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Lo sviluppo ineguale di Samir Amin

1 Ott

di Riccardo EvangelistaSocietà, 1 ottobre 2018

Risultati immagini per Samir Amin«La periferia non può raggiungere il modello capitalistico, bensì è costretta a superarlo». Con queste parole, a metà tra una sentenza e un grido di speranza, si chiude Lo sviluppo ineguale, del 1973, di Samir Amin, economista egiziano scomparso lo scorso 12 agosto a 86 anni.
Nonostante sia poco noto al grande pubblico, Amin è stato tra i grandi intellettuali dei nostri tempi, capace di tratteggiare una teoria dello sviluppo allo stesso tempo radicale e rigorosa, libera dai residui eurocentrici. Confluiscono a vario titolo nel suo pensiero le teorie di Marx, Luxemburg, Baran e Sweezy e della scuola dipendentista latinoamericana. Continua a leggere

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Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Il reddito minimo garantito: oltre Minsky

10 Set

Risultati immagini per reddito minimo garantito

di Antonio Baldo
Società – 10 settembre 2018

Le proposte di Hyman Minsky (illustrate nell’articolo di Sviluppo Felice del 2/7/18) circa lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza possono essere interpretate come un’interessante variante del Reddito Minimo Garantito (RMG). Mi sembra però che sottintendano talune sicurezze culturali, non dico errate ma certo discutibili. Vediamo alcuni punti.

A – E’ opinabile la convinzione che il lavoro (inteso come attività retribuita) sia la fonte prima della dignità della persona e forse della sua “felicità”. Essa, in linea di principio, porterebbe a escludere quanti ne sono impediti per oggettive difficoltà fisiche, mentali, psicologiche, sociali, ecc. In realtà, si tratta di un pre-giudizio filosofico-sociale comune (sia pure con premesse e finalità diverse) ai pensieri cattolico, marxista e liberale, confluiti nell’art. 1 della Costituzione. Tutto molto dignitoso e apprezzabile, ma non necessario a fronte dell’evoluzione tecnica, economia e sociale in parte già avvenuta anche in Italia.
Almeno per i Paesi sviluppati (gli altri richiederebbero un discorso a parte), la quantità globale di lavoro necessario sarà in diminuzione, anche ipotizzando modelli di sviluppo analoghi a quello attuale.
In ogni caso, saggezza personale e sociale vorrebbero che il tempo dedicato al lavoro (settimanale e di vita) diminuisse. Vedi il citatissimo J.M. Keynes di “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Invece, sta aumentando.

B – La crescita quantitativa della produzione non ha limiti? Indicazioni sempre più frequenti e precise fanno pensare che siano più evidenti i “limiti allo sviluppo”, in termini di materie prime, suolo produttivo disponibile, rifiuti, energia, ecc., nonostante i progressi tecnologici ipotizzabili.
Se aggiungiamo un inevitabile e positivo aumento della produttività (in questo contesto, del lavoro), intravedere un tetto alla produzione totale appare utile e saggio.

C – Le capacità di prevenire la fuga di capitali, stabilizzare le importazioni con barriere al libero scambio, assicurare la stabilità dei prezzi (almeno per materie prime e alimenti), nella realtà globalizzata dell’economia liberista, appaiono molto problematiche. Entro limiti e modalità da precisare, un intervento pubblico è certamente necessario ma richiederebbe una politica “mondiale” non ancora comparsa all’orizzonte.

D – L’autoproduzione di beni e servizi (personali e sociali) sembra sottovalutata, a fronte di tecniche produttive e organizzative già disponibili e di probabile, ampia espansione.

Ritengo che il punto cruciale sia il passaggio (culturale!) dell’attenzione dal Lavoro al Reddito, peraltro da sempre intimamente connessi.
Il lavoro, come insegna la storia, può essere modulato in quantità e qualità. In particolare (e in una certa misura lo è già), può diventare sempre più oggetto di scelta tra modelli di vita anche notevolmente diversi. La misura di un possibile RMG è ovviamente discutibile, ma il concetto può diventare necessario, in vista, ad esempio, degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. Sostituire le masse operaio-impiegatizie con equivalenti masse di ingegneri informatici sembra molto problematico.

Un RMG (che ha poco a che fare con la proposta di reddito di cittadinanza oggi in agenda politica):
definirebbe il lavoro non solo come necessaria costruzione sociale ma come scelta, magari parziale o temporanea, tra redditi elevati e serenità di vita, conservando comunque l’obbligo di ripagare (in modi diversi ma facilmente ipotizzabili) i benefici ricavati dal partecipare a una comunità;
la nozione di reddito disponibile non riguarderebbe soltanto i trasferimenti finanziari (stipendi o sussidi); può essere integrata da servizi disponibili a costi marginali bassissimi, come Internet e talune modalità di trasporto o di cultura.
aumenterebbe le possibilità di flessibilità delle imprese, senza intaccare le basilari necessità per un’esistenza austera e dignitosa delle persone;
prenderebbe atto della realistica ipotesi di un limite fisico e ambientale alla produzione globale.

Rimangono forti dubbi circa l’ effettiva possibilità di realizzazione il punto C), salvo che per il calmiere sui prezzi degli alimentari di base, mentre il problema principale potrebbe riguardare la casa.
Infine, ritengo sovrastimato il costo del finanziamento di un sistema di RMG, soprattutto se si passasse dall’ottica di aggiunta a quella di sostituzione di quanto già esistente in termini di trasferimenti da welfare.

L’impianto – culturale prima che politico – neoliberista dell’attuale turbo-capitalismo temo rimanga un ostacolo di cui è difficile pronosticare il superamento in tempi ragionevoli. Esiste però un’interessante attenzione, soprattutto giovanile, verso stili di vita più contenuti e cooperativi rispetto a quelli altamente competitivi in atto.
Richiedere proposte percorribili alla nebulosa della “sinistra” appare oggi illusorio, però “mai dire mai”.

Minsky: salario sociale, disoccupazione e lo stato come datore di lavoro

2 Lug

Risultati immagini per salario socialedi Cédric Durand e Dany LangSocietà
La Grande Recessione del 2007 si è trasformata in Europa in disastro sociale. In Francia, la politica di Hollande comprendeva un rigore di bilancio senza precedenti (in 5 anni, tagli di 60 miliardi), la “golden rule” europea che limita il disavanzo strutturale allo 0,5% del PIL, l’offerta alle imprese 20 miliardi sotto forma di crediti di imposta e maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Un orientamento neoliberista. Continua a leggere

Economie di scala e diseconomie negli allevamenti intensivi

15 Mag

Risultati immagini per allevamenti intensividi Anna Pellanda

Il 18 aprile 2018 per iniziativa del Fai si è tenuta presso il Comune di Padova una mia “conversazione” sull’analisi costi/benefici e gli allevamenti intensivi (v. anche il mio art. su Sviluppo Felice del 4 maggio 2015). Della conversazione del 18 aprile, si approfondiscono ora due aspetti: le economie di scala e le diseconomie. Ci si riferisce agli allevamenti intensivi dove si produce carne a basso prezzo ma con profitti altissimi. Continua a leggere

L’idea perduta della spesa pubblica produttiva (commento a Panebianco)

7 Mag

di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per partitocraziaUn efficace articolo di Panebianco (Corriere della Sera, 30/4/2018) sostiene che, dopo la partitocrazia del periodo della guerra fredda, la democrazia italiana ha subito un’altra degenerazione nel senso opposto. Il potere politico e la “classe” politica sono andati in crisi, e vengono oggi dominati da due grandi “tecnostrutture”: i vertici delle varie magistrature e quelli della pubblica amministrazione. Continua a leggere

Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

L’abbaglio sul welfare state

5 Feb

di Cosimo Perrotta

I temi dello sviluppo – febbr. 2018

Negli stati dell’Europa centro-occidentale – ma anche in altre economie mature – si svolsero dal 1950 al 1975 ca. due grandi processi economici, una crescita lunga e impetuosa e un enorme aumento della spesa pubblica per scopi sociali (che va sotto il nome di welfare state). Il benessere aumentò rapidamente e coinvolse, per la prima volta, i ceti che stavano al fondo della scala sociale. Furono assicurate a tutti pensioni, assistenza sanitaria, scuole fino ai 14 anni, case, garanzie sindacali, protezione delle fasce deboli. Si crearono strade, autostrade, ferrovie e altre infrastrutture. L’elettricità, l’acqua corrente, la rete fognaria raggiunsero gran parte delle famiglie. A questo si aggiunsero, grazie all’aumento dell’occupazione, le spese private per la vita domestica: lavatrice, frigorifero, telefono, televisione, automobile.

Crescita e aumento della spesa sociale era connessi. Ma in che modo? Qui le tre grandi scuole economiche allora in auge divergevano.

