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Fine dell’antropocentrismo?

3 Feb

di Cosimo Perrotta

In un articolo su Repubblica (23/1/2020, pp. 30-31), l’argentino Miguel Benasayag – definito filosofo, psicoanalista e sociologo (e, nei suoi numerosi libri, anche biologo) – afferma che il problema della sostenibilità ambientale mette in crisi il consumismo e decreta la fine dell’era dell’antropocentrismo. “L’illusione moderna che l’uomo sia al ‘centro del mondo’ ”, egli scrive, si basa sul concetto di individuo, che in Galileo, nel cogito cartesiano e nell’ “io puro kantiano” è basato sulla scissione fittizia dell’individuo dal proprio ambiente.

L’autore continua: “La divisione netta tra ragione e natura, rappresentante e rappresentato, soggetto e oggetto (…) ha posto le basi della conoscibilità ‘oggettiva’ e della “ ‘razionalità tecnica’ capace di dominare gli elementi circostanti”. Questa razionalità avrebbe condotto addirittura ai totalitarismi novecenteschi. Non solo: “i campi di concentramento mettono in mostra i rischi a cui una concezione di individuo ‘razionale’ può portare”. E aggiunge, “separare, quindi, il lato umano dall’ambiente è tanto sbagliato e rischioso quanto separare la ragione dal lato ‘irrazionale’, affettivo e pulsionale che guida le nostre azioni”.

Benasayag non è solo. Oggi molti rivendicano il primato dell’ambiente sull’uomo e vogliono ridurre l’uomo a un semplice elemento dell’ambiente. Tralasciamo il largo uso improprio di concetti e accostamenti, e andiamo al punto: è vero che l’antropocentrismo, la valorizzazione dell’individuo e la filosofia soggettiva dell’età moderna sono la causa dell’attuale consumismo e della distruzione dell’ambiente? Non è vero, e ciò per un semplice motivo: se si ignorano tutti i passaggi intermedi con le loro svolte e contraddizioni, si riduce l’analisi alla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (Hegel). E’ come dire che responsabili della distruzione dell’ambiente sono gli stoici o il cristianesimo (che responsabilizzano l’individuo), oppure Platone (che distingue la conoscenza soggettiva dalla realtà oggettiva). Questo non ha senso.

Venendo al merito, è vero che c’è un nesso fra antropocentrismo e capitalismo. Il primo – che nel Rinascimento chiamavano “dignità dell’uomo” – si oppone all’idea dell’uomo come ente subalterno. Il secondo esprime la ribellione prometeica all’immobilismo del mondo naturale. Ma è proprio a questi due fattori che dobbiamo la nostra civiltà.

Nel Cinquecento, quando il capitalismo decollò, l’attesa di vita media era intorno ai 30 anni; oggi è di 80 anni nei paesi sviluppati e di 70 nel mondo. I due grandi paesi non capitalistici, Cina e India, producevano da soli il 50% del prodotto mondiale; ma nel 1950 ne producevano il 9% perché la ricchezza prodotta dal capitalismo era aumentata enormemente. Nel 1872 la mortalità infantile (sotto i 5 anni) era in Italia del 44%, in Francia e Inghilterra del 25%; ma nel 1950 era scesa in Italia al 9%, e in Francia e Inghilterra rispettivamente al 5,7 e 3,7%. La malaria in Occidente è scomparsa da un secolo.

Negli ultimi decenni, grazie all’impegno dei paesi avanzati – attraverso le Nazioni Unite, le fondazioni e le Ong – ma anche della Cina, la mortalità infantile mondiale si è dimezzata (da quasi il 13% del 1990, a poco più del 6%). Dal 1990, 2,6 miliardi di persone in più hanno accesso all’acqua potabile. L’iscrizione di bambini e bambine alla scuola primaria è quasi universale. Nel Nord Africa e in Medio Oriente, mentre le persone di oltre 65 anni hanno un tasso di alfabetizzazione del 20%, fra i giovani di 15-24 anni quel tasso è fra il 90 e il 99%. Il vaiolo e la poliomielite sono quasi scomparsi (1).

