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Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

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La tradizione umanitaria in Francia

23 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 28

L’articolo selezionato per questo numero è preso dall’Independent ed ha come titolo: “La Francia respinge i migranti alla frontiera, ma un sindaco si rifiuta”.
Il sindaco di Bayonne offre un alloggio dignitoso ai migranti africani che arrivano in Francia attraverso il confine spagnolo, incurante delle direttive del governo che gli rimprovera di creare un “fattore di attrazione” per altri migranti e un’altra Calais.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.

Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, una città a 22 miglia dal confine, ritiene che quel che sta facendo sia una necessità e un obbligo umanitario.
Dal momento che l’Italia ha quasi completamente chiuso i suoi confini ai migranti e la Francia ha cercato di chiudere il confine a quelli provenienti dall’Italia, la Spagna è diventata la principale porta d’ingresso in Europa per chi proviene dall’Africa, con oltre 57.000 arrivati l’anno scorso.
Molti ora arrivano in Francia e transitano per Bayonne.
Ma ciò che Etchegaray considera una posizione ragionevole lo ha messo in guerra con il governo del presidente Emmanuel Macron, diventando un caso di studio nella gestione della crisi migratoria europea da parte della prima linea.

Egli non vuole che questi giovani, prevalentemente provenienti da paesi dell’Africa occidentale di lingua francese come la Guinea, il Mali e la Costa d’Avorio, si aggirino per sempre nella sua città. Inoltre non vuole che si accampino per le sue strade. Ma vuole che i migranti vivano, mentre sono nella sua città, in una “condizione di dignità”.
“Non penso di poter fare di meno”, dice.

“Ho visto che le frontiere si stavano chiudendo e, per quanto mi riguarda, ci sono alcuni diritti fondamentali che non possono essere calpestati”, dice Etchegaray, evocando l’eredità di Bayonne come rifugio per gli ebrei in fuga dall’Inquisizione spagnola e come luogo di nascita del grande giurista ebreo René Cassin, che ha contribuito alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’atteggiamento dello stato francese nei confronti del sindaco illustra bene le ambiguità di Macron in materia di migrazione. Da un lato, esalta le tradizioni umanitarie della Francia e chiede alla polizia di trattare i migranti di conseguenza. Dall’altro, il suo governo rifiuta l’ammissione alle navi migranti, mette sotto processo i difensori dei loro diritti e si vanta del numero di stranieri espulsi o respinti alle frontiere.

Gli italiani hanno accusato i francesi di ipocrisia con rabbia, ed Etchegaray ha usato la stessa parola. “Il prefetto ha detto: ‘No, no, no, no, no, no!'”, ricorda Maïté Etcheverry, una giovane volontaria che gestisce il centro di accoglienza a Bayonne.
Ma il sindaco continua a distribuire coperte, si interessa della salute dei migranti e paga per il centro stornando i soldi dal budget del comune.

Brevi considerazioni:

un altro “Mimmo Lucano” e l’inveterata ipocrisia del governo francese. Un déjà vu.
Fa un certo effetto che nella “Patria dei diritti dell’Uomo” diventi un caso il comportamento di un sindaco che mostra di avere un’anima. “Lo stato non vuole saperlo, ma io devo saperlo. E questa è un’emergenza”. Sicuramente ci sono altri “sindaci di Bayonne”, ma in questa fase storica preferiscono non esporsi molto. Episodi di intolleranza verso chi ha offerto ospitalità ai migranti sono all’ordine del giorno. Purtroppo per scopi di bassa politica il non problema dei migranti è diventato l’unica questione paneuropea. Le leggi anti-migranti della Danimarca considerata la “nazione più felice” del mondo fanno venire l’orticaria.

https://www.independent.co.uk/news/world/france-migrants-jean-rene-etchegaray-emmanuel-macron-immigration-emigration-bayonne-a8784936.html

Le pubblicazioni riprenderanno lunedì 6 maggio

Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

La collaborazione multi-religiosa per il soccorso dei migranti

26 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n° 27 – Commenti esteri
L’articolo di questo mese è preso dall’Economist ed ha come titolo “Il soccorso ai migranti sta cambiando il mondo delle religioni”. I Valdesi, si legge nell’articolo, insieme con i loro precedenti persecutori (i cattolici), agiscono da catalizzatori nel rispondere in modo creativo alla crisi migratoria europea.
L’iniziativa dei “corridoi umanitari” è un caso “impressionante” di cooperazione interreligiosa in una causa umanitaria. È stato lanciato tre anni fa dai Valdesi insieme alla comunità di Sant’Egidio, un organismo cattolico noto per il lavoro di assistenza e di pace. In seguito a un patto con il governo italiano, questi enti di beneficenza accomunati dalla fede si sono assunti la responsabilità per l’intero ciclo del viaggio di migranti particolarmente vulnerabili verso l’Europa.
Ecco come funziona. Individui bisognosi, che possono essere minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione, vengono identificati nel luogo di partenza (ad esempio, un campo profughi in Libano), trasportati in aereo verso una destinazione europea dove ricevono “visti umanitari” e quindi vengono aiutati a inserirsi nella società del paese ospitante. La fase finale prevede anche il collegamento con le moschee. L’idea ha preso forma in Italia ma è stata adottata in altri tre paesi (Francia, Belgio e Andorra) e da altre agenzie umanitarie, tra cui la Caritas, una grande organizzazione di beneficenza cattolica e le chiese protestanti francesi.
Almeno 2.000 persone hanno beneficiato di questo trattamento onnicomprensivo: una goccia nell’oceano quando ci si confronta con la crisi migratoria ma, come dicono i sostenitori, un’importante dimostrazione che il salvataggio di persone da imbarcazioni in avaria non è l’unica risposta possibile. Nel lanciare il progetto, il buon nome e le casse piene dei Valdesi sono stati di aiuto. Sebbene i loro adepti siano poche decine di migliaia, centinaia di migliaia di italiani hanno scelto questa chiesa come destinataria di una piccola fetta del loro reddito.
In molti modi diversi, il far fronte ai bisogni dei migranti sta catalizzando un cambiamento nella scena religiosa del mondo occidentale, e gli scienziati sociali ne stanno prendendo nota. Il progetto “corridoi umanitari” è una delle cinque iniziative multireligiose considerate in una ricerca descritta nell’ultimo numero di Journal of Ethnic and Migration Studies.
Osservando la scena attraverso lenti alquanto scettiche e secolari, l’articolo dice che le prove supportano l’idea che gli approcci multifede possano superare i problemi “ben documentati” che sorgono quando l’integrazione dei nuovi arrivati è gestita da un solo gruppo religioso, non ultimo quello di favorire i propri correligionari.
In Germania i finanziamenti statali per alcuni progetti di integrazione sono stati subordinati alla partecipazione di più fedi religiose.
Brevi considerazioni.
Se ci focalizzassimo esclusivamente sui numeri di migranti “liberati”, 2 mila contro un totale di varie centinaia di migliaia, dovremmo concludere che si sta parlando del nulla. In realtà l’iniziativa “corridoi umanitari” è degna di nota per due motivi. Primo perché riguarda un’umanità estremamente vulnerabile: minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione. Secondo perché l’operazione prevede una cooperazione multireligiosa, la quale, anche se sostenuta con calore da papa Francesco, è difficile da realizzare perché molti migranti provengono da paesi la cui identità religiosa è così radicata, da essere causa di divisione e di conflitti.
https://www.economist.com/erasmus/2019/02/25/care-for-migrants-is-changing-the-world-of-religion

