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La rotta balcanica

4 Nov

il documento (da Chang.org)

di Lorena Fornasir (Trieste) 22 ott. 2019

Una lettera da Ahmad
Da quando è iniziata la rotta balcanica, fatta da persone che fuggono da guerre e devastazione per trovare rifugio in Europa, mi sono trovata di fronte a corpi esausti, affamati, assetati, feriti, senza scarpe. E ho deciso semplicemente di scendere in strada ad aiutarli, offrendo il mio aiuto da volontaria al confine tra Bosnia e Croazia.
Sono stati tanti i ragazzi che ho incontrato in questi mesi. Ragazzi catturati dalla polizia croata e torturati: sui nostri confini di terra si sta consumando una tragedia umanitaria, fatta di campi di concentramento e di discariche umane. Ho deciso di raccogliere alcune delle loro testimonianze, e di farmi portavoce delle loro storie e delle loro esperienze. Questa è una lettera scritta raccogliendo le voci di alcuni di loro. Non posso usare i loro veri nomi, perché la loro vita è a rischio. Ma è importante che si sappia cosa stanno vivendo, affinché si conosca l’inferno presente a pochi chilometri da noi, e affinché possiamo tutti unire le forze per fermarlo. Vi lascio leggere le parole che questi ragazzi, sotto il nome di “Ahmad”, rivolgono a tutti voi.

“Mi chiamo Ahmad, ho 19 anni e vengo dal Pakistan. 
Sono stato catturato nei boschi della Croazia vicino ad una grande strada e la polizia mi ha portato in un garage dove sono stato rinchiuso con altre persone per 3 notti e due giorni, senza mangiare e senza bere.
Credevo di morire soffocato perché là dentro mancava l’aria ed eravamo immersi nell’odore della urina e delle feci. I bambini piccoli piangevano. Quando ci hanno fatto uscire eravamo tutti sfiniti. Ci hanno picchiati e poi portati verso il confine con la Bosnia. Così credevo. Invece mi hanno consegnato ad una squadra speciale con la maschera nera. Uno di questi poliziotti ha arroventato una barra di ferro e poi mi ha bruciato la gamba.

Il dolore mi ha fatto svenire. Quando mi sono ripreso sentivo una voce che mi urlava: “Alzati, sbrigati, vattene o ti uccido. Se provi di nuovo ad entrare in questi boschi di ammazzo, hai capito? Ti ammazzo”. Ora ho tanta paura, di notte il mio cervello gira e rigira attorno a questa scena. Rivivo ogni minuto. Sento ancora l’odore della mia carne bruciata. Perché mi è stato fatto questo? Se la polizia ti cattura ok, se ti deporta ok, se dà fuoco al tuo zaino ok, se butta via il tuo cibo ok, ma perché picchiarci in questo modo? Perché rompere i nostri cellulari? Perché bruciarmi la gamba e togliermi le scarpe?Non conosco cosa vuole il destino da me. Prima ha preso la mia famiglia, poi questo viaggio tremendo.

Avevo 17 anni quando sono partito e il destino mi dava lezioni ogni giorno. Ora questa violenza. Non so cosa posso fare ora. Il mio cervello è bloccato. Vorrei anche uccidermi. Mi sento morto dentro, non posso vivere in un mondo di odio.Anche questi poliziotti hanno bisogno di imparare l’umanità. Noi siamo umani, non siamo bestie.”

 

I migranti e l’ipocrisia di Macron

28 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 33
a cura di Piero Rizzo
L’articolo selezionato per questo mese è stato pubblicato dal Financial Times il 19 settembre con il titolo:”La linea dura di Macron sulla migrazione allarma i gruppi dei diritti umani” e sottotitolo: “Il presidente francese si aliena i liberal spingendo per i voti dell’estrema destra”.
Sullo stesso argomento ha dedicato un articolo anche The Telegraph dal titolo molto più severo:
“L’approccio di Macron alla migrazione è un modello (masterclass) di ipocrisia”.
In un incontro con i parlamentari del suo partito il Presidente ha sostenuto che il governo deve porre fine all’attuale approccio “permissivo” al problema migrazione per evitare una deriva verso l’estrema destra.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.
Una spinta del presidente Macron a inasprire le politiche sull’immigrazione per ridurre l’afflusso di stranieri, ha allarmato i gruppi per i diritti umani e sconcertato la sinistra del suo partito centrista “La République en Marche”. Questa settimana a una riunione dei parlamentari Macron ha dichiarato che era giunto il momento di affrontare una questione cruciale della politica francese ed essere estremamente fermi nell’applicazione delle norme in materia di asilo.
“I flussi di migranti verso l’Europa non sono mai stati così bassi, mentre le richieste di asilo in Francia non sono mai state così elevate”, ha affermato. A volte mostriamo un volto umanitario e ci comportiamo in maniera troppo permissiva.
“La domanda è se vogliamo essere o meno un partito della borghesia. I borghesi non hanno problemi con l’immigrazione, mentre li ha la classe operaia. La sinistra non ha voluto affrontare questo problema per decenni, con la conseguenza che appartenenti alla classe operaia si sono spostati verso l’estrema destra. ”
I gruppi per i diritti umani hanno criticato pubblicamente l’approccio di Macron e 15 membri del suo partito hanno pubblicato una dichiarazione congiunta lamentando che il problema dei migranti economici – a differenza di quelli che sfuggono alla persecuzione politica – è stato strumentalizzato da “coloro che vogliono enfatizzare i sentimenti di rifiuto nei confronti degli stranieri e dell’Islam e ingenerare odio per tutti i cittadini di fede musulmana ”.
Cyrille de Billy, segretario generale del gruppo non governativo “la Cimade”, che fornisce assistenza legale ai richiedenti asilo, ha affermato che la Francia ha già indurito le sue politiche negli ultimi anni e che l’ultimo messaggio “non ci sembra un ottimo segno ”.
C’è l’obbligo legale di considerare ogni caso individualmente, ha ribadito, ed è sbagliato riservare lo stesso trattamento alle persone sulla base della nazionalità o della situazione geopolitica del loro paese.
Brevi considerazioni.
L’episodio narrato nell’articolo ha avuto luogo alcuni giorni prima dell’accordo di Malta (cui ha partecipato anche la Francia) sul quale il commento del ministro Lamorgese è stato: “Primo passo concreto per un approccio di vera azione comune europea”, e quello del presidente Conte: : “Non accetteremo alcun meccanismo che possa risultare incentivante per nuovi arrivi”. Vasto programma verrebbe da dire.
E’ opinione largamente diffusa che l’accordo sia stato un premio all’Italia perché si è liberata dal “barbaro” lasciando il posto a un governo filo-europeo. Vogliamo sperare che quando l’effetto Salvini sarà sbiadito, non si torni allo status quo. Il livello di ipocrisia della Francia che, nel momento in cui si dichiara favorevole all’idea di frontiere aperte, discretamente chiude le proprie, qualche dubbio lo fa venire.

I posti di lavoro offerti che restano vacanti: l’illusione ottica

7 Ott

 

di Cosimo Perrotta (7/X/2019)

I media del 6-7 ottobre riportano i dati della ricerca di Excelsior e Unioncamere sui contratti di lavoro offerti dalle imprese che rimangono scoperti. I posti scoperti stanno crescendo e sono arrivati alla cifra rilevante di 1,2 milioni. Questo appare strano in presenza di una disoccupazione molto vicina al 10% (31% quella giovanile e quasi 52% quella giovanile al Sud).

La ricerca suggerisce – come ha già fatto altre volte – che la causa maggiore di questa anomalia sta nella carente o distorta formazione professionale, innanzitutto quella della scuola, che non prepara ragazzi con le competenze tecniche necessarie. Tanto è vero, si dice, che restano vacanti soprattutto offerte di lavori specializzati, come analisti e progettisti di software, programmatori, saldatori, insegnanti di lingue, cuochi (ma si noti che in cima alla lista dei posti vacanti ci sono anche camerieri e baristi). Infatti, alcuni posti restano vacanti per mancanza di candidati, altri perché i candidati mostrano di essere incompetenti.

Che questa sia una causa importante non c’è dubbio. Le riforme della scuola negli ultimi 30 anni, con innovazioni scriteriate, hanno fatto di tutto per abolire la preparazione ai mestieri negli istituti professionali (che erano nati proprio a questo scopo) e la preparazione tecnica negli istituti tecnici industriali. Il risultato è che i ragazzi sono demotivati nello studio, che non dà loro un’identità professionale; e gli insegnanti sono demotivati e disorientati nell’insegnamento.

D’altra parte la formazione pubblica di nuovo tipo (informatica, robotica, biotecnologie, organizzazione), soprattutto a livelli medio-bassi, non esiste. Non solo non esiste nella scuola, ma non viene fatta nemmeno dai costosi apparati – ben poco produttivi – della formazione regionale.

Detto questo, però, vanno evitate le spiegazioni semplici, perché il fenomeno ha cause molteplici. Innanzitutto è probabile che molti dei contratti offerti non siano invitanti, o per la bassa retribuzione o – soprattutto – perché si tratta di contratti a termine (che stanno aumentando). La prova sta nel fatto che nel Nord ogni 100 disoccupati ci sono 84 posti di lavoro che restano scoperti, mentre nel Sud i posti scoperti ogni 100 disoccupati sono solo 18. Come si spiega questa fortissima differenza? Non certo perché la formazione nel Sud sia migliore.

La causa è che nel Nord, con una disoccupazione che è meno del 6%, i giovani hanno maggiori possibilità di scelta, e i più capaci spesso emigrano, trovando all’estero contratti molto migliori. Nel Sud invece, con un’altissima disoccupazione, i giovani devono accontentarsi di quello che trovano. Né il fenomeno si può risolvere dicendo ai disoccupati del Sud di andare al Nord a occupare i posti vacanti. Se i contratti danno paghe misere e temporanee, come farebbero questi giovani meridionali a mantenersi fuori di casa?

Ma quel che più conta è il processo profondo della trasformazione del lavoro in Occidente. C’è un progressivo spostarsi del lavoro dalle mansioni materiali a quelle immateriali. Questo è una fenomeno inevitabile in tutte le economie ad alto sviluppo. Qui il disprezzo del lavoro manuale che viene lamentato – a volte a ragione – non c’entra niente. C’entra il passaggio da una produzione prevalentemente industriale ad una prevalentemente di servizi e di attività quaternarie (scuola, ricerca, attività culturali).

La maggior parte dei giovani europei, sia per la formazione ricevuta sia per il tenore di vita delle loro famiglie, non può accontentarsi di lavori materiali molto inferiori alla formazione ricevuta e al reddito atteso. Che senso avrebbe accettare lavori materiali, mal pagati, dopo vent’anni di istruzione? Che investimento sarebbe questo?

Il relativo abbandono dei lavori materiali da parte dei giovani europei è inevitabile. La domanda di lavori di questo tipo può essere benissimo soddisfatta dagli immigrati, che hanno un livello medio di istruzione inferiore e una capacità di adattamento enormemente maggiore a causa del loro estremo bisogno di lavorare.

La soluzione quindi non sarebbe affatto difficile. Ancora una volta i processi reali spingono verso soluzioni razionali, che le istituzioni e la classe dirigente non riescono a vedere. Tanto è vero che la risposta dei governi occidentali all’immigrazione clandestina è di selezionare gli immigrati, accogliendo quelli ad alta qualificazione e mandando via quelli poco qualificati. Il motivo sarebbe che i primi contribuiscono allo sviluppo e non pesano sulla collettività, per gli altri varrebbe il contrario.