Questo non significa affatto che il capitalismo abbia risolto tutto. Al contrario, esso ha perpetrato un numero enorme di genocidi nelle colonie e ha sfruttato in modo disumano miliardi di persone. Oggi il capitalismo sta estendendo la schiavitù nel mondo e fra gli immigrati; sta peggiorando la situazione dei paesi più poveri; sta distruggendo l’ambiente. Ma come faremo ad affrontare questi gravi problemi se chiudiamo l’unica fonte di ricchezza che abbiamo, cioè lo sviluppo economico? Prima del capitalismo c’erano solo società molto più povere e molto più oppressive.

Possiamo cercare di risolvere i problemi di oggi solo se, da una parte, potenziamo la ricerca di nuove fonti di energia, di nuovi materiali e di nuove tecniche per risparmiare risorse e dall’altra acceleriamo la transizione all’economia post-industriale, che si basa sulla produzione immateriale e sulla crescita del capitale umano. Non si tratta quindi di diminuire i nostri consumi, cosa che allargherebbe a dismisura la disoccupazione già dilagante. Si tratta di sostituire i consumi materiali in eccesso con i consumi che soddisfano i bisogni attualmente insoddisfatti, da quelli -materiali e immateriali – delle fasce povere a quelli immateriali della società del benessere.

(1) Questi dati sono presi da fonti Unesco, FAO, OCSE e Our World in Data, online.

Il Congo “la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia” (Patrice Lumumba)

13 Gen

il documento, 13/1/2020

Il 17 gennaio del 1961 moriva assassinato Patrice Lumumba, grande statista e Primo Presidente della Repubblica democratica del Congo. Lo ricordiamo attraverso la lettera che scrisse poco prima del suo omicidio alla moglie Pauline (da Doxandeme, online, 18/1/2019)
“Mia cara compagna,
ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. 
Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. 
Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. 
Che altro potrei dire? Non è la mia persona che conta, è il Congo. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. 
Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro. 
Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di congolesi, che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. 
Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. 
Né brutalità, né sevizie, né torture mi hanno mai condotto a domandare la grazia, poiché preferisco morire a testa alta, la fede incancellabile e la fiducia profonda nel destino del mio Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e il tradimento dei principi sacri. La storia dirà un giorno la sua parola, ma non sarà la storia che ci insegneranno a Bruxelles, Washington, Parigi o alle Nazioni Unite ma quella che si insegnerà nei Paesi affrancati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia e questa sarà al Nord ed al Sud del Sahara una storia di gloria e di dignità. Non mi piangere, mia compagna. Io so che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.
W il Congo! W l’Africa!”
(Patrice Lumumba)
Lumumba era capo del governo congolese. Cercò di rendere il Congo effettivamente, oltre che formalmente, indipendente dal Belgio. Ma fu destituito dai politici pagati dai governi e dalle multinazionali occidentali. Queste promossero nel 1960 la secessione del Katanga, la grande provincia mineraria, delle cui ricchezze volevano mantenere il controllo. La CIA e le multinazionali finanziarono i secessionisti e Mobutu, che arrestò e fece uccidere Lumumba. Nel 1965 Mobutu diventò capo del governo, appoggiato dagli occidentali. Fu dittatore fino al 1997,  quando fu espulso e morì tre mesi dopo. Aveva rubato oltre 5 miliardi di dollari (valore del 1984), che equivaleva più o meno al debito dello stato.

“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.

La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)

9 Set

 

Già nel 2013 Thomas Piketty aveva fornito una magistrale spiegazione dell’involuzione economica italiana. Per quel che ne sappiamo, questa descrizione non è stata ripresa né dagli studiosi né – tanto meno – dagli “opinion makers”, anche se dovrebbe essere la base di ogni discussione sulla crisi economica (e non solo economica) dell’Italia. Naturalmente, ci sono stati negli anni alcuni studiosi (pochi) che hanno adombrato tesi simili, ma le loro analisi sono cadute nel silenzio.

Dunque Piketty parla della tendenza dei paesi ricchi a trasformare una parte crescente della ricchezza in rendita, e scrive:

“Il caso dell’Italia è particolarmente chiaro. La ricchezza pubblica netta negli anni Settanta era leggermente positiva, poi diventò leggermente negativa negli anni Ottanta mentre cresceva un grande debito pubblico. Alla fine, la ricchezza pubblica diminuì per un ammontare quasi uguale al reddito netto medio di un anno del periodo 1970-2010. Allo stesso tempo, la ricchezza privata italiana aumentò dall’equivalente di due anni e mezzo di reddito nazionale, nel 1970, a quello di quasi sette anni di reddito nel 2010: un aumento che equivale a circa quattro anni e mezzo di reddito nazionale.

