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Fine dell’antropocentrismo?

3 Feb

di Cosimo Perrotta

In un articolo su Repubblica (23/1/2020, pp. 30-31), l’argentino Miguel Benasayag – definito filosofo, psicoanalista e sociologo (e, nei suoi numerosi libri, anche biologo) – afferma che il problema della sostenibilità ambientale mette in crisi il consumismo e decreta la fine dell’era dell’antropocentrismo. “L’illusione moderna che l’uomo sia al ‘centro del mondo’ ”, egli scrive, si basa sul concetto di individuo, che in Galileo, nel cogito cartesiano e nell’ “io puro kantiano” è basato sulla scissione fittizia dell’individuo dal proprio ambiente.

L’autore continua: “La divisione netta tra ragione e natura, rappresentante e rappresentato, soggetto e oggetto (…) ha posto le basi della conoscibilità ‘oggettiva’ e della “ ‘razionalità tecnica’ capace di dominare gli elementi circostanti”. Questa razionalità avrebbe condotto addirittura ai totalitarismi novecenteschi. Non solo: “i campi di concentramento mettono in mostra i rischi a cui una concezione di individuo ‘razionale’ può portare”. E aggiunge, “separare, quindi, il lato umano dall’ambiente è tanto sbagliato e rischioso quanto separare la ragione dal lato ‘irrazionale’, affettivo e pulsionale che guida le nostre azioni”.

Benasayag non è solo. Oggi molti rivendicano il primato dell’ambiente sull’uomo e vogliono ridurre l’uomo a un semplice elemento dell’ambiente. Tralasciamo il largo uso improprio di concetti e accostamenti, e andiamo al punto: è vero che l’antropocentrismo, la valorizzazione dell’individuo e la filosofia soggettiva dell’età moderna sono la causa dell’attuale consumismo e della distruzione dell’ambiente? Non è vero, e ciò per un semplice motivo: se si ignorano tutti i passaggi intermedi con le loro svolte e contraddizioni, si riduce l’analisi alla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (Hegel). E’ come dire che responsabili della distruzione dell’ambiente sono gli stoici o il cristianesimo (che responsabilizzano l’individuo), oppure Platone (che distingue la conoscenza soggettiva dalla realtà oggettiva). Questo non ha senso.

Venendo al merito, è vero che c’è un nesso fra antropocentrismo e capitalismo. Il primo – che nel Rinascimento chiamavano “dignità dell’uomo” – si oppone all’idea dell’uomo come ente subalterno. Il secondo esprime la ribellione prometeica all’immobilismo del mondo naturale. Ma è proprio a questi due fattori che dobbiamo la nostra civiltà.

Nel Cinquecento, quando il capitalismo decollò, l’attesa di vita media era intorno ai 30 anni; oggi è di 80 anni nei paesi sviluppati e di 70 nel mondo. I due grandi paesi non capitalistici, Cina e India, producevano da soli il 50% del prodotto mondiale; ma nel 1950 ne producevano il 9% perché la ricchezza prodotta dal capitalismo era aumentata enormemente. Nel 1872 la mortalità infantile (sotto i 5 anni) era in Italia del 44%, in Francia e Inghilterra del 25%; ma nel 1950 era scesa in Italia al 9%, e in Francia e Inghilterra rispettivamente al 5,7 e 3,7%. La malaria in Occidente è scomparsa da un secolo.

Negli ultimi decenni, grazie all’impegno dei paesi avanzati – attraverso le Nazioni Unite, le fondazioni e le Ong – ma anche della Cina, la mortalità infantile mondiale si è dimezzata (da quasi il 13% del 1990, a poco più del 6%). Dal 1990, 2,6 miliardi di persone in più hanno accesso all’acqua potabile. L’iscrizione di bambini e bambine alla scuola primaria è quasi universale. Nel Nord Africa e in Medio Oriente, mentre le persone di oltre 65 anni hanno un tasso di alfabetizzazione del 20%, fra i giovani di 15-24 anni quel tasso è fra il 90 e il 99%. Il vaiolo e la poliomielite sono quasi scomparsi (1).

