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La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Gli sfollati e il Covid-19

28 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 39

Il 30 marzo la Ong “Refugees International” ha pubblicato un rapporto col titolo: “COVID-19 e gli sfollati”.
Tutte le maggiori testate internazionali lo hanno commentato con titoli allarmanti; tra tutti, l’Economist: “I campi profughi del mondo sono un disastro da coronavirus annunciato” e il Time : “I rifugiati Rohingya aspettano una nuova minaccia mortale: il Coronavirus”.
Il Rapporto, molto corposo, esamina le condizioni della maggior parte dei campi profughi nel mondo. Una sintesi molto efficace è stata fatta dal Washington Post in un articolo dal titolo: “I 70 milioni di sfollati del mondo affrontano il disastro del coronavirus …”, di cui riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
I 70 milioni di sfollati del mondo – i rifugiati, i richiedenti asilo e quelli sradicati dalla guerra e da altre crisi – sono tra i più vulnerabili alla diffusione del nuovo coronavirus e i meno in grado di combatterlo.
Diversi fattori hanno contribuito a creare una bomba a orologeria da virus: sovraffollamento e mancanza di un riparo di base; gli aiuti che hanno rallentato e in alcuni casi si sono fermati del tutto durante la crisi; insieme all’assenza di cure mediche e servizi igienico-sanitari di base, secondo “Refugees International”.
L’Ong afferma che un fallimento nella protezione dei rifugiati minaccerà le società in generale, mentre “molte nazioni guardano al loro interno per cercare di proteggere i propri cittadini”.
Il rapporto ha messo in dubbio l’efficacia delle chiusure delle frontiere nel prevenire la diffusione della malattia, che è ora presente nella maggior parte dei paesi, e ha osservato che tali chiusure minacciano la catena di approvvigionamento umanitario che mantiene in vita le popolazioni di rifugiati.
“La portata e la velocità della pandemia sottolineano quanto profondamente siano interconnesse le popolazioni del mondo”, afferma il rapporto. Esso ha sottolineato quattro fattori che rendono i rifugiati particolarmente vulnerabili alla diffusione del virus, tra cui la densità di popolazione nei campi formali e informali, dove “più famiglie sono spesso costrette a condividere lo stesso bagno, le stesse strutture di cottura – sempre che vi abbiano accesso”.
In Europa, con milioni di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente e dall’Africa, un numero crescente di paesi ha sospeso i servizi di asilo. In Grecia 40.000 richiedenti asilo sono “intrappolati nelle Isole Egee” in “condizioni spaventose” con “cure mediche ridotte al minimo” e “senza acqua corrente, rendendo impossibile il lavaggio frequente delle mani”.
Le Ong hanno sospeso le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo per coloro che tentano di attraversare la Libia devastata dalla guerra.
“Nel frattempo, leader e politici nazionalisti in tutta la regione, comprese Italia e Spagna”, i due principali centri di diffusione della malattia in Europa, “stanno sfruttando l’epidemia per la retorica e le politiche xenofobe, anti-rifugiati”.
In Medio Oriente, ci sono almeno 12 milioni di rifugiati e sfollati interni in Iraq, Siria, Libano e Turchia. L’OMS ha avvertito che in Siria, con milioni di sfollati nei campi, un impatto “catastrofico” è solo una questione di tempo.
Per quel che riguarda le Americhe, il rapporto è critico sia con il Messico, dove c’è “l’assenza delle garanzie più elementari per mitigare” la diffusione, sia per le misure insufficienti del Brasile.
Gli Stati Uniti che hanno disposto la chiusura obbligatoria dei porti e delle frontiere in risposta al coronavirus, vengono invitati a revocare le restrizioni ai richiedenti asilo per consentire loro di essere identificati e rilasciati sulla parola nel paese, piuttosto che essere lasciati in campi e centri di detenzione non sicuri.

Brevi considerazioni

In questi giorni si parla spesso di eroi con riferimento agli operatori sanitari che, spesso privi di adeguate protezioni, perdono la vita per adempiere al loro dovere. Ebbene vorremmo includere nella categoria anche gli operatori delle Ong che (anche loro a rischio della vita), cercano di alleviare per quanto è possibile le condizioni di vita sub-umane in cui versano i rifugiati nei campi profughi.
A Trump che aveva dichiarato: “Non possiamo avere una cura (blocco dell’economia, ndr) peggiore del male (un milione di morti in più, ndr)”, il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha replicato:”Non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”. Ebbene per i migranti che, per usare le parole di papa Francesco, sono il simbolo degli “scartati della Terra”, questo è stato sempre fatto e il valore attribuito loro è vicino allo zero. Salvo poi leggere sul Sole 24 ore che, per la carenza di mani straniere, più di un quarto del “Made in Italy a tavola” è a rischio.

https://www.washingtonpost.com/national-security/worlds-70-million-displaced-people-face-a-coronavirus-disaster-report-says/2020/03/30/fdefc9ba-7220-11ea-85cb-8670579b863d_story.html
https://www.refugeesinternational.org/reports/2020/3/29/covid-19-and-the-displaced-addressing-the-threat-of-the-novel-coronavirus-in-humanitarian-emergencies

