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La “tragedia dell’orizzonte” (prima parte)

14 Set

di Michele Carducci – 14-9-2020

Questo intervento di M. Carducci, ordinario di Diritto Costituzionale comparato, Un. del Salento, era previsto negli incontri “I Venerdì di Diogene”, interrotti a causa del Covid.

Questo secondo decennio del nuovo millennio è considerato fondativo di una nuova epoca: quella della “tragedia dell’orizzonte”. La formula è stata coniata dai Lloyd’s di Londra ma si è poi diffusa con riferimento alle inedite sfide che l’Occidente si trova a dover affrontare rispetto al tempo, presente e futuro, e allo spazio di cui dispone.
Il sintagma riprende la nota formula novecentesca, attribuita a Garret Hardin, della “tragedia dei beni comuni”. Quest’ultima descriveva il problema dell’utilizzo, per bisogni e interessi propri, di risorse e beni “comuni” o “di libero accesso” (come, per esempio, l’acqua), esauribili o deperibili e quindi non da tutti paritariamente fruibili. Il suo nucleo, pertanto, risiedeva in una questione di giustizia procedurale (come accedere, con parità di condizioni, a risorse e beni) e distributiva (come garantire a tutti il soddisfacimento degli stessi bisogni e interessi). Di conseguenza, tale questione di giustizia non metteva in discussione le strutture costituzionali e il loro funzionamento, bensì solo il loro indirizzo politico. A questa logica, per esempio, si sono ispirati i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU per il 2030 (SDGs 2030), ispirati al riequilibrio delle diseguaglianze tra Nord e Sud del Mondo e non a caso condivisi da Stati con strutture costituzionali fra loro molto diverse e non necessariamente democratiche.
La “tragedia dell’orizzonte”, invece, investe direttamente la tenuta delle c.d. “democrazie mature”, ossia dell’Occidente democratico atlantico.
Perché?
La ragione risiede proprio nei tre fattori costitutivi della nuova “tragedia“: il decremento demografico nel contestuale prolungamento dell’età media della popolazione occidentale; l’emergenza ecosistemica e climatica; la diaspora migratoria.
Il decremento demografico e il prolungamento dell’età media interrogano la funzione rappresentativa della democrazia moderna. Chi rappresentano gli eletti, di fronte a una platea di elettori inceppata nel ricambio generazionale? Quale legittimazione può giustificare il loro potere di decidere, oggi, le sorti di un futuro sempre meno presente proprio tra i banchi dei Parlamenti? Su quale orizzonte temporale si muovono le decisioni fondate sul consenso rappresentativo? Su bisogni, diritti e interessi di chi verrà, sempre meno numeroso come popolazione votante, o di chi c’è già, sempre più lungamente titolare del diritto di voto e dunque del condizionamento del consenso? La democrazia rappresentativa moderna, costruita sul postulato del primato liberale dell’individuo, si trova per la prima volta a fare i conti con una questione di “specie umana” che invecchia, senza saper efficacemente decidere sui singoli, pochi individui giovani che la compongono. La democrazia rappresentativa si scopre disfunzionale rispetto all’orizzonte del tempo intergenerazionale – ormai asimmetrico e dilatato.
Constatazione analoga si può fare con riguardo al tema dell’emergenza ecosistemica e climatica.
Innumerevoli indicatori ci presentano uno scenario di imminente collasso planetario. è ormai certo che la “specie umana”, unica tra i viventi, consumi al di sopra delle possibilità di rigenerazione di tutte le altre risorse naturali (è questa l’emergenza ecosistemica). Nel contempo, l’emergenza climatica deriva dal fatto che è rimasto pochissimo tempo per prendere decisioni risolutive sul fronte del riscaldamento globale antropogenico (prodotto dall’energia fossile). Si parla esplicitamente di “Tipping Points“, punti di “non ritorno”. Il 2030, appena dieci anni, è uno di questi. Se entro questo decennio non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura entro l’1,5°C in più rispetto all’era pre-industriale, i decenni successivi al 2030 saranno contraddistinti da prospettive di convivenza ambientale che vanno dal “pericoloso” al “catastrofico” allo “sconosciuto”, a seconda delle informazioni di cui si dispone. Non siamo più al cospetto di “rischi” o “emergenze” temporanee. Il diritto costituzionale ha sempre rubricato l’emergenza, su quattro caratteristiche:

  • sono eventi temporanei (il concetto giuridico di “urgenza” nasce da tale rappresentazione della realtà);
  • non prevedibili;
  • non imputabili esclusivamente all’azione umana;
  • non trasformativi della convivenza umana (dopo l’emergenza, si ritorna alla situazione “normale” precedente).
    La recente “emergenza” del Covid-19 rientra in questa tipologia. L’emergenza ecosistemica e climatica, purtroppo no. Infatti, quest’ultima:
  • piuttosto che un evento temporaneo, è un insieme di processi planetari critici irreversibili e peggiorativi;
  • piuttosto che “imprevedibile”, è conosciuta in vario modo da almeno un secolo;
  • piuttosto che non imputabile all’azione umana, risulta esclusivamente antropogenica;
  • invece che non trasformativa, è l’esatto opposto (il dopo-emergenza sarà comunque peggio del presente).
    Può la democrazia rappresentativa, appiattita sulla contingenza degli interessi di una popolazione sempre più anziana, rispondere efficacemente a questo urgente orizzonte temporale?
    Ai primi due fattori si collega l’ultimo, riferito alla diaspora migratoria. La migrazione non è più un fenomeno ma una condizione di vita, in parte indotta dai dispositivi metodologici del libero mercato globalizzato, fondato sull’assioma della mobilità di tutto, in parte spinta proprio dalle dinamiche demografiche e da quelle ecosistemiche e climatiche.
    Un Occidente vecchio avrà sempre più bisogno di migranti giovani. Un mondo collassato provocherà sempre più frequenti migrazioni ambientali e climatiche senza confini.
    Ecco allora che l’orizzonte del confine, elemento costitutivo della democrazia rappresentativa (frontiere, circoscrizioni, collegi) si sta dissolvendo.
    La “tragedia dell’orizzonte” ha travolto la democrazia occidentale, non più rappresentativa né del tempo né dello spazio.
    Se non se ne ha consapevolezza, è inutile discutere di Costituzioni e democrazia.

A che punto è la lotta contro le plastiche monouso

7 Set


di Laura Sullivan – 7-9-2020
I titoli erano abbastanza sconvolgenti. Otto milioni di tonnellate di plastica gettati ogni anno negli oceani, l’equivalente del carico di un camion al minuto. [1] Una balena senza vita che giace su una spiaggia, con lo stomaco distrutto da 29 kg di rifiuti di plastica. [2]
Ma finalmente nel 2017 in Europa stava prendendo forza il sostegno al divieto sulla plastica monouso. Sarebbero state abbastanza le persone a cui la questione stava così tanto a cuore al punto da fare qualcosa per fermare questo disastro?
La risposta è stata un forte “sì”. La reazione della nostra comunità nei confronti del problema della plastica è stata davvero massiccia. …
Ecco come siamo arrivati al traguardo: abbiamo unito le nostre forze insieme a quelle di altre organizzazioni esperte sulla plastica, l’attivismo online e/o le istituzioni europee come Break Free from Plastic, Rethink Plastic, SumOfUs, Uplift, Skiftet, Aufstehn, De Clic e Campact.
Con la nostra petizione … alla Commissione Europea abbiamo subito dimostrato che ben 750.000 europei come noi erano determinati a voler agire. La nostra petizione è stata supportata da cartelloni pubblicitari. In risposta al nostro appello, in poco tempo siamo riusciti a raccogliere oltre 35.000€ dalla nostra comunità.

Nel giorno della conferenza, abbiamo consegnato centinaia di migliaia di firme al vice-presidente Timmermans e con nostra sorpresa, quel giorno a Bruxelles, il vice-presidente ci ha detto che sarebbe stato un nostro “alleato” nella lotta per eliminare la plastica monouso. Ha poi citato la nostra petizione alla conferenza e ha anche pubblicato un video della consegna della nostra petizione sui suoi canali social. [3]

