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Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

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“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)

“Umane belve”, animali e profitto – I

10 Giu

di Anna Pellanda
Il profitto inteso come guadagno dell’imprenditore una volta detratti i costi di produzione (“profitto residuale”) da sempre ha dovuto difendersi dalla concorrenza di mercato, in genere facendo leva sulla grande dimensione che pratica prezzi bassissimi (“prezzi predatori”) sbaragliando i piccoli produttori, oppure ottenendo concessioni legali che consentono forme monopolistiche di produzione e vendita dei prodotti. Tra gli allevatori di bestiame, e non solo, il dilemma è sempre stato: o grandi o protetti. Oggigiorno hanno entrambe queste caratteristiche gli allevamenti intensivi di dimensioni sconfinate e tutelati dalla legislazione anti-concorrenza. Negli Stati Uniti questi connotati hanno il volto delle dieci multinazionali della carne, le “dieci sorelle dell’agroalimentare”: ABF, Coca-Cola, Danone, G.M., Kellogg’s, Mars, Mondolez, Nestlè, PepsiCo, Unilever.
E sempre negli Stati Uniti sono nati gli allevamenti intensivi quando a Chicago, negli anni 60/70 del 1800, sono stati inventati per i mattatoi la catena di montaggio su nastri trasportatori e le celle frigorifere per il trasporto degli animali uccisi (1). E’ qui che: “Nella grande catena della vita, il bovino era stato ulteriormente declassato: desacralizzata, oltre che smembrata, questa icona della fertilità soprannaturale fu trasformata dai grandi sacerdoti dell’efficienza- Gustavus Swift, Phillip Armour e tutti gli altri- in un fattore di produzione standardizzato” (2).
Negli allevamenti intensivi gli animali sono infatti macchine da sfruttare il più intensamente possibile. Sembra il coronamento della tesi cartesiana dell’animale senz’anima, ingranaggio di un meccanismo utile solo all’uomo. La teoria economica traduce questa visione in termini tecnici usando l’analisi costi/benefici il cui concetto portante è la riduzione maggiore possibile dei costi per ottenere benefici più alti possibile. Si raggiunge questo obiettivo facendo leva sulle economie di scala, a loro volta basate sulla grande dimensione, e sul progresso tecnico. Nella realtà degli allevamenti intensivi la dimensione sconfinata si concretizza utilizzando capannoni sterminati dove vengono stipate migliaia di animali in spazi così angusti che possono a malapena stare in piedi ma dove (incoraggiati anche da luci fortissime che simulano il giorno) mangiano in continuazione per aumentare il loro peso e produrre “carne da reddito”. In questi ambienti manca l’aria, la luce naturale e la lettiera è costituita da deiezioni mai rimosse e fonte di piaghe e infezioni. I vitelli, tolti alle madri dopo tre o quattro giorni dalla nascita, nei primi allevamenti intensivi erano tenuti in condizioni talmente barbare da indurre la Commissione Europea a prendere provvedimenti per migliorarle almeno in parte (3). Altri esempi di allevamento intensivo riguardano i suini, gli ovini, i pesci e i polli. Scegliendo di considerare gli allevamenti di polli si nota che la grande dimensione consente di tenervi anche decine di migliaia di individui tenuti al buio e in spazi corrispondenti a un foglio A4 per animale (quindi 17 o 22 polli per metro quadro). Le lettiere non vengono cambiate e si impregnano dell’ ammoniaca degli escrementi provocando infiammazioni cutanee, dolorose deformazioni alle zampe, a volte anche paralisi. Non potendosi spostare fino alle mangiatoie alcuni muoiono di fame e sete. L’abbattimento avviene dopo 38-40 giorni dalla nascita ovvero appena raggiunto il peso conveniente Queste condizioni producono intossicazioni alimentari dovute a batteri quali la salmonellosi e infezioni da Campylobacter e la stessa influenza aviaria (4). Queste orribili condizioni provocano stress e aggressività tra i polli tanto che si taglia loro il becco senza anestesia (cfr. pag. 18 di questo saggio). Parimenti si taglia la coda ai maialini perché non si feriscano tra loro.

