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La storia fa bene all’ambiente

4 Mag

di Luigi Guerrieri

Il 22 aprile è stata celebrata la Giornata della Terra, istituita dall’ONU e iniziata il 22 aprile 1970.
Intorno alla metà degli anni ’60 era già drammaticamente visibile l’impatto umano sugli ecosistemi terrestri. Vi avevano contribuito diversi fattori, antichi e recenti. Fra i primi, il più importante, la rivoluzione industriale in atto nel vecchio continente già da due secoli; fra i secondi, le guerre del ’900 (particolarmente distruttive dell’ambiente), l’estensione del modello industriale europeo a tutto il mondo, gli esperimenti nucleari, la ricostruzione economica dei Paesi devastati dalla guerra. I “Trenta Gloriosi” (1945-1975) e la “Grande Accelerazione” hanno avuto costi ambientali altissimi.
L’ambiente e la pace, quindi, erano in cima all’agenda dei movimenti giovanili e studenteschi di quegli anni. Anche allora i giovani avevano visto prima ma, nella società della ragione, neanche allora vennero ascoltati.
Adesso, nessuno può dire: “io non sapevo”. Tutti sapevano. E tutti sanno. Prevale l’indifferenza. Mentre scrivo queste righe e celebriamo la festa della Liberazione, mi vengono in mente le parole di quel giovane partigiano nella sua ultima lettera ai familiari: “Ricordate che tutto è successo perché non volevate saperne”.
Chi dimentica la storia è destinato a riviverne i momenti peggiori. Un giorno, spero non lontano, grazie ai giovani celebreremo la liberazione dai falsi miti che imprigionano le nostre esistenze. Primo fra tutti, quello della crescita infinita su un pianeta finito.
L’ONU nel 1972 convocò a Stoccolma la prima Conferenza sul clima. Quello stesso anno, il Club di Roma, in collaborazione col MIT di Boston, pubblicava I limiti dello sviluppo. Da allora gli istituti di ricerca sul clima proliferarono. Fra i tanti, il World Watch Institute fondato da Lester R. Brown nel 1974 e il Wuppertal Institute fondato nel 1991. Di grande prestigio anche gli scienziati isolati (in tutti i sensi): Nicolas Georgescu- Roegen, Barry Commoner, James O’Connor, Paul Crutzen, Ilya Prigogine e tanti altri. Grazie all’ONU uscirono il Rapporto Bruntland (1987), il Protocollo di Montreal (1987), L’Agenda 21 (Rio 1992), il Protocollo di Kyoto (1997) e così via.
Tutti questi studi concordavano su un punto: la pressione antropica aveva assunto dimensioni abnormi, molto prossima alla soglia di guardia, superata la quale si sarebbero aperti scenari raccapriccianti. L’azione del sole da benefica si sarebbe trasformata in venefica, la qualità dell’aria, dell’acqua e della terra si sarebbe deteriorata, innescando processi incontrollabili che avrebbero reso problematica la vita sulla Terra. Continuando a considerare il pianeta una dispensa inesauribile e una discarica senza fondo, l’umanità avrebbe presto fatto i conti con scarsità di risorse, cambiamenti climatici, pandemie.
Mentre i governi ignoravano il problema, le reazioni del mondo accademico furono feroci: cassandre, catastrofisti, reazionari, intellettuali snob, uccelli del malaugurio, nemici del progresso, primitivisti e via di seguito.
Eppure, è successo tutto esattamente così. Ma nonostante questo, c’è ancora chi nega l’evidenza. In testa alla lista, ancora i governi dei Paesi inquinatori storici (quelli del benessere), che più si ostinano a fare la guerra al pianeta più consenso ricevono dai loro concittadini. Il populismo non si spiega soltanto con la disperazione dei ceti schiacciati dalla crisi del capitalismo storico, ormai afflitto dalla “stagnazione secolare”. Si spiega anche con la difesa dei privilegi della “società signorile di massa”. Questo è un problema spesso ignorato che mette in discussione le stesse basi materiali della nostra democrazia.
Il capitalismo, una volta globalizzato, si è rivelato insostenibile per gli elementi vitali e incompatibile con il diritto alla vita di tutti i popoli del mondo. Per quanto armati di ottimismo della volontà, il pessimismo dell’intelligenza ci suggerisce che sciogliere questi nodi sarà tremendamente difficile. Ma la nostra condizione non ci lascia alternative. Spero che la scienza ci dia una mano.
Nell’attesa, mi chiedo: ma doveva proprio succedere il finimondo per accorgerci che il nostro destino è comune e per convincerci che al punto in cui siamo giunti non è più possibile distinguere fra la nostra salute individuale e la salute del pianeta, fra la nostra pace interiore e la pace nel mondo? Ma questo non era già chiaro mezzo secolo fa? La storia mi dice che i giovani di cinquant’anni fa lo hanno urlato in tutte le piazze del mondo, ricevendo in premio manganellate, piombo e lacrimogeni. Bastava ricordarsene. Non lo abbiamo fatto e ci siamo ammalati, se non di COVID 19, almeno di paura.
Azzardo una previsione: diventeremo tutti ambientalisti. Speriamo che quando accadrà non sia troppo tardi. E che chi sta oggi a guardare non dia ai giovani di domani lezioni di ambientalismo. La storia della Resistenza e del ’68 mi dice che questa non sarebbe una novità.

Conversioni e colonialismo in Amazzonia

27 Apr

di Fiona Watsonil documento 13-4-2020 – Migranti e Sviluppo n. 39

Il governo di Jair Bolsonaro presidente brasiliano ha confermato la nomina di un missionario evangelico a capo dell’unità del FUNAI incaricata di proteggere le tribù incontattate. Il FUNAI è l’agenzia federale agli affari indigeni.

Ricardo Lopes Dias è legato a New Tribes Mission (NTM), il cui obiettivo è evangelizzare a qualsiasi costo i popoli incontattati del mondo, che a loro piaccia o meno. In una registrazione audio, il figlio del presidente di NTM in Brasile spiega che l’organizzazione ha fatto pressione per la nomina di Lopes Dias.

Un gruppo di pubblici ministeri ha chiesto ai giudici di sospendere la nomina di Lopes Dias perché costituisce un reale “rischio di etnocidio e genocidio” per le tribù incontattate. Severe critiche sono arrivate anche dalle organizzazioni indigene brasiliane e dagli esperti. Joênia Wapixana, prima donna indigena del Brasile deputata al Congresso, ha dichiarato: “Le tribù incontattate hanno bisogno di protezione, non di un altro processo di colonizzazione!”.
La nomina di Lopes Dias firma una condanna a morte per la maggior parte delle tribù incontattate del mondo, che vivono nell’Amazzonia brasiliana. Si calcolano oltre 100 gruppi diversi e molti di loro vivono in fuga … Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e non hanno difese immunitarie verso malattie comuni introdotte dall’esterno. Purtroppo, la storia insegna che intere tribù possono essere sterminate proprio a seguito del primo contatto, che questi popoli hanno reso ben chiaro di non volere. A proteggerli dal contatto forzato è anche la legge internazionale, che però spesso non viene rispettata.