Alcuni mesi dopo, nel gennaio 2018, la Commissione ha adottato la sua proposta in materia. Al suo interno conteneva misure senza precedenti volte a ridurre lo spreco di plastica, incluso il divieto di plastica monouso. [4] Ma da quanto è emerso successivamente, Coca Cola, Nestlé e Pepsi avevano già esercitato forti pressioni sui diversi governi nazionali tentando di bloccare la nostra proposta. [5]
Poco prima del voto della Commissione per l’ambiente, alcuni europarlamentari hanno proposto modifiche piuttosto oscene, e alcune sono state accettate fino ad arrivare al voto del Parlamento. [6] Dovevamo sfoderare ogni arma in nostro possesso per fermarli dall’adottare tali modifiche.
Per questo abbiamo inviato un totale di oltre 100.000 e-mail agli europarlamentari per convincerli a non cedere sul divieto. Grazie a queste pressioni, gli europarlamentari hanno alla fine bocciato gli emendamenti peggiori e votato per ottenere una legge forte contro la plastica monouso. [7]
Nel 2019, abbiamo ottenuto una nuova legge europea che vieta la maggior parte degli oggetti in plastica in tutta l’UE: le cannucce, tazze e posate in plastica dovranno scomparire entro la fine di quest’anno. [8]
La campagna è stata anche un’occasione per fermarsi a riflettere: perché acquisto così tanta plastica? Perché nei bar e nei locali ci sono soltanto cannucce in plastica? Perché questo settore non produce alternative che non distruggono gli oceani, che invece sono insostituibili?
… Ma la nostra campagna non finisce qui. … Le modalità di attuazione nel concreto varieranno da paese a paese. Si tratta quindi di un’opportunità perfetta per il settore della plastica, che cercherà sicuramente di ottenere esenzioni dalla legge. …
Laura Sullivan, Direttrice EsecutivaWeMove Europe, 26 agosto 2020


 Fonti:
[1] The Guardian, 14/2/2017
[2] http://www.independent.co.uk/environment/plastic-pollution
[3] https://www.facebook.com/frans.timmermans/videos/1547541318602055/%5B4%5D https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_18_5%5B5%5D https://www.independent.co.uk/news/business/news/coca-cola-pepsi-nestle-plastic-pollution…
[6] Gli emendamenti avrebbero continuato a consentire ad alcune delle peggiori plastiche monouso di essere considerate come “biodegradabili”, e brand inquinanti come Pepsi, Nestlé e Coca Cola l’avrebbero ancora una volta passata liscia per il loro inquinamento da plastica.[7] https://ec.europa.eu/environment/efe/news/european-parliament-votes-single-use-plastics-ban-2019-01-18_en%5B8%5D “Bastoncini di cotone, posate, piatti, cannucce, miscelatori per bevande, bastoni per palloncini, prodotti in plastica oxo-degradabile, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso saranno vietati dal 2021. Gli Stati membri dovranno adottare misure volte a ottenere una riduzione del consumo di tazze e contenitori per alimenti. Queste misure dovranno raggiungere una riduzione quantitativa misurabile entro il 2026 rispetto al 2022. Le bottiglie dovranno avere tappi fissi a partire dal 2024 ed essere costituite per il 25% di materiale riciclato entro il 2025 per le bottiglie in PET (il 30% entro il 2030 per tutte le bottiglie). Il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto separatamente entro il 2029.” https://www.europarl.europa.eu/committees/en/product-details/20190121CDT02681

Società delle disuguaglianze PRIMA e DOPO il Coronavirus. I consumi alimentari

22 Giu

di Anna Pellanda (1)

PRIMA

Prima del Covid-19 nel mondo della produzione alimentare vigeva la regola: abbassiamo i prezzi e rendiamo accessibili ai più i consumi di carne e pesce. Era la società delle eguaglianze in tavola. Ma come era raggiunta? Sfruttando in modo barbaro gli animali negli allevamenti intensivi (con le economie di scala e il progresso farmacologico).
Che cosa ha favorito questo modo di produrre?
L’uso di antibiotici per il 70% della produzione mondiale destinata agli animali, per evitare che, data la promiscuità degli allevamenti intensivi, non si contagino. Ma dei germi patogeni antibiotico-resistenti si sviluppano lo stesso.
L’uso di ormoni della crescita somministrati agli animali da reddito, benché vietati dall’U.E., che ha provocato una crescita esponenziale del loro peso. Ma residui di questi ormoni restano nelle carni mangiate.
L’utilizzo di acqua dolce, che per l’87% viene consumata in agricoltura: 10.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne, 100 volte più che per produrre 1 kg di frumento e 50 volte di più che per 1 kg di riso (tutto questo mentre la metà della popolazione mondiale, cioè più di 3 miliardi, rischia di morire di sete).
Deforestazione: gli animali negli allevamenti intensivi non sono nutriti con foraggio spontaneo ma prevalentemente con soia. Per produrre la soia in quantità enormi e creare capannoni per gli allevamenti intensivi si procede alla deforestazione. In Brasile dal 1996 al 2006 è stata distrutta una quantità di ettari di terra pari a 1\3 dell’Italia.