(1) RIFKIN, J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (1992), Milano, Mondadori 2001, pp. 136-143. Rifkin ripercorre la storia di queste innovazioni tecnologiche messe in opera tra Detroit e Chicago dai cinque più grandi imprenditori della carne: Hammond, Swift, i due Armour e Morris alle pp. 131-135. Ai mattatoi di Chicago si è ispirato Henry Ford quando ha introdotto la catena di montaggio per la costruzione delle sue automobili. Come egli stesso ricorda: “L’idea ci venne in generale dai carrelli sui binari che i macellai di Chicago usano per distribuire le parti dei manzi”, FORD, H. (in collaborazione con CROWDER,S.), La mia vita e la mia opera (1925), Milano, La Salamandra, 1980, p.93
(2) RIFKIN, J., op.cit., pag. 138
(3) Regolamenti comunitari 91/629 CEE e 97/2/EC e D.Legs. 7/7/2011, n. 126, art.6; cfr. COZZI, G.— GOTTARDO, F., “Il nuovo sistema di allevamento del vitello a carne bianca”, in Atti della Società Italiana di Buiatria, vol. 37, 2005, pp. 441-454
(4) Sito del CIWF: http://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne//allevamento-intensivo
(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).

continua lunedì 17 giugno

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

Il trionfo di Pareto

1 Apr

Sintesi di “The triumph of Pareto”, di Gary Flomenhoft (Univ. del Vermont), in Real-World Economics Review, n. 80, online, 2017, pp. 14-31.
L’economia neo-classica si presenta come una scienza libera dai valori e definisce l’efficienza economica col criterio dell’ottimo paretiano, considerandolo una misura oggettiva. In realtà l’ottimo paretiano implica valori normativi mascherati.
I tre pilastri dell’economia del benessere neo-classica sono: a. l’homo oeconomicus, che massimizza l’utilità ed è razionale. b. La concorrenza perfetta, che avviene senza poteri nel mercato e con rendimenti costanti, informazione perfetta, assenza di incertezza. c. L’ottimo paretiano.
La scienza del comportamento ha provato che l’homo oeconomicus non esiste (1), mentre Stiglitz ha mostrato che la concorrenza perfetta è rara. Ma l’ottimo paretiano è ancora in piedi. Esso definisce ottimo lo stato in cui nessuno può cambiare la sua posizione senza che qualcuno stia peggio. Questo criterio non dice nulla, ad esempio, su una politica che libera un milione di persone dalla più nera povertà ma impone una piccola perdita ad un singolo miliardario. Casi di questo genere sono considerati implicitamente non desiderabili.
Daly ha sostenuto che l’efficienza dell’ottimo paretiano è desiderabile solo se deriva da livelli sostenibili di produttività e da un’equa distribuzione della ricchezza e delle risorse (2). L’efficienza paretiana appare banale in confronto con altre misura di efficienza, quale il PIL per unità di prodotto, il valore del prodotto per unità di lavoro, il benessere per unità di prodotto, l’indicatore di progresso per unità di impronta ecologica, ecc.
L’ottimo paretiano assume la distribuzione esistente come data. Se qualsiasi distribuzione del reddito può portare all’ottimo, allora perché preoccuparsi di rendere la distribuzione più giusta? Questa economia non fa distinzione fra reddito guadagnato e non guadagnato, o la fa solo per raccomandare tasse più basse sul secondo. Hackett osserva che sopprimere la schiavitù avrebbe fatto star peggio i proprietari di schiavi e quindi non sarebbe stato una misura pareto- efficiente (3).
Pareto, insieme con Edgeworth, elaborò le curve di indifferenza, che descrivono le varie combinazioni di beni che realizzano le preferenze dei singoli. Queste curve eliminano la possibilità di confronto fra le utilità individuali. Ognuno decide la sua propria utilità. Ciò evita considerazioni di giustizia sulle condizioni sociali. Al contrario, l’utilità classica mirava al “massimo vantaggio per il maggior numero di persone”. Il suo fine era di aumentare l’utilità sociale complessiva, e ciò implicava che un aumento di reddito procurasse al povero maggiore utilità che al ricco.
Il principio di Pareto riflette la sua visione di darwinismo sociale perché favorisce una crescente diseguaglianza. Nella teoria della circolazione delle élite (4), Pareto parla delle persone di capacità superiori che tendono a migliorare la loro posizione. I migliori delle classi basse cercano di scalzare la classe dominante. Nel 1906 aveva affermato che “nessuna classe sociale può mantenere a lungo la sua proprietà o il suo potere se non ha la forza e il vigore necessario per difenderli. Nel lungo termine solo il potere decide la struttura sociale” (5).
Pareto era sostenitore della guerra delle classi, del diritto delle élite di controllare la proprietà e del primato del potere su ogni altra considerazione sociale.
Questa visione corrisponde alla recente storia economica. Nel 1997 la concentrazione della ricchezza in USA per l’1% più ricco raggiunse il 40,1%, poco sotto il 44,2% raggiunto appena prima del crollo del 1929. Dopo la fine ufficiale dell’ultima recessione l’1% più ricco si è appropriato del 95% dell’aumento di reddito, e adesso guadagna il 20% del reddito totale (6).
Pareto afferma che “la classe dominante A contiene una parte alpha, ancora abbastanza forte ed energica per difendere il suo dividendo di autorità, e una parte beta fatta di individui degenerati, con intelligenza e volontà deboli, umanitari, come si dice oggi … Oggettivamente, la lotta consiste soltanto nel fatto che i B-alpha cercano di prendere il posto degli A-alpha. Tutto il resto è subordinato e casuale” (7).
La teoria delle élite di Pareto non è nuova per chi abbia studiato il comportamento dei primati. Essa esprime la gerarchia di dominio degli scimpanzé, che Pareto descrive come ideale per gli uomini. Persino fra le scimmie, gli scimpanzé sono più aggressivi e gerarchici in confronto ai bonobo o gli oranghi. E’ la società degli scimpanzé quella a cui aspiriamo?
V. ad es. D. Kahneman e A. Tversky (2000), Choices, Values, and Frames, New York: Cambridge University Press.
(2) H. Daly (1992), “Allocation, distribution, and scale: Towards an economics that is efficient, just, and sustainable”, Ecological Economics, 6 (3), 185–193.
(3) S. Hackett (2001), Environmental and Natural Resource Economics, New York: Sharpe, p. 26.
(4) W. Pareto (1916) Trattato di sociologia.
(5) W. Pareto, Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale (1906, cit. in M. Gaffney, e F. Harrison (1994), The Corruption of Economics, London: Shepheard & Walwyn.
(6) T. Piketty e E. Saez (2006), “The evolution of top incomes”, American Economic Review, 96 (2), 200–205.
(7) Cit. in Gaffney e Harrison (1994).

