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“Le colpe del Sud”. Commento a Scamardella

9 Dic

di Cosimo Perrotta

Il recente libro di Claudio Scamardella, Le colpe del Sud, Manni editore, è interessante perché si contrappone con forza all’eterno assistenzialismo del Sud ma non concede nulla ai luoghi comuni secondo cui il Sud peserebbe parassitariamente sul Nord. Il libro, pur non essendo un lavoro di ricerca, va al fondo dei problemi.

L’autore rifiuta le autoassoluzioni, denunzia il fallimento delle politiche pubbliche per il Sud ma anche la menzogna sulla ripartizione pro-capite delle risorse (che in effetti sono fortemente sbilanciate a vantaggio del Nord), infine addossa la colpa principale del sottosviluppo alle classi dirigenti e intellettuali del Sud.

Queste élite – dice – non hanno capito la svolta radicale avvenuta con il crollo del mondo comunista trent’anni fa. Il Sud d’Italia, nella strategia atlantica, riceveva un fiume di provvidenze per evitare che si collegasse con il Centro Italia dominato dalle sinistre. Queste élite hanno continuato a piatire assistenza mentre la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica dovevano portare a una radicale ricollocazione. Infatti, l’economia post-guerra fredda ha intensificato fortemente i traffici tra l’Europa e l’Estremo Oriente e fra l’Europa e l’Africa.

Il Sud d’Italia è la piattaforma naturale in cui questi traffici si incontrano. E’ questa la grande occasione che stiamo perdendo: ristrutturare la nostra economia in funzione di questi collegamenti, per esportare in quelle grandi aree e per essere lo snodo dei loro traffici.

Eppure, scrive l’autore, la storia ce lo diceva che il Mediterraneo è il cuore del nostro problema. Secondo Pirenne il Sud d’Italia divenne periferia quando gli arabi conquistarono il Nord Africa e divisero per sempre il Mediterraneo. Fu allora che il centro dell’Europa si spostò verso il centro-nord. Scamardella è consapevole delle riserve degli altri storici su questa tesi di Pirenne, ma la perifericità del Mediterraneo venne confermata e rafforzata dalla circumnavigazione dell’Africa e dalla scoperta dell’America. Oggi però la globalizzazione ha ristabilito la centralità del nostro mare e il Sud dovrebbe approfittarne per rilanciare il suo sviluppo.

L’autore avverte – con notevole efficacia – che non basta lo stato né l’industrialismo a promuovere lo sviluppo. Pur con i suoi grandi meriti le politiche di Nitti (e poi di Fanfani) non sono bastate ad eliminare l’assistenzialismo. Questo affonda le radici (come ricordano Banfield, Putnam e poi Aldo Masullo) nella carenza di civismo dei meridionali. Il civismo moderno è riconoscimento dei diritti del cittadino, senso del dovere e delle regole. Il Sud non ha compiuto il passaggio dalla comunità, basata sul rapporto personale di consanguinei ed amici, alla società, fatta di regole, di rapporti impersonali e di solidarietà (pp. 29-32).

Un altro passaggio importante parla del blocco sociale della borghesia (di professionisti e intellettuali), che – invece di guidare la società – è sempre attento ai suoi interessi corporativi e di potere. Dunque la società civile è complice dello sfascio e non vittima della politica (pp. 34-5). E’ questa complicità che ha fatto fallire l’esperienza delle regioni come centri di decisione politica (p. 86).

Il terzo punto di forza dell’analisi di Scamardella è che “l’idea che lo sviluppo economico possa essere generato dal solo intervento dello Stato, senza una contemporanea rivoluzione culturale” si è rivelata fallace (p. 40). Molto ben detto. Siamo arrivati al nodo centrale, messo in evidenza dalle migliori analisi del meridionalismo (quelle di Genovesi, Galanti, Fortunato, Salvemini, Nitti, Gramsci). Ma si tratta di un nodo complesso come quello di Gordio, che però non si può sciogliere con la spada del manicheismo.

