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La transizione europea dell’energia deve portare alla giustizia sociale

8 Apr

di Kristian Krieger, Marie Delair e Pierre Jean Coulon (1) – da Social Europe, online, 17 genn. 2019

Il dibattito su energia e clima è oggi dominato dall’urgenza e dall’ambizione di fare di più. Il Panel intergovernativo delle NU sul clima (ottobre 2018) parla dell’impatto dell’aumento di temperatura di 1,5 gradi sui livelli pre-industriali. Dopo il negoziato sul clima in Polonia a dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato il progetto di energia senza carbonio entro il 2050.

Questa non è soltanto una sfida tecnologica. C’è un senso di ingiustizia fiscale riguardo alla transizione energetica, come provano i gilet gialli e le resistenze alle pale eoliche in mare. Ogni grande trasformazione distribuisce rischi e benefici in modo ineguale fra regioni. …

C’è ad esempio la povertà energetica, dove alcuni non si possono permettere i servizi di cui hanno bisogno (riscaldamento, luce, aria condizionata, ecc.). Si calcola che sia il 10% della popolazione UE. I progressi sono stati lenti. … Solo pochi stati hanno introdotto definizioni legali della povertà energetica.
Ma la società civile oggi si pone come esponente principale che accresce la consapevolezza. Il Comitato europeo economico e sociale, che rappresenta la società civile, nel 2001 diffuse un parere che sottolineava il rischio di povertà energetica; e nel 2013 ha raccomandato un Fondo di solidarietà energetica e un Osservatorio su questo problema. Nel 2016 ha diffuso un  Clean Energy Package (dossier sull’economia pulita) con altre proposte. …
Alcuni commentatori sono preoccupati che i costi della transizione verso un sistema a basso consumo di carbonio possa colpire gli utenti più vulnerabili. I costi delle energie rinnovabili sono calati fortemente negli ultimi 10 anni e sono ora competitivi con l’energia basata sul carbonio. Ma la transizione deve esser vista come un’occasione per alleviare la povertà. Le regioni deboli e rurali, o le famiglie deboli possono avere notevoli benefici dalla trasformazione energetica.
I sistemi periferici di energia rinnovabile possono dare energia, prodotta in loco, più economica e dare reddito attraverso la sua produzione. In questo quadro, la società civile locale diventa un attore centrale. I governi locali possono finanziare la produzione in loco di energia, semplificare le procedure amministrative, fare campagne di informazione e di addestramento, per favorire l’accesso delle famiglie povere al mercato energetico. Bisogna curare le piccole istallazioni di energia rinnovabile, possedute a livello locale, che generano benefici sociali. Anche perché la Commissione prevede che la partecipazione alle grandi pale eoliche in mare aumenti in futuro.
Si prevede che l’energia nucleare fornirà energia a basso consumo di carbonio nella strategia europea del 2050. Ma anche su questo punto, in cui si contrappongono ambientalisti, preoccupati per la sicurezza, e operatori, la dimensione regionale e sociale può essere importante. Come per tutte le grandi istallazioni industriali, le centrali atomiche hanno una vita limitata. Con 130 reattori operativi oggi in UE, l’Europa ha il problema dei futuri smantellamenti. Le centrali atomiche, spesso situate lontane dalle aree molto popolate, dominano l’economia del posto e determinano il mercato locale del lavoro. Una volta che il processo di smantellamento inizia l’economia locale può subire contraccolpi negativi.
Un caso del genere è la centrale Ignalina in Lituania. Essa ha portato nuova attività economica in una remota regione vicina alla Bielorussia. La città vicina di Visaginas ha 30mila abitanti, l’80% dei quali dipende dalla centrale e dal suo indotto. Lo smantellamento, anche se creasse nuovi posti di lavoro, ne farebbe perdere molti di più. Quindi è molto importante che lo smantellamento tenga conto di queste implicazioni.
Molte iniziative recenti della UE mostrano la crescente dimensione sociale della politica energetica, dalla piattaforma sulle regioni carbonifere in transizione all’osservatorio sulla povertà energetica. Tuttavia le sfide sociali si trovano dappertutto e hanno aspetti diversi. Controllarle è cruciale ora che la transizione energetica diventa più ambiziosa e urgente.
Ignorare le preoccupazioni sociali e non tenere conto dei danni renderebbe più esacerbato il sentimento di abbandono e di non essere ascoltati dai politici; quel sentimento che ha incoraggiato le sfide populiste alla UE e ai governi nazionali. Invece, una transizione energetica che offre aiuto e opportunità di proprietà delle forniture energetiche e che assista quelli che rimangono indietro può riconciliare i cittadini con le loro comunità e caratterizzare le trasformazioni (2).