Coronavirus. Lettera-appello alle Istituzioni per la tutela dei migranti nei ghetti

23 Apr

15 aprile 2020
al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella
al Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte
ai Ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud

L’Italia è alle prese con una grave emergenza sanitaria. La pandemia di Covid- 19 mette a dura prova il Paese, l’Europa e il pianeta nel suo complesso. Una drammatica situazione che richiede un impegno straordinario ad ogni livello della società, dalle istituzioni ai singoli. Oggi abbiamo più che mai bisogno tutti di fare riferimento ai principi di giustizia sociale e solidarietà insiti nella Costituzione per fare fronte a una minaccia inedita.
Come rappresentanti dei sindacati, organizzazioni del terzo settore impegnate nel campo dell’ecologia, della tutela dei diritti umani, sociali e civili, esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese.
Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva. Come è noto, le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili: le baraccopoli in cui sono costretti a vivere sono luoghi insalubri e indecenti, agli antipodi del valore stesso dei diritti umani.  Il rischio che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, è motivo di fondata apprensione. Nella miseria dei ghetti, la cui ubicazione si incardina sempre nei distretti a forte vocazione agricola, il quotidiano degli immigrati è scandito da immutata cadenza nonostante la spada di Damocle rappresentata dal Covid-19.
 Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d’informazione, per loro sembrano chimere. Sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici. I ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà. A fronte dell’impegno delle organizzazioni che continuano ad operare sul campo, non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio. Una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19, in ossequio al principio costituzionale della tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
Riteniamo che i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal DPCM del 09 marzo u.s., possano assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa. Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano Triennale contro lo sfruttamento e il caporalato.

Infine, non si può dimenticare il settore agricolo già morso dalla crisi, che oggi in più patisce la carenza di lavoratori agricoli in alcune aree del Paese in ragione dell’interruzione dei flussi di manodopera dai Paesi dell’Est Europa. A causa del Covid-19 si è verificato infatti un rientro massivo da parte di lavoratori agricoli immigrati da Romania e Bulgaria mentre gli arrivi previsti dalla Polonia si sono azzerati. I lavoratori extracomunitari che si trovano in condizione di irregolarità possono tamponare questo vuoto, ma occorre garantire loro i diritti fondamentali. Molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco. Diventa quindi fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità. Sarebbe una misura di equità e di salvaguardia dell’interesse nazionale, in questa difficile fase in cui un eventuale pregiudizio all’agricoltura, nella sua funzione tutelare della sicurezza alimentare della comunità nazionale, sarebbe drammaticamente deleterio. Questo però non dev’essere uno strumento per rifornire il settore primario di lavoro a buon mercato in un momento di shock economico. È necessario, pertanto, rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i Contratti Collettivi agricoli.
Servono soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere.

Il documento è firmato, fra gli altri, da: don Luigi Ciotti presidente di Libera, Roberto Saviano, Luigi Manconi, dal segretario nazionale di Flai-Cgil, direttore di Terra!, direttore di Oxfam Italia, presidente di Magistratura Democratica, Mimmo Lucano, ASGI, presidente ARCI

UMANITA’ TRADITA

30 Mar

di Alessandro Pinervi, classicista – Migranti e Sviluppo n. 38

“Ora tra le donne di Lidia risplende
come, al tramonto del sole,
la luna dalle rosee dita,
che sovrasta ogni stella, diffonde
ugualmente la sua luce, sul mare salmastro e sui campi fioriti”
(Saffo, fr. 96 Voigt, vv. 6-11 – trad. B. Gentili)

Il frammento illustra i rapporti tra Grecia e Asia minore (in particolare la Lidia) al tempo di Saffo: la poetessa ricorda una fanciulla, Arignota, che è stata nel suo tiaso ed ora è tornata in patria. Erano dunque rapporti pacifici, di scambio culturale, ben diversi da quelli di oggi. Lesbo, che tra i secoli VII-VI a.C. si è distinta per una tradizione poetica d’eccezione e ha dato i natali a Saffo di Ereso e ad Alceo di Mitilene, a cui si associano figure leggendarie come il cantore Arione di Metimna, che avrebbe inventato il ditirambo, Terpandro di Antissa, che introdusse la lira a sette corde e fondò una scuola musicale, lo storico Ellanico, i filosofi Teofrasto ed Ermarco, i cui maestri, rispettivamente Aristotele ed Epicuro, soggiornarono sull’isola, patisce oggi la feroce soppressione dei valori civili e culturali, ereditati dall’antichità, a scapito dei “dannati di Lesbo”. I frammenti di Saffo, inoltre, testimoniano che furono allieve della poetessa Anattoria e Attide di Mileto, Gongila di Colofone, Eunica di Salamina, per cui è possibile affermare che anticamente a Lesbo giungevano fanciulle liberamente da città lontane per frequentare il tiaso saffico, acquisirne il modello paideutico, ossia educativo, apprendere forme di arte e di poesia prima di essere avviate al matrimonio e abbandonare la “confraternita” (secondo uno dei significati del termine thiasos). Ma oggi a Lesbo la porta dell’Europa, sottolinea Stefania Mascetti, “resta chiusa per i migranti”. L’inferno di Moria offende lo spirito della fraternitas, tradisce il valore educativo dell’amore, non quello omoerotico femminile, erroneamente interpretato e, come testimonia Plutarco (Vita di Licurgo 18, 9), ammesso anche nella Sparta arcaica, ma affettivo e paideutico.
La decisione del governo turco di aprire i confini ai migranti provenienti dalla Siria ha scatenato un massiccio esodo di disperati dalla Turchia verso Lesbo e un’ondata di violenze da parte di esponenti di “Alba Dorata”. Il 1° marzo scorso la popolazione dell’isola ha tentato di bloccare alcune imbarcazioni con profughi a bordo e ha aggredito i giornalisti e gli operatori delle Ong presenti al momento dello sbarco. Inoltre, un video ritrae la guardia costiera greca su una motovedetta al largo di Kos che sperona un gommone ricolmo di profughi, spara in acqua e con un forcone colpisce alcuni migranti che tentano disperatamente di salire sulla motovedetta.
“Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato”
(Omero, Odissea VI, vv. 191-193 – trad. G. A. Privitera)

