel culto dei partiti e della democrazia) si sottragga al degrado.

Tanto più che i diseredati vedono che l’altra parte della società, quella tutelata, non solo conserva il proprio benessere ma cresce in ricchezza e privilegi. Ed è proprio la parte protetta della società, quella del lavoro garantito e del reddito sicuro, a conservare i valori della civiltà moderna. Questo è un primo paradosso: i valori della democrazia sono “salvati” dai privilegiati. Ma la democrazia è uguaglianza tendenziale. Come fa a salvarsi attraverso i privilegi?

Ma c’è un secondo paradosso, peggiore del primo. Una larga fetta della società tutelata non crede affatto nei valori della modernità e della democrazia; anzi, incoraggia i diseredati a combatterli. Perché lo fa? Per il motivo opposto a quello che spinge i diseredati: vuole proteggere i propri privilegi, la propria evasione fiscale, ecc. Essa ha capito che il modo più efficace per farlo è di lanciare i diseredati contro un nemico esterno: l’Europa, cattivissima; gli immigrati, tutti “mussulmani”; i “negri”, selvaggi per definizione.

Dunque, se si guarda bene, gli individui privilegiati o protetti che sono ostili al rispetto dei diritti umani vogliono rafforzare l’esclusione dei diseredati, indebolire lo spirito di equità e neutralizzare le garanzie residue verso i più deboli. Essi fingono di allearsi con gli esclusi contro un immaginario nemico comune. Ma in realtà sono loro i veri nemici degli esclusi.

Ebbene, Salvini – il corifeo della crociata anti-immigrati e anti-Europa – dice di voler difendere “gli italiani”. Gli italiani diseredati pensano che egli sia il loro paladino; e nel Sud qualcuno gli bacia la mano (come ai padroni di un tempo e ai mafiosi di oggi; come al re, Borbone o Savoia che fosse). Ma gli italiani privilegiati, che lo votano e lo esaltano, sanno bene che Salvini pensa a loro.

Il celebre etologo Desmond Morris afferma che la paura degli estranei deriva dal fatto che siamo animali tribali, ma che essa va tenuta sotto controllo. “Un eccesso di familismo ci rende aggressivi con gli estranei. Un eccesso di patriottismo, conduce diritto al conflitto con gli altri popoli”.

Come un secolo fa, si è formato e tende a prevalere un nuovo blocco sociale reazionario. Esso è fatto, come allora, di operai disoccupati, di ceti medi in rovina e, in più, di una parte di operai e di ceti medio-alti protetti e corporativi.
(1) Edward Banfield, Le basi morali di una società arretrata, il Mulino 2010 (orig. 1958).
(2) Intervista di Marino Niola a Desmond Morris, la Repubblica del 23/1/2019, p. 29.

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere