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Il razzismo contro i bambini

16 Set

Il primo – e speriamo, ultimo – governo razzista dell’Italia repubblicana ha prodotto disastri di costume che vanno molto al di là della sua durata, anche perché l’imbarbarimento era cominciato già da qualche anno, ad opera della Lega soprattutto.

Citiamo solo qualcuna delle mille gravi violenze razziste che si perpetrano tuttora contro i bambini più piccoli, in particolare quelli di origine africana. Ai primi di novembre 2018, a Prima Pagina (Radio 3) un genitore intervenne per dire che la sua bambina nera, di 3 anni, si nascondeva la faccia davanti agli estranei, perché un compagno d’asilo gli aveva detto che aveva il colore della cacca.

Il 2 settembre, la rubrica di Iacona Presa Diretta, su Rai 3, ha documentato le violenze verbali contro alcuni bambini molto piccoli da parte dei loro compagni. Attenzione: questi bambini alla fine hanno introiettato la violenza, tanto da dire che i loro compagni hanno ragione ad insultarli, perché loro sono neri.

Il 6 settembre scorso (notizia della stampa del 7) un bruto di Cosenza ha tirato un calcio all’addome a un bambino marocchino di 3 anni (tre) che si era avvicinato alla carrozzina di sua figlia. Il piccolo ha fatto un volo di due metri, e solo l’intervento del fratello 14enne, che ha ricevuto gli altri calci, lo ha salvato. Il bambino continuava a disperarsi, e chiedeva continuamente al padre che cosa avesse fatto di male.

Il bruto di Cosenza e i genitori di bambini bianchi che instillano queste idee ai loro piccoli sono dei poveri handicappati culturali, plasmati dalla propaganda razzista. Ma considerate i danni irreparabili che stanno provocando. I traumi provocati da queste aggressioni, fisiche o verbali, segneranno per sempre questi piccoli con un marchio di infelicità e di disadattamento.

Giustamente i loro padri stanno considerando seriamente di andar via, anche se lo fanno dopo anni di sforzi – che devono essere stati molto duri – per raggiungere un lavoro sicuro e una casa. Questi traumi individuali diventano molto presto traumi culturali collettivi; favoriscono il risentimento etnico; preparano le lotte di religione o etniche.

Per fortuna ci sono tante persone che si sforzano di rasserenare queste vittime, di integrarle, di difendere i loro diritti. Ma la strada è lunga e difficile. Ci vuole una reazione forte della cosiddetta opinione pubblica. Attenti alle conseguenze lontane di queste aggressioni; alla banalità del male così ben descritta da Hannah Arendt. Nessuno credeva che si sarebbe arrivati al genocidio sistematico degli ebrei.

In Italia, ancora l’anno scorso molti guardavano con fastidio chi temeva un’involuzione antidemocratica. I maîtres a penser e gli speaker dei telegiornali, di fronte allo stillicidio di aggressioni fisiche contro gli immigrati che arrivavano ogni giorno al disonor delle cronache, si chiedevano pensosi se si potesse dire che l’Italia è un paese razzista. E concludevano che no, non si poteva. Sarebbe bastato dire che ci sono razzisti e non razzisti, vero? Intanto, appena ieri (14-15 settembre), al raduno di Pontida, Gad Lerner è stato insultato come “non italiano” ed “ebreo”; un deputato leghista ha insultato pesantemente il Capo dello stato e qualche giornalista è stato aggredito. L’altro ieri la contestazione del nuovo governo davanti a Montecitorio annoverava tanti saluti fascisti. E così via.

Naturalmente, come abbiamo scritto più volte, l’unico modo per vincere queste degenerazioni è rilanciare l’occupazione e i diritti del lavoro. Ma non vanno sottovalutate le conseguenze di lungo periodo; ancora oggi combattiamo con i cascami del fascismo e del nazismo di un secolo fa. Se si tollera il razzismo contro i bambini, si piantano i semi dell’odio futuro.

(C.P.)