Lo stato post-unitario, da una parte, impose nel Sud strade e ferrovie, ospedali e farmacie, scuole elementari, carabinieri; tutte cose che erano state sempre impedite dai grandi proprietari terrieri (che da sette secoli dominavano il Sud) e dai loro clienti (la borghesia amministrativa, sempre a caccia di stipendi pubblici). D’altra parte, i governi nazionali subirono il ricatto dei grandi agrari del Sud (il partito governativo per antonomasia) e stroncarono, con le politiche sui dazi, i primi germogli di imprenditoria dal basso. Avviarono l’industrializzazione, ma poi sparavano sui contadini che chiedevano terre su cui lavorare per diventare appunto piccoli imprenditori.

Persino il grande sviluppo del welfare state non sfuggì a questa logica ambigua. L’unica differenza è che – decaduti i grandi agrari – la guida della società passò direttamente alla “borghesia di stato”, il blocco di tecnici compiacenti, amministratori, imprenditori-clienti e politici che tuttora gestisce il fiume di denaro pubblico che arriva al Sud.

L’autore propone una macro-regione del Sud con base comunale per responsabilizzare i nostri amministratori e avviare la rivoluzione culturale necessaria. Forse è una soluzione. Ma di una cosa sono certo: non c’è un eccesso di stato nel Sud, c’è carenza. E non per continuare con l’assistenzialismo, ma per esercitare un vero controllo, come fanno in tutti i paesi sviluppati, che sanzioni chi viola il proprio impegno con le istituzioni; un controllo sugli appalti e la loro gestione, sull’utilizzo dei fondi, la correttezza dei bilanci, la produttività del settore pubblico, l’efficienza della pubblica amministrazione, la scuola e la sua efficacia, l’evasione fiscale dai mille volti, l’assenteismo, il traffico … Un controllo vero non può che basarsi sul principio che il superiore è responsabile di ciò che fa il subalterno. Finché i responsabili – politici, amministrativi, imprenditori, tecnici – non pagheranno per le loro distrazioni, complicità, connivenze sulle violazioni dei subalterni o appaltanti, non ci sarà nessuna rivoluzione culturale.

Viesti e la “secessione dei ricchi”

4 Mar

di Cosimo Perrotta

Il breve libro di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, edito da Laterza nel gennaio scorso e distribuito, per ora, gratis online, è un’analisi sobria e precisa dei progetti di autonomia di Veneto, Lombardia e, in misura minore, Emilia e Romagna.

Questi progetti contrastano col riequilibrio delle differenze sociali che la Costituzione affida ai governi. Il Veneto voleva gestire nove decimi del gettito di Irpef, Ires e Iva (p. 21). La Lombardia rivendica la metà del residuo fiscale (la differenza “tra quanto i cittadini lombardi pagano di tasse e quanto ricevono complessivamente dallo Stato”). Si tratterebbe di circa 27 miliardi (p. 22).

In realtà il residuo fiscale, nota Viesti, “è una stima, non un dato oggettivo” (p. 37). Esso risulta dalla sottrazione del gettito fiscale dalla spesa pubblica complessiva di cui beneficia un territorio. Ma questa spesa pubblica è difficile da calcolare, per le differenze fra il luogo in cui il reddito è prodotto e quello in cui avviene il prelievo fiscale.

Comunque, il bilancio del residuo fiscale è certamente negativo per Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana. Ma, osserva l’autore, rivendicarlo implica l’idea sbagliata che lo stato distribuisca risorse alle regioni. In realtà, alle regioni sono distribuite solo le risorse previste dall’art. 119.V della Costituzione, secondo cui lo Stato destina risorse aggiuntive per “rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’esercizio effettivo della persona” e per interventi speciali sui territori in casi di particolari necessità. Queste spese hanno un peso molto limitato sul totale della spesa pubblica.

Viesti aggiunge che la destinazione frequente di queste risorse speciali al Sud compensa più o meno la minore spesa ordinaria in conto capitale che va al Sud stesso (p. 39). Per di più, come spiega Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, queste spese speciali avvengono a favore degli individui, non dei territori, perché trasferiscono denaro dai redditi più alti a quelli più bassi.