In altri termini, il calo della ricchezza pubblica rappresentava fra un quinto ed un quarto dell’aumento della ricchezza privata – una quota non trascurabile. In effetti, la ricchezza nazionale italiana crebbe in modo significativo, dall’equivalente di circa due anni e mezzo del reddito nazionale (1970) a circa sei anni (2010), ma questo aumento fu più basso di quello della ricchezza privata. L’eccezionale crescita di questa fu in qualche modo ingannevole, dato che circa un quarto di tale crescita consisteva nell’aumento del debito che una parte della popolazione italiana doveva all’altra parte. Invece di pagare le tasse per sanare i conti pubblici, gli italiani – o meglio quelli che avevano i mezzi per farlo – prestavano soldi al governo comprando titoli o beni pubblici; i quali andavano ad accrescere la loro ricchezza privata senza che crescesse la ricchezza nazionale.

In realtà, nonostante un tasso di risparmio privato molto alto (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale in Italia era meno del 10% del reddito nazionale nel periodo 1970-2010. Cioè, più di un terzo del risparmio privato era assorbito dal deficit pubblico. Una tendenza simile c’è in tutti i paesi ricchi, ma in generale è meno estrema che in Italia: in molti paesi il risparmio pubblico era negativo (il che significa che l’investimento pubblico era inferiore al deficit pubblico: i governi investivano meno denaro di quanto ne prendevano in prestito oppure usavano il denaro preso in prestito per pagare le spese correnti). In Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti i deficit pubblici sopravanzavano in media gli investimenti pubblici di un equivalente del 2-3 % del reddito nazionale nel periodo 1970-2010; ma in Italia la percentuale era più di 6.

In tutti i paesi ricchi, il risparmio negativo e la conseguente diminuzione della ricchezza pubblica, erano dovuti per una parte significativa all’aumento della ricchezza privata (tra un decimo e un quarto, a seconda del paese). Quindi, sebbene non fosse questa la causa principale dell’aumento della ricchezza privata, non dobbiamo trascurare questo fenomeno” (1).

Possiamo riassumere in termini più spicci il pensiero di Piketty: una buona parte dei ceti medio-alti italiani, dagli anni Settanta in poi, invece di pagare le tasse dovute, evade o elude il pagamento, in tutto o in parte. In conseguenza di ciò, il deficit dello stato aumenta. Lo stato quindi è costretto a vendere titoli pubblici a interessi più alti, accrescendo il proprio debito. A questo punto, gli evasori impiegano il denaro sottratto ai pagamenti fiscali per acquistare i titoli pubblici e si arricchiscono a spese dei contribuenti che pagano le tasse. Fin qui, Piketty.

Perché, infine, questa tendenza parassitaria – che blocca il nostro sviluppo e fa emigrare i nostri giovani migliori – è più forte in Italia? Perché da noi lo stato è impopolare da sempre; molto spesso a ragione. Ma questa impopolarità non è servita alle vere vittime della cattiva amministrazione (i ceti popolari e i ceti medi produttivi) per riscattarsi. E’ servita invece ai ceti privilegiati e in vario modo parassitari per arricchirsi. Insomma, siamo quasi come l’Argentina.   (C.P.)

(1) Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Harvard U.P.: Cambridge MA – London, 2014, pp. 184-85 (ediz. originaria francese: 2013).

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)