Il migrante tende le braccia, chiede aiuto, spera, ma invano, di incontrare una fanciulla “dalle candide braccia” che possa accoglierlo, come accade a Odisseo salvato da Nausicaa. Ma oggi nelle acque di Lesbo si consuma impietosamente il tradimento di uno dei più importanti istituti dell’antica Grecia, la xenia (“ospitalità”), dovere vincolante, che trascendeva i confini della comunità di appartenenza e stabiliva rapporti di amicizia fra individui di comunità lontane, in grado di far desistere dalla battaglia il condottiero dei Lici, Glauco, e il greco Diomede che, riconosciutisi sul campo come “ospiti antichi per parte di padre” (Omero, Iliade VI, v. 215), rinunciarono a scontrarsi e si scambiarono l’armatura.
“Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.
Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,
fategli il bagno nel fiume, dove c’è riparo dal vento”
(Omero, Odissea VI, vv. 206-210 – trad. G. A. Privitera)
Odisseo riceve cure, cibo, un riparo, il migrante, supplice, tende le braccia, non incontra Nausicaa, il suo “dono” è un colpo di forcone che mira a spezzargli le mani e infrangere il sogno di salvezza.
“Straniero, non è mio costume offendere un ospite
neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono
tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro
da parte nostra.”
(Omero, Odissea XIV, vv. 56-59 – trad. G. A. Privitera)
“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, ricorda Ryszard Kapuściński. Ma nell’Egeo i Greci, al contrario di Eumeo che accoglie Odisseo e osserva le regole dell’ospitalità, “fanno guerra” all’altro, lo considerano barbaros (“non greco”), non xenos (“ospite/straniero”), rinnegano la propria cultura e la propria storia.

“A Lesbo finisce l’Europa”

9 Mar

Pubblichiamo alcuni brani di articoli e dichiarazioni apparse sulla pagina facebook di Humanfirst 9/3/2020

A Lesbo finisce l’Europa
Annalisa Camilli, Internazionale 3 marzo 2020
……..
Sull’isola, che nel 2015 ha accolto migliaia di profughi siriani, l’atmosfera è cupa. … gruppi di autoproclamati vigilantes bloccano le auto dirette al centro di detenzione di Moria. Gruppi di uomini vestiti di nero prendono a sassate gli operatori umanitari e i giornalisti, distruggono le loro macchine prese a noleggio, che riconoscono dalla targa, aggrediscono i profughi che si muovono ormai solo in gruppo. Secondo gli attivisti, si tratta di militanti vicini ad Alba dorata, … Il gruppo neonazista, nato tra gli hooligans ad Atene negli anni novanta, ha sempre compiuto azioni contro gli immigrati nelle periferie delle città greche e ora sembra riprodurre le stesse tecniche anche sulle isole del mar Egeo, dove vivono 44mila profughi, senza che ci siano strutture e servizi adeguati per accoglierli. …
Il 1° marzo un centro di accoglienza nel nord dell’isola è stato dato alle fiamme da ignoti, molti attivisti per ragioni di sicurezza hanno sospeso le loro attività di sostegno ai profughi che a Lesbo sono ventimila, bloccati da mesi o addirittura da anni in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Lo stesso giorno alcuni manifestanti volevano impedire a un gommone carico di profughi di sbarcare sulla spiaggia di Thermis, proprio vicino all’Hotel Votsala che nel 2015 è stato uno dei centri nevralgici dell’accoglienza sull’isola. ……
“Non ho mai visto niente del genere”, assicura Efi Latsoudi, …. “Sono stata minacciata sotto gli occhi dei poliziotti”, continua, spiegando che tutti quelli che si avvicinano alle spiagge per aiutare i gommoni che arrivano dalla Turchia rischiano di essere aggrediti. …..
“Prima di aprire l’ospedale di Medici senza frontiere a Moria ogni mattina facciamo una riunione per valutare le condizioni di sicurezza, con lo stesso grado di allerta che usiamo di solito nelle zone di guerra”, racconta Marco Sandrone, coordinatore della missione … che definisce la situazione sull’isola “un far west”.