Dopo una serie di disastrosi contatti effettuati negli anni ‘70 e ‘80, per oltre 30 anni la politica del Brasile è stata quella di non contattare le tribù isolate per non compromettere la loro sicurezza. … Istituita nel 1943, i fondatori di NTM dichiararono: “Mettiamo a rischio le nostre vite e giochiamo il tutto per tutto per Cristo, con incrollabile determinazione fino a quando non avremo raggiunto l’ultima tribù, ovunque essa si trovi”. Il suo quartier generale è negli Stati Uniti, ed è qui che raccoglie grandi somme di denaro per finanziare il suo impero mondiale. Di recente, ha cambiato il suo nome in “Ethnos360”, forse nel tentativo di ripulire la sua immagine.
I suoi precedenti nel convertire le tribù incontattate costituiscono una triste storia di morte, malattia e collasso sociale …. In Paraguay negli anni ‘70 e ‘80, durante la dittatura di Stroessner, un gruppo di missionari di NTM organizzò una brutale “caccia all’uomo” per catturare i nomadi Ayoreo-Totobiegosode incontattati.

Gli Ayoreo furono trascinati fuori dalla foresta contro la loro volontà, ammassati in campi raccapriccianti, ridotti in schiavitù e dipendenza dai missionari, e costretti col terrore a rinunciare alle proprie credenze. Alcuni morirono nei giorni del contatto forzato per lo shock e le malattie …. Altri morirono in seguito, a causa di malattie che li affliggono ancora oggi. … Dopo il contatto, il governo ha ceduto gran parte della foresta degli Ayoreo agli allevatori …

Per decenni, dei missionari evangelici come quelli di NTM hanno operato con la complicità dei governi, contribuendo ben volentieri ai loro tentativi neocoloniali di minare i diritti collettivi dei popoli indigeni e integrarli nella società nazionale reinsediandoli a forza, distruggendo la loro identità e creando dipendenza. Secondo Dinaman, Indiano Tuxà del Brasile: “Non vogliono solo evangelizzarci, vogliono portare le comunità nell’ambiente urbano e liberare le nostre terre per le piantagioni di soia, l’attività mineraria e l’allevamento del bestiame”. …
A partire dai primi anni ’80, NTM effettuò vari tentativi segreti di contattare gli Zo’è, nel nord del Brasile, diffondendo influenza e malaria …. Tra il 1982 e il 1988, gli Zo’è persero circa un quarto della popolazione originale in conseguenza delle epidemie. … Nel 2015 il pubblico ministero ha presentato un ricorso contro di loro [gli evangelici] accusandoli di usare gli Zo’è per raccogliere noci brasiliane e di tenerli in condizioni scioccanti, simili alla schiavitù. …
Instillare paura e senso di colpa è una componente essenziale … Controllando e addirittura negando l’accesso alle medicine e ai beni, i missionari manipolano bisogni e desideri e favoriscono alcuni individui rispetto ad altri per creare divisioni e gerarchie tra le comunità, dove i convertiti detengono il potere e il denaro …
Includere tutte le religioni dovrebbe essere compito di ogni democrazia, e la Costituzione del Brasile difende il diritto dei popoli indigeni a seguire il proprio credo. Come per tutti i popoli indigeni, i credo delle tribù incontattate sono basati sul rispetto e la conoscenza profonda del mondo naturale e, come gli scienziati stanno riconoscendo sempre più, giocano un ruolo fondamentale nel conservare le foreste pluviali e altri biomi minacciati. Minare i sistemi dei valori e credenze indigeni mina quindi anche la lotta ai cambiamenti climatici. …
(Da Survival International Italia, passi dell’art. di Fiona Watson “Brasile: quel missionario evangelico che ha accesso alle terre dei popoli incontattati” – Per firmare contro il genocidio in Amazzonia: https://www.survival.it/intervieni/e-mail/256/azioni/nuovo)

Epidemia e attualità del passato. Tucidide ieri e oggi

20 Apr

di Alessandro Pinervi – 20-4-2020

La descrizione tucididea della peste del 430 a.C. ha recentemente indotto alcuni intellettuali a rilevare analogie tra l’epidemia di Atene e il coronavirus e sottolineare l’attualità della lezione tucididea (1).
Gli altri invece erano presi… da forti calori alla testa e da arrossamenti e da bruciori agli occhi… la gola e la lingua subito erano di color sanguigno ed emettevano un fiato strano e fetido… sorgevano starnuti e raucedine…assieme a una forte tosse…sopravvenivano svuotamenti di bile di tutti quei generi nominati dai medici”.
(Tucidide, Storie II, 49, 2-3; trad. F. Ferrari)

L’analisi di Tucidide coincide con quella di un medico che stila l’anamnesi di una malattia basandosi sui sintomi e sulla loro evoluzione.
Aumentava la loro difficoltà… l’afflusso della gente dai campi alla città… le consuetudini… nel celebrare gli uffici funebri furono sconvolte” (Storie II, 52, 1, 4).

Lo storico greco, inoltre, evidenzia che la peste ha stravolto le consuetudini etico-sociali degli Ateniesi. Senza dubbio, vi sono alcune analogie tra le due epidemie, come la presenza di un male sconosciuto, il sovraffollamento, le “sepolture di massa”, ma, a mio avviso, la lezione più utile e attuale di Tucidide non è contenuta nella narrazione della peste di Atene, certamente meritevole di essere ricordata, ma nella sua concezione antropocentrica della storia. Infatti, l’analisi tucididea, secondo cui la storia è dominata da dinamiche che traggono origine nella natura dell’uomo e, in primo luogo, nella “legge del più forte”, potrebbe proiettarsi in una dimensione universale e paradigmatica e rappresentare uno strumento utile per investigare ogni epoca o realtà. Essa, quindi, potrebbe permetterci di comprendere l’attuale scenario politico in Europa, chiarire i rapporti tra i Paesi dell’Unione europea e spiegare la ratio che ispira le scelte politiche ed economiche di quelli più influenti. L’antropocentrismo di Tucidide si fonda sulla constatazione che, nel corso della storia, ogni gruppo umano si adopera per prevalere sugli altri. Oggi, in Europa, in un contesto, tuttavia, ben diverso da quello del V secolo a.C., alcuni statisti pretendono di imporre la propria linea politica in un momento in cui solo la condivisione delle scelte economiche atte a fronteggiare l’attuale emergenza sanitaria può garantire la stabilità dei rapporti fra i Paesi.

