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La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

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Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

Il trionfo di Pareto

1 Apr

Sintesi di “The triumph of Pareto”, di Gary Flomenhoft (Univ. del Vermont), in Real-World Economics Review, n. 80, online, 2017, pp. 14-31.
L’economia neo-classica si presenta come una scienza libera dai valori e definisce l’efficienza economica col criterio dell’ottimo paretiano, considerandolo una misura oggettiva. In realtà l’ottimo paretiano implica valori normativi mascherati.
I tre pilastri dell’economia del benessere neo-classica sono: a. l’homo oeconomicus, che massimizza l’utilità ed è razionale. b. La concorrenza perfetta, che avviene senza poteri nel mercato e con rendimenti costanti, informazione perfetta, assenza di incertezza. c. L’ottimo paretiano.
La scienza del comportamento ha provato che l’homo oeconomicus non esiste (1), mentre Stiglitz ha mostrato che la concorrenza perfetta è rara. Ma l’ottimo paretiano è ancora in piedi. Esso definisce ottimo lo stato in cui nessuno può cambiare la sua posizione senza che qualcuno stia peggio. Questo criterio non dice nulla, ad esempio, su una politica che libera un milione di persone dalla più nera povertà ma impone una piccola perdita ad un singolo miliardario. Casi di questo genere sono considerati implicitamente non desiderabili.
Daly ha sostenuto che l’efficienza dell’ottimo paretiano è desiderabile solo se deriva da livelli sostenibili di produttività e da un’equa distribuzione della ricchezza e delle risorse (2). L’efficienza paretiana appare banale in confronto con altre misura di efficienza, quale il PIL per unità di prodotto, il valore del prodotto per unità di lavoro, il benessere per unità di prodotto, l’indicatore di progresso per unità di impronta ecologica, ecc.
L’ottimo paretiano assume la distribuzione esistente come data. Se qualsiasi distribuzione del reddito può portare all’ottimo, allora perché preoccuparsi di rendere la distribuzione più giusta? Questa economia non fa distinzione fra reddito guadagnato e non guadagnato, o la fa solo per raccomandare tasse più basse sul secondo. Hackett osserva che sopprimere la schiavitù avrebbe fatto star peggio i proprietari di schiavi e quindi non sarebbe stato una misura pareto- efficiente (3).
Pareto, insieme con Edgeworth, elaborò le curve di indifferenza, che descrivono le varie combinazioni di beni che realizzano le preferenze dei singoli. Queste curve eliminano la possibilità di confronto fra le utilità individuali. Ognuno decide la sua propria utilità. Ciò evita considerazioni di giustizia sulle condizioni sociali. Al contrario, l’utilità classica mirava al “massimo vantaggio per il maggior numero di persone”. Il suo fine era di aumentare l’utilità sociale complessiva, e ciò implicava che un aumento di reddito procurasse al povero maggiore utilità che al ricco.
Il principio di Pareto riflette la sua visione di darwinismo sociale perché favorisce una crescente diseguaglianza. Nella teoria della circolazione delle élite (4), Pareto parla delle persone di capacità superiori che tendono a migliorare la loro posizione. I migliori delle classi basse cercano di scalzare la classe dominante. Nel 1906 aveva affermato che “nessuna classe sociale può mantenere a lungo la sua proprietà o il suo potere se non ha la forza e il vigore necessario per difenderli. Nel lungo termine solo il potere decide la struttura sociale” (5).
Pareto era sostenitore della guerra delle classi, del diritto delle élite di controllare la proprietà e del primato del potere su ogni altra considerazione sociale.
Questa visione corrisponde alla recente storia economica. Nel 1997 la concentrazione della ricchezza in USA per l’1% più ricco raggiunse il 40,1%, poco sotto il 44,2% raggiunto appena prima del crollo del 1929. Dopo la fine ufficiale dell’ultima recessione l’1% più ricco si è appropriato del 95% dell’aumento di reddito, e adesso guadagna il 20% del reddito totale (6).
Pareto afferma che “la classe dominante A contiene una parte alpha, ancora abbastanza forte ed energica per difendere il suo dividendo di autorità, e una parte beta fatta di individui degenerati, con intelligenza e volontà deboli, umanitari, come si dice oggi … Oggettivamente, la lotta consiste soltanto nel fatto che i B-alpha cercano di prendere il posto degli A-alpha. Tutto il resto è subordinato e casuale” (7).
La teoria delle élite di Pareto non è nuova per chi abbia studiato il comportamento dei primati. Essa esprime la gerarchia di dominio degli scimpanzé, che Pareto descrive come ideale per gli uomini. Persino fra le scimmie, gli scimpanzé sono più aggressivi e gerarchici in confronto ai bonobo o gli oranghi. E’ la società degli scimpanzé quella a cui aspiriamo?
V. ad es. D. Kahneman e A. Tversky (2000), Choices, Values, and Frames, New York: Cambridge University Press.
(2) H. Daly (1992), “Allocation, distribution, and scale: Towards an economics that is efficient, just, and sustainable”, Ecological Economics, 6 (3), 185–193.
(3) S. Hackett (2001), Environmental and Natural Resource Economics, New York: Sharpe, p. 26.
(4) W. Pareto (1916) Trattato di sociologia.
(5) W. Pareto, Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale (1906, cit. in M. Gaffney, e F. Harrison (1994), The Corruption of Economics, London: Shepheard & Walwyn.
(6) T. Piketty e E. Saez (2006), “The evolution of top incomes”, American Economic Review, 96 (2), 200–205.
(7) Cit. in Gaffney e Harrison (1994).