(1) Gli autori lavorano nel Comitato economico e sociale dell’UE.
(2) La redazione condivide il contenuto sociale dell’articolo, ma non l’idea che la produzione atomica di energia sia una produzione come le altre. Quella produzione, invece, oltre ad essere economicamente disastrosa, è devastante sul piano ambientale e aggrava, non risolve, l’inquinamento dell’ambiente.

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LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’

11 Mar

 

di Renato Chahinian
Il benessere di comunità, inteso come insieme di fattori oggettivi e soggettivi che migliorano la nostra vita, rappresenta il fine ultimo di ogni comunità, anche se spesso viene concepito in maniera diversa.

Il benessere individuale e quello collettivo un tempo erano considerati separatamente, e generalmente valutati in conflitto: dovevamo sacrificare il nostro benessere personale per conseguire un benessere collettivo. Oggi essi tendono ad essere unificati, perché la soggettività individuale (se opportunamente indirizzata) determina anche benefici collettivi. Infatti, il lavoro individuale è fattore di sviluppo per l’intera collettività; e il benessere collettivo migliora ogni benessere individuale (ad es., un miglioramento della sanità si riflette sulla salute di tutti i cittadini).

L’accettazione di tali principi comporta tuttavia una rilevante crescita della complessità del sistema, in quanto i fattori di benessere (oggettivo e soggettivo) aumentano, mentre crescono le relazioni (sinergiche o contrastanti) tra loro.

La teoria dello sviluppo sostenibile è sorta nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento, in ambito ONU. Essa partiva dalle negative previsioni sulla sorte delle future generazioni, a causa di una crescita economica squilibrata, di tensioni sociali non governabili e di un ambiente in crescente degrado. Questa teoria ha individuato alcune condizioni generali di sviluppo equilibrato, per noi e per le future generazioni, in tre ambiti che coprono le nostre aspettative di benessere: economico, sociale e ambientale. Ciò semplifica il problema del benessere individuale e collettivo, in quanto tutte le nostre attività possono essere riferite ad una di queste tre categorie. Comunque ciascuna attività ha relazioni dirette o indirette con tutti e tre gli ambiti.

Ogni attività economica ha un impatto anche nel sociale e nell’ambiente in cui opera; ogni iniziativa sociale ha dei riflessi economici ed ambientali; ogni intervento sull’ambiente comporta problemi economici ed impatti sociali. Ma proprio queste relazioni possono essere in sinergia od in contrasto tra loro e pertanto gli scettici (coloro che notano soltanto i contrasti) ritengono che non si possa conseguire lo sviluppo sostenibile e ripiegano su un obiettivo di decrescita che definiscono felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali. Ma saremmo anche più poveri e dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione).

Se invece scopriamo e realizziamo le relazioni positive tra i fattori economici, sociali ed ambientali, possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile e mirare ad uno sviluppo felice consistente in un miglioramento economico, sociale ed ambientale da parte di tutti, conseguendo così anche la coincidenza di benessere individuale e collettivo. Purtroppo, la strada per arrivare ad un simile obiettivo non è facile, anche perché gli stessi principi dell’ONU, pur ampiamente declinati in obiettivi ed indicatori da raggiungere, non hanno approfondito abbastanza l’aspetto delle interconnessioni tra le diverse tipologie di intervento e quindi i rischi di raggiungere un obiettivo peggiorando un altro sono molti. Tuttavia l’analisi teorica più recente ha già individuato numerose soluzioni generali ed applicative al problema degli effetti contrastanti. Indichiamo qui le principali.

Innanzi tutto sono importanti i requisiti del capitale umano. Se la forza lavoro è più competente e più determinata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, riuscirà a realizzare iniziative migliori in ogni aspetto dell’attività in cui opera e si preoccuperà di valutarne gli effetti. In particolare è essenziale la formazione iniziale in ogni lavoro e la formazione continua di aggiornamento ed approfondimento per tutto l’arco dell’attività lavorativa. Soltanto così ogni operazione potrà divenire razionale ed innovativa, e potrà creare il massimo vantaggio derivante da ogni aspetto del progresso scientifico ed organizzativo maturato sino a quel momento.