Il problema delle identità fra locali e migranti

25 Mar

di Sergio Salvatore
Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento (7/11/2018) per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali”
Sembrerebbe che in Europa – e non solo in Europa, se si guarda a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico – un’ondata di irrazionalità ha profondamente influenzato il modo in cui l’opinione pubblica approccia le faccende politiche e istituzionali. Più il discorso delle forze populiste è confuso, irrealistico, ideologicamente violento, chiuso alle ragioni degli altri, privo di prospettiva temporale, in contrasto con i valori democratici, universalistici e umanitari alla base della Weltanschauung occidentale, più è attraente, e più è in grado di determinare l’agenda politica e lo scenario emotivo collettivo. Dalla primavera scorsa, quando i populisti sono saliti al potere in Italia, gli episodi di criminalità razziale in tale paese sono aumentati drammaticamente – alcune persone sono state prese a fucilate semplicemente per il colore della loro pelle. Ora, le persone sono più o meno le stesse dell’anno scorso; ciò che è cambiato è il sentimento diffuso, la sensazione di essere in guerra contro un nemico incombente (migranti, Rom, …) e il conseguente senso di normalità e impunità associati alla reazione violenta contro quelli che sono considerati nemici.
In realtà, è difficile negare che nella maggior parte dei paesi occidentali molte persone sembrano indirizzare le proprie preferenze politiche in modo incoerente con i propri interessi. Allo stesso tempo, sembra abbastanza chiaro che ciò che rende appetibili le affermazioni e le azioni populiste e anti-migranti non è la loro capacità di risolvere problemi ma la loro abilità a sintonizzarsi e rispecchiare i sentimenti di frustrazione e rabbia diffusi tra ampi strati di società. Le persone domandano reazioni, non soluzioni.
Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che si tratti solo di una mancanza di razionalità. La gente non è improvvisamente impazzita. Come la febbre è sintomo della malattia ma anche il modo con cui il corpo cerca di curare se stesso, allo stesso modo il crescente sostegno alle forze populiste va considerato il modo di soddisfare una domanda profonda che non trova altro modo di essere raccolta.
Se si dà un’occhiata più da vicino al discorso populista si possono individuare al suo nocciolo due elementi intrecciati. Da un lato, il discorso populista è intrinsecamente paranoide – si basa sul ed è intessuto del riferimento ad un nemico. L’élite è il bersaglio principale: il populismo si nutre dell’evocazione dell’élite cattiva che cospira per i propri oscuri ed illegittimi interessi a scapito dei “giusti” (il popolo, mitica ed idealizzata controparte). Di solito, la categoria dei nemici viene ulteriormente ampliata, includendo, a seconda dei casi, migranti e/o musulmani e/o altri paesi e/o le istituzioni europee e così via. Dall’altro lato, il populismo è caratterizzato dalla proposta di politiche di corto respiro che sovrappongono obiettivi e metodi/strategie – vale a dire: politiche che traducono direttamente il risultato che si intende raggiungere in ciò che viene fatto. Un tipico esempio, ampiamente analizzato, di questa confusione tra obiettivi e metodi è fornito dalle politiche economiche populiste adottate in diversi paesi latinoamericani: la difesa del potere d’acquisto del popolo e la lotta all’inflazione, che dovrebbe essere l’obiettivo della politica economica, sono trasformate nel contenuto dell’intervento (cioè, nel metodo), ad esempio nei termini dell’imposizione per legge del blocco dei prezzi. L’effetto di tale tipo di interventi è un miglioramento momentaneo ed effimero, seguito dall’aumento dell’inflazione e dal peggioramento dell’economia, dunque da un ulteriore aggravamento delle condizioni dei segmenti più poveri della società – vale a dire: di coloro che costituiscono i beneficiari della politica. In breve, i populisti non risolvono i problemi, soddisfano il desiderio delle persone di credere che le cose possano cambiare e possano essere affrontate in modo rapido e giusto. Il populismo è stato definito la politica della speranza.
Ciò che è dunque necessario è riconoscere che il sostegno alle forze populiste non dipende da quanto tali forze siano in grado di affrontare efficacemente i problemi; riflette piuttosto la capacità del discorso populista di soddisfare la domanda di identità delle persone – cioè, il senso di “noità” nutrito dalla percezione di un nemico minaccioso da cui difendersi – e di capacitazione – cioè, il sentimento che è possibile cambiare lo stato delle cose, facendo sì che il bene vinca sul male.
Solitamente, tale riconoscimento è la base di critiche rivolte sia ai populisti – accusati di essere incompetenti, demagogici, dediti alla propaganda – che alle persone che li trovano attraenti – accusati di essere irrazionali, ingenui, privi non solo di senso civico ma anche di umanità.
Simili critiche possono avere anche un effetto consolatorio per chi le formula; ma rappresentano una strategia totalmente inefficace, se l’obiettivo è di mettere un argine contro l’attuale sfaldamento delle istituzioni democratiche e dei valori universalistici su cui le società occidentali sono fondate. La domanda di identità e capacitazione non può essere sradicata come se fosse un’epidemia di colera. Il fatto che questa domanda sia espressa in modo sbagliato non rende la domanda sbagliata. Al contrario, mentre è vero che le soluzioni proposte dai politici populisti sono inefficaci e spesso controproducenti, è anche vero che quando una soluzione controproducente attecchisce, significa che la domanda cui essa prova a dare risposta è tanto profonda, quanto indisponibili sono le alternative.
Ciò che è assolutamente necessario è capire le ragioni che alimentano una tale domanda, che cosa l’ha resa così forte rispetto anche al recente passato e quali modi alternativi di soddisfarla possono essere individuati – modi che devono essere sia competitivi rispetto alla sirena del populismo che capaci di far progredire il progetto democratico nel tempo della globalizzazione (1).

(1) Sergio Salvatore è professore ordinario di Psicologia dinamica all’Un. del Salento.

La Libia “porto sicuro”?

26 Feb

di Paolo Bonetti (brani estratti dal suo blog personale, 22 gennaio alle ore 18:17)

Migranti e Sviluppo n. 26

La questione in gioco da anni nel mare tra Italia e Libia richiama l’essenza stessa del diritto e dei diritti umani. … Ciò che sta accadendo è molto grave e molto semplice:
1) secondo la legge libica tuttora in vigore ogni straniero che entri o soggiorni irregolarmente in Libia è immediatamente arrestato e detenuto, ma oggi lo è a tempo indeterminato e senza processo
2) la Libia non riconosce il diritto di asilo a nessuno straniero, non ha una costituzione, né alcuna effettiva tutela dei diritti dell’uomo ed è uno dei pochi Stati al mondo che non ha neppure ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato;
3) dal 2011 è in corso in Libia un conflitto armato interno che non vede una fine sicura, sicché nessuno dei soggetti politico-istituzionali funzionanti in Libia, né l’Onu, né altri Stati riesce a controllare in modo stabile il territorio e a disarmare le tante milizie armate e bande di trafficanti;
4) in questo caos decine di migliaia di stranieri sono stati catturati , torturati o sequestrati a scopo di estorsione o sfruttati come lavoratori schiavi o prostitute. Il 95% delle donne migranti è violentato.
5) circa 6000 stranieri sono detenuti nelle carceri controllate ancora dal governo di Tripoli in condizioni che l’Onu tuttora afferma essere disumane e degradanti, mentre decine di migliaia sono detenuti in carceri segrete controllate dalle milizie armate che seviziano, violentano e torturano tutti per tentare di estorcere denaro alle famiglie degli stranieri nei Paesi di origine ….
6) il governo provvisorio di Tripoli ha ottenuto finanziamenti italiani ed europei per controllare il mare, ma non lo fa e riporta i pochi salvati nelle medesime strutture carcerarie che sono in condizioni inumane e degradanti
7) gli artt. 13, 14 e 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, prevedono che ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese, ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni e ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari.
….

8) … Mentre finanziamenti italiani ed europei sono stati inviati al governo e alle milizie perché fermino le partenze verso l’Italia, il segretario generale ricorda che i responsabili di tali orrori sono proprio funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali. Alcuni di questi sono proprio i beneficiari degli “aiuti” materiali ed economici. … Secondo il segretario generale dell’ONU durante l’ultimo trimestre c’erano oltre 669.000 migranti in Libia, tra cui donne (12% dei migranti identificati) e bambini (9%).
……..
9) E’ dunque evidente perché da anni la Libia non può essere certo un porto sicuro per nessuno. Invece il diritto di sbarco in un porto sicuro pare essere in discussione in ogni singolo episodio di salvataggio, senza considerazione alcuna per le norme.
Infatti il diritto internazionale del mare (Convenzione Sar sulla ricerca e il soccorso in mare ratificata dall’Italia nel 1989; Convenzione Solas sulla salvaguardia della vita umana in mare ratificata dall’Italia nel 1980 e la Convenzione delle Nazioni unite sul diritto del mare, ratificata nel 1994, tra le altre) prevede che ogni Stato e, quindi, anche le autorità italiane, abbiano l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie a che tutte le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro.
…….

“L’unica grande questione paneuropea”

25 Feb

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 26
Per questo numero abbiamo selezionato un brillante articolo del sito web Politico Europe dal titolo: “Non lasciate la migrazione ai populisti. I politici tradizionali devono sostenere l’immigrazione legale nell’UE per lavoro”. Da esso si evince che i partiti tradizionali stanno trascurando l’unica grande questione paneuropea. Al momento, secondo i leader tradizionali, la crisi migratoria è irrilevante e si cerca di ignorala, mentre i populisti creeranno una pretestuosa crisi migranti ogni settimana fino alle elezioni, perché il tornaconto elettorale che ne deriva è molto elevato .
Di seguito vengono riportati degli stralci liberamente tradotti e alla fine qualche breve considerazione.
Se i leader dei partiti tradizionali europei non faranno propria la questione migrazione, lo faranno i populisti del continente. Purtroppo, questo è esattamente quello che sta succedendo. Bloccatisi a riformare le politiche disorganiche dell’UE in materia di asilo, la maggior parte dei leader centristi tradizionali sta trascurando l’unico grande problema in vista delle elezioni del Parlamento di maggio.
Quelli che parlano di migrazione sono portati a mostrarsi duri, come Salvini, Orban o Marine Le Pen. C’è un solo vincitore in questo gioco, dal momento che le elezioni europee attraggono gli elettori di protesta decisi a dare un calcio all’establishment, mentre i moderati apatici tendono a rimanere a casa. Per ora, la principale narrativa promossa dai politici tradizionali è che la crisi migratoria è finita: andare avanti, niente da vedere qui.
Per quanto statisticamente giustificato questo comportamento è politicamente poco convincente. Rifiutando di occuparsi di una questione che preoccupa profondamente gli elettori, i leader europei stanno permettendo ai populisti di impostare la campagna sulla difesa dell’ ”Europa cristiana” e contro una presunta “invasione islamica”.
Per riprendere il controllo della narrativa, i leader tradizionali come Macron devono presentare una politica chiara che combini un migliore controllo delle frontiere e un più rapido trattamento delle richieste di asilo, cui deve far seguito un sistema che consenta di offrire ai migranti legali formazione e lavoro. A tale scopo si possono prendere come guida le migliori prassi che sono quelle vigenti in paesi come la Danimarca i Paesi Bassi e la Svizzera.
Brevi considerazioni
Anche in quest’articolo viene ripetuto come un mantra che lo sviluppo di canali legali per il reclutamento in Africa sia fondamentale per la gestione a lungo termine dell’asilo e dell’immigrazione, in considerazione del declino demografico in Europa e della carenza di forza lavoro, qualificata e non. Cosa senz’altro vera. Ma altrettanto vero è che al presente questa prospettiva è da annoverare nel libro dei sogni. Questo, non solo perché secondo i paesi del gruppo di Visegrád i migranti metterebbero in pericolo “l’identità cristiana”, ma anche perché nei paesi come il nostro provocherebbe una violenta reazione specialmente da parte di chi non ha una casa o un lavoro. La via maestra riteniamo sia la cooperazione per lo sviluppo soprattutto con i paesi sub-sahariani, ma anche in questo campo l’ottimismo non abbonda.
In conclusione, c’è il rischio che per lungo tempo l’immigrazione in Europa sia caotica e inumana e che il Mediterraneo continui ad essere il cimitero di tanti.
https://www.politico.eu/article/migration-populism-mainstream-leaders-need-to-stand-up/

Hillary Clinton sui migranti

29 Gen

di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo — Commenti esteri n. 25
Per questo numero abbiamo selezionato l’intervista di Hillary Clinton al Guardian su un argomento al centro della politica, non solo europea, di questi ultimi anni: la gestione del problema migranti. Come chiaramente sintetizzato dal titolo – “L’Europa deve contenere l’immigrazione per fermare i populisti di destra” – la Clinton sottolinea l’urgenza di modificare radicalmente l’approccio per poter arginare la preoccupante crescita del populismo, che tra l’altro ha già portato all’elezione di Trump e alla Brexit.
Dopo aver apprezzato la generosità della cancelliera Merkel (che nel 2015 ha accolto un milione di migranti) ha affermato:” Penso che l’Europa abbia bisogno di gestire la migrazione perché è ciò che ha innescato l’incendio”, riferendosi in particolare al populismo di destra. “Ammiro l’approccio molto generoso e compassionevole adottato da leader come Angela Merkel, ma penso che sia giusto dire che l’Europa ha fatto la sua parte, e deve inviare un messaggio molto chiaro – ‘non saremo in grado di continuare a fornire rifugio e sostegno’- perché se non affrontiamo la questione della migrazione essa continuerà a intorbidire il corpo politico”.
Le osservazioni della Clinton hanno suscitato reazioni in tutta Europa nel momento in cui essa sta lottando per raggiungere una posizione unitaria, dopo che oltre un milione di migranti e rifugiati sono arrivati nel 2015.
Mentre alcuni paesi che hanno sopportato maggiormente il peso, come la Germania, l’Italia e la Grecia, hanno sostenuto che l’onere debba essere condiviso in modo più uniforme, alcuni governi, in particolare dell’Europa centrale e orientale, hanno respinto le richieste di accogliere rifugiati in qualsiasi quantità.
Il numero di immigrati è diminuito drasticamente dal 2015, mentre è stata presentata una serie di iniziative, da un’agenzia di frontiera e guardia costiera europea di 10.000 uomini a una revisione delle procedure di asilo dell’UE.
La Clinton ha esortato le forze contrarie al populismo di destra in Europa e negli Stati Uniti a non trascurare le preoccupazioni sulle questioni razziali e identitarie che secondo lei sono state la causa della perdita di voti chiave nel 2016. Ha accusato Trump di avere sfruttato la questione nel contesto elettorale e di continuare a sfruttarla dopo essere entrato in carica.
“L’uso degli immigrati come espediente politico e come simbolo di un governo che ha fallito, di attacchi contro il proprio patrimonio, la propria identità, la propria unità nazionale è stato molto sfruttato dall’attuale amministrazione “.
La Brexit, descritta dalla Clinton come il più grande atto di autolesionismo economico nazionale nella storia moderna, “ha riguardato soprattutto l’immigrazione”.
Brevi considerazioni.
Questo è uno dei tanti casi in cui il motto latino “in medio stat virtus “ calza a pennello. Non si può far passare il messaggio che tutti quelli che partono dall’Africa o dal Medio Oriente saranno accolti a braccia aperte. D’altro canto non si possono lasciare morire in mare quelli che sono riusciti a sopravvivere alle condizioni estreme del viaggio e alle torture dei trafficanti. Tutti concordano che le soluzioni (un “dèjà vu”) sarebbero l’estensione di corridoi umanitari (attualmente esigui) e la creazione delle condizioni di sviluppo soprattutto in Africa. Ma su tutt’e due i fronti i ritardi sembrano francamente incomprensibili.
https://www.theguardian.com/world/2018/nov/22/hillary-clinton-europe-must-curb-immigration-stop-populists-trump-brexit

I migranti naufraghi e la scuola di Pordenone

28 Gen

racconto, senza titolo, di Enrico Galiano, insegnante e scrittore
(postato/segnalato da Susanna Arcangeli, Wilma D’Amato, Donato Giannuzzi, Enzo Fischetti)

Migranti e Sviluppo n. 25
“Ieri ho detto ai ragazzi: “Domani venite a scuola con una bottiglietta d’acqua vuota”.
Sui loro volti, lampante che neanche le insegne di Las Vegas, la domanda “E che cavolo si inventerà stavolta il prof?”
“Lo vedrete domani”.
Oggi sono entrato in classe. Con un secchio.
Ho detto ai ragazzi di sedersi in cerchio. Ho dato a ciascuno di loro un piccolo foglio di carta.
Gli ho detto: “Adesso pensate alla persona a cui volete più bene al mondo. Poi disegnate un omino stilizzato e vicino ci scrivete il suo nome”
“Ma io posso scriverne due?”
“Certo, anche tre se vuoi!”
E dopo ho chiesto loro di riempire la bottiglietta, di versarla nel secchio e di tornare a sedersi.
L’idea me l’ha data un libro: Ammare, di Alberto Pellai e sua moglie Barbara Tamburini. Perché domenica è la Giornata della Memoria, e sinceramente a me di parlare solo di Shoah non mi va più.
Perché per pensare che il passato si stia ripetendo identico bisogna essere un po’ miopi. Ma per non vedere pezzi di quel passato nel nostro presente, bisogna essere proprio ciechi.
Davanti ai loro occhi ho fatto una grande barca di carta, e gli ho detto di metterci ciascuno il proprio foglietto sopra. Poi ho appoggiato la barca sulla superficie dell’acqua. Infine ho iniziato a far vacillare il secchio, fino a che la barchetta non si è ribaltata, facendo cadere giù tutti i foglietti. Tutti quei nomi, quegli omini, giù in fondo al secchio.
C’era chi aveva messo il papà, chi la migliore amica, chi il cuginetto di un anno.
Si è creato un silenzio incredibile. Più di un minuto senza che nessuno fiatasse. E se qualcuno sa come sono i ragazzi di terza media, sa che avere un minuto di totale spontaneo silenzio è quasi un miracolo.
C’erano anche degli occhi lucidi. Oltre ai miei, dico.
E allora ho raccontato loro del naufragio del 18 aprile 2015, in cui nel Canale di Sicilia sono morte più di mille persone, tante quasi come nel Titanic. La loro barca, un peschereccio fatiscente che di persone ne poteva contenere al massimo duecento. 
E ho raccontato loro di una di quelle: un bambino più piccolo di loro, originario del Mali, che è stato ritrovato con la pagella cucita sulla giacca.
“Secondo voi perché un bambino dovrebbe salire su una barca così?”
“Per far vedere che aveva studiato!”
“Per dire a tutti che era bravo a scuola!”
E poi un ragazzino macedone, di fianco a me, a bassa voce ha detto:
“Forse per far vedere che non era cattivo, come molti pensano di tutti quelli che arrivano”.
La campanella è suonata. Anche per non appesantire troppo il momento, ho detto loro di mettere a posto tutto, di andare a ricreazione. Sono usciti, e piano piano hanno ricominciato a parlare, a chiedersi la merenda, le solite cose.
Sono rimasto solo a sistemare la mia roba.
Poi è successa una cosa.
A un certo punto sento dei passi dietro di me.
Tre ragazze.
“Scusi prof”
“Sì?”
“Noi vorremmo…”
“Voi vorreste…?”
La più coraggiosa delle tre prende il coraggio e dice tutto in un fiato:
“Possiamo tirare fuori quei fogli da lì?”.
Ci siamo chinati, li abbiamo tirati su uno per uno, insieme. 
E intanto io le guardavo, e dentro di me pensavo che finché tre ragazze decidono di saltare la ricreazione per tirare su dal fondo di un secchio dei fogli di carta, c’è ancora motivo per credere in un mondo diverso”.
(dalla pagina Facebook di Humanfirst)

Il secondo Olocausto

21 Gen

documento di HumanfirstMigranti e Sviluppo n. 25 (gennaio 2019)
Venerdì scorso 117 migranti sono annegati per omesso soccorso al largo della Libia (dai giornali del 20 gennaio). Torna di nuovo l’angoscia per queste continue stragi, che si potrebbero evitare. Non sono – come afferma il ministro dell’interno – dovute alle Ong, che incoraggerebbero gli imbarchi. Le stesse Ong hanno già risposto che, senza la loro presenza, le morti in mare sarebbero ancora maggiori; e che i migranti partono comunque, spinti dalla disperazione e dalla paura della violenza.