Naturalmente questa assurda strategia non risolverebbe affatto il problema dei posti vacanti, ma lo aggraverebbe. Bisogna invece usare le risorse umane e finanziarie destinate alla formazione per i lavori materiali (risorse che adesso sono in eccesso) per istruire non solo gli europei che prendono quella strada ma anche gli immigrati.

“Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”

23 Set

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 32
a cura di Piero Rizzo

Per la ripresa delle pubblicazioni della pagina Commenti Esteri dopo la pausa estiva abbiamo scelto l’articolo del Guardian del 15/08/2019, che recensisce il libro di Peter Gatrell “Lo sconvolgimento dell’Europa – Come le migrazioni hanno rimodellato l’Europa”.
L’autore chiude il suo articolo con un virgolettato tratto dal libro: “Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”. E’ ciò che ha risposto un giornalista svizzero a chi gli chiedeva un commento sui migranti italiani nel suo paese a metà degli anni ’60. Questa frase, così densa di significato, spiega più e meglio di fiumi di parole dedicati all’argomento da dove nascono i maggiori problemi sulle migrazioni. Fino a quando gli immigrati si alzano alle tre per mungere le vacche o per fare il pane, fino a quando raccolgono i pomodori della Capitanata a tre euro all’ora, fino a quando fanno da badanti ai nostri anziani sono bene accetti. Ma quando avanzano le “irricevibili” pretese che venga rispettata la loro la dignità e riconosciuti i loro diritti, allora il registro cambia completamente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti:
Ciò che risalta maggiormente nella storia delle migrazioni in Europa è che essa è una storia di va e vieni, non solo di arrivi. Le idee sulla casa e l’appartenenza sono costantemente modellate dal tipo di regime, dal capitale e dall’interazione umana quotidiana. Ci sono i migranti di etnia tedesca, “affamati, spaventati, sospettosi, stupiti”, espulsi dall’Europa orientale alla fine della guerra, che arrivano in un paese in cui la maggior parte non ha mai messo piede prima. O i coloni britannici di ritorno che negli anni ’60 decidono di preferire l’Algarve del Portogallo a Blighty, perché l’alcool a buon prezzo, i servitori e il clima caldo ricordano loro il Rajastan.
È anche una storia di forti contrasti, di sradicamenti violenti e viaggi ordinari che continuano ancora oggi. Gli “Eurostars” dei benestanti – banchieri e specialisti dell’IT che vivono in un paese dell’UE e lavorano in un altro – si incrociano con immigrati “illegali” come i migranti ucraini, che si lamentano del fatto che la caduta del comunismo ha semplicemente sostituito la cortina di ferro con il “drappo di velluto” del controllo delle frontiere.
Gatrell teme che la situazione attuale stia cominciando ad assomigliare al “violento periodo di pace” degli anni immediatamente successivi al 1945, quando milioni di persone furono sradicati, molte di esse languirono per anni nei campi di “sfollati” o furono raccolte e scartate dagli Stati secondo la loro utilità economica. A proposito della recente repressione dei richiedenti asilo, egli scrive: ”Mentre l’arcipelago di campi e centri di detenzione si diffonde in tutto il continente, i padri fondatori – molti dei quali hanno avuto esperienza diretta della persecuzione nazista – sicuramente si stanno rivoltando nelle loro tombe per quello che i loro successori stanno facendo in nome dell’Europa ”.
Chiudiamo con quanto ha dichiarato Obama in una intervista a El Pais di qualche anno fa.
“Dobbiamo rifiutare la mentalità del “noi” contro “loro” che alcuni politici cinici stanno cercando di diffondere. Dobbiamo rimanere fedeli ai valori duraturi che definiscono le nostre diverse e vivaci società e che sono tra le maggiori fonti della nostra forza: il nostro impegno per la democrazia pluralista, l’inclusione e la tolleranza.”