Ma si deve anche tener conto degli effetti congiunti dei tre gruppi integrati di fattori.
Sotto l’aspetto economico, le valutazioni di ogni investimento devono essere effettuate in un’ottica di lungo termine e così si possono scartare tutti gli impieghi di capitale che a breve producono rendimenti elevatissimi, ma che possono essere rischiosissimi a lunga scadenza. Questo, perché prospettano perdite rilevanti dovute a: crisi speculative nel settore, rivendicazioni sociali, disastri ecologici, tassazioni aggiuntive per fini sociali o ambientali.

Con riferimento all’aspetto sociale, ogni iniziativa in favore della società deve essere svolta in maniera economicamente valida e rispettosa dell’ambiente. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, ogni intervento di miglioramento ecologico deve pure tener conto dei suoi costi economici (attraverso l’analisi costi-benefici) e degli effetti sociali conseguenti, per evitare le protezioni ambientali che vanno ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati.

I due Nobel per l’economia 2018: ambiente e sviluppo tecnologico

12 Nov

di Piero Rizzo
Quest’anno il premio Nobel per l’economia è stato conferito a William Nordhaus, Univ. di Yale, “per aver integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica a lungo termine”, e a Paul Romer, Univ. di New York, “per aver integrato l’innovazione tecnologica nell’analisi macroeconomica a lungo termine”.
Cambiamenti climatici
E’ emblematico il fatto che il Nobel a Nordhaus sia stato annunciato poche ore dopo l’ammonimento delle Nazioni Unite ai governi sulle catastrofiche conseguenze dell’aumento di temperatura; e due mesi dopo che il ministro dell’ambiente francese si è dimesso polemicamente perché il suo governo ha completamente ignorato gli accordi di Parigi. Questo ci fa capire che i risultati raggiunti sono sconfortanti.
Nordhaus è uno dei pionieri dell’economia ambientale. Già negli anni Settanta osservò che i modelli economici in vigore non tenevano conto dell’impatto del riscaldamento globale, ed elaborò nuovi strumenti per analizzarlo. Egli ha sviluppato uno schema che analizza i cambiamenti climatici in termini di analisi costi-benefici. Usa “modelli semplici ma dinamici e quantitativi”, ora chiamati modelli di valutazione integrata (IAMs)”. I suoi strumenti permettono di simulare come l’economia e il clima si evolverebbero in futuro in base a ipotesi di politiche alternative.
Tra i modelli, molto popolare è il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), sul rapporto tra economia e ciclo del carbonio. L’acronimo DICE (azzardo) suggerisce “che stiamo giocando d’azzardo con il futuro del nostro pianeta”. Nel modello si valutano i costi del cambiamento climatico, inclusi i cattivi raccolti e le alluvioni. Le sue valutazioni sono alla base del nuovo rapporto delle Nazioni Unite sui pericoli dei cambiamenti climatici.
Secondo il comitato del premio, Nordhaus ha dimostrato che “il rimedio più efficace per i problemi causati dai gas serra è uno schema globale di tasse sul carbonio imposte universalmente”. Sulla crescita economica, Nordhaus ha dimostrato che le misure tradizionali sottovalutano i miglioramenti della qualità della vita.
Cambiamenti tecnologici
Nell’ultimo secolo l’economia globale è cresciuta a un ritmo notevole e abbastanza costante. Ma nell’arco della storia dell’umanità la crescita è progredita molto più lentamente e in maniera molto differenziata da paese a paese. Quali sono le cause delle differenze nella crescita?
All’inizio degli anni Ottanta, Romer iniziò a sviluppare la teoria della crescita endogena, secondo la quale i progressi tecnologici non derivano solo da cause esterne, esogene, come ipotizzavano i modelli economici di allora, ma sono anche incentivati da attività orientate al mercato. Romer è considerato il principale sostenitore dello sviluppo basato sull’offerta, come ricerca e sviluppo, innovazione e competenze. Questi fattori determinano la “crescita guidata dalle idee” (ideas-driven growth) che, a differenza dalla crescita guidata dall’accumulazione di capitale fisico (macchine o infrastrutture), soffre meno di rendimenti decrescenti: in altre parole può restare alta nel tempo.
Ciò però richiede interventi governativi, come i sussidi alla ricerca e sviluppo e la regolamentazione dei brevetti. L’analisi di Romer consente di capire quali condizioni di mercato favoriscono la creazione di nuove idee per nuove tecnologie. Il suo lavoro aiuta a progettare istituzioni e politiche che potenzino lo sviluppo tecnologico.
Tali politiche sono vitali per la crescita a lungo termine, non solo all’interno di un paese ma a livello globale. Per esempio le leggi sui brevetti dovrebbero trovare il giusto equilibrio tra la motivazione per creare nuove idee, dando alcuni diritti di monopolio agli inventori, e la capacità degli altri di usarle, limitando questi diritti nel tempo e nello spazio .
Le teorie di Romer sulla crescita endogena e i dibattiti generati dai suoi paragoni sulla crescita dei vari paesi (ad es. tra le due Coree) hanno acceso nuove ricerche empiriche. Ci sono state anche delle critiche. Un esempio per tutti è l’articolo “The Failure of Endogenous Growth” di Stephen L Parente, Univ. dell’Illinois.
Chiudiamo con le parole testuali (tradotte) della Royal Swedish Academy: “Gli interessanti lavori di ricerca di Paul Romer e William Nordhaus sono passi cruciali per affrontare le questioni centrali sul futuro dell’umanità. Non abbiamo ancora risposte conclusive a queste domande, ma i metodi dei vincitori sono stati fondamentali per consentire ai ricercatori attuali e futuri di migliorare la nostra comprensione del modo migliore per progredire verso una crescita economica globale sostenuta e sostenibile”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2018/press-release/
https://www.nobelprize.org/uploads/2018/10/popular-economicsciencesprize2018.pdf