I neo-classici (spesso liberisti in politica) consideravano la spesa sociale una spesa improduttiva, che sottraeva ricchezza all’investimento privato. Persino la spesa pubblica in quanto tale, era considerata improduttiva, con l’eccezione di Hansen (1) e qualche altro. Quindi la spesa per il welfare frenava lo sviluppo e lo spirito imprenditoriale a vantaggio dell’assistenzialismo. (2)

Anche i marxisti, seguendo l’approccio classico di Marx, ritenevano improduttiva la spesa sociale. Tuttavia questa spesa non andava a danno del capitale, anzi era richiesta da esso. Il capitalismo – argomentavano – doveva impiegare improduttivamente una parte crescente del sovrappiù per evitare che il mercato si saturasse per eccesso di offerta, e che l’accumulazione si ingolfasse. (3) Ma così la crescita diventava solo un aumento continuo di improduttività e parassitismo.

Invece i keynesiani difendevano la spesa sociale perché, innalzando la domanda, sosteneva lo sviluppo. Tuttavia essi trascuravano il fatto che questo avviene solo nel breve periodo. Per lo sviluppo di lungo periodo è necessario, non solo estendere gli investimenti, ma anche accrescere la produttività. Altrimenti la spesa sociale diventa insostenibile.

Dunque, per i neo-classici la spesa sociale frenava la crescita; per i marxisti, era la crescita ad alimentare la spesa sociale come impiego improduttivo del sovrappiù; per i keynesiani la spesa sociale sosteneva l’accumulazione.

 

L’inganno di tutti era di vedere la spesa sociale come mera spesa assistenziale, senza accorgersi che essa era il più grande investimento in capitale umano mai avvenuto. Un investimento che ha innalzato enormemente la produttività del lavoro e ha permesso un aumento mai visto del benessere. Dunque il welfare non era mero assistenzialismo (come credevano persino i suoi difensori); esso apriva una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

Ingannati dallo schema assistenzialistico, gli imprenditori – verso la fine degli anni Sessanta – videro con angoscia la crescita dei salari e della spesa per il welfare, convinti che a pagare tutto ciò fosse il profitto. Questa stessa convinzione indusse alcuni neo- ricardiani, su posizioni opposte, a teorizzare il salario come variabile indipendente (deformando il concetto di Ricardo del salario come variabile esogena), e pensarono di usarlo come grimaldello per far “saltare il sistema”.

Fu questa doppia miopia teorica e politica a sancire la crisi del welfare state. Se lo si fosse considerato come un grande investimento, si sarebbero cercati nuovi settori d’impiego del capitale, nuovi bisogni da soddisfare, nuovi consumi produttivi – come quelli descritti nel nostro post del settembre scorso sul capitale umano (ricordiamo il risanamento ambientale, il riassetto del territorio, l’apparato organizzativo per il controllo del territorio, nuova istruzione, ricerca, ecc.). Si tratta di bisogni necessari che il mercato tuttora non soddisfa e che ancora oggi basterebbero a riavviare lo sviluppo.

Oggi continuiamo a raccontarci che la crisi – che dura, in modo intermittente, da 40 anni, o come ristagno o come recessione – è dovuta al ciclo economico, cioè alle fluttuazioni di breve periodo! Nonostante questo, pur tra mille incertezze, si è affermata l’idea che l’investimento per nuovi consumi come quelli suddetti non è improduttivo, e che può riavviare lo sviluppo. Ma ci blocchiamo di nuovo di fronte alla domanda: dove troviamo i soldi? Cercheremo di rispondere il mese prossimo.

1 Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, London, Allen & Unwin, 1941. Idem, Business Cycle and National Income, stesso ed., 1951.

2 Robert Bacon – Walter Eltis, Britain’s Economic Problem: Too Few Producers. London: Macmillan, 1976.

3 Vedi, fra i tanti, Paul Sweezy, The Theory of Capitalist Development (1942), London: Dobson, 1962, online: wordpress.com . Joseph Gillman, Il saggio di profitto (1957), Roma: Ed. Riuniti, 1961. Paul Baran – P. Sweezy (1966), Monopoly Capitalism, New York – London: Modern Reader, 1968; online: scribd.com .

Digressione

Tecnologie rivoluzionarie e investimenti in tecnologia sostenibile

22 Gen

Dal prossimo febbraio, Sviluppo Felice si rinnova (ma rimane fedele all’ispirazione iniziale). Il primo lunedì di ogni mese sarà dedicato a specifici Temi dello sviluppo, compresi quelli dell’Italia; il 2°, al disastro dell’ambiente e a come uscirne fuori; il 3°, a denunziare le false verità che rendono difficile un’analisi dell’arretratezza del Sud d’Italia; il 4°, ai tre post di Migranti e Sviluppo (cioè a come fare dei migranti un fattore di sviluppo). Continuate a seguirci e se trovate interessante il blog, fatecelo sapere. Ci renderà più motivati.
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Il documento 22-1-2018