Questo non significa affatto che il capitalismo abbia risolto tutto. Al contrario, esso ha perpetrato un numero enorme di genocidi nelle colonie e ha sfruttato in modo disumano miliardi di persone. Oggi il capitalismo sta estendendo la schiavitù nel mondo e fra gli immigrati; sta peggiorando la situazione dei paesi più poveri; sta distruggendo l’ambiente. Ma come faremo ad affrontare questi gravi problemi se chiudiamo l’unica fonte di ricchezza che abbiamo, cioè lo sviluppo economico? Prima del capitalismo c’erano solo società molto più povere e molto più oppressive.

Possiamo cercare di risolvere i problemi di oggi solo se, da una parte, potenziamo la ricerca di nuove fonti di energia, di nuovi materiali e di nuove tecniche per risparmiare risorse e dall’altra acceleriamo la transizione all’economia post-industriale, che si basa sulla produzione immateriale e sulla crescita del capitale umano. Non si tratta quindi di diminuire i nostri consumi, cosa che allargherebbe a dismisura la disoccupazione già dilagante. Si tratta di sostituire i consumi materiali in eccesso con i consumi che soddisfano i bisogni attualmente insoddisfatti, da quelli -materiali e immateriali – delle fasce povere a quelli immateriali della società del benessere.

(1) Questi dati sono presi da fonti Unesco, FAO, OCSE e Our World in Data, online.

“Possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove”

20 Gen

a cura di Piero Rizzo
L’ economia circolare era uno degli slogan martellanti che Grillo ha incominciato ad usare più di dieci anni fa e poi è stato ripetuto ad nauseam nei talk show. L’inquinamento da materie plastiche può essere superato solo se si promuove la transizione verso un’economia circolare (riutilizzo, riparazione e riciclo di materiali e prodotti) in alternativa all’attuale modello economico lineare (prendi-usa-getta). Sembra la scoperta dell’uovo di Colombo, ma ecco che arriva un articolo del Guardian, dal titolo: “La soluzione alla crisi dei rifiuti di plastica? Non è il riciclaggio”, col sommario: ” Non c’è modo di rendere gli attuali livelli di consumo “rispettosi dell’ambiente”.
L’articolo cita il magazine Scientific American: “Salvare la terra riciclando la plastica è come conficcare un chiodo per fermare un grattacielo cadente”. E ancora: “Incoraggiare gli individui a riciclare di più non risolverà mai il problema di una produzione massiccia di plastica monouso.
Di seguito riportiamo l’articolo in oggetto liberamente tradotto.
ll Lego Disney Frozen II Arendelle Castle Village presenta una principessa, animali, uccelli e mini bambole. È composto da 521 pezzi separati di plastica, è stato uno dei giocattoli di Natale più venduti e i fan del film su cui è basato trascorreranno diverse ore di gioco creativo con esso.
Ma quelle poche ore potrebbero essere le ultime in cui vengono usati questo e molti altri giocattoli. Migliaia di altri regali sono già stati accatastati in armadietti per buttarli via in un anno o due e fare spazio ad ancora più plastica. E poiché la maggior parte della plastica è quasi impossibile da riciclare, questi giocattoli dovranno probabilmente essere portati in discarica o bruciati negli inceneritori, avvelenando l’aria e dando un ulteriore contributo al riscaldamento globale.
Ma farebbe davvero molta differenza se tutte le 359 tonnellate di plastica che il mondo produce in un anno, fossero riciclabili? Il problema è il tipo di plastica o l’enorme quantità di rifiuti che non possiamo trattare? La domanda è sollevata dalla Green Alliance, il cui nuovo rapporto, pagato da alcuni dei più grandi riciclatori di plastica britannici, lamenta che le persone sono confuse su ciò che può essere riciclato o compostato. Le aziende, afferma il rapporto, vogliono usare meno plastica ma potrebbero aumentare il tasso di carbonio trasformando i loro imballaggi in vetro o cartone, che hanno i loro impatti ambientali.
Le aziende e i governi non vogliono affrontare il vero problema: la crescente quantità di plastica e altre cose che la gente compra, usa e butta via. Celebrità, “influencer” e società di pubbliche relazioni cercano di creare bisogni per cose che non sapevamo mai di volere e quindi ci condizionano per acquistare più di tutto. Bombardati dalla pubblicità, siamo persuasi che più noi facciamo shopping, più appaganti e soddisfacenti saranno le nostre vite.