Tucidide, come Socrate, ha come supremo ispiratore il nous (“intelletto”); egli rileva nelle Storie che l’intelligenza dirige gli uomini che operano nella storia, li sostiene di fronte agli imprevedibili colpi della sorte e sottolinea che la legge della forza prevale sempre nella storia politica (Storie III, 82-83). L’ostilità di alcuni Paesi nei confronti delle opzioni, di natura straordinaria, di politica economica e finanziaria, proposte da altre nazioni, duramente colpite dagli “imprevedibili colpi” del coronavirus, dimostra che tali Paesi hanno assimilato la riflessione tucididea sull’imposizione della forza ma hanno dimenticato il valore della solidarietà.

Tucidide intuisce che, in politica, l’utile è la norma e la forza è arbitra; oggi alcuni governanti europei applicano la “legge eterna secondo cui il debole è assoggettato al più forte” (Storie I, 76), manifestano la consapevolezza che il volere e la forza degli uomini decidono le sorti umane, e credono, come gli Ateniesi ricordano ai Melii (Storie V, 105), che “per legge di natura chi è più forte comanda” (2).

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce i principi essenziali che hanno ispirato la sua nascita, ossia dignità, libertà, uguaglianza, solidarietà (dimostrata, per esempio, nel 1953 con l’accordo sui debiti esteri germanici), cittadinanza, giustizia. Attualmente alcuni Paesi europei esercitano un potere autoritario e, se appare loro ingiusto mantenerlo (difficile a credersi), ritengono, tuttavia, che sia pericoloso rinunciarvi. Infatti, guidati da un’impietosa valutazione dell’utile e immemori dei valori fondanti dell’Unione europea, trascurano che l’intelligenza del presente può essere ottenuta solo mediante una ricognizione della sua genesi nel passato (3). Come nota Socrate nel dialogo platonico Lachete (198d), la conoscenza del passato può essere conoscenza dell’avvenire, o, come dice Tucidide nel proemio delle Storie (I, 22), un “possesso perenne”, che ha reso grandi, ad esempio, personalità come Pericle, Alcibiade, Nicia (Storie II, 65). La conoscenza del passato ci invita a riflettere sulla precarietà del momento storico presente e ci permette di comprendere la (vera) attualità della lezione tucididea (4).

(1) Ved. M. Ricucci, Corriere della Sera, 12 marzo 2020; ved. anche C. Nordio, Il Messaggero, 14 marzo 2020; M. Viveros, Alto Adige, 15 marzo 2020; L. Coppolino, Europa Atlantica, 28 marzo 2020.

(2) I Melii combatterono contro gli Ateniesi la battaglia di Milo nel 416 a.C.

(3) Cfr. G. Pugliese Carratelli, Erodoto e Tucidide: le Storie. Introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1967, p. xv.

(4) Cfr. J. G. Droysen, Istorica, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966, p. 147.

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Prossimo post, sabato 25 Aprile: editoriale sulla Liberazione

Epidemia e distruzione dell’ambiente

6 Apr

di Cosimo Perrottaai tempi del coronavirus: ambiente 6-4-2020

Pierluigi Battista fustiga i fustigatori dei moderni costumi occidentali. Essi, afferma, reagiscono all’epidemia come in un nuovo medioevo. Indicano come causa del flagello i nostri peccati di incontinenza, per i quali ci punisce, non Dio questa volta, ma la natura. Stessa cultura mistica e pre-scientifica, stesso irrazionale senso di colpa di allora. No, risponde Battista, “non è colpa nostra”, non è colpa dell’alta velocità, delle grandi città, del frequentare bar ristoranti cinema teatri concerti discoteche e palestre, dell’aprire industrie, fare turismo e nemmeno dei consumi superflui. Per debellare il virus dobbiamo andare avanti e non indietro, esorta l’autore, e chiedere alla scienza di risolvere i problemi. La ragione contrapposta alla superstizione.

C’è, però, qualcosa che non funziona in questo appello alla ragione. Esiste ormai una vasta letteratura scientifica che mostra come i mega-allevamenti siano il veicolo fondamentale per la diffusione delle epidemie. Essi sono presenti soprattutto in paesi come Cina, Australia, USA, Olanda, dove si arriva fino a 100mila mucche o 2 milioni di polli in un solo allevamento; ma ci sono in tutti i paesi a gestione capitalistica (Cina compresa). Questa letteratura è stata approvata e confermata dall’OMS e dalla FAO (2). Gli animali vengono imbottiti di antibiotici (che alla lunga diventano inefficaci), di estrogeni e antiparassitari e costretti a una vita innaturale che – oltre a torturarli – ne indebolisce le difese organiche e li rende facile preda dei virus. Per di più, quando le epidemie decimano gli animali di allevamento e diminuisce l’offerta di carne, in Cina cresce la domanda di carne di animali selvatici, che immettono nuovi virus nell’ambiente antropizzato.

Ma il fattore fondamentale del passaggio dei virus dagli animali selvatici all’uomo è quello più anonimo della sistematica deforestazione del pianeta. L’habitat selvaggio viene ristretto sempre più finché gli animali selvatici per sfuggire alla morte si adattano all’ambiente antropizzato e colpiscono gli animali degli allevamenti. Perché l’habitat selvaggio viene distrutto? Per far posto appunto all’urbanizzazione sfrenata e alla ancor più sfrenata rapina e distruzione delle risorse naturali.

La distruzione riguarda le foreste pluviali che producono l’ossigeno, l’acqua potabile che ci fa sopravvivere, l’aria che assorbe la CO2 prodotta dai combustibili fossili, la terra violentata dai nostri fertilizzanti e consumata dall’urbanizzazione, gli oceani pattumiera dei crescenti rifiuti, i fiumi che raccolgono i rifiuti tossici gettati illegalmente, la fauna decimata da caccia e pesca e falcidiata dagli incendi delle foreste, le piante, il clima, i ghiacciai, il permafrost, i coralli, il Polo Sud …

La distruzione sistematica dell’ambiente è andata avanti per secoli, durante i quali gli occidentali hanno sottomesso quasi tutti gli altri paesi, ne hanno fatto delle colonie, poi hanno continuato a sfruttarli col neo-colonialismo e oggi cercano di farlo ancora con la globalizzazione del commercio internazionale. La globalizzazione, però, mentre ha rafforzato lo sfruttamento dei paesi più poveri o più oppressi politicamente (l’America Latina, una parte dell’Africa e dell’Asia) ha facilitato lo sviluppo di altri paesi, in primis Cina e India.

Quando lo sviluppo industriale, basato sulla distruzione illimitata delle risorse, si è esteso a quasi tutto il mondo, quel modello è diventato insostenibile. Esso crea ricchezza, certo, ma i ceti che se ne giovano aumentano, ad esempio, la domanda di carne e pesce. Questo spinge i produttori a bruciare l’Amazzonia e le altre foreste per fare posto ai pascoli per i bovini; e a consumare fino all’estinzione molte specie di mammiferi, uccelli e pesci; ad estendere gli allevamenti marini dove i salmoni e altre specie marine subiscono le stesse torture che avvengono negli allevamenti terrestri.