Ma il fatto che le organizzazioni non governative stiano sospendendo le loro attività per il timore di essere attaccate ha delle conseguenze drammatiche sulla condizione dei profughi che vivono sull’isola. …
Lesbo è sempre più una prigione a cielo aperto per ventimila persone tra cui settemila bambini, e dallo scorso settembre il governo greco trasferisce poche persone alla volta sulla terraferma. A causa delle proteste dei residenti, anche gli ultimi arrivati non sono trasportati nell’hotspot di Moria, come prevederebbe il protocollo. Ma sono lasciati a dormire all’addiaccio. A Skala Sikamia, nel nord dell’isola, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha allestito qualche tenda, ma alcuni hanno dovuto dormire sulla battigia, perché non c’erano posti per tutti. Si tratta soprattutto di famiglie di afgani che vivevano in Turchia da qualche anno. ……

“E’ una vergogna”
dichiarazione di Pietro Bartolo, eurodeputato, 5 marzo
Ho già scritto: quel che avviene al confine greco-turco è una vergogna. Il volto dell’Unione no, non può essere, solo quello della faccia feroce. Questo terribile gioco lo abbiamo già visto. La Grecia, certo, va aiutata. Ma noi insistiamo con la presidente della Commissione Von der Leyen: non ci piace per niente come sta reagendo alla nuova situazione. Io faccio una proposta concreta: perché la Commissione non si adopera, oggi, subito, per salvare da Lesbo alcune centinaia di bambini, specie quelli non accompagnati? Si aprano corridoi umanitari. Si mobilitino gli uffici, si interroghino gli Stati membri che sono disponibili. Intanto, tiriamo via dal fango e dall’orrore almeno i bambini!

La guerra alle spalle, i manganelli davanti: salviamo i profughi siriani coi corridoi umanitari
Davide Falcioni, fanpage.it 5 marzo

Non siamo costretti a stare a guardare quello che accade al confine tra Grecia e Turchia, dove migliaia di profughi siriani vengono respinti a manganellate. Possiamo promuovere l’apertura di corridoi umanitari nei comuni italiani. È già stato fatto, su proposta di un gruppo di cittadini, nelle Marche. E una famiglia siriana fuggita dalla guerra ha potuto ricominciare a vivere. …. Ciò è già possibile grazie al programma Corridoi Umanitari organizzato da Mediterranean Hope – FCEI (Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese. ….
Un esempio virtuoso di corridoio umanitario su base comunale esiste già ed è quello di Offida, città marchigiana di 5mila abitanti che la scorsa estate ha accolto una famiglia siriana partecipando – per la prima volta in Italia – al progetto di Mediterranean Hope. L’iniziativa è nata tra un gruppo di cittadini che nel 2016 si impegnarono per fronteggiare l’emergenza del terremoto (anche Offida ha subito danni) raccogliendo aiuti per conto delle Brigate di Solidarietà Attiva, che li ha poi distribuiti in tutto il vastissimo cratere. Ebbene, questo gruppo di offidani pensò di estendere la solidarietà dai terremotati ai richiedenti asilo e propose all’amministrazione comunale di partecipare al programma dei corridoi umanitari di Mediterranean Hope. …..

Chi sono i greci che attaccano le Ong a Lesbo
Annalisa Camilli, Internazionale 6 marzo

“Sono greco e ogni greco deve difendere la sua patria, qui le Ong sono illegali, sono spie”. Kaliailis Evaggelos ha 67 anni ed è un albergatore di Lesbo, l’isola dell’Egeo diventata il simbolo dell’accoglienza durante il 2015, quando sono passati da qui un milione di profughi siriani, e dove oggi ci sono 22mila persone ammassate in un campo che potrebbe accoglierne tremila. Il 6 marzo Evaggelos è stato condannato dal tribunale di Mitilene a tre mesi di carcere con la condizionale insieme a un altro isolano, Kostas Alvanoupulos, per aver minacciato Efi Latsoudi, una delle figure più conosciute dell’isola, psicologa, coordinatrice del Pikpa solidarity camp, vincitrice nel 2016 del premio Nansen dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). ….. Uno dei sostenitori di Evaggelos si avvicina e chiede di essere intervistato: “Non siamo fascisti, siamo patrioti”. ……
“La situazione sull’isola è drammatica, non ho mai vissuto un livello così alto di violenza. Ed è una sensazione condivisa, ci sentiamo tutti minacciati, non ci possiamo muovere liberamente”, spiega Efi Latsoudi, che dopo le numerose minacce ricevute è sotto protezione. “Abbiamo portato questo caso in tribunale, perché si fermi il senso di impunità di queste persone. …”.
Il 5 marzo sono arrivati sull’isola cinque militanti tedeschi e austriaci di Generazione identitaria, tra cui Mario Muller, ….. è un movimento dell’estrema destra, suprematista bianco, nato in Francia nel 2013 e dal 2017 molto attivo anche in Italia con la campagna “Defend Europe” contro le Ong che partecipano ai soccorsi in mare dei migranti. …..