Le industrie rispondono che alcuni tassi di riciclaggio stanno aumentando e che si stanno raggiungendo gli obiettivi, ma il fatto è che stiamo bruciando più combustibili fossili che mai per produrre e quindi smaltire cose che semplicemente non ci servono. Lo shopping è ora equiparato a divertimento e appagamento, le nostre festività pubbliche sono state trasformate in feste di acquisti, l’importanza delle strade è misurata in vendite e i manager delle catene di negozi perdono il posto se le persone non acquistano più cose nuove ogni anno. Il risultato è che ogni persona nel Regno Unito getta in media 400 kg di rifiuti all’anno e che i tassi di riciclaggio complessivi si sono arrestati. I supermercati che passano da un tipo di imballaggio a un altro possono impedire ad alcuni di finire in mare o essere bruciati, ma questo non è abbastanza.

Dobbiamo cambiare le abitudini dei consumatori e gli atteggiamenti nei confronti del consumismo. Il consumo può mai essere contenuto? Facilmente. Le cose possono essere progettate meglio per durare più a lungo; le catene alimentari e i produttori di giocattoli non devono produrre beni di scarsa qualità; i produttori possono utilizzare meno materie prime vergini; i rifiuti possono essere resi una risorsa; l’economia circolare può essere sviluppata. Le tasse possono rendere le società più responsabili; l’eccesso può essere scoraggiato nelle scuole e nelle case; le identità non devono essere basate su quanto acquistiamo.

Possiamo fare acquisti iper-locali, rendere più frequenti i negozi di seconda mano, coltivare più cibo noi stessi, diventare più autosufficienti. Ma soprattutto, possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove.
C’è anche una reale speranza. L’economia di seconda mano dei beni “prediletti” è maggiore in Gran Bretagna che in qualsiasi altro paese OCSE, con negozi di beneficenza e mercatino dell’usato che contabilizzano più di 700 milioni di sterline e rivitalizzano le strade principali. È l’antidoto alla cultura aziendale usa e getta e alle catene di negozi, che prendono denaro dalle comunità locali.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/14/plastic-waste-crisis-recycling-consumption-environmentally-friendly
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Commento redazionale. Sviluppo Felice si batte sin dalla nascita contro le critiche al consumismo che – come questo articolo – fanno di ogni erba un fascio e non distinguono fra beni ripetitivi, che non accrescono l’utilità del consumatore, e beni che soddisfano nuovi bisogni, dal verde pubblico ai trasporti efficienti, una scuola migliore, ecc. Bisogna, certamente, combattere i primi ma potenziare i secondi. Riprenderemo il tema il mese. prossimo.

“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.