Trattare in modo diverso individui che si trovano in situazioni uguali solo perché abitano in territori diversi significa discriminare alcuni cittadini a vantaggio di altri. Ma, una volta ammesso questo principio, dice l’autore, Milano potrebbe rivendicare il suo residuo fiscale rispetto alla Lombardia, un quartiere della città rispetto ad un altro, ecc. Un degrado autonomistico già condannato dalla Corte Costituzionale (p. 41-2).

In realtà questa rivendicazione nasconde il fatto che la spesa pubblica pro-capite è più bassa nel Mezzogiorno; non solo per il minor numero di pensionati ma per un finanziamento minore della maggior parte dei servizi pubblici. La spesa pubblica pro-capite per le politiche sociali nel 2015 era di circa 4.500 euro al Sud contro i 6mila del Centro-Nord. Lo stesso vale per le infrastrutture, la pubblica amministrazione, i trasporti, le attività produttive.

Infine, nota Viesti, la spesa pubblica erogata al Sud serve in parte ad importare beni e servizi dal Centro-Nord (p. 43). E potremmo aggiungere nel calcolo i giovani che si formano nelle scuole o università pubbliche del Sud per andare poi a lavorare al Nord.

L’elenco delle competenze rivendicate da queste tre Regioni è impressionante. Per il Veneto, ad esempio, esse vanno dalla ricerca scientifica (esiste una ricerca scientifica veneta?) ai rapporti internazionali e con la UE (della Repubblica di S. Marco?); dalle Sovrintendenze ai Beni culturali alla valutazione di impatto ambientale al controllo di gasdotti, oleodotti ed energia elettrica. Il Servizio sanitario nazionale viene praticamente sostituito da un Servizio regionale; il che farà aumentare le disuguaglianze, come denunzia l’Ordine dei Medici. Anche l’istruzione sarebbe organizzata in un servizio regionale che avrà alle sue dipendenze il personale della scuola e dell’università (p. 48-51). Verranno preferiti i docenti veneti? E per quale principio?

Tutto questo non ha niente a che vedere col problema – che pure esiste – della minore produttività del Sud. Il progetto autonomistico denota una mentalità angusta, che diffida persino della cultura e della ricerca esterne al proprio campanile; e denota anche un atteggiamento furbesco, che agisce di soppiatto.

Infatti, la ministra leghista ha firmato un accordo con le Regioni, mai divulgato e mai discusso in Parlamento, che le Camere dovranno votare senza avere la possibilità di modificarlo. In seguito, l’accordo non potrà essere modificato per dieci anni, né dal governo né dal Parlamento, senza l’assenso delle Regione interessata (1). Insomma è una secessione strisciante; ideata dopo che si rivelò impossibile la secessione alla Bossi, basata sui milioni di fucili padani (“otto milioni di baionette”?). Non direi quindi che – come afferma Prodi (2) – l’espressione di Viesti sia eccessiva. E’ un tentativo di “secessione dei ricchi”.
(1) Vedi anche Piero Ignazi su la Repubblica, 11/2/2019, p. 25.
(2) Il Messaggero, 3/3/2019, p. 20.

La Scatola di latta: riscoprire la comunità attraverso la poesia, la memoria, la cultura locale 

24 Lug

Con questo articolo pubblicato su Labsus il 13/07/2018, a cura di di Claudia Ferrari, la redazione di Sviluppo Felice vi augura buone vacanze e vi informa che le pubblicazioni riprenderanno a settembre.

La Scatola di latta: le “invasioni dolci” che attraversano il Sud

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La storia che vi raccontiamo prende il via da una domanda: come contribuire allo sviluppo del proprio territorio all’indomani di una laurea in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo? A interrogarsi è Gianluca Palma, che si definisce il custode sociale di una scatola molto particolare, uno scrigno di beni comuni, raccolti come fiori con riguardo e cura, camminando per le vie dei paesi del sud della Puglia. Con uno statuto per la costituzione di un’Associazione di Promozione Sociale, scritto ma lasciato in un cassetto, la Scatola di latta è formata da un gruppo spontaneo di persone, che opera da tre anni principalmente sul territorio della provincia di Lecce, rivolgendo però lo sguardo a tutto il meridione.