La selezione irrazionale dei migranti

2 Mar

di Cosimo Perrotta – 3/3/2020

Il 19-20 febbraio 2020 i media hanno diffuso la notizia della nuova politica del governo inglese sugli immigrati: saranno selezionati attraverso un meccanismo di punteggi. In pratica potranno entrare solo coloro che abbiano già un contratto di impiego di almeno 23mila sterline (27.500 euro circa) l’anno e conoscano l’inglese. Questo escluderebbe almeno il 70% degli attuali immigrati in Gran Bretagna. La Confindustria britannica è molto irritata da questo provvedimento, e qualche ragione ce l’ha, visto che interi settori della ristorazione, agricoltura, pesca, edilizia, assistenza alle persone rimarranno gravemente sguarniti.

Sebbene non così estremizzata, questa politica è stata già proclamata e in parte attuata da diversi paesi nel mondo, soprattutto anglosassoni, ed è invocata da molti “esperti”. Prescindiamo dalle considerazioni sociali e morali, che pure sarebbero doverose, e chiediamoci: economicamente, è una politica razionale? No, è proprio il contrario.

Le migrazioni attuali sono suscitate dal benessere dei paesi ricchi. Il benessere, alla lunga, produce tre fenomeni strettamente connessi tra loro: un’attesa di vita più alta, il calo della natalità e un periodo di istruzione più lungo (e quindi lo spostarsi dei giovani locali verso lavori a più alta qualificazione). Questi tre fattori convergono verso un’unica necessità delle economie opulente, che solo i migranti possono attualmente soddisfare: aumentare i lavoratori dei mestieri meno qualificati. Questi lavoratori devono essere, infatti, abbastanza giovani e abbastanza numerosi per pagare le pensioni degli anziani, che aumentano sempre più; si adattano a fare lavori che i giovani locali – avendo studiato a lungo – tendono ad evitare; hanno un tasso di prolificità molto più alto. La selezione alla Johnson impedisce tutte e tre queste soluzioni. Al contrario, essa aggrava l’invecchiamento, la denatalità e la carenza di lavoro non qualificato.

In punto di teoria, niente impedisce di pensare ad una società talmente avanzata che le mansioni non qualificate siano svolte attraverso la tecnologia, dove quindi i vecchi lavori elementari siano spariti (come lavare i piatti o riparare scarpe) o si siano trasformati in lavori specializzati (come molte mansioni della cura alla persona). Sarebbe quindi una società in cui non c’è bisogno della gran parte degli attuali lavori poco qualificati. Ma i paesi ricchi di oggi, non solo non sono ancora a questo punto di avanzamento, ma – per colpa della loro politica – stanno arretrando. Essi hanno bloccato l’evoluzione interna dei lavori.

I paesi ricchi, con la globalizzazione, hanno attuato una delocalizzazione accelerata della propria industria manifatturiera verso i paesi emergenti senza convertire il proprio lavoro verso la produzione immateriale. Inoltre, con la tolleranza versi i paradisi fiscali e l’evasione fiscale, questi paesi si sono privati dei capitali necessari alla formazione del capitale umano e alla diffusione ordinata delle tecnologie digitali. Hanno quindi allargato le sacche di disoccupazione nascosta, in cui è presente il lavoro poco produttivo degli “analfabeti” digitali. Il risultato di tutto questo è che il benessere continua a far avanzare i processi di invecchiamento e denatalità e fa permanere il bisogno di un lavoro non qualificato molto esteso.

Si dirà, ma perché allora molti paesi attuano o invocano politiche selettive degli immigrati, che facciano passare solo i più qualificati? Non è questa la prova che essi hanno ragione? Nient’affatto. La storia moderna è piena di politiche autolesioniste attuate per motivi ideologici, per xenofobia, razzismo, odio religioso, ecc. Nel 1492 la Spagna espulse i mori, già sconfitti, rovinando per sempre la propria agricoltura e distruggendo le raffinate tecniche arabe di irrigazione. Espulse anche gli ebrei, impoverendosi gravemente sul piano intellettuale ma anche sul piano mercantile e finanziario.

L’antisemitismo nazista e la Shoah, oltre che massimo esempio di abiezione morale, sono anche un monumentale caso di idiozia economica, in cui fior di professionisti e intellettuali venivano ridotti a schiavi affamati e ben poco produttivi. La stessa Brexit, l’ultimo frutto avvelenato di una tenace tradizione xenofoba in Europa, è stata la risposta economica controproducente ad un problema reale: la disoccupazione e il lavoro precario. E’ il populismo, bellezza.

C’è una sola possibilità che le politiche selettive dei migranti non siano così irrazionali come sembrano: che di fatto i lavori non qualificati vengano svolti da masse anonime di lavoratori illegali che non si vuole regolarizzare. Il loro status attuale, infatti, li rende più deboli e più disposti a farsi sfruttare a piacimento. Il tutto senza oneri per lo stato né sforzi di inclusione, organizzativi o culturali. Che ci sia questo nella mente del furbo Johnson?