“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)

“Umane belve”, animali e profitto – I

10 Giu

di Anna Pellanda
Il profitto inteso come guadagno dell’imprenditore una volta detratti i costi di produzione (“profitto residuale”) da sempre ha dovuto difendersi dalla concorrenza di mercato, in genere facendo leva sulla grande dimensione che pratica prezzi bassissimi (“prezzi predatori”) sbaragliando i piccoli produttori, oppure ottenendo concessioni legali che consentono forme monopolistiche di produzione e vendita dei prodotti. Tra gli allevatori di bestiame, e non solo, il dilemma è sempre stato: o grandi o protetti. Oggigiorno hanno entrambe queste caratteristiche gli allevamenti intensivi di dimensioni sconfinate e tutelati dalla legislazione anti-concorrenza. Negli Stati Uniti questi connotati hanno il volto delle dieci multinazionali della carne, le “dieci sorelle dell’agroalimentare”: ABF, Coca-Cola, Danone, G.M., Kellogg’s, Mars, Mondolez, Nestlè, PepsiCo, Unilever.
E sempre negli Stati Uniti sono nati gli allevamenti intensivi quando a Chicago, negli anni 60/70 del 1800, sono stati inventati per i mattatoi la catena di montaggio su nastri trasportatori e le celle frigorifere per il trasporto degli animali uccisi (1). E’ qui che: “Nella grande catena della vita, il bovino era stato ulteriormente declassato: desacralizzata, oltre che smembrata, questa icona della fertilità soprannaturale fu trasformata dai grandi sacerdoti dell’efficienza- Gustavus Swift, Phillip Armour e tutti gli altri- in un fattore di produzione standardizzato” (2).
Negli allevamenti intensivi gli animali sono infatti macchine da sfruttare il più intensamente possibile. Sembra il coronamento della tesi cartesiana dell’animale senz’anima, ingranaggio di un meccanismo utile solo all’uomo. La teoria economica traduce questa visione in termini tecnici usando l’analisi costi/benefici il cui concetto portante è la riduzione maggiore possibile dei costi per ottenere benefici più alti possibile. Si raggiunge questo obiettivo facendo leva sulle economie di scala, a loro volta basate sulla grande dimensione, e sul progresso tecnico. Nella realtà degli allevamenti intensivi la dimensione sconfinata si concretizza utilizzando capannoni sterminati dove vengono stipate migliaia di animali in spazi così angusti che possono a malapena stare in piedi ma dove (incoraggiati anche da luci fortissime che simulano il giorno) mangiano in continuazione per aumentare il loro peso e produrre “carne da reddito”. In questi ambienti manca l’aria, la luce naturale e la lettiera è costituita da deiezioni mai rimosse e fonte di piaghe e infezioni. I vitelli, tolti alle madri dopo tre o quattro giorni dalla nascita, nei primi allevamenti intensivi erano tenuti in condizioni talmente barbare da indurre la Commissione Europea a prendere provvedimenti per migliorarle almeno in parte (3). Altri esempi di allevamento intensivo riguardano i suini, gli ovini, i pesci e i polli. Scegliendo di considerare gli allevamenti di polli si nota che la grande dimensione consente di tenervi anche decine di migliaia di individui tenuti al buio e in spazi corrispondenti a un foglio A4 per animale (quindi 17 o 22 polli per metro quadro). Le lettiere non vengono cambiate e si impregnano dell’ ammoniaca degli escrementi provocando infiammazioni cutanee, dolorose deformazioni alle zampe, a volte anche paralisi. Non potendosi spostare fino alle mangiatoie alcuni muoiono di fame e sete. L’abbattimento avviene dopo 38-40 giorni dalla nascita ovvero appena raggiunto il peso conveniente Queste condizioni producono intossicazioni alimentari dovute a batteri quali la salmonellosi e infezioni da Campylobacter e la stessa influenza aviaria (4). Queste orribili condizioni provocano stress e aggressività tra i polli tanto che si taglia loro il becco senza anestesia (cfr. pag. 18 di questo saggio). Parimenti si taglia la coda ai maialini perché non si feriscano tra loro.