Tutto questo sta peggiorando la qualità della nostra vita. Mangiamo carne gonfia di ormoni e antibiotici, pesce che ci trasmette le microplastiche che ha ingurgitato, vegetali ricchi di pesticidi e fertilizzanti chimici; respiriamo un’aria sempre più satura di veleni e di virus. Così aumentano le malattie di cancro, dei muscoli (sla), respiratorie (asma, Sars e altri coronavirus). E adesso siamo anche costretti, in nome della libertà di consumo, a stare chiusi in casa per mesi. Dott. Battista che c’è di razionale in tutto questo?

E che cosa c’è di razionale nell’idea – che guida il nostro sviluppo da 5 secoli – che le risorse sono illimitate e le si può sprecare impunemente? Non si tratta di tornare a una vita povera, ma di regolare la crescita, in modo che proceda senza sprecare le risorse e senza distruggere l’ambiente, anzi risanandolo.
“Che errore dire: è colpa nostra”, Corriere della Sera 4 aprile.

(2) Vedi la buona rassegna di Ángel Luis Lara su il Manifesto del 5 aprile: https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/ .

La sanità pubblica, quando ce n’è bisogno

25 Mar

di Lavinia Bifulco, Stefano Neri, Angelo Salento* 25-3-2020
il documento (da il manifesto 17 marzo 2020)
La mortificazione di tutta l’economia della vita quotidiana sta esponendo il corpo sociale a rischi straordinari
Al pari di tutto ciò che conta, la sanità (pubblica) si vede quando non ce n’è abbastanza: nell’emergenza, diventano chiare le sue virtù ed emergono i suoi limiti, esiti di orientamenti di lungo corso.
Innanzitutto, la tendenza a sacrificare la medicina di base e le attività di prevenzione e igiene pubblica a vantaggio dell’enfasi consumeristica sulle prestazioni di diagnosi e cura individuali. La spesa per l’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro è pari appena al 4% del totale della spesa per i livelli essenziali di assistenza (Lea). In secondo luogo, la tendenza al disinvestimento, su cui ha pesato l’ingiunzione dell’austerity. In linea con gli altri paesi mediterranei, l’Italia ha circa 3 posti letto ogni mille abitanti – erano quasi il doppio nel 1997 – a fronte degli 8 della Germania. In terzo luogo, la penalizzazione del lavoro sanitario. Fra il 2008 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto di 42mila unità (6,2%), l’età media è passata da 43 anni nel 2001 a 51 nel 2017 (e oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni). Nel periodo 2018-2025, è previsto un ammanco di circa 16.700 medici, con le punte più alte in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva (stime Anaao-Assomed). In quarto luogo, la tendenza alla privatizzazione e alla finanziarizzazione, non soltanto con l’outsourcing di prestazioni in convenzione, ma anche con la promozione fiscale dei fondi sanitari integrativi, strumenti di intermediazione assicurativa che – valuta la Fondazione Gimbe – hanno inflazionato le prestazioni superflue. Infine, ma non da ultimo, la regionalizzazione, che ha frammentato il sistema sanitario in segmenti difficili da coordinare e strutturalmente inadatti a ridurre le disuguaglianze territoriali. I 3 posti letto medi per mille abitanti su scala nazionale, ad esempio, sono 3,3 nel Friuli ma 2,5 in Calabria. Senza dire dell’inefficacia del governo regionale della prevenzione.
La sanità, tuttavia, non è l’unico settore esposto oggi a un «effetto-verità». Nell’emergenza, salta agli occhi la straordinaria importanza di tutte le attività che «non si possono fermare», ovvero dell’intera economia fondamentale: la produzione e distribuzione alimentare, i servizi di cura, l’istruzione, i trasporti pubblici e le infrastrutture stradali, l’amministrazione pubblica, le telecomunicazioni, la distribuzione dell’acqua, dell’energia e del gas, il trattamento dei rifiuti. È uno spazio economico indispensabile, perequativo e anticiclico, che permette la riproduzione della società e occupa circa il 40% della forza-lavoro su scala continentale, con un repertorio di competenze impressionante per varietà e qualità.
Costruito fra l’epoca del «socialismo municipale» ottocentesco e i «trent’anni gloriosi», quest’insieme di attività negli ultimi trent’anni è stato attraversato da processi che ne hanno indebolito la capacità. Non si tratta soltanto dei tagli lineari pretesi dal regime di austerity nell’Europa mediterranea. Nell’intera Europa le attività fondamentali, intrinsecamente inadatte alla produzione di alti profitti e rendimenti, sono state reinterpretate come aree di business altamente remunerative. Paradossalmente trascurate da un pensiero economico tutto concentrato su tradables, innovazione tecnologica e competitività, sono diventate attraenti per gli investitori privati e per un ceto manageriale di orientamento finanziario. Privatizzazioni, outsourcing e tagli lineari hanno portato disorganizzazione e fragilità all’economia della vita quotidiana, inasprendo le disuguaglianze, esponendo il corpo sociale a rischi ordinari e straordinari. L’emergenza sanitaria presenterà un conto pesantissimo, e questa volta il collasso è interno all’economia reale.
La sfida che si prospetta è di ordine politico, perché le scelte che si faranno incideranno in maniera diretta sulla stratificazione sociale e sulla qualità della vita dei più. L’Europa ha un’occasione per rimettere in piedi la vita economica e le sue istituzioni restituendo centralità e forza all’economia fondamentale.
Non c’è una ricetta da seguire, ma si può convenire su alcuni principi di riferimento: (a) in quanto infrastruttura della vita collettiva, l’economia fondamentale non può essere assimilata all’economia dei tradables [beni e servizi scambiambili, ndr] e deve essere sottratta agli imperativi di redditività; (b) deve essere riportata nella sfera del diritto pubblico, quand’anche non interamente nella proprietà pubblica; (c) dev’essere finanziata attraverso un sistema fiscale radicalmente progressivo, che disincentivi l’estrazione di rendita e che non può essere surrogato dal filantropismo privato e dalla «finanza sociale»; (d) occorre promuovere l’auto-organizzazione economica, il mutualismo e l’azione sociale diretta delle comunità locali, che sono importanti serbatoi di innovazione, e tuttavia (e) bisogna prendere atto che il futuro dell’economia fondamentale – a cominciare dai dispositivi di salute pubblica – non si gioca interamente su scala locale, ma domanda forme di coordinamento e di finanziamento nazionale e internazionale.
È quanto basta per costruire un nuovo quadro di alleanze politiche fra le forze progressiste europee, investendo sulla possibilità che la crisi sanitaria lasci spazio non già a una domanda di autoritarismo, ma a un nuovo «spirito del ’45»: alla convinzione che sia indispensabile una piattaforma collettiva a garanzia del benessere di ciascuno.
* Gli autori aderiscono al Collettivo per l’economia fondamentale che ha pubblicato per Einaudi «Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana».