Ma gli animali degli allevamenti intensivi rilasciano ammoniaca con le loro emissioni e anche metano e ossido di azoto con le feci, e così inquinano più dei veicoli a motore. Bisogna allora studiare che relazione c’è tra polveri sottili e Coronavirus.

DURANTE IL CORONAVIRUS

Il Coronavirus è una patologia zoonica legata sia agli animali selvatici venduti e mangiati vivi nei “wet markets” cinesi sia a quelli da reddito allevati negli allevamenti intensivi. Le polveri sottili o particolato (da particulate matter o PM) hanno infatti due diverse origini: il PM 10 ha origini naturali, il PM 2,5 secondarie. L’ammoniaca (NH3) è di quest’ultimo tipo, e deriva sia dall’uso dei carburanti sia, in quantità molto maggiori, dagli allevamenti. La presenza di ammoniaca inoltre dimostra la stretta relazione che c’è tra le concentrazioni di polveri nell’aria e il manifestarsi di malattie delle vie respiratorie. In aprile 2020 sono stati pubblicati due studi dell’Università di Harvard e della Johns Hopkins University che hanno dimostrato la correlazione certa tra l’inquinamento atmosferico e il propagarsi del Covid-19. Un esempio concreto viene dalla realtà di Lombardia e Veneto, regioni ad alto livello di inquinamento, dove si è verificato il 64% di morti da Coronavirus. Si vuol continuare con gli allevamenti intensivi di animali da reddito?

DOPO

Da un punto di vista operativo bisognerebbe ridurre il numero di capi allevati sia negli allevamenti intensivi sia in agricoltura biologica. Rivedere gli spazi interni degli allevamenti intensivi soprattutto per le superfici interessante alle deiezioni animali. Migliorare l’alimentazione animale per ridurre le escrezioni di azoto e metano dalle deiezioni, ecc. ecc. Da un punto di vista politico-legislativo appare urgente la riforma della PAC ( Politica Agricola Comunitaria) che ancora sussidia con il 18% o 20% del bilancio complessivo della U.E. gli allevamenti intensivi.

Ma tutte queste misure renderanno i prezzi dei beni alimentari (e di abbigliamento) molto più cari perché sia terra che acqua che animali saranno sempre più scarsi. Si tornerà alla diseguaglianza tra le tavole dei ricchi e le tavole dei poveri, tra indumenti naturali e sintetici, tra gotta e pellagra. E lo sfruttamento animale e l’inquinamento atmosferico non saranno eliminati. Ma per una soluzione veramente conclusiva non sarebbe più saggio e civile passare ad una dieta vegana?

(1) Intervento durante la videoconferenza del prof. Muraro su “La società delle disuguaglianze prima e dopo il Coronavirus”- Associazione Mazziniana Italiana- 28 maggio 2020.

Taranto e il Mezzogiorno: modernizzazione o sviluppo?

30 Set

di Anna Azzurra Gigante

Tiziadownloadna Grassi, ricercatrice e giornalista tarantina, è autrice del libro Taranto. Oltre la notte (Bari: Progedit, 2013). Il libro è una collezione di interviste e saggi, in cui studiosi, ingegneri, medici, magistrati e giornalisti riflettono sul presente, ed esprimono aspettative sul futuro, attraverso una disamina della storia e delle vicende attuali e la ricostruzione delle attività che, a vario titolo, hanno svolto per Taranto. I contributi non esibiscono soluzioni definitive, che apparirebbero inadeguate ed estemporanee, data la complessità delle vicende. Continua a leggere

Promuovere l’innovazione, il relazionale e il turismo

29 Apr

OLYMPUS DIGITAL CAMERAContinuano gli interventi chiesti ad alcuni economisti su 5 o 6 politiche per rilanciare la crescita e L’OCCUPAZIONE PRODUTTIVA in Italia. Dopo Pini, Pettenati e Messori, risponde Vera Negri Zamagni. Nei prossimi giorni interverranno anche Adriano Giannola, Lilia Costabile, Stefano Zamagni.