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“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)

L’isola di Samo, prigione dei rifugiati e vergogna dell’Europa

27 Mag

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 29
a cura di Piero Rizzo

Quest’anno la ricorrenza del terzo anniversario (20 marzo) dell’accordo UE-Turchia, per la gestione dei migranti sulla rotta balcanica, è passata un po’ in sordina. Eppure i drammi umani che ne sono derivati sono tutt’altro che irrilevanti. Ha scritto “The Nation”, uno dei più antichi settimanali statunitensi: “Samo rappresenta la crudeltà di un accordo tra Unione Europea e Turchia che ha lasciato circa 75mila richiedenti asilo in un limbo”. Concetto non meno severo è stato espresso dal “Guardian”: “Ciò che ha fatto [l’accordo] è condannare migliaia di persone a una vita di paura e limbo, l’esatto contrario dei valori che l’UE dice di custodire. In realtà è una macchia duratura sulla coscienza dell’Europa da parte di politici che a parole sostengono i valori universali incarnati dall’Acropoli”.

Riportiamo degli stralci liberamente tradotti dell’articolo di “The Nation” del 23 apr. u.s. il cui titolo è: “L’isola greca che divenne una prigione a cielo aperto per i rifugiati”.

Se l’obiettivo principale dell’operazione era quello di scoraggiare i richiedenti asilo dall’attraversare il mare, la strategia inizialmente sembrava funzionare: il numero di nuovi arrivi è inizialmente diminuito. Ma già nell’estate del 2018, stava di nuovo incominciando a salire. A partire dal 14 aprile di quest’anno, 9.233 richiedenti asilo sono sbarcati in Grecia, 1.444 a Samo, e molti altri dovrebbero arrivare quando il clima migliorerà.

Gli effetti dell’accordo sono particolarmente visibili nelle isole del Mar Egeo settentrionale come Samo, perché, essendo così vicine alla Turchia, attirano il maggior numero di rifugiati. Prima, le persone che arrivavano venivano trasferite sulla terraferma o in Europa in pochi giorni o settimane. Adesso, molti sono costretti ad aspettare sulle isole mesi o anche anni, perché nell’accordo si stabilisce che non possono lasciare le isole prima che la domanda di asilo sia stata accettata o meno.

La vita nel campo di Samo è stata sempre terribile, ma dopo l’accordo è peggiorata costantemente. L’estate scorsa, mentre la temperature saliva a 38°C, l’acqua scorreva solo per due ore al giorno, tutti i bagni erano rotti e il campo puzzava di fogna. In inverno, c’erano giorni in cui finiva il cibo, alcuni container erano così affollati che la gente dormiva sul pavimento, mentre forti piogge e venti si abbattevano sulle tende e i pochi effetti personali andavano giù per la collina in un fiume di fango. Le condizioni sono diventate così terrificanti che alla vigilia del terzo anniversario, Oxfam e altre 24 ONG hanno inviato una lettera ai leader dell’UE dicendo che l’accordo ha portato a politiche e pratiche in Grecia “miopi, insostenibili, inefficaci e pericolose.”

Per quanto preoccupanti, il razzismo, la mancanza di sicurezza e le pessime condizioni non sono tuttavia il problema più grande. Il vero problema è non sapere quando e se verrà concesso l’asilo e il permesso di lasciare l’isola, o se si sarà rimandati in Turchia, da dove si potrebbe addirittura essere riportati nel paese da cui si è fuggiti.

“Tutto ciò che facciamo è aspettare e tormentarci. Non possiamo fare piani, non abbiamo alcun controllo sul nostro futuro “, ha detto Zainab. “Vogliamo solo vivere una vita normale qui, non una vita lussuosa, solo una vita sicura. Vogliamo essere utili. Ma qui non possiamo fare niente per nessuno, nemmeno per noi stessi. ”

Chiudiamo con il sottotitolo dell’articolo del Guardian citato all’inizio. Secondo Amnesty, affermare che il trattato sulla migrazione ha avuto successo significa negare la realtà, data la terribile situazione delle persone intrappolate nelle isole greche.
https://www.thenation.com/article/samos-greece-refugee-hell/
https://www.theguardian.com/world/2019/mar/20/activists-project-refugees-welcome-on-acropolis-to-show-crisis-not-over

Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

La tradizione umanitaria in Francia

23 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 28

L’articolo selezionato per questo numero è preso dall’Independent ed ha come titolo: “La Francia respinge i migranti alla frontiera, ma un sindaco si rifiuta”.
Il sindaco di Bayonne offre un alloggio dignitoso ai migranti africani che arrivano in Francia attraverso il confine spagnolo, incurante delle direttive del governo che gli rimprovera di creare un “fattore di attrazione” per altri migranti e un’altra Calais.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.

Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, una città a 22 miglia dal confine, ritiene che quel che sta facendo sia una necessità e un obbligo umanitario.
Dal momento che l’Italia ha quasi completamente chiuso i suoi confini ai migranti e la Francia ha cercato di chiudere il confine a quelli provenienti dall’Italia, la Spagna è diventata la principale porta d’ingresso in Europa per chi proviene dall’Africa, con oltre 57.000 arrivati l’anno scorso.
Molti ora arrivano in Francia e transitano per Bayonne.
Ma ciò che Etchegaray considera una posizione ragionevole lo ha messo in guerra con il governo del presidente Emmanuel Macron, diventando un caso di studio nella gestione della crisi migratoria europea da parte della prima linea.

Egli non vuole che questi giovani, prevalentemente provenienti da paesi dell’Africa occidentale di lingua francese come la Guinea, il Mali e la Costa d’Avorio, si aggirino per sempre nella sua città. Inoltre non vuole che si accampino per le sue strade. Ma vuole che i migranti vivano, mentre sono nella sua città, in una “condizione di dignità”.
“Non penso di poter fare di meno”, dice.

“Ho visto che le frontiere si stavano chiudendo e, per quanto mi riguarda, ci sono alcuni diritti fondamentali che non possono essere calpestati”, dice Etchegaray, evocando l’eredità di Bayonne come rifugio per gli ebrei in fuga dall’Inquisizione spagnola e come luogo di nascita del grande giurista ebreo René Cassin, che ha contribuito alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’atteggiamento dello stato francese nei confronti del sindaco illustra bene le ambiguità di Macron in materia di migrazione. Da un lato, esalta le tradizioni umanitarie della Francia e chiede alla polizia di trattare i migranti di conseguenza. Dall’altro, il suo governo rifiuta l’ammissione alle navi migranti, mette sotto processo i difensori dei loro diritti e si vanta del numero di stranieri espulsi o respinti alle frontiere.

Gli italiani hanno accusato i francesi di ipocrisia con rabbia, ed Etchegaray ha usato la stessa parola. “Il prefetto ha detto: ‘No, no, no, no, no, no!'”, ricorda Maïté Etcheverry, una giovane volontaria che gestisce il centro di accoglienza a Bayonne.
Ma il sindaco continua a distribuire coperte, si interessa della salute dei migranti e paga per il centro stornando i soldi dal budget del comune.

Brevi considerazioni:

un altro “Mimmo Lucano” e l’inveterata ipocrisia del governo francese. Un déjà vu.
Fa un certo effetto che nella “Patria dei diritti dell’Uomo” diventi un caso il comportamento di un sindaco che mostra di avere un’anima. “Lo stato non vuole saperlo, ma io devo saperlo. E questa è un’emergenza”. Sicuramente ci sono altri “sindaci di Bayonne”, ma in questa fase storica preferiscono non esporsi molto. Episodi di intolleranza verso chi ha offerto ospitalità ai migranti sono all’ordine del giorno. Purtroppo per scopi di bassa politica il non problema dei migranti è diventato l’unica questione paneuropea. Le leggi anti-migranti della Danimarca considerata la “nazione più felice” del mondo fanno venire l’orticaria.

https://www.independent.co.uk/news/world/france-migrants-jean-rene-etchegaray-emmanuel-macron-immigration-emigration-bayonne-a8784936.html

Le pubblicazioni riprenderanno lunedì 6 maggio

Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)