Aumento della produttività come aumento dei diritti

7 Gen

 

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 3

Storicamente, il capitalismo si è sviluppato allargando insieme il mercato interno e quello esterno. In genere il mercato e i consumi interni sono aumentati quando il mercato esterno (esportazioni) aveva difficoltà ad allargarsi. Il primo sviluppo, nel medioevo, si è basato soprattutto sulle esportazioni. Nel Cinquecento, con le workhouses, le politiche per l’occupazione hanno accresciuto i consumi interni.

Il mercato interno, però, si può allargare in due modi: accrescendo il consumo delle élite oppure quello dei lavoratori. Quest’ultimo accresce la capacità produttiva del lavoro (crescita del capitale umano). Però c’è una bella differenza se la produttività aumenta comprimendo il consumo dei lavoratori o accrescendo il loro consumo e quindi la loro capacità produttiva. Questi due processi in genere sono intrecciati, ma è importante vedere qual è quello prevalente.

Nel primo processo, di norma, si ha un aumento dei profitti senza sviluppo duraturo. Ci sono livelli tecnologi bassi, scarsa innovazione, lavoro elementare; forti disuguaglianze di reddito; un basso livello d’istruzione e di civiltà; poche garanzie democratiche e diritti civili inosservati. Si tratta di società povere e arretrate in tutti i sensi; e i loro profitti tendono costantemente a trasformarsi in rendite parassitarie.