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Veganomics?

9 Lug

Risultati immagini per Veganomics?Questo blog non è in alcun modo vegano. Ma condivide la preoccupazione per l’eccesso devastante di produzione di carne e per la crudeltà degli allevamenti intensivi. C.P.

a cura di Piero Rizzo Continua a leggere

Diritto al cibo e “diversità” ambientale

11 Giu

di Maurizia Pierri

Risultati immagini per Diritto al ciboNel 1976 Rozin teorizzò  il cosiddetto  “dilemma dell’onnivoro”,[1] che risale a Rousseau e Brillat-Savarin. Gli animali non onnivori non hanno dubbi su cosa mangiare; le loro preferenze sono geneticamente determinate e i loro sistemi digestivi sono in grado di assorbire tutto ciò di cui l’organismo ha bisogno da una piccola gamma di beni alimentari. Gli onnivori (come l’uomo), invece, devono dedicare tempo e riflessione per capire quali tra gli innumerevoli alimenti offerti dalla natura possano essere ingeriti senza rischio. Le loro scelte sono dettate dalla necessità di sopravvivere, dal gusto ma anche dalla cultura. Quest’ultima  codifica le regole di una dieta “prudente” con una serie complessa di tabù, rituali, ricette, norme e tradizioni. “Mangiare è una quotidiana riaffermazione di identità culturale”, come è stato detto. [2] Continua a leggere

Economie di scala e diseconomie negli allevamenti intensivi

15 Mag

Risultati immagini per allevamenti intensividi Anna Pellanda

Il 18 aprile 2018 per iniziativa del Fai si è tenuta presso il Comune di Padova una mia “conversazione” sull’analisi costi/benefici e gli allevamenti intensivi (v. anche il mio art. su Sviluppo Felice del 4 maggio 2015). Della conversazione del 18 aprile, si approfondiscono ora due aspetti: le economie di scala e le diseconomie. Ci si riferisce agli allevamenti intensivi dove si produce carne a basso prezzo ma con profitti altissimi. Continua a leggere

I migranti climatici

23 Apr

Risultati immagini per I migranti climaticia cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti Esteri n. 17 (aprile 2018)
Un rapporto della Banca Mondiale (“L’ondata: prepararsi per la migrazione interna”) afferma che 143 milioni di persone potrebbero emigrare entro il 2050 a causa dei cambiamenti climatici e dei fenomeni conseguenti (scarsità d’acqua, raccolti grami e innalzamento del livello del mare). Continua a leggere

Dai diritti naturali ai diritti della Natura

9 Apr

Risultati immagini per diritti della Naturadi Maurizia Pierri – aprile 2018
Nel post “E’ possibile parlare di sviluppo se il pianeta sta morendo?”, del febbraio scorso, ho evidenziato che una delle grandi sfide di oggi è quella dei cambiamenti climatici. Qualunque strategia si voglia adottare, non si può prescindere dagli strumenti propri del diritto, siano essi di soft law (non direttamente vincolanti) o di hard law (cogenti). Continua a leggere

Amazzonia: la tragedia del bene comune

12 Mar

Gli economisti chiamano “tragedia dei beni comuni” la tendenza dei cittadini a sfruttare le risorse pubbliche a fini privati fino ad estinguerle o a comprometterne la funzionalità. Applicato all’Amazzonia (7 milioni di kmq, distribuiti su 9 paesi) questo fenomeno si configura davvero come una tragedia senza fine.