Tecnologie rivoluzionarie e investimenti in tecnologia sostenibile
di Maria Alejandra Madi
Per raggiungere i 2 gradi centigradi concordati nel Trattato di Parigi, al livello globale, bisognerebbe diminuire le emissioni del 40-70%, riferite al 2010, entro il 2050.
Secondo la Bloomberg New Energy Finance, nel 2017 gli investimenti anti-inquinamento hanno superato quelli del 2016 di 287,5 miliardi di dollari. Negli ultimi anni, la Cina, grazie a un forte sostegno governativo, ha avuto un rapido aumento di investimenti sostenibili per l’ambiente ed è ormai il primo paese negli investimenti in energia rinnovabile. Inoltre nel 2017 enormi progetti per l’energia eolica si sono avuti in USA, Messico, Gran Bretagna, Germania e Australia (2017 White Paper, Tsing Capital Strategy & Research Center).
Gli investimenti ambientali hanno riguardato problemi tradizionali, come il trattamento dei rifiuti solidi delle acque e delle energie rinnovabili. Questi investimenti sono stati ad alta intensità di capitale per essere competitivi.
Dopo questa fase, gli investimenti cleantech si sono basati su innovazione tecnologica e riduzione dei costi. Fra gli altri esempi, ricordiamo il solare fotovoltaico, i veicoli elettrici, le lampade LED, batterie e semiconduttori, e investimenti in energia più efficiente. La necessità di lunghe ricerche e sperimentazioni in questo settore ha creato forti barriere ai concorrenti.
L’ultima evoluzione degli investimenti verdi, quella sustaintech, riguarda l’evoluzione digitale e le tecnologie basate sul cloud (nuvola) puntano a rimuovere gli ostacoli ambientali, energetici e di risorse per accelerare gli investimenti sostenibili. Negli ultimi 7 anni sono sote imprse a capitale di rischio come Opower, Nest, Solarcity e Tesla. Nel frattempo Google ha acquistato Nest per 3,2 miliardi di dollari nel 2014; Oracle ha acquistato Opower per 532 milioni di dollari nel 2016.
In base ai nuovi modelli di impresa, le imprese sustaintech hanno fatto investimenti a intensità di capitale più bassa e hanno causato la proliferazione di tecnologie altamente innovative. Si tratta di tecnologie rivoluzionarie con un ruolo chiave nello sviluppo sostenibile, come Internet delle cose, Intelligenza artificiale, Realtà reale o virtuale aumentata (iper-realtà), Big Data (grandi banche dati), Stampanti 3D e Materiale avanzato.
° La tecnologia a sensori Internet delle cose sta accrescendo la sostenibilità riguardo all’efficienza energetica, le risorse idriche e i trasporti.
° La tecnologia degli investimenti artificiali, delle immagini satellitari, i metodi computazionali sono usati ora per migliorare le previsioni e la sostenibilità in agricoltura.

° Le tecnologie della realtà virtuale e della iper-realtà mostrato di poter aprire un largo spettro di industrie.

° I Big Data, sono stati orientati ad ottimizzare l’efficienza energetica e per ridurre i costi delle tecnologie pulite – come pannelli solari e veicoli elettrici –

° Le stampanti 3D possono migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse nella manifattura e accrescere l’uso di materiali verdi (non inquinanti).
° La tecnologia dei materiali avanzati può sostituire le risorse non rinnovabili attraverso il riciclo e accrescere l’efficienza dei macchinari.

Per raggiungere gli obbiettivi fissati a Parigi, entro il 2030 sono necessari investimenti per 13,5mila miliardi di dollari per l’efficienza energetica e le tecnologie a basso contenuto di carbone. Considerando il quadro complessivo degli investimenti, nonostante questi investimenti di frontiera, siamo ancora lontani da questo obbiettivo. Il problema di un impegno per il clima non è mai stato così urgente.
(da Real-World Economics Review Blog, January 11, 2018)

NOBEL PER L’ECONOMIA 2017: L’IRRAZIONALITÀ DEI PROCESSI DECISIONALI

24 Ott

l’articolo 23-10-2017 di Piero Rizzo

Un principio della teoria dominante, per cui le decisioni economiche derivano da calcoli razionali, negli ultimi decenni è stato messo in discussione dalla economia comportamentale.

Uno dei pionieri di quest’ultima è Richard  Thaler, dell’ università di Chicago, Premio Nobel 2017. Le motivazioni del premio della Royal Swedish Academy of Sciences sono che egli “ha inserito ipotesi psicologicamente realistiche nelle analisi del processo decisionale. Esplorando le conseguenze di una razionalità limitata, preferenze sociali e carenza di self-control egli ha dimostrato come i tratti umani sistematicamente influenzino sia le decisioni individuali che gli esiti del mercato”. Continua a leggere