(1) RIFKIN, J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (1992), Milano, Mondadori 2001, pp. 136-143. Rifkin ripercorre la storia di queste innovazioni tecnologiche messe in opera tra Detroit e Chicago dai cinque più grandi imprenditori della carne: Hammond, Swift, i due Armour e Morris alle pp. 131-135. Ai mattatoi di Chicago si è ispirato Henry Ford quando ha introdotto la catena di montaggio per la costruzione delle sue automobili. Come egli stesso ricorda: “L’idea ci venne in generale dai carrelli sui binari che i macellai di Chicago usano per distribuire le parti dei manzi”, FORD, H. (in collaborazione con CROWDER,S.), La mia vita e la mia opera (1925), Milano, La Salamandra, 1980, p.93
(2) RIFKIN, J., op.cit., pag. 138
(3) Regolamenti comunitari 91/629 CEE e 97/2/EC e D.Legs. 7/7/2011, n. 126, art.6; cfr. COZZI, G.— GOTTARDO, F., “Il nuovo sistema di allevamento del vitello a carne bianca”, in Atti della Società Italiana di Buiatria, vol. 37, 2005, pp. 441-454
(4) Sito del CIWF: http://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne//allevamento-intensivo
(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).

continua lunedì 17 giugno

La transizione europea dell’energia deve portare alla giustizia sociale

8 Apr

di Kristian Krieger, Marie Delair e Pierre Jean Coulon (1) – da Social Europe, online, 17 genn. 2019

Il dibattito su energia e clima è oggi dominato dall’urgenza e dall’ambizione di fare di più. Il Panel intergovernativo delle NU sul clima (ottobre 2018) parla dell’impatto dell’aumento di temperatura di 1,5 gradi sui livelli pre-industriali. Dopo il negoziato sul clima in Polonia a dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato il progetto di energia senza carbonio entro il 2050.

Questa non è soltanto una sfida tecnologica. C’è un senso di ingiustizia fiscale riguardo alla transizione energetica, come provano i gilet gialli e le resistenze alle pale eoliche in mare. Ogni grande trasformazione distribuisce rischi e benefici in modo ineguale fra regioni. …

C’è ad esempio la povertà energetica, dove alcuni non si possono permettere i servizi di cui hanno bisogno (riscaldamento, luce, aria condizionata, ecc.). Si calcola che sia il 10% della popolazione UE. I progressi sono stati lenti. … Solo pochi stati hanno introdotto definizioni legali della povertà energetica.
Ma la società civile oggi si pone come esponente principale che accresce la consapevolezza. Il Comitato europeo economico e sociale, che rappresenta la società civile, nel 2001 diffuse un parere che sottolineava il rischio di povertà energetica; e nel 2013 ha raccomandato un Fondo di solidarietà energetica e un Osservatorio su questo problema. Nel 2016 ha diffuso un  Clean Energy Package (dossier sull’economia pulita) con altre proposte. …
Alcuni commentatori sono preoccupati che i costi della transizione verso un sistema a basso consumo di carbonio possa colpire gli utenti più vulnerabili. I costi delle energie rinnovabili sono calati fortemente negli ultimi 10 anni e sono ora competitivi con l’energia basata sul carbonio. Ma la transizione deve esser vista come un’occasione per alleviare la povertà. Le regioni deboli e rurali, o le famiglie deboli possono avere notevoli benefici dalla trasformazione energetica.
I sistemi periferici di energia rinnovabile possono dare energia, prodotta in loco, più economica e dare reddito attraverso la sua produzione. In questo quadro, la società civile locale diventa un attore centrale. I governi locali possono finanziare la produzione in loco di energia, semplificare le procedure amministrative, fare campagne di informazione e di addestramento, per favorire l’accesso delle famiglie povere al mercato energetico. Bisogna curare le piccole istallazioni di energia rinnovabile, possedute a livello locale, che generano benefici sociali. Anche perché la Commissione prevede che la partecipazione alle grandi pale eoliche in mare aumenti in futuro.
Si prevede che l’energia nucleare fornirà energia a basso consumo di carbonio nella strategia europea del 2050. Ma anche su questo punto, in cui si contrappongono ambientalisti, preoccupati per la sicurezza, e operatori, la dimensione regionale e sociale può essere importante. Come per tutte le grandi istallazioni industriali, le centrali atomiche hanno una vita limitata. Con 130 reattori operativi oggi in UE, l’Europa ha il problema dei futuri smantellamenti. Le centrali atomiche, spesso situate lontane dalle aree molto popolate, dominano l’economia del posto e determinano il mercato locale del lavoro. Una volta che il processo di smantellamento inizia l’economia locale può subire contraccolpi negativi.
Un caso del genere è la centrale Ignalina in Lituania. Essa ha portato nuova attività economica in una remota regione vicina alla Bielorussia. La città vicina di Visaginas ha 30mila abitanti, l’80% dei quali dipende dalla centrale e dal suo indotto. Lo smantellamento, anche se creasse nuovi posti di lavoro, ne farebbe perdere molti di più. Quindi è molto importante che lo smantellamento tenga conto di queste implicazioni.
Molte iniziative recenti della UE mostrano la crescente dimensione sociale della politica energetica, dalla piattaforma sulle regioni carbonifere in transizione all’osservatorio sulla povertà energetica. Tuttavia le sfide sociali si trovano dappertutto e hanno aspetti diversi. Controllarle è cruciale ora che la transizione energetica diventa più ambiziosa e urgente.
Ignorare le preoccupazioni sociali e non tenere conto dei danni renderebbe più esacerbato il sentimento di abbandono e di non essere ascoltati dai politici; quel sentimento che ha incoraggiato le sfide populiste alla UE e ai governi nazionali. Invece, una transizione energetica che offre aiuto e opportunità di proprietà delle forniture energetiche e che assista quelli che rimangono indietro può riconciliare i cittadini con le loro comunità e caratterizzare le trasformazioni (2).