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I vari miti sul Sud e la loro funzione di occultamento

18 Giu

i miti del Sud di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per miti sul Sud italiaNell’articolo del mese scorso abbiamo visto che il regno del Sud si costruisce sulla sconfitta delle città mercantili autonome, sul dominio finanziario e commerciale (di tipo coloniale) dei mercanti del Nord e sullo sfruttamento disumano dei contadini da parte dei feudatari (1). Continua a leggere

Origini medievali dell’arretratezza del Sud

22 Mag

Risultati immagini per sud medievale dipintoFinora, per sfatare il falso mito del Sud borbonico ricco e sviluppato, abbiamo dato qualche esempio con le analisi di Rosario Villari (1961), poi degli storici degli anni Settanta, infine con Gaetano Filangieri (1784). Ma adesso – prima di riprendere a parlare dei grandi meridionalisti che smentiscono quel mito – conviene inquadrare il problema nel suo contesto storico. Continua a leggere

La Napoli borbonica: capitale parassita, regno impoverito

16 Apr

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(da Gaetano Filangieri, La scienza della legislazione, 3a ed., Napoli 1784; estratto in Il Sud nella storia d’Italia, a cura di Rosario Villari, Roma-Bari, Laterza, 1961, ed. del 1975, pp. 13-23) Continua a leggere

La favola del Sud borbonico ricco e sviluppato

19 Mar

Risultati immagini per Sud borbonicoGira per internet una tenacissima favola secondo cui, al momento dell’unificazione dell’Italia, il Sud dei Borboni sarebbe stato più ricco e sviluppato del Nord e che sarebbe diventato povero perché rapinato dal Nord dopo l’unità. E’ pur vero che all’ignoranza voluta e coltivata non c’è rimedio; ma ci si degni almeno di guardare i dati forniti da tutti (tutti) gli storici più accreditati. Continua a leggere

Rosario Villari sul Sud, prima e dopo l’unificazione

19 Feb

I miti del Sud – febbraio 2018

Nella Prefazione alla celebre antologia Il Sud nella storia d’Italia (Laterza, 1961), da lui curata, R. Villari scrive: “Una delle immagini che la polemica meridionalistica ha creato e diffuso più largamente nell’opinione pubblica è quella del Mezzogiorno sfruttato, come riserva finanziaria e come ‘mercato coloniale’, ai fini della formazione di un moderno apparato industriale nel Nord: a questo fatto fondamentale sono stati ricollegati in gran parte gli imponenti fenomeni che hanno caratterizzato l’esistenza della questione meridionale, dall’emigrazione alla corruzione politica dei ceti dominanti”.

Poco dopo Villari aggiunge che quell’idea “non è facilmente conciliabile (…) con la constatazione dell’arretratezza, dell’immobilismo semifeudale e dell’estrema povertà del mercato nelle regioni meridionali”. Egli spiega che la protezione dell’industria ha pesato su tutta l’agricoltura nazionale e ha creato difficoltà nei rapporti tra agricoltura e industria, e aggiunge che “il problema non è più soltanto di sapere in che misura il Mezzogiorno ha contribuito, in modo subalterno e sussidiario, all’industrializzazione, ma di approfondire le ragioni storiche di questo ‘sacrificio’, le condizioni strutturali in cui esso è avvenuto e le conseguenze che ha avuto non solo nell’Italia meridionale ma in tutto il paese”.

Per l’autore inoltre: “piuttosto che un forzato contributo finanziario all’industrializzazione, che certo non è mancato e che ha ostacolato i nuclei di borghesia agraria moderna e attiva, il fatto centrale consiste in una più radicale ‘rinunzia’ ad utilizzare nel processo di ammodernamento del paese le potenziali risorse umane, economiche, politiche ed intellettuali del Mezzogiorno”. Il tema cruciale della formazione dei ceti medi nel Sud e delle loro caratteristiche verrà ripreso in un lucidissimo brano di Luigi Blanch che Villari riporta e commenta più avanti.