L’immigrazione e l’ombra del colonialismo

24 Feb

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 37, 24-2-2020

C’è un articolo del Guardian che è una sonora sberla all’Europa. Il titolo è: “La “crisi” dei rifugiati ha mostrato il lato peggiore dell’Europa al mondo”. Sommario: “Invece di braccia aperte, coloro che sono sopravvissuti alla traversata del Mediterraneo hanno incontrato razzismo, paura e incarcerazione”.
L’articolo parte da lontano, dal colonialismo che “getta ancora la sua ombra nel dibattito sull’immigrazione”. L’ansia e la paura generate dall’arrivo dell’ ”altro”, l’ “invasione” di culture diverse che mette in crisi lo stile di vita degli autoctoni, lo “scontro di civiltà”, la paura della “sostituzione”: tutto ciò è stato amplificato da una becera campagna elettorale dell’estrema destra che ha dato un forte contributo al fiorire di politiche anti-migranti e di razzismo.

Riportiamo ampi passi liberamente tradotti.
Nell’ultimo decennio, la migrazione è diventata una questione politica urgente. Gli anni 2010 sono stati segnati dall’emigrazione ma anche dai tentativi dei governi di erigere muri e recinzioni. Abbiamo visto il nazionalismo accrescere i voti e affermarsi la visione dell’estrema destra.

“Flusso”, “alluvione” e “crisi”: le immagini e il linguaggio dei media hanno plasmato l’opinione pubblica. Certo, la migrazione dal sud globale al nord – intimamente connessa all’eredità del colonialismo e ai piani segreti militari occidentali – è in atto da decenni. Ma gli anni 2010 hanno visto un numero più elevato di persone provenienti dal sud in fuga dalla povertà cronica, dall’instabilità politica, dalle guerre e dalla crisi climatica in paesi spesso devastati dalle istituzioni sostenute dall’occidente.

La Libia era sempre stata la destinazione migratoria per molti africani sub-sahariani per le sue opportunità di lavoro. In seguito alla soppressione della primavera araba del 2011 e all’intervento della NATO in Libia, è emersa una società senza legge, con un odio razziale scatenato nei confronti degli africani sub sahariani. I migranti che sono fuggiti e sono sbarcati in Europa sono stati descritti come una “invasione” di culture diverse e uno “scontro di civiltà” – in un modo simile alle giustificazioni dell’era coloniale in cui i colonizzati erano considerati esseri razzialmente inferiori.

Nell’ultimo decennio, abbiamo visto fiorire politiche anti-migranti e razzismo in tutto il mondo. L’UE ha messo in atto il sistema dei punti di crisi, filtrando le persone e classificandole come richiedenti asilo o “migranti economici”. Il pattugliamento europeo dei suoi confini meridionali si è intensificato, dando luogo a accordi con Turchia e Libia.

Negli anni ’70, il critico e scrittore John Berger descriveva le tre fasi della vita dei migranti in Europa: la loro partenza, il lavoro e il ritorno. Il “ritorno” rappresentava il futuro in cui un lavoratore poteva viaggiare liberamente e vedere la vita migliorata per la sua famiglia quando tornava in visita. Ma negli anni 2010, questo ciclo è stato interrotto: lo stato irregolare di molti migranti e richiedenti asilo impedisce loro di tornare a casa in visita. Al contrario, sono costretti a vivere vite invisibili, illegali, intrappolati e segregati.

Brevi considerazioni finali.

Nell’ultima parte dell’articolo si afferma che la determinazione a sopravvivere dei migranti non sarà sconfitta da mura e confini e che i movimenti di protesta dei migranti, come i “giubbotti neri” in Francia e le “sardine nere” in Italia, dimostrano che c’è molta determinazione e volontà di combattere. L’autore suggerisce, per contrastare la deriva “sovranista”, di unirsi ai migranti che lottano per regolarizzare il loro status, di sfidare il sistema che consente la loro emarginazione e segregazione razziale, di offrire un modo diverso di vedere la migrazione: una vera alternativa che contrasti il colonialismo e il mondo enormemente diseguale che ha creato.

I primi due suggerimenti sono realistici. Il terzo, a voler essere ottimisti, è un obbiettivo di lungo termine. Ciò che si può sperare per il breve-medio periodo è che i Trump e gli Orban siano messi nelle condizioni di non fare molti danni. In chiusura riportiamo la conclusione di un articolo del New Yorker del 30/1 u.s. dal titolo: “La legge sull’immigrazione di Trump è crudele e razzista, ma non è niente di nuovo”. “La strumentalizzazione di Trump su queste politiche e paure di vecchia data le porta a un livello completamente nuovo di odio e crudeltà. Ma, per invertire il trend, dovremo fare molto di più che tornare al modo in cui le cose erano prima del ‘trumpismo’ ”.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/01/refugee-crisis-europe-mediterranean-racism-incarceration
https://www.newyorker.com/news/our-columnists/trumps-immigration-rule-is-cruel-and-racistbut-its-nothing-new

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/31/decade-european-left-syriza-austerity-europe-progressive