(1) Gli autori lavorano nel Comitato economico e sociale dell’UE.
(2) La redazione condivide il contenuto sociale dell’articolo, ma non l’idea che la produzione atomica di energia sia una produzione come le altre. Quella produzione, invece, oltre ad essere economicamente disastrosa, è devastante sul piano ambientale e aggrava, non risolve, l’inquinamento dell’ambiente.

LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’

11 Mar

 

di Renato Chahinian
Il benessere di comunità, inteso come insieme di fattori oggettivi e soggettivi che migliorano la nostra vita, rappresenta il fine ultimo di ogni comunità, anche se spesso viene concepito in maniera diversa.

Il benessere individuale e quello collettivo un tempo erano considerati separatamente, e generalmente valutati in conflitto: dovevamo sacrificare il nostro benessere personale per conseguire un benessere collettivo. Oggi essi tendono ad essere unificati, perché la soggettività individuale (se opportunamente indirizzata) determina anche benefici collettivi. Infatti, il lavoro individuale è fattore di sviluppo per l’intera collettività; e il benessere collettivo migliora ogni benessere individuale (ad es., un miglioramento della sanità si riflette sulla salute di tutti i cittadini).

L’accettazione di tali principi comporta tuttavia una rilevante crescita della complessità del sistema, in quanto i fattori di benessere (oggettivo e soggettivo) aumentano, mentre crescono le relazioni (sinergiche o contrastanti) tra loro.

La teoria dello sviluppo sostenibile è sorta nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento, in ambito ONU. Essa partiva dalle negative previsioni sulla sorte delle future generazioni, a causa di una crescita economica squilibrata, di tensioni sociali non governabili e di un ambiente in crescente degrado. Questa teoria ha individuato alcune condizioni generali di sviluppo equilibrato, per noi e per le future generazioni, in tre ambiti che coprono le nostre aspettative di benessere: economico, sociale e ambientale. Ciò semplifica il problema del benessere individuale e collettivo, in quanto tutte le nostre attività possono essere riferite ad una di queste tre categorie. Comunque ciascuna attività ha relazioni dirette o indirette con tutti e tre gli ambiti.