Epidemia e welfare state

24 Mar

di Mario Pianta, prof. ordinario di Politica economica – il documento 24-3-2020
M. Pianta ha pubblicato “Le conseguenze economiche del coronavirus” (Sbilanciamoci del 13 marzo 2020, tutto dedicato all’analisi sociale dell’epidemia) con questa premessa: “… Riscopriamo che la salute è un bene pubblico globale, che la sanità pubblica e il welfare state sono attività fondamentali, alternative al mercato, che ci aspetta una seria crisi dell’economia, della finanza e dell’Europa”. Pubblichiamo qui il paragrafo 2 dell’articolo.
Il welfare state, la responsabilità pubblica per i bisogni essenziali, è un modello alternativo al mercato: è un modello che funziona
Nella risposta all’epidemia di coronavirus nei paesi più coinvolti un ruolo chiave è stato svolto dal sistema della sanità pubblica. Un sistema che si fonda su una visione della salute come diritto fondamentale che dev’essere assicurato dallo stato attraverso la fornitura di servizi pubblici universali pensati per soddisfare i bisogni, fuori dalle logiche di mercato che vedono imprese private vendere merci per un profitto. Questo modello non riguarda solo la sanità ma tutto il welfare state costruito a partire dalle riforme radicali dei laburisti inglesi nell’immediato dopoguerra. Estesosi, con varianti significative, soprattutto in Europa, il welfare state resta strettamente associato al ‘modello sociale’ europeo: sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali sono servizi forniti e finanziati in misura prevalente dall’intervento pubblico.
I tre decenni di politiche neoliberiste hanno seriamente ridimensionato il modello di welfare state: le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno costretto le agenzie pubbliche a ridimensionare le proprie attività, perdendo a volte universalità, efficacia e qualità dei servizi. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità e le università private. Varie ondate di ‘contro-riforme’ hanno spinto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private – nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle ‘Aziende sanitarie locali’, nella gestione di scuola e università. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per ‘far pagare’ gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a ‘clienti’ in grado di pagare. È stata l’‘universalizzazione’ del mercato capitalistico, presentato come unico modello capace di offrire merci e servizi, assicurando abbondanza ed efficienza.
L’epidemia ha mostrato che quel modello di mercato globale non solo crea minacce alla salute, ma è del tutto impotente nel dare risposte all’emergenza e alla tutela della salute. La sanità privata è del tutto irrilevante di fronte all’epidemia. È fondamentale ora riconoscere che il mercato deve fare molti passi indietro – nell’azione delle imprese come nelle politiche realizzate dai governi – e il welfare state deve tornare in primo piano, con la sua natura di modello di organizzazione della società e della produzione di servizi alternativo alla logica del mercato capitalistico.
Il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa. È quello che produce la qualità sociale e ambientale che il Prodotto interno lordo (Pil) – fondato sul valore delle merci – non è in grado di misurare (Armiento, 2018). Esattamente le stesse considerazioni valgono per la qualità ambientale e per la necessità di un intervento pubblico in quell’ambito.
La conseguenza naturale di quest’analisi è che va rifinanziata in modo massiccio – attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit – tutta l’azione pubblica – sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Un obiettivo ragionevole per l’Italia è di arrivare agli standard nord-europei in termini di spesa per abitante e di qualità dei servizi. Il welfare state potrebbe diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile.
L’intervento pubblico, tuttavia, non si deve limitare alla fornitura dei servizi di welfare. Deve indirizzare le traiettorie di sviluppo dell’economia e dei mercati, assicurando la coerenza tra comportamenti delle imprese e gli obiettivi sanitari, sociali e ambientali sopra ricordati. I dibattiti sul ritorno della politica industriale e sul ‘Green Deal’ europeo hanno aperto un nuovo spazio di azione delle politiche nazionali ed europee. C’è un consenso crescente sull’espansione del ruolo dello stato e dell’azione pubblica nell’economia e nella società. Un esempio importante è fornito dalle proposte di Mariana Mazzucato sullo ‘Stato innovatore’ (Mazzucato, 2014) e sulla (quasi) nazionalizzazione dell’industria farmaceutica (Mazzucato, 2020).
Sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia possa tornare come prima. Tra gli effetti dell’emergenza c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi alla luce delle esigenze della salute e della sostenibilità ambientale. Un’altra crisi sanitaria che riceve pochissima attenzione in Italia è quella delle morti e degli infortuni sul lavoro; occorre spostarsi verso un sistema produttivo di maggior qualità, capace di provocare meno danni alla salute di lavoratori e cittadini.
In effetti, il sistema della salute e del welfare può diventare uno dei motori dello sviluppo dell’economia. Nell’attuale dibattito sul ritorno delle politiche industriali abbiamo proposto di individuare tre aree prioritarie in cui concentrare ricerca e investimenti pubblici e privati per sviluppare “buone” produzioni: ambiente e sostenibilità, conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione, e salute, welfare e attività assistenziali:
“L’Europa è un continente che invecchia ma è dotato dei migliori sistemi sanitari al mondo, sviluppati sulla base di una concezione della sanità come servizio pubblico. Gli avanzamenti nel sistema di assistenza, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella genetica e nella ricerca farmacologica devono essere finanziati e regolamentati con attenzione alle possibili conseguenze etiche e sociali (come nel caso degli organismi geneticamente modificati, della clonazione, dell’accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo, etc.). Le politiche possono essere indirizzate a affrontare i problemi dell’invecchiamento della popolazione, al miglioramento dei servizi di welfare, a ridurre le disuguaglianze nella salute. Possono rilanciare la fornitura pubblica dei servizi, prevedere la partecipazione da parte dei cittadini e delle organizzazioni non profit, con la possibilità di forme di auto-organizzazione delle comunità” (Pianta, 2018).
In Europa e in Italia una politica di questo tipo è possibile, utilizzando strumenti istituzionali, competenze e risorse esistenti. Una politica per il cambiamento del sistema produttivo può orientare le attività economiche verso la tutela della salute e del welfare e verso una ‘politica industriale verde’ (Pianta et al., 2016, Lucchese e Pianta, 2020).
Riferimenti bibliografici
Armiento, M. (2018). “The Sustainable Welfare Index: Towards a Threshold Effect for Italy”. In Ecological Economics, 152, pp. 296–309.
Lucchese, M, e Pianta, M. (2016) Europe’s alternative: a Green Industrial Policy …,
https://ideas.repec.org/p/pra/mprapa/98705.html
Mazzucato, M. (2014). Lo stato innovatore. Roma-Bari: Laterza.
Mazzucato, M., Li, H.L., Darzi, A. (2020). “Is it time to nationalise the pharmaceutical industry?”, In BMJ, 368: https://www.bmj.com/content/368/bmj.m769
Pianta, M., Lucchese, M., Nascia, L. (2016). What is to be produced? The making of a new industrial policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.
Pianta, M. (2018). Produrre. In G. Battiston e G. Marcon (a cura di), La sinistra che verrà. Roma: Minimumfax.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – II parte

24 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo – 24-3-2020

L’Europa è attualmente il principale focolaio nel mondo ma la distribuzione geografica è disomogenea. L’Italia è il Paese europeo più precocemente colpito e con il numero più alto sia di malati sia di morti. Spagna, Germania, Francia hanno lo stesso ordine di grandezza (decine di migliaia) di malati dell’Italia ma differiscono per numero di decessi dichiarati: 4.825 in Italia e 1.753, 93, 562 rispettivamente negli altri tre Paesi. I Paesi del Nord Europa hanno finora registrato poco più di 1.000 casi e poco più di 10 decessi ciascuno. È impossibile allo stato attuale stabilire quanto queste differenze siano attribuibili a modalità diverse di classificare e di contare e quanto all’efficacia delle azioni di contenimento, di prevenzione e di trattamento messe in atto Per ora è da registrare l’assenza di strategie di contenimento dell’epidemia concordate tra i Paesi dell’EU.