Aumento della produttività come aumento dei diritti

7 Gen

 

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 3

Storicamente, il capitalismo si è sviluppato allargando insieme il mercato interno e quello esterno. In genere il mercato e i consumi interni sono aumentati quando il mercato esterno (esportazioni) aveva difficoltà ad allargarsi. Il primo sviluppo, nel medioevo, si è basato soprattutto sulle esportazioni. Nel Cinquecento, con le workhouses, le politiche per l’occupazione hanno accresciuto i consumi interni.

Il mercato interno, però, si può allargare in due modi: accrescendo il consumo delle élite oppure quello dei lavoratori. Quest’ultimo accresce la capacità produttiva del lavoro (crescita del capitale umano). Però c’è una bella differenza se la produttività aumenta comprimendo il consumo dei lavoratori o accrescendo il loro consumo e quindi la loro capacità produttiva. Questi due processi in genere sono intrecciati, ma è importante vedere qual è quello prevalente.

Nel primo processo, di norma, si ha un aumento dei profitti senza sviluppo duraturo. Ci sono livelli tecnologi bassi, scarsa innovazione, lavoro elementare; forti disuguaglianze di reddito; un basso livello d’istruzione e di civiltà; poche garanzie democratiche e diritti civili inosservati. Si tratta di società povere e arretrate in tutti i sensi; e i loro profitti tendono costantemente a trasformarsi in rendite parassitarie.

Tra questi casi ci sono le economie schiaviste, come l’estrazione di oro e argento nell’America spagnola; la coltivazione di caffè e cacao in Brasile; la coltivazione del cotone negli Stati Uniti del sud; l’estrazione di minerali preziosi in Congo; ecc.

Simili economie di rapina sono la regola nel colonialismo e nel neo-colonialismo. Da 6 secoli l’Africa è saccheggiata dagli europei di tutte le sue risorse naturali e umane. E’ ancora molto presente la monocoltura, il land grabbing, il dumping per invadere i mercati con i prodotti occidentali; l’esportazione dei rifiuti tossici, lo strangolamento finanziario.

Gli stessi fenomeni si verificano in Bangladesh o in Pakistan (lavoro di bambini o donne schiavizzati per i prodotti della moda occidentale); in Birmania, Tailandia, Cuba e Antille, Brasile, per la schiavitù sessuale dei bambini; in Kazakstan per il land grabbing; in America Centrale per le piantagioni di banane; ecc.

Spesso la rapina e il saccheggio hanno avuto come conseguenza il genocidio dei nativi (in Canada e Usa, in Argentina e Cile, in molte zone dell’Africa, in Australia e Nuova Zelanda, e ancor oggi fra gli aborigeni dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia del Sud.

Quando invece lo sviluppo si basa sull’aumento della capacità produttiva dei lavoratori, c’è allo stesso tempo aumento dei profitti e aumento del benessere. Sono queste le fasi di maggior progresso economico ma anche civile, culturale e politico. In queste fasi il consumo popolare è protetto dallo stato (spesso spinto a questo da dure lotte dei lavoratori). Ciò è avvenuto, ad esempio, nell’Inghilterra del Cinquecento e poi del Settecento, nella Francia post-rivoluzionaria, nella Germania di Bismarck, nell’Italia giolittiana; e in tutta Europa con il welfare state.