Tra questi casi ci sono le economie schiaviste, come l’estrazione di oro e argento nell’America spagnola; la coltivazione di caffè e cacao in Brasile; la coltivazione del cotone negli Stati Uniti del sud; l’estrazione di minerali preziosi in Congo; ecc.

Simili economie di rapina sono la regola nel colonialismo e nel neo-colonialismo. Da 6 secoli l’Africa è saccheggiata dagli europei di tutte le sue risorse naturali e umane. E’ ancora molto presente la monocoltura, il land grabbing, il dumping per invadere i mercati con i prodotti occidentali; l’esportazione dei rifiuti tossici, lo strangolamento finanziario.

Gli stessi fenomeni si verificano in Bangladesh o in Pakistan (lavoro di bambini o donne schiavizzati per i prodotti della moda occidentale); in Birmania, Tailandia, Cuba e Antille, Brasile, per la schiavitù sessuale dei bambini; in Kazakstan per il land grabbing; in America Centrale per le piantagioni di banane; ecc.

Spesso la rapina e il saccheggio hanno avuto come conseguenza il genocidio dei nativi (in Canada e Usa, in Argentina e Cile, in molte zone dell’Africa, in Australia e Nuova Zelanda, e ancor oggi fra gli aborigeni dell’Amazzonia, dell’Africa e dell’Asia del Sud.

Quando invece lo sviluppo si basa sull’aumento della capacità produttiva dei lavoratori, c’è allo stesso tempo aumento dei profitti e aumento del benessere. Sono queste le fasi di maggior progresso economico ma anche civile, culturale e politico. In queste fasi il consumo popolare è protetto dallo stato (spesso spinto a questo da dure lotte dei lavoratori). Ciò è avvenuto, ad esempio, nell’Inghilterra del Cinquecento e poi del Settecento, nella Francia post-rivoluzionaria, nella Germania di Bismarck, nell’Italia giolittiana; e in tutta Europa con il welfare state.

In tutti questi casi c’è stato un rapido progresso tecnologico che ha sostenuto l’aumento della capacità produttiva dei lavoratori. Si è acceso un processo virtuoso in cui progresso tecnico, aumento della specializzazione e aumento dell’occupazione si inseguivano. La scomparsa di vecchie mansioni e dei loro posti di lavoro era più che compensata da nuove mansioni e nuova occupazione, più specializzata – questo è l’effetto descritto da Ricardo quando criticava i ludditi che distruggevano le nuove macchine (1).

C’è tuttavia un terzo tipo di esperienze storiche, quello di un rapido progresso tecnico in cui le condizioni dei lavoratori non migliorano; e talvolta peggiorano. I lavoratori sono troppo deboli per reagire a un eccessivo sfruttamento, e lo stato – che è sempre governato dalle élite – difende queste ultime. Ciò è avvenuto nell’Europa del Seicento; durante la prima rivoluzione industriale; nell’Italia dell’Ottocento; durante le dittature di destra del Novecento.

I casi del terzo tipo rendono più complesso il nostro schema, ma storicamente sono i più frequenti in Europa. In essi la specializzazione e gli alti consumi generati dal progresso tecnico non sono andati a beneficio di tutti i lavoratori ma a vantaggio solo di alcuni: le professioni più alte (artigiani specializzati, operatori del commercio internazionale, tecnici, professionisti, dirigenti).

Fino alla metà del Novecento, il capitalismo ha “cooptato” nella crescita del capitale umano e del benessere non tutti i lavoratori ma una parte di essi, facendo crescere costantemente i ceti medi. La coscienza dei diritti, la capacità di difenderli e la stessa democrazia sono cresciute proprio grazie ai ceti medi. Ma nelle fasi di crisi acuta della capacità di espansione del capitalismo (come a metà Ottocento e negli anni Venti-Trenta del Novecento) questi ceti sono stata la base di dittature reazionarie anti-popolari. Oggi essi sembrano ugualmente attratti dall’una o dall’altra alternativa.

(1) Ricardo, Principles of Political Economy, 1821, cap. 31, par. 18-22.

Enough – Quando si perde il self control

17 Dic

Moments of lost self-control.

Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

Risultati immagini per europa cina

di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno. Continua a leggere