Ogni attività economica ha un impatto anche nel sociale e nell’ambiente in cui opera; ogni iniziativa sociale ha dei riflessi economici ed ambientali; ogni intervento sull’ambiente comporta problemi economici ed impatti sociali. Ma proprio queste relazioni possono essere in sinergia od in contrasto tra loro e pertanto gli scettici (coloro che notano soltanto i contrasti) ritengono che non si possa conseguire lo sviluppo sostenibile e ripiegano su un obiettivo di decrescita che definiscono felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali. Ma saremmo anche più poveri e dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione).

Se invece scopriamo e realizziamo le relazioni positive tra i fattori economici, sociali ed ambientali, possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile e mirare ad uno sviluppo felice consistente in un miglioramento economico, sociale ed ambientale da parte di tutti, conseguendo così anche la coincidenza di benessere individuale e collettivo. Purtroppo, la strada per arrivare ad un simile obiettivo non è facile, anche perché gli stessi principi dell’ONU, pur ampiamente declinati in obiettivi ed indicatori da raggiungere, non hanno approfondito abbastanza l’aspetto delle interconnessioni tra le diverse tipologie di intervento e quindi i rischi di raggiungere un obiettivo peggiorando un altro sono molti. Tuttavia l’analisi teorica più recente ha già individuato numerose soluzioni generali ed applicative al problema degli effetti contrastanti. Indichiamo qui le principali.

Innanzi tutto sono importanti i requisiti del capitale umano. Se la forza lavoro è più competente e più determinata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, riuscirà a realizzare iniziative migliori in ogni aspetto dell’attività in cui opera e si preoccuperà di valutarne gli effetti. In particolare è essenziale la formazione iniziale in ogni lavoro e la formazione continua di aggiornamento ed approfondimento per tutto l’arco dell’attività lavorativa. Soltanto così ogni operazione potrà divenire razionale ed innovativa, e potrà creare il massimo vantaggio derivante da ogni aspetto del progresso scientifico ed organizzativo maturato sino a quel momento.

Ma si deve anche tener conto degli effetti congiunti dei tre gruppi integrati di fattori.
Sotto l’aspetto economico, le valutazioni di ogni investimento devono essere effettuate in un’ottica di lungo termine e così si possono scartare tutti gli impieghi di capitale che a breve producono rendimenti elevatissimi, ma che possono essere rischiosissimi a lunga scadenza. Questo, perché prospettano perdite rilevanti dovute a: crisi speculative nel settore, rivendicazioni sociali, disastri ecologici, tassazioni aggiuntive per fini sociali o ambientali.

Con riferimento all’aspetto sociale, ogni iniziativa in favore della società deve essere svolta in maniera economicamente valida e rispettosa dell’ambiente. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, ogni intervento di miglioramento ecologico deve pure tener conto dei suoi costi economici (attraverso l’analisi costi-benefici) e degli effetti sociali conseguenti, per evitare le protezioni ambientali che vanno ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati.