“Umane belve”, animali e profitto – I

10 Giu

di Anna Pellanda
Il profitto inteso come guadagno dell’imprenditore una volta detratti i costi di produzione (“profitto residuale”) da sempre ha dovuto difendersi dalla concorrenza di mercato, in genere facendo leva sulla grande dimensione che pratica prezzi bassissimi (“prezzi predatori”) sbaragliando i piccoli produttori, oppure ottenendo concessioni legali che consentono forme monopolistiche di produzione e vendita dei prodotti. Tra gli allevatori di bestiame, e non solo, il dilemma è sempre stato: o grandi o protetti. Oggigiorno hanno entrambe queste caratteristiche gli allevamenti intensivi di dimensioni sconfinate e tutelati dalla legislazione anti-concorrenza. Negli Stati Uniti questi connotati hanno il volto delle dieci multinazionali della carne, le “dieci sorelle dell’agroalimentare”: ABF, Coca-Cola, Danone, G.M., Kellogg’s, Mars, Mondolez, Nestlè, PepsiCo, Unilever.
E sempre negli Stati Uniti sono nati gli allevamenti intensivi quando a Chicago, negli anni 60/70 del 1800, sono stati inventati per i mattatoi la catena di montaggio su nastri trasportatori e le celle frigorifere per il trasporto degli animali uccisi (1). E’ qui che: “Nella grande catena della vita, il bovino era stato ulteriormente declassato: desacralizzata, oltre che smembrata, questa icona della fertilità soprannaturale fu trasformata dai grandi sacerdoti dell’efficienza- Gustavus Swift, Phillip Armour e tutti gli altri- in un fattore di produzione standardizzato” (2).
Negli allevamenti intensivi gli animali sono infatti macchine da sfruttare il più intensamente possibile. Sembra il coronamento della tesi cartesiana dell’animale senz’anima, ingranaggio di un meccanismo utile solo all’uomo. La teoria economica traduce questa visione in termini tecnici usando l’analisi costi/benefici il cui concetto portante è la riduzione maggiore possibile dei costi per ottenere benefici più alti possibile. Si raggiunge questo obiettivo facendo leva sulle economie di scala, a loro volta basate sulla grande dimensione, e sul progresso tecnico. Nella realtà degli allevamenti intensivi la dimensione sconfinata si concretizza utilizzando capannoni sterminati dove vengono stipate migliaia di animali in spazi così angusti che possono a malapena stare in piedi ma dove (incoraggiati anche da luci fortissime che simulano il giorno) mangiano in continuazione per aumentare il loro peso e produrre “carne da reddito”. In questi ambienti manca l’aria, la luce naturale e la lettiera è costituita da deiezioni mai rimosse e fonte di piaghe e infezioni. I vitelli, tolti alle madri dopo tre o quattro giorni dalla nascita, nei primi allevamenti intensivi erano tenuti in condizioni talmente barbare da indurre la Commissione Europea a prendere provvedimenti per migliorarle almeno in parte (3). Altri esempi di allevamento intensivo riguardano i suini, gli ovini, i pesci e i polli. Scegliendo di considerare gli allevamenti di polli si nota che la grande dimensione consente di tenervi anche decine di migliaia di individui tenuti al buio e in spazi corrispondenti a un foglio A4 per animale (quindi 17 o 22 polli per metro quadro). Le lettiere non vengono cambiate e si impregnano dell’ ammoniaca degli escrementi provocando infiammazioni cutanee, dolorose deformazioni alle zampe, a volte anche paralisi. Non potendosi spostare fino alle mangiatoie alcuni muoiono di fame e sete. L’abbattimento avviene dopo 38-40 giorni dalla nascita ovvero appena raggiunto il peso conveniente Queste condizioni producono intossicazioni alimentari dovute a batteri quali la salmonellosi e infezioni da Campylobacter e la stessa influenza aviaria (4). Queste orribili condizioni provocano stress e aggressività tra i polli tanto che si taglia loro il becco senza anestesia (cfr. pag. 18 di questo saggio). Parimenti si taglia la coda ai maialini perché non si feriscano tra loro.

(1) RIFKIN, J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (1992), Milano, Mondadori 2001, pp. 136-143. Rifkin ripercorre la storia di queste innovazioni tecnologiche messe in opera tra Detroit e Chicago dai cinque più grandi imprenditori della carne: Hammond, Swift, i due Armour e Morris alle pp. 131-135. Ai mattatoi di Chicago si è ispirato Henry Ford quando ha introdotto la catena di montaggio per la costruzione delle sue automobili. Come egli stesso ricorda: “L’idea ci venne in generale dai carrelli sui binari che i macellai di Chicago usano per distribuire le parti dei manzi”, FORD, H. (in collaborazione con CROWDER,S.), La mia vita e la mia opera (1925), Milano, La Salamandra, 1980, p.93
(2) RIFKIN, J., op.cit., pag. 138
(3) Regolamenti comunitari 91/629 CEE e 97/2/EC e D.Legs. 7/7/2011, n. 126, art.6; cfr. COZZI, G.— GOTTARDO, F., “Il nuovo sistema di allevamento del vitello a carne bianca”, in Atti della Società Italiana di Buiatria, vol. 37, 2005, pp. 441-454
(4) Sito del CIWF: http://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne//allevamento-intensivo
(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).

continua lunedì 17 giugno

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.