Il razzismo contro i bambini

16 Set

Il primo – e speriamo, ultimo – governo razzista dell’Italia repubblicana ha prodotto disastri di costume che vanno molto al di là della sua durata, anche perché l’imbarbarimento era cominciato già da qualche anno, ad opera della Lega soprattutto.

Citiamo solo qualcuna delle mille gravi violenze razziste che si perpetrano tuttora contro i bambini più piccoli, in particolare quelli di origine africana. Ai primi di novembre 2018, a Prima Pagina (Radio 3) un genitore intervenne per dire che la sua bambina nera, di 3 anni, si nascondeva la faccia davanti agli estranei, perché un compagno d’asilo gli aveva detto che aveva il colore della cacca.

Il 2 settembre, la rubrica di Iacona Presa Diretta, su Rai 3, ha documentato le violenze verbali contro alcuni bambini molto piccoli da parte dei loro compagni. Attenzione: questi bambini alla fine hanno introiettato la violenza, tanto da dire che i loro compagni hanno ragione ad insultarli, perché loro sono neri.

Il 6 settembre scorso (notizia della stampa del 7) un bruto di Cosenza ha tirato un calcio all’addome a un bambino marocchino di 3 anni (tre) che si era avvicinato alla carrozzina di sua figlia. Il piccolo ha fatto un volo di due metri, e solo l’intervento del fratello 14enne, che ha ricevuto gli altri calci, lo ha salvato. Il bambino continuava a disperarsi, e chiedeva continuamente al padre che cosa avesse fatto di male.

Il bruto di Cosenza e i genitori di bambini bianchi che instillano queste idee ai loro piccoli sono dei poveri handicappati culturali, plasmati dalla propaganda razzista. Ma considerate i danni irreparabili che stanno provocando. I traumi provocati da queste aggressioni, fisiche o verbali, segneranno per sempre questi piccoli con un marchio di infelicità e di disadattamento.

Giustamente i loro padri stanno considerando seriamente di andar via, anche se lo fanno dopo anni di sforzi – che devono essere stati molto duri – per raggiungere un lavoro sicuro e una casa. Questi traumi individuali diventano molto presto traumi culturali collettivi; favoriscono il risentimento etnico; preparano le lotte di religione o etniche.

Per fortuna ci sono tante persone che si sforzano di rasserenare queste vittime, di integrarle, di difendere i loro diritti. Ma la strada è lunga e difficile. Ci vuole una reazione forte della cosiddetta opinione pubblica. Attenti alle conseguenze lontane di queste aggressioni; alla banalità del male così ben descritta da Hannah Arendt. Nessuno credeva che si sarebbe arrivati al genocidio sistematico degli ebrei.

In Italia, ancora l’anno scorso molti guardavano con fastidio chi temeva un’involuzione antidemocratica. I maîtres a penser e gli speaker dei telegiornali, di fronte allo stillicidio di aggressioni fisiche contro gli immigrati che arrivavano ogni giorno al disonor delle cronache, si chiedevano pensosi se si potesse dire che l’Italia è un paese razzista. E concludevano che no, non si poteva. Sarebbe bastato dire che ci sono razzisti e non razzisti, vero? Intanto, appena ieri (14-15 settembre), al raduno di Pontida, Gad Lerner è stato insultato come “non italiano” ed “ebreo”; un deputato leghista ha insultato pesantemente il Capo dello stato e qualche giornalista è stato aggredito. L’altro ieri la contestazione del nuovo governo davanti a Montecitorio annoverava tanti saluti fascisti. E così via.

Naturalmente, come abbiamo scritto più volte, l’unico modo per vincere queste degenerazioni è rilanciare l’occupazione e i diritti del lavoro. Ma non vanno sottovalutate le conseguenze di lungo periodo; ancora oggi combattiamo con i cascami del fascismo e del nazismo di un secolo fa. Se si tollera il razzismo contro i bambini, si piantano i semi dell’odio futuro.

(C.P.)

“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)