I due Nobel per l’economia 2018: ambiente e sviluppo tecnologico

12 Nov

di Piero Rizzo
Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato conferito a William Nordhaus, Univ. di Yale, “per aver integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, e a Paul Romer, Univ. di New York, “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica a lungo termine”.
Cambiamenti climatici
E’ emblematico il fatto che il Nobel a Nordhaus sia stato annunciato poche ore dopo l’ammonimento delle Nazioni Unite ai governi sulle catastrofiche conseguenze dell’aumento di temperatura; e due mesi dopo che il ministro dell’ambiente francese si è dimesso polemicamente perché il suo governo ha completamente ignorato gli accordi di Parigi. Questo ci fa capire che i risultati raggiunti sono sconfortanti.
Nordhaus è uno dei pionieri dell’economia ambientale. Già negli anni Settanta osservò che i modelli economici in vigore non tenevano conto dell’impatto del riscaldamento globale, ed elaborò nuovi strumenti per analizzarlo. Egli ha sviluppato uno schema che analizza i cambiamenti climatici in termini di analisi costi-benefici. Usa “modelli semplici ma dinamici e quantitativi”, ora chiamati modelli di valutazione integrata (IAMs)”. I suoi strumenti permettono di simulare come l’economia e il clima si evolverebbero in futuro in base a ipotesi di politiche alternative.
Tra i modelli, molto popolare è il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), sul rapporto tra economia e ciclo del carbonio. L’acronimo DICE (azzardo) suggerisce “che stiamo giocando d’azzardo con il futuro del nostro pianeta”. Nel modello si valutano i costi del cambiamento climatico, inclusi i cattivi raccolti e le alluvioni. Le sue valutazioni sono alla base del nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui pericoli dei cambiamenti climatici.
Secondo il comitato del premio, Nordhaus ha dimostrato che “il rimedio più efficace per i problemi causati dai gas serra è uno schema globale di tasse sul carbonio imposte universalmente”. Sulla crescita economica, Nordhaus ha dimostrato che le misure tradizionali sottovalutano i miglioramenti della qualità della vita.
Cambiamenti tecnologici
Nell’ultimo secolo l’economia globale è cresciuta a un ritmo notevole e abbastanza costante. Ma nell’arco della storia dell’umanità la crescita è progredita molto più lentamente e in maniera molto differenziata da paese a paese. Quali sono le cause delle differenze nella crescita?
All’inizio degli anni Ottanta, Romer iniziò a sviluppare la teoria della crescita endogena, secondo la quale i progressi tecnologici non derivano solo da cause esterne, esogene, come ipotizzavano i modelli economici di allora, ma sono anche incentivati da attività orientate al mercato. Romer è considerato il principale sostenitore dello sviluppo basato sull’offerta, come ricerca e sviluppo, innovazione e competenze. Questi fattori determinano la “crescita guidata dalle idee” (ideas-driven growth) che, a differenza dalla crescita guidata dall’accumulazione di capitale fisico (macchine o infrastrutture), soffre meno di rendimenti decrescenti: in altre parole può restare alta nel tempo.
Ciò però richiede interventi governativi, come i sussidi alla ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer consente di capire quali condizioni di mercato favoriscono la creazione di nuove idee per nuove tecnologie. Il suo lavoro aiuta a progettare istituzioni e politiche che potenzino lo sviluppo tecnologico.
Tali politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un paese ma a livello globale. Per esempio le leggi sui brevetti dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra la motivazione per creare nuove idee, dando alcuni diritti di monopolio agli inventori, e la capacità degli altri di usarle, limitando questi diritti nel tempo e nello spazio .
Le teorie di Romer sulla crescita endogena e i dibattiti generati dai suoi paragoni sulla crescita dei vari paesi (ad es. tra le due Coree) hanno acceso nuove ricerche empiriche. Ci sono state anche delle critiche. Un esempio per tutti è l’articolo “The Failure of Endogenous Growth” di Stephen L Parente, Univ. dell’Illinois.
Chiudiamo con le parole testuali (tradotte) della Royal Swedish Academy: “Gli interessanti lavori di ricerca di Paul Romer e William Nordhaus sono passi cruciali per affrontare le questioni centrali sul futuro dell’umanità. Non abbiamo ancora risposte conclusive a queste domande, ma i metodi dei vincitori sono stati fondamentali per consentire ai ricercatori attuali e futuri di migliorare la nostra comprensione del modo migliore per progredire verso una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2018/press-release/
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/popular-economicsciencesprize2018.pdf

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

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Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Veganomics?

9 Lug

Risultati immagini per Veganomics?Questo blog non è in alcun modo vegano. Ma condivide la preoccupazione per l’eccesso devastante di produzione di carne e per la crudeltà degli allevamenti intensivi. C.P.

a cura di Piero Rizzo Continua a leggere