La Cina e la Corea del Sud – già esperte di lotta ai Corona virus per aver subito una grave epidemia di SARS nel 2002 – hanno con successo adottato la strategia di Soppressione ricorrendo tempestivamente (caratteristica essenziale) e con un enorme sforzo organizzativo: a) al riconoscimento e isolamento dei casi anche solo blandamente sospetti, b) alla ricerca dei contatti e al loro collocamento in quarantena domiciliare, c) al largo uso del test per la ricerca del virus nei contagiati, nei contatti e in altri gruppi ritenuti a rischio, d) al distanziamento sociale (rigido in Cina, mirato in Sud Corea).

In Italia si sono fatti oltre 258.402 test (il numero più alto al mondo dopo quello della Corea), sono stati isolati i malati e posti in quarantena i contatti e da due settimane vige un distanziamento sociale, via via più rigido, sull’intero territorio nazionale. Le misure di contenimento adottate sono simili a quelle della repubblica sud-coreana, l’esordio dell’epidemia è stato quasi coincidente nei due Paesi, le rispettive popolazioni hanno dimensioni analoghe, entrambi hanno un ordinamento democratico. Eppure gli esiti sono molto diversi: in Corea sono stati registrati, a oggi, “solo” 6.799 casi e 102 morti (5), frequenze molto inferiori alle nostre. La spiegazione più plausibile di questa differenza risiede nella piena consapevolezza delle azioni da intraprendere e nella tempestività con cui i coreani le hanno attuate.

In Italia subiamo gli effetti di incertezze, ritardi, ambiguità delle comunicazioni, conflittualità istituzionali, sottodimensionamento di un – sia pure eccellente – servizio sanitario. La reazione all’epidemia non è stata lucida, completa e immediata; è sembrata piuttosto svolgersi, un passo alla volta, inseguendo l’evolversi della situazione. È più facile criticare che governare, non c’è dubbio; infatti, non intendiamo sottolineare colpe ma contribuire a migliorare l’azione.

Su The Lancet (6) Hellewell afferma che “la finestra temporale per contrastare in modo efficace un’epidemia è molto stretta: quando il numero di casi iniziali è cresciuto fino a 40, la probabilità di insuccesso di qualsiasi azione di contenimento è dell’80%, anche se si fosse riusciti a rintracciare e a isolare l’80% dei contatti”. Inoltre, adottare politiche di contenimento nel proprio territorio ha scarso valore se la stessa cosa non accade nei territori contigui. L’editoriale dell’ultimo numero di Nature (7) ci ricorda che “l’azione coordinata di tutti è l’interesse di ciascuno”. Invece vediamo che alcuni negano che l’epidemia esista, altri tramano per comprare i diritti esclusivi del futuro vaccino; alcuni vogliono lasciare che l’epidemia faccia il suo corso, altri vogliono che ogni singolo cittadino si sottoponga al test del virus. E questa eterogeneità non riguarda solo le macro aree del pianeta; essa agisce su ogni scala fino a differenziare la condotta dei sindaci dei paesini più sperduti.

Eppure basterebbe essere d’accordo su pochi punti: imparare da chi ha già avuto il problema; predisporrei piani di azione basati sulle prove di efficacia; agire tempestivamente; seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di riferimento per dare uniformità agli interventi.
La globalizzazione ci ha procurato il danno, solo un’azione globalizzata può darci il rimedio.

(5) https://www.worldometers.info/coronavirus/country/south-korea/
(6) Joel Hellewell et al. Lancet Glob Health 2020; 8: e488–96 Published Online February 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2214-109X(20)30074-7
(7) COVID-19: what science advisers must do now; Nature, Vol 579, 9 March 2020, 319-20.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – I parte

23 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo

Il virus SARS-COV-2 non esisteva in natura fino a qualche mese fa e perciò è sconosciuto al sistema immunitario di tutti gli umani. Del virus e della malattia che determina, la Coronavirus (COVID-19), sappiamo ancora troppo poco. I caratteri principali possiamo riassumerli così:
il virus si diffonde molto velocemente da persona a persona attraverso le particelle di vapor d’acqua e di saliva emesse dalla bocca;
la rapidissima espansione geografia dell’epidemia riflette la globalizzazione di produzioni, commerci e altre attività (il virus viaggia con le persone);
i bambini e i giovani adulti sono più resistenti alla malattia, gli anziani e i soggetti con patologie multiple sono più suscettibili;
un individuo infetto diventa contagioso poco prima dell’esordio dei sintomi;
il più temibile sviluppo di COVID-19 è una polmonite interstiziale atipica che compromette gli scambi gassosi tra gli alveoli polmonari e il flusso sanguigno;
non sono ancora disponibili farmaci efficaci contro il virus;
sono in corso nel mondo ricerche per trovare un vaccino; la sua produzione su larga scala richiede 12-18 mesi ma alcuni scienziati cinesi sostengono che un loro vaccino sarà pronto molto prima;

in Italia dall’inizio dell’epidemia (21 febbraio) a oggi (22 marzo) sono stati eseguiti 258.402 tamponi per la ricerca del virus; sono risultati positivi al test 59.138 soggetti, di questi 12% è guarito e 9% è morto; 80% dei deceduti ha più di 70 anni;
dei restanti 46.638 soggetti attualmente in osservazione, 51% ha manifestato solo sintomi simil-influenzali lievi o non nessun sintomo ed è attualmente in isolamento domiciliare, 43% ha sintomi respiratori che hanno richiesto ospedalizzazione, 6% sono pazienti critici trattati nelle unità di terapia intensiva . (1)

Tra le molte cose che ancora non sappiamo, due hanno una particolare rilevanza per contrastare l’epidemia:
non sappiamo se COVID-19 conferisce un’immunità definitiva (come succede per il morbillo e la poliomielite) o di lunga durata (come per la pertosse) o di breve durata (come per l’influenza);
è certo il contagio da soggetti portatori sani (infetti mai sintomatici) ma non sappiamo quanto diffusa sia questa modalità subdola di trasmissione.