L’inferno di Lesbo. Non è Libia, è Europa

27 Gen

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 36 – a cura di Piero Rizzo
Nel numero 34 di Commenti Esteri abbiamo commentato un articolo di Foreign Policy che stigmatizzava le responsabilità dell’ONU in merito ai “lager libici”. Nell’articolo di questo numero dal titolo: “L’Europa è la patria di una grave crisi umanitaria, ma Bruxelles guarda dall’altra parte”, il Guardian ancora una volta punta il dito contro l’Europa per le condizioni di vita sub-umana dei campi di Moria sull’isola di Lesbo. In questi campi, si legge nel sommario, gli adulti vengono accoltellati o violentati, mentre i bambini muoiono di freddo. Questa sofferenza è una vergogna per il nostro continente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti e qualche considerazione finale.
Una volta superata la baracca ufficiale che ospita i funzionari del ministero greco per la protezione dei cittadini, mi sono imbattuto in file di tende, abitazioni fatte di plastica, sembrava un cantiere. E poi ho avvertito l’odore, l’effetto della concentrazione di persone in piccoli spazi con accesso limitato ai servizi igienico-sanitari. Oltre i confini del campo, c’era ancora più caos, con tende fatte in casa e pile di immondizia.
Di notte, mi è stato detto, la situazione peggiora. Le donne vengono violentate. Invece di usare i bagni comuni, alcune donne indossano i pannolini in modo da poter stare nelle loro tende. E ogni notte qualcuno viene pugnalato o derubato. La mancanza di un adeguato sistema amministrativo ha creato uno stato di terribile limbo. Alcuni hanno atteso più di due anni per ricevere notizie sulla loro domanda di asilo.
I dottori che lavorano nel campo e che sono troppo pochi, mi dicono che le ripercussioni fisiche e mentali sono disastrose. Le persone vivono troppo vicine le une alle altre per anni, spesso senza cibo a sufficienza e senza accesso a servizi medici e igienico-sanitari di base. Questa è una crisi umanitaria e sta avvenendo sul suolo europeo. Stare in quel campo, ascoltando le persone raccontarmi le loro storie, non potevo sentirmi orgoglioso di essere europeo. Proprio il luogo che aspira a diventare leader nella tecnologia digitale è anche il continente che consente alle persone di morire di fame a sole cinque ore da Bruxelles.
Quella notte arrivano 262 nuovi migranti. La mattina dopo, ho parlato con le persone che erano lì e che cercavano di aiutare. Avvocati, medici, studenti, istruttori di ginnastica, meccanici di biciclette. Erano venuti da ogni parte. Essi aiutavano alcuni a soddisfare i bisogni fondamentali, come distribuire pannolini alle donne.
Mi sono sentito impotente quando mi hanno chiesto quale fosse il piano. A volte ho pensato di spiegare come funzionano le cose all’interno della commissione europea, del parlamento o perché gli Stati membri non si sono messi d’accordo, ma poi mi sono fermato. Mi chiedevano del ragazzo che era morto una settimana prima per la febbre dopo che gli era stata negata un’adeguata assistenza medica; dei 1.200 minori non accompagnati che dormivano per terra sotto gli ulivi.
È stato allora che mi sono reso conto che l’Europa non ha un piano. Ogni notte è probabile che un’altra donna venga violentata, che un altro bambino muoia e un’altra persona venga pugnalata. Ma la situazione non viene affrontata.
Considerazioni finali
“Vi prego mostrate al mondo cosa avviene a Moria. Siamo esseri umani” è il titolo di un articolo di un giornale irlandese di un anno fa. L’occhiello di un articolo dell’Economist su Moria è: “Un piccolo pezzo di inferno”. “Medici senza frontiere” ha parlato di una “emergenza di dimensioni senza precedenti” e ha dichiarato che le condizioni di vita sub-umane hanno portato molti, inclusi bambini e giovani adulti, a tentativi di autolesionismo e suicidio. Non si può dire che i media o le organizzazioni umanitarie abbiano ignorato il problema. Ma come suggerisce l’articolo in oggetto l’Europa si è girata dall’altra parte.

Quando il Papa tre anni fa ha visitato il campo di Moria ha detto ai profughi “Non siete soli” ed ha portato con sé sull’aereo di ritorno tre famiglie di siriani musulmani, 12 persone. Nel dicembre scorso il Pontefice ha fatto portare in Italia sempre dall’isola greca altri 43 profughi di varie nazionalità. Ma ci sembrano più che altro gesti simbolici che non spostano di un millimetro il problema. I profughi di Moria sono soli. Grazie alla cosiddetta “politica di contenimento” sono costretti in una trappola nella quale vengono deprivati di ogni briciolo di dignità.
Distribuire una decina di migliaia di persone in base al principio di solidarietà introdotto dal trattato di Lisbona dovrebbe essere sentito come un dovere da parte di tutti gli stati della UE. Ma fin quando l’onda sovranista non passa anche i partiti tradizionali sono costretti a scendere sullo stesso terreno. Abbiamo il timore che il nuovo approccio in materia di migrazione della Von der Leyen debba ancora attendere.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/18/europe-humanitarian-crisis-brussels-refugees

“I migranti non sono troppi, ma troppo pochi”