In tutti questi casi c’è stato un rapido progresso tecnologico che ha sostenuto l’aumento della capacità produttiva dei lavoratori. Si è acceso un processo virtuoso in cui progresso tecnico, aumento della specializzazione e aumento dell’occupazione si inseguivano. La scomparsa di vecchie mansioni e dei loro posti di lavoro era più che compensata da nuove mansioni e nuova occupazione, più specializzata – questo è l’effetto descritto da Ricardo quando criticava i ludditi che distruggevano le nuove macchine (1).

C’è tuttavia un terzo tipo di esperienze storiche, quello di un rapido progresso tecnico in cui le condizioni dei lavoratori non migliorano; e talvolta peggiorano. I lavoratori sono troppo deboli per reagire a un eccessivo sfruttamento, e lo stato – che è sempre governato dalle élite – difende queste ultime. Ciò è avvenuto nell’Europa del Seicento; durante la prima rivoluzione industriale; nell’Italia dell’Ottocento; durante le dittature di destra del Novecento.

I casi del terzo tipo rendono più complesso il nostro schema, ma storicamente sono i più frequenti in Europa. In essi la specializzazione e gli alti consumi generati dal progresso tecnico non sono andati a beneficio di tutti i lavoratori ma a vantaggio solo di alcuni: le professioni più alte (artigiani specializzati, operatori del commercio internazionale, tecnici, professionisti, dirigenti).

Fino alla metà del Novecento, il capitalismo ha “cooptato” nella crescita del capitale umano e del benessere non tutti i lavoratori ma una parte di essi, facendo crescere costantemente i ceti medi. La coscienza dei diritti, la capacità di difenderli e la stessa democrazia sono cresciute proprio grazie ai ceti medi. Ma nelle fasi di crisi acuta della capacità di espansione del capitalismo (come a metà Ottocento e negli anni Venti-Trenta del Novecento) questi ceti sono stata la base di dittature reazionarie anti-popolari. Oggi essi sembrano ugualmente attratti dall’una o dall’altra alternativa.

(1) Ricardo, Principles of Political Economy, 1821, cap. 31, par. 18-22.

Enough – Quando si perde il self control

17 Dic

Moments of lost self-control.

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

Risultati immagini per europa cina

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere

Si è rotto il nesso fra sviluppo economico e valori democratici?

5 Nov

Sviluppo e democrazia n.1, di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per democrazie difettoseOggi si discute se c’è il rischio che torni il fascismo. C’è chi lo crede e chi no. Ma la questione è mal posta. E’ ben difficile che tornino i regimi di destra del Novecento, ma è meno difficile che si affermino regimi illiberali e non democratici. Anzi, questa involuzione è già in atto, in Polonia, Ungheria, Italia, Austria, ecc. L’Unione Europea sembra una cittadella assediata dal crescente degrado internazionale, e minata dall’interno da crescenti pulsioni antidemocratiche. Continua a leggere

Lo sviluppo ineguale di Samir Amin

1 Ott

di Riccardo EvangelistaSocietà, 1 ottobre 2018

Risultati immagini per Samir Amin«La periferia non può raggiungere il modello capitalistico, bensì è costretta a superarlo». Con queste parole, a metà tra una sentenza e un grido di speranza, si chiude Lo sviluppo ineguale, del 1973, di Samir Amin, economista egiziano scomparso lo scorso 12 agosto a 86 anni.
Nonostante sia poco noto al grande pubblico, Amin è stato tra i grandi intellettuali dei nostri tempi, capace di tratteggiare una teoria dello sviluppo allo stesso tempo radicale e rigorosa, libera dai residui eurocentrici. Confluiscono a vario titolo nel suo pensiero le teorie di Marx, Luxemburg, Baran e Sweezy e della scuola dipendentista latinoamericana. Continua a leggere

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Il reddito minimo garantito: oltre Minsky

10 Set

Risultati immagini per reddito minimo garantito

di Antonio Baldo
Società – 10 settembre 2018

Le proposte di Hyman Minsky (illustrate nell’articolo di Sviluppo Felice del 2/7/18) circa lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza possono essere interpretate come un’interessante variante del Reddito Minimo Garantito (RMG). Mi sembra però che sottintendano talune sicurezze culturali, non dico errate ma certo discutibili. Vediamo alcuni punti.