Per interrompere, attenuare o prevenire l’epidemia di una malattia infettiva bisogna fare il deserto intorno all’agente patogeno, sottraendo ad esso i soggetti suscettibili. In mancanza del vaccino bisogna tenere lontani i contagiati dai suscettibili (isolamento dei contagiati e quarantena dei contatti) oppure i suscettibili dai contagiati limitando la mobilità dei primi (distanziamento sociale). Queste due modalità, con le loro varianti, sono state variamente combinate in due strategie: la Soppressione e la Mitigazione.

La Soppressione ha per obiettivo l’eliminazione o la drastica riduzione del virus. Un primo risultato, se la strategia ha successo, è che si riduce la pressione dei contagiati sulle strutture sanitarie, ma si allunga la durata dell’epidemia. Il risultato finale è la virtuale (ma non reale) eliminazione del virus dalla popolazione che, in attesa del vaccino, dovrà continuare ad essere sottoposta a sorveglianza per l’identificazione precoce di nuovi focolai interni e dei soggetti infetti esterni. Con la Soppressione, infatti, si ottiene la drastica riduzione del virus circolante ma la popolazione rimane suscettibile all’infezione.

Con la Mitigazione ci si propone di diminuire l’intensità dell’onda epidemica, lasciandola però correre fino al suo esaurimento. Il presupposto teorico della Mitigazione è che, avendo protetto i gruppi a rischio e lasciando però che più del 60-80% della popolazione venga infettato, essa acquisirà un’immunità specifica nell’arco di qualche mese e non avrà bisogno, perciò, di ricorrere alla vaccinazione.

Gli Stati uniti d’America e il Regno unito hanno esitato a lungo prima di arrendersi alla necessità di contrastare l’epidemia. Inizialmente Graham Medley, consulente scientifico del primo ministro, ha detto: “Dobbiamo procurarci ciò che è noto come immunità di gregge. Il solo modo per farlo, in assenza di vaccino, è lasciare che la maggioranza della popolazione si infetti. … Una bella, grande epidemia”. (2) Il primo ministro britannico ha avvisato: “Molte più famiglie perderanno anzitempo i loro cari”. (3) Un gruppo di lavoro molto qualificato dell’Imperial College di Londra costituito ad hoc per sviluppare modelli di simulazione degli effetti delle strategie di contenimento dell’epidemia, dice in un rapporto (4) che, se la strategia di Mitigazione proposta dal governo britannico venisse applicata, verrebbero a morte per COVID-19 circa 250.000 soggetti in UK e circa 1.1 milioni di soggetti negli USA. Di Mitigazione non si parla più e in entrambi i Paesi sono state tardivamente avviate – o sono ancora in attesa di avvio – modalità di contenimento dell’epidemia.

(1) I dati sull’Italia sono desunti dal sito del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5351&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

(2) http://www.thelancet.com Vol. 395, March 21, 2020

(3) NEJM March 20, 2020 DOI: 10.1056/NEJMp2005755

(4) Imperial College COVID-19, DOI: https://doi.org/10.25561/77482

Il Green Deal europeo – II parte

23 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
il documento (brani da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, dir. Carlo Cottarelli, 28-2-2020)
I possibili effetti economici e sociali del Green Deal
Quanto agli effetti sulla crescita, di solito si afferma che per avere effetti positivi occorre che gli investimenti siano aggiuntivi. … Se invece sono sostitutivi, si dice di solito che l’effetto sulla crescita è nullo. Usando lo stesso criterio di giudizio, si sarebbe indotti a concludere che l’effetto degli investimenti verdi sia pressoché pari a zero. Guardando però le cose più da vicino non è detto che ciò sia sempre vero, dal momento che i nuovi investimenti potrebbero essere più produttivi di quelli che si sono fatti fino ad ora.
Secondo una lettura ottimista, il Green Deal potrebbe agire da stimolo alla crescita, un po’ come accadde con il grande ciclo dei beni di consumo durevoli che spinse lo sviluppo dell’Italia e di tanti altri paesi nei primi decenni del dopoguerra: nuovi prodotti – come lavatrici, televisioni e automobili – hanno attivato una domanda di massa e dunque lo sviluppo di nuove imprese e di nuovi settori produttivi. Non c’è dubbio peraltro che già oggi stiamo assistendo ad un grande sviluppo dei settori verdi – energie rinnovabili e prodotti a maggiore efficienza energetica, soprattutto per l’edilizia – cui corrisponde una domanda crescente di prodotti finanziari verdi da parte degli investitori istituzionali e dei risparmiatori.  Fa parte di questa lettura ottimistica l’idea che il Green Deal sia strettamente legato all’altro asse strategico di sviluppo individuato dalla Commissione, ossia la digitalizzazione. In questa visione, il nesso con la digitalizzazione è cruciale dal momento che dalle nuove tecnologie è lecito attendersi notevoli aumenti della produttività delle nostre economie. Per fare un esempio, si potrebbe immaginare che i fondi della PAC vengano utilizzati per l’attivazione di tecnologie digitali in agricoltura, che in concreto potrebbe significare l’acquisto di sensori (Internet of Things) che siano in grado di ottimizzare l’utilizzo di acqua, di fertilizzanti, di anticrittogamici ecc. Ad esempio, consideriamo l’utilizzo dei pesticidi nell’agricoltura. Come è noto, attualmente, gli antiparassitari vengono distribuiti sui campi in maniera estensiva, addirittura in certi casi con elicotteri, senza una valutazione puntuale delle quantità realmente necessarie. In tante zone d’Italia si è riscontrato per questo un calo del numero delle api, insetti fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, con conseguenze negative sulla produttività dell’agricoltura stessa. È qui che potrebbe entrare in gioco il binomio tra trasformazione digitale e transizione ecologica: una proposta, ad esempio, potrebbe essere quella di utilizzare dei droni in grado di individuare le zone dei campi che realmente necessitano di essere trattate con pesticidi, in modo da ottimizzarne l’utilizzo evitando, allo stesso tempo, effetti collaterali negativi sull’equilibrio della natura.
Secondo una lettura meno ottimista, il reindirizzamento in senso “verde” delle risorse rappresenta un vincolo aggiuntivo, che rende più difficile conseguire gli obiettivi che ci si è prefissati con i diversi programmi UE.  Ad esempio, si può supporre che oggi i fondi regionali siano utilizzati per finanziare i progetti che si ritiene possano avere il massimo impatto in termini di riduzione dei divari di sviluppo. Naturalmente questo avviene già oggi fra mille difficoltà sia di ordine tecnico (è molto difficile valutare quali siano gli investimenti più efficienti) sia di ordine politico e burocratico. L’argomento dei pessimisti è che, alle tante difficoltà oggi esistenti, se ne aggiungerebbe un’altra, legata all’esigenza di stabilire se un dato investimento può essere classificato come “verde” in base alla nuova tassonomia green. Più in generale, l’intuizione economica è che mettendo un vincolo aggiuntivo alla massimizzazione della crescita economica (quale risulta dalla combinazione delle forze del mercato e delle politiche), il risultato sia subottimale. Il che non significa ovviamente che tale vincolo non sia necessario per mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Significa però che, nel nome dell’obiettivo climatico, si sacrifica, in qualche misura, quello della crescita.
Quanto agli effetti sociali del Green Deal… verosimilmente, si chiederà ai paesi di rinunciare abbastanza rapidamente alle politiche che sono classificate come dannose per l’ambiente, tra cui vi sono gli sconti sui carburanti a favore di autotrasportatori, agricoltori e pescatori. In Italia, sappiamo come questi cambiamenti siano tanto necessari quanto impopolari con le categorie interessate. I fondi europei potrebbero essere utilizzati per compensare queste categorie, nel qual caso si faciliterebbe la transizione. …
L’unica innovazione nel bilancio UE proposta dalla Commissione è il Just Transition Fund (7,5 miliardi di euro tra il 2021 al 2027), che … implicherà complessivamente la mobilitazione di 100 miliardi di euro circa dal 2021 al 2027 (circa 143 miliardi in 10 anni). L’obiettivo … è quello di supportare le regioni dell’Unione che sono destinate a subire le maggiori ripercussioni dalla transizione ambientale. …….
Coerentemente con i criteri di allocazione, i paesi con alti tassi di emissioni di anidride carbonica, come Polonia e Germania, ricevono quote molto alte del JTF (rispettivamente 2.000 e 877 miliardi), mentre paesi come Italia e Francia, con minori tassi di emissioni e con bassi livelli di occupazione in industrie inquinanti, avranno allocazioni ben modeste (pari a, rispettivamente, 364 e 402 milioni).
………..
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OGGI STESSO E NEI PROSSIMI DUE GIORNI PUBBLICHEREMO I PRIMI INTERVENTI DEL DOSSIER SPECIALE “CORONAVIRUS”: approfondimenti di Luigi Bisanti, epidemiologo; Mario Pianta, economista; Angelo Salento e altri, sociologi.