 Risponde Vera Negri Zamagni  Prof. ordinario di Storia economica, Univ. di Bologna

 Rispondendo all’invito di identificare 5-6 provvedimenti principali che possono rilanciare crescita e occupazione produttiva in Italia, ecco le mie proposte: 

  1. Snellire e modificare profondamente la burocrazia per la creazione e la gestione delle imprese. Una task force ad hoc può studiare pacchetti informatici dedicati. Sono tanti anni che si raccomanda questo provvedimento da molte parti, ma non se ne è vista mai la realizzazione, per carenza di volontà. La crisi in cui ci dibattiamo e la necessità inderogabile di promuovere imprenditorialità in campi nuovi dovrebbero far capire l’importanza di questa misura.  Continua a leggere

Insostenibilità del tipo di crescita attuale

11 Apr

Fausto Palomba - Lagrimas de Oro

Abbiamo chiesto ad alcuni economisti che cosa pensano della decrescita. È compatibile con l’uscita dalla crisi e con l’aumento dell’occupazione? Nei giorni scorsi ha risposto Luigino Bruni. Prossimamente risponderanno Ignazio Musu, Pierluigi Porta e Marco Dardi. Oggi: 

Risponde Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche con la collaborazione di Raffaella Rose (Istat)

Per uscire dalla crisi sembra esistere una sola possibilità: crescere, ovvero aumentare il PIL.

Speriamo non sia così. Vediamo perché. Continua a leggere

La crescita di Monti e quella del PD

19 Feb

di Cosimo Perrotta

Pier Luigi Bersani con Mario Monti e Nichi Vendola (blizquotidiano.it)

Pier Luigi Bersani con Mario Monti e Nichi Vendola (blizquotidiano.it)

In questa campagna elettorale si confrontano due – e solo due – progetti per uscire dalla crisi economica che attanaglia il paese. Uno è quello di Monti (non direi che è anche di Casini), l’altro è del PD. Monti in sostanza ragiona così: l’economia italiana è bloccata dalla bassa produttività, che – a differenza degli altri paesi europei – non aumenta da più di dieci anni. Questo blocco è dovuto al prevalere delle rendite e delle corporazioni, che difendono una selva di privilegi piccoli e grandi, e impediscono che si sviluppi la concorrenza di mercato. La soluzione sta nel combattere le rendite di posizione e riattivare la concorrenza. Questo rialzerà i profitti e allargherà l’occupazione. Continua a leggere

(In)utilità di Kyoto2. Mutamenti climatici e giustizia sociale

11 Feb

di Simona Pisanelli

Doah (Qatar) - 18^ Conferenza dell’ONU sul clima - 8 dicembre 2012

Doah (Qatar) – 18^ Conferenza dell’ONU sul clima – 8 dicembre 2012

L’8 dicembre scorso si è conclusa a Doha (Qatar) la 18^ Conferenza dell’ONU sul clima. I giornali ne hanno parlato per annunciare la “salvezza” del Protocollo di Kyoto, rinnovato fino al 2020. Sembrerebbe una buona notizia, se non fosse che questo strumento di tutela dell’ambiente lascia a desiderare sin dai tempi della sua ideazione. Continua a leggere

Ambiente. Una nota sull’agenda Monti

31 Gen

di  Massimiliano Mazzanti

Climate_ChangeA proposito dell’agenda Monti, vorrei soffermarmi sul tema ‘ambiente’ (pp. 11 e 12 dell’agenda). L’agenda pare non centrare i punti cruciali dell’ampio tema economico-ambientale. Occorre una  visione più ampia, più orientata alle esperienze europee e al futuro. Non citare il cambiamento climatico è una grave mancanza, che impedisce di ragionare compiutamente del ruolo dell’Italia nei mercati internazionali. Il climate change è un tema cruciale, che deve essere posto al centro delle azioni delle parti sociali e dello Stato. Lo è nella maggior parte dei grandi paesi europei, Germania e Regno Unito in primis. Continua a leggere

Il debito ecologico

20 Set

di GIANFRANCO GATTI

È ormai evidente che ci troviamo davanti ad una crisi ecologica di portata mondiale. In pochi decenni l’uomo, col suo sviluppo, ha compromesso il suo rapporto con la Terra modificandone completamente gli equilibri biosferici, tanto da trasformare la Terra in un nuovo nemico. La cosa che sorprende è che, nonostante gli scenari della catastrofe, si continua a vivere come se in futuro non potesse accadere nulla di grave, si segue il dogma della crescita fondato sulla cancellazione dello spazio fisico e del mondo vivente[1]. Continua a leggere