E’ vero ciò che ormai dicono in molti, è un secondo olocausto. Naturalmente, ci sono enormi differenze con il genocidio nazista degli ebrei, l’abiezione dell’uomo. Ma c’è un elemento comune: l’indifferenza dei governi e di gran parte dell’opinione pubblica italiana ed europea per questa strage degli innocenti che va avanti da decenni.

Non si saprà mai quanti sono i morti annegati nel Mediterraneo. Due anni fa un articolo  parlava di 30mila morti negli ultimi 15 anni (1). Ma già negli anni Ottanta filtravano mezze notizie sul ritrovamento in mare, da parte dei pescatori, di corpi umani. Lo stesso articolo dice che il 60 % di questi annegati rimane senza nome. I loro nomi non interessano nella civile Europa.

La sciagurata politica del governo, non solo priva l’Italia di un apporto lavorativo che solo gli immigrati possono dare, e che è sempre più necessario e urgente, ma sta facendo aumentare i morti in mare, con percentuali che superano il 10% degli imbarcati. E’ la politica dei porti chiusi, dei mille ostacoli posti alle Ong, del fingere di non sentire gli appelli disperati che arrivano dai gommoni via radio o cellulare, del lugubre rimpallo di responsabilità fra Malta, Italia, Europa e Libia.

Con in più il tragico errore di incaricare dei soccorsi la Libia, porto franco dei trafficanti di uomini, di scafisti, ricattatori e torturatori di ogni tipo. Molti migranti hanno detto: “Meglio la morte che tornare in Libia”. In realtà, noi non paghiamo la Libia perché salvi i migranti ma perché ce li tolga da sotto gli occhi quando muoiono. Ogni tanto l’Europa si commuove, per poche ore. Per qualche donna o bambino che capita da morto sotto l’obbiettivo. Ma poi tutto finisce lì.

Il Corriere della Sera del 18 gennaio ha ripreso una notizia del libro di Cristina Cattaneo, medico legale che sta esaminando i resti dei naufraghi (2). Fra questi c’è un ragazzo migrante, di circa 14 anni, morto nel naufragio del 18 aprile 2015, dove annegarono – si stima – circa mille persone. Egli, da morto, non ha potuto avere nemmeno un nome.

Il ragazzo aveva cucita nei vestiti – come fanno spesso i migranti per le cose più care – la pagella scolastica con i voti conseguiti. Probabilmente era desideroso di entrare in una società, quella europea, dove normalmente non si è schiacciati dalla miseria o dalla violenza; una società che esamina e premia il merito, e accoglie chi desidera migliorarsi. Voleva mostrare che anche lui meritava di stare in quella società – abbellita dai suoi desideri – e voleva continuare a studiare e poi lavorare, per dare il suo contributo.

Non cercava la pacchia e non era un terrorista. La sua colpa era di disturbare tanti italiani ed europei, impegnati a farsi selfie e a scegliere le scarpe all’ultima moda. Come i “vu cumprà” delle spiagge, che “disturbano” i bagnanti.

“Dobbiamo pensare prima agli italiani poveri”, dichiara il governo. In realtà i poveri in Italia sono accresciuti dalle politiche miopi, che incoraggiano la stagnazione negando gli investimenti pubblici e respingendo i lavoratori migranti. Di fatto, questo governo non pensa agli italiani poveri; quello è solo un pretesto per respingere gli immigrati.

Humanfirst  21/1/2019

(1) Marco Sarti, art. su Linkiesta online del 17/3/2017.

(2) Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, R. Cortina ed., 2018.