A – E’ opinabile la convinzione che il lavoro (inteso come attività retribuita) sia la fonte prima della dignità della persona e forse della sua “felicità”. Essa, in linea di principio, porterebbe a escludere quanti ne sono impediti per oggettive difficoltà fisiche, mentali, psicologiche, sociali, ecc. In realtà, si tratta di un pre-giudizio filosofico-sociale comune (sia pure con premesse e finalità diverse) ai pensieri cattolico, marxista e liberale, confluiti nell’art. 1 della Costituzione. Tutto molto dignitoso e apprezzabile, ma non necessario a fronte dell’evoluzione tecnica, economia e sociale in parte già avvenuta anche in Italia.
Almeno per i Paesi sviluppati (gli altri richiederebbero un discorso a parte), la quantità globale di lavoro necessario sarà in diminuzione, anche ipotizzando modelli di sviluppo analoghi a quello attuale.
In ogni caso, saggezza personale e sociale vorrebbero che il tempo dedicato al lavoro (settimanale e di vita) diminuisse. Vedi il citatissimo J.M. Keynes di “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Invece, sta aumentando.

B – La crescita quantitativa della produzione non ha limiti? Indicazioni sempre più frequenti e precise fanno pensare che siano più evidenti i “limiti allo sviluppo”, in termini di materie prime, suolo produttivo disponibile, rifiuti, energia, ecc., nonostante i progressi tecnologici ipotizzabili.
Se aggiungiamo un inevitabile e positivo aumento della produttività (in questo contesto, del lavoro), intravedere un tetto alla produzione totale appare utile e saggio.

C – Le capacità di prevenire la fuga di capitali, stabilizzare le importazioni con barriere al libero scambio, assicurare la stabilità dei prezzi (almeno per materie prime e alimenti), nella realtà globalizzata dell’economia liberista, appaiono molto problematiche. Entro limiti e modalità da precisare, un intervento pubblico è certamente necessario ma richiederebbe una politica “mondiale” non ancora comparsa all’orizzonte.

D – L’autoproduzione di beni e servizi (personali e sociali) sembra sottovalutata, a fronte di tecniche produttive e organizzative già disponibili e di probabile, ampia espansione.

Ritengo che il punto cruciale sia il passaggio (culturale!) dell’attenzione dal Lavoro al Reddito, peraltro da sempre intimamente connessi.
Il lavoro, come insegna la storia, può essere modulato in quantità e qualità. In particolare (e in una certa misura lo è già), può diventare sempre più oggetto di scelta tra modelli di vita anche notevolmente diversi. La misura di un possibile RMG è ovviamente discutibile, ma il concetto può diventare necessario, in vista, ad esempio, degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. Sostituire le masse operaio-impiegatizie con equivalenti masse di ingegneri informatici sembra molto problematico.

Un RMG (che ha poco a che fare con la proposta di reddito di cittadinanza oggi in agenda politica):
definirebbe il lavoro non solo come necessaria costruzione sociale ma come scelta, magari parziale o temporanea, tra redditi elevati e serenità di vita, conservando comunque l’obbligo di ripagare (in modi diversi ma facilmente ipotizzabili) i benefici ricavati dal partecipare a una comunità;
la nozione di reddito disponibile non riguarderebbe soltanto i trasferimenti finanziari (stipendi o sussidi); può essere integrata da servizi disponibili a costi marginali bassissimi, come Internet e talune modalità di trasporto o di cultura.
aumenterebbe le possibilità di flessibilità delle imprese, senza intaccare le basilari necessità per un’esistenza austera e dignitosa delle persone;
prenderebbe atto della realistica ipotesi di un limite fisico e ambientale alla produzione globale.

Rimangono forti dubbi circa l’ effettiva possibilità di realizzazione il punto C), salvo che per il calmiere sui prezzi degli alimentari di base, mentre il problema principale potrebbe riguardare la casa.
Infine, ritengo sovrastimato il costo del finanziamento di un sistema di RMG, soprattutto se si passasse dall’ottica di aggiunta a quella di sostituzione di quanto già esistente in termini di trasferimenti da welfare.

L’impianto – culturale prima che politico – neoliberista dell’attuale turbo-capitalismo temo rimanga un ostacolo di cui è difficile pronosticare il superamento in tempi ragionevoli. Esiste però un’interessante attenzione, soprattutto giovanile, verso stili di vita più contenuti e cooperativi rispetto a quelli altamente competitivi in atto.
Richiedere proposte percorribili alla nebulosa della “sinistra” appare oggi illusorio, però “mai dire mai”.