Per tornare alla Prefazione, Villari osserva che l’accento va messo sui programmi e “sui tentativi che concretamente sono stati fatti per superare il dislivello tra le due parti de paese e per creare le condizioni politiche di questo superamento”. C’è una contraddizione, nota l’autore fra “l’ampiezza degli obbiettivi che i meridionalisti (e, in determinati momenti, le forze di governo) si sono posti e l’inadeguatezza, politica e tecnica, dei rimedi indicati”. Egli aggiunge che la struttura liberale dello stato risorgimentale non consentiva un approccio adeguato alla questione meridionale. Solo lo stato democratico, frutto della liberazione nazionale del secondo dopoguerra, ha permesso di valutarla adeguatamente.

Nel presentare un interessantissimo brano de La scienza della legislazione di Gaetano Filangieri (1781-83), Villari scrive: “Lo sviluppo demografico e urbanistico di Napoli, che si verificò con crescente intensità dal XVI al XVIII secolo, fu avvertito dai riformatori napoletani come un fatto essenzialmente negativo. Centro di consumo e di concentrazione della grossa rendita fondiaria, Napoli vive a spese delle campagne e dell’economia agricola, ingrandita da masse di contadini che la miseria, dovuta al peso della rendita parassitaria ed alla prevalenza della grande proprietà terriera, spinge verso i centri urbani, dove perdono la loro funzione di ‘produttori’ per assumere quella di ‘servitori’ o ‘medicanti’; l’ingrandimento della capitale e la concentrazione della ricchezza in un solo punto della nazione (nati in gran parte dagli squilibri esistenti nelle campagne e specialmente dalla ‘riunione di molte proprietà nell’istesse mani’ [parole di Filangieri] soffocano e impoveriscono a loro volta le fonti stesse di quella ricchezza, le campagne, l’agricoltura. E’ questo il nucleo centrale dell’analisi che fa il Filangieri del rapporto tra Napoli e le province”.
Villari osserva poco dopo che l’importanza di quelle pagine di Filangieri sta “nel fatto che esse sottolineano il legame esistente tra il problema di Napoli e il problema generale dello sviluppo economico-sociale del Regno e mirano a colpire uno dei nodi essenziali della politica borbonica: la quale, puntando già allora sull’accentramento amministrativo e sulla concentrazione a Napoli della spesa pubblica, favoriva il permanere e l’aggravarsi dello squilibrio economico e sociale del Regno”.

CONVERSAZIONI A SUD-EST “Visioni, suoni, sapori, poesie, storie di Sud”

9 Feb

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Rocco Scotellaro e la cultura contadina

5 Dic

l’articolo  5-12-2016 Commento a: Antonio Lamantea, Il sindaco contadino. Rocco Scotellaro tra politica e poesia, Manni editore, 2016. di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per Antonio Lamantea scotellaroAntonio Lamantea ha riportato di recente all’attenzione una nota e nobile figura del meridionalismo del dopoguerra: Rocco Scotellaro (1923-53). Poeta e fine letterato, di modeste origini e di grande impegno intellettuale e sociale, morto ad appena trent’anni, Scotellaro ha un vivo senso dell’oppressione subita da sempre dalla popolazione più povera del Sud. Negli anni della liberazione e delle grandi speranze di rinnovamento, egli si impegna anche sul piano politico e diventa sindaco della sua Tricarico, in Basilicata, nelle liste del PSI. E’ sempre a contatto diretto con i suoi compaesani, per le loro esigenze materiali e morali. Viene anche incarcerato con una falsa accusa, costruita dall’opposizione democristiana, e liberato dopo poche settimane. Ma il colpo subito lo convince a continuare il suo impegno fuori dalla politica, dedicandosi alla ricerca sociologica sul mondo contadino del Sud e alla poesia, che canta la vita umile e faticosa dei contadini. Continua a leggere