16 Dic

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 35 – a cura di Piero Rizzo

Per questo mese abbiamo selezionato due articoli: uno da Foreign policy, il cui titolo è: “L’ossessione dell’Occidente per la sicurezza delle frontiere sta inducendo instabilità“, e l’altro da Foreign affair, col titolo: ” La vera crisi dell’immigrazione” e sottotitolo “Il problema non è troppi, ma troppo pochi”. Entrambi gli articoli smontano le leggende metropolitane che si sono radicate nella mentalità di molti cittadini, dalla morte della civiltà alla sostituzione etnica, dalla perdita del lavoro dei lavoratori locali all’aumento della criminalità. Questo soprattutto perché una genia di politici senza scrupoli le ha strumentalizzate per conquistare e conservare il potere.
Foreign policy fa rilevare ai leader europei – che stanno affidando in outsourcing il controllo dei confini esterni a Turchia, Libia e Niger allo scopo di proteggere la “Fortezza Europa” dai “diabolici flussi di migranti” – che i vantaggi politici di questa strategia a breve termine sono spesso elevati. Ma in una prospettiva più ampia, tale esternalizzazione dei controlli alle frontiere rappresenta uno spettacolare autogol non solo in termini umanitari, ma anche politici. In questo modo l’UE mina il suo ruolo globale e i valori fondanti del progetto europeo.
A chi afferma che gli immigrati rubano i posti di lavoro ai locali, causano la riduzione delle retribuzione, l’aumento dei prezzi delle case, una crescita esponenziale della criminalità, Foreign affair ribatte: i prossimi decenni vedranno le popolazioni in Europa e Nord America invecchiare e ridursi. Questa tendenza danneggerà la crescita economica e lascerà troppo pochi lavoratori per ogni pensionato. Per evitare la sclerosi e il declino, il mondo ricco dovrà competere per attirare gli immigrati, non per allontanarli. Il problema, appunto, non è che sono troppi, ma che sono troppo pochi.
Riportiamo alcuni stralci liberamente tradotti. Da Foreign policy:
In nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, l’UE, gli Stati Uniti e l’Australia stanno rafforzando i regimi autoritari, stanno alimentando abusi, corruzione e intolleranza. Da troppo tempo i leader occidentali stanno montando un brutale circo in nome della sicurezza delle frontiere. Dai politici di estrema destra agli ex partiti dell’establishment, “combattere l’immigrazione clandestina” è il nuovo gioco da Canberra a Washington via Bruxelles e Roma. E purtroppo questo gioco mortale non è praticato solo da alcuni politici erratici e insensibili. Al contrario, è sistematico.
Favoriti dal diminuito numero di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste europee rispetto al record del 2015, i politici stanno cavalcando il presunto successo della lotta alla migrazione mediante pattuglie, recinzioni e forte deterrenza. Tuttavia, questo falso successo spurio maschera un fallimento morale e politico molto più grande che continuerà a perseguitare l’UE.
Conclusione: invece di alimentare l’instabilità all’estero e normalizzare una stridente politica nazionalista in patria attraverso l’ossessione per una maggiore sicurezza delle frontiere a breve termine, c’è una scelta migliore da fare: una scelta che prevede la protezione delle persone, non dei confini. Cittadini illuminati e leader politici devono iniziare a sostenere la questione.
Da Foreign affair:
Gli oppositori dell’immigrazione sono in ascesa. Dalla Polonia agli Stati Uniti, i politici stanno chiudendo i confini e allontanando i rifugiati. “Il nostro Paese è AL COMPLETO!”, ha twittato Trump in aprile. Ma i timori fuori posto per la sicurezza e i lavori rubati hanno distratto l’attenzione dalla vera crisi demografica che incombe su Europa e Nord America.
Perfino in Giappone dove è fortemente radicato il senso dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane fortemente impopolare, il governo ha lanciato piani per reclutare più immigrati.
Qualunque sia il vantaggio economico, molti politici credono che una maggiore immigrazione sia perdente sul piano politico. Ma sopravvalutano la reazione populista. I livelli effettivi di immigrazione hanno alimentato l’aumento del populismo di destra molto meno di quanto non abbia fatto la paura. In effetti, più sono gli immigrati in una regione, più aumentano le persone a favore dell’immigrazione, e ci sono alcune prove secondo cui l’arrivo di altri immigrati fa sì che le persone li vedano in una luce più amichevole.
Piuttosto che assecondare il localismo di una minoranza che invecchia, i politici in Europa e Nord America dovrebbero pensare seriamente a come preservare la vitalità economica dell’Occidente. Ciò significa trovare e attirare più immigrati. In futuro i governi avranno più motivi per temere la siccità che l’alluvione.
Considerazioni finali
Nell’articolo di Foreign affair, quando si parla del Giappone, c’è un rimando a un articolo della CNN dal titolo:”Il Giappone ha bisogno di immigranti, ma gli immigranti hanno bisogno del Giappone?”, dove si legge questa frase: “Il Giappone tratta i suoi lavoratori stranieri come Kleenex, con la mentalità dell’usa e getta “.
Il modello migratorio australiano, caro a Salvini, noto come la “soluzione offshore” consiste nell’utilizzare le nazioni povere del Pacifico come siti per la detenzione a tempo indefinito dei rifugiati illegali. Trump non ha perso l’occasione di partecipare alla gara al peggio e ha fatto rinchiudere i bambini di immigrati nelle gabbie come animali. La vecchia Europa, (anche se con qualche crepa) rispetta più di tutti i principi della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.
* * *

Le pubblicazioni vengono sospese per le festività. Riprenderanno lunedì 13 gennaio
AUGURI A TUTTI

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“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.