Il Green Deal europeo – I parte

16 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
(da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, diretto da Carlo Cottarelli, 28 febbraio 2020)
il documento 16/3/2020
La nuova Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen ha messo al centro della propria azione la questione del cambiamento climatico, visto come una necessità imprescindibile alla luce delle analisi scientifiche, ma anche come uno strumento per il rilancio dell’economia europea. L’obiettivo, estremamente ambizioso, è quello di azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050 e a questo fine la Commissione ha annunciato che renderà più stringenti gli obiettivi di riduzione delle emissioni per il prossimo decennio. Uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi è il “Sustainable Europe Investment Plan” che prevede di mobilitare, tramite il budget dell’UE e altri strumenti associati ad esso, almeno 1.000 miliardi di euro in investimenti sostenibili, sia pubblici che privati, nell’arco dei prossimi 10 anni. Secondo la Commissione, questo piano è solo una parte, circa un terzo, di ciò che sarebbe necessario per conseguire l’obiettivo delle neutralità climatica. Per ora non è stata formulata alcuna ipotesi su come possano essere mobilitati i restanti due terzi. In questa nota ci soffermiamo perciò sugli oltre 1.000 miliardi di cui trattano i documenti della Commissione e cerchiamo di capire in cosa consista effettivamente il “Green New Deal”, da dove vengano risorse tanto ingenti – si noti che l’intero bilancio europeo per il prossimo settennio è nell’ordine di poco più di mille miliardi – e quali effetti potranno avere sulla crescita economica.
Il piano di investimenti: cosa c’è di nuovo
In base al documento pubblicato dalla Commissione il 14 gennaio scorso, il finanziamento previsto per la transizione “verde” sarà costituito dal 25 per cento del budget UE, dal 30 per cento delle garanzie del programma InvestEU (cioè la nuova versione del piano dell’ex presidente della Commissione, Junker) e da risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che dovrebbe diventare una sorta di “Banca Europea del clima”. In aggiunta a queste tre principali fonti, vi saranno il cofinanziamento nazionale dei singoli stati membri attraverso i Fondi strutturali e d’investimento europei (ESIF), investimenti pubblici e privati, e i fondi dell’Emission Trading System – il sistema di concessioni di emissioni di gas serra dell’UE, parte integrante delle politiche europee di carbon pricing.
Tutte queste non sono risorse stanziate ex novo, ma sono essenzialmente delle riconversioni di fondi preesistenti a cui viene data una finalizzazione “verde …………

I grandi investimenti proposti non sono dunque aggiuntivi rispetto ai precedenti piani, ma sono altre tipologie di investimento ottenute grazie al riorientamento di fondi già esistenti e inizialmente pensati per altri obiettivi. …. Verrebbero reindirizzati agli obiettivi del Green Deal il 30 per cento dei Fondi di Coesione e del Fondo di Sviluppo Regionale, il 40 per cento della PAC (Politica Agricola Comune), il 60 per cento dei fondi per le infrastrutture (il cosiddetto Connecting Europe), ecc. Si noti che questa allocazione di fondi non è esaustiva e non consente di ricostruire il quadro completo per arrivare ai 503 miliardi del budget UE [che fanno] parte dello European Green Deal Investment Plan.
…………..

Manca ancora una definizione delle politiche che concretamente verranno finanziate, o, al contrario, de-finanziate e disincentivate. Questo punto è ovviamente cruciale e al momento è pressoché impossibile dire se il riorientamento del bilancio sarà coerente con gli obiettivi dichiarati; si possono solo fare delle ipotesi circa gli effetti sulla crescita economica. Va anche detto che solo quando saranno chiare le politiche si potrà capire quali gruppi sociali ne trarranno vantaggio e quali, al contrario, verranno sfavoriti: data l’estrema ambizione del piano, si può solo immaginare che gli interessi penalizzati saranno tanti e si organizzeranno per far sentire la loro voce.
Attualmente, la Commissione sta discutendo della “tassonomia”, ossia un elenco di attività o settori che potranno essere considerati in linea con gli obiettivi ambientali. Si tratterebbe di un primo passo importante per arrivare poi a definire le politiche. Sarà infatti la tassonomia che verrà definita a stabilire quali politiche di investimento potranno essere definite “green” e quindi rientrare nel perimetro del Green Deal. Attualmente, il primo accordo di massima raggiunto da Parlamento, Commissione e Consiglio europeo chiarisce che il “bollino green” sarà garantito alle attività che presenteranno alcune caratteristiche come l’uso sostenibile e la protezione dell’acqua e delle risorse del mare, la prevenzione e il controllo dell’inquinamento, la mitigazione del cambiamento climatico ecc. Insomma, il dibattito è appena iniziato e ancora le prime disposizioni sono estremamente generiche …