Nella sua visita in Perù di fine gennaio 2018, papa Francesco ha condannato duramente la devastazione ambientale dell’Amazzonia che si traduce anche in devastazione umana (1). Il meccanismo è noto fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando apparvero sulla stampa le prime denunce, fatte dai gesuiti, dell’eccidio di villaggi indigeni amazzonici (ad es. si regalavano ai bambini zollette di zucchero avvelenato) per lasciare libero il terreno allo sfruttamento. Questi fenomeni si sono ingranditi sempre più. Lo sfruttamento intensivo delle foreste toglie l’habitat vitale alle tribù indigene e le condanna a una rapida estinzione.

In che cosa consiste questo sfruttamento? Nel prelievo forsennato del legname per il mercato europeo; la coltivazione di beni alimentari per la Cina; la sostituzione della foresta col pascolo per i bovini e la carne degli USA; lo sfruttamento incontrollato di acque e miniere. Questi processi trovano la complicità dei governanti corrotti in Brasile, Perù, Colombia, ecc. I latifondisti e proprietari terrieri si sono coalizzati in un blocco sociale (rurales), del quale fanno parte anche quelli che sfruttano illegalmente le miniere e i garimpeiros. Questi ultimi dragano i fiumi alla ricerca di oro usando il mercurio; il quale inquina le acque, distrugge la fauna ittica e i terreni, avvelena le fonti di sopravvivenza degli indios.

Daniele Mastrogiacomo racconta (2) che in Brasile ci sono appena 30 guardie forestali che dovrebbero proteggere 4 milioni di ettari. Una volta queste guardie avevano sequestrato le barche di garimpeiros e taglialegna illegali, ma questi incendiarono gli uffici dell’agenzia per l’ambiente, si ripresero le barche e hanno continuato il loro scempio (3).

Alla potentissima lobby dei rurales si aggiunge quella delle esportazioni. In Brasile, all’inizio di questo secolo la deforestazione si era ridotta del 70%, grazie alla limitazione dello sfruttamento dei terreni amazzonici imposta dalle presidenze Lula e Roussef; ma poi lo sfruttamento è ripreso in modo incontrollato. Il Brasile è tornato ad essere il più grande esportatore mondiale di zucchero, pollo, caffè, ecc. Temer, il presidente brasiliano accusato di corruzione conclamata, ha evitato l’impeachment grazie al permesso dato alle lobby di riprendere lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia. Una situazione simile c’è in Perù, dove il papa ha protestato, e negli altri paesi amazzonici.

I latifondisti (152 imprese posseggono 40 milioni di ettari), le aziende agricole e le decine di migliaia di piccoli contadini hanno bruciato finora circa 500mila km quadrati di foresta (il 10% di tutta l’Amazzonia). L’esportazione di legname pregiato produce lo stesso effetto, perché trasforma la foresta in pantani e terre sterili. Le grandi dighe idroelettriche, come quella di Tucurui, la più grande, hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di vegetazione, che marcisce sotto le acque ed emette gas velenosi (4). In un solo anno (agosto 2105-luglio 2016) sono stati abbattuti 8mila km quadrati di foreste, pari a 135 volte la superficie di Manhattan (5).

Bisogna ricordare che l’Amazzonia è la più grande sede di biodiversità e la più grande fonte di ossigeno del pianeta. Si pensa che ospiti circa 60.000 specie di piante, alcuni milioni di specie di insetti, 3.000 specie di pesci, 1.300 specie di uccelli (si pensa che un quinto di tutti gli uccelli viva nella foresta amazzonica), 430 specie di mammiferi e altrettante di anfibi, e 380 specie di rettili (Wikipedia). La sua distruzione forsennata porterà il clima e l’ambiente terrestre al collasso.

Le miniere di ferro, uranio, bauxite, ecc., sono sfruttate senza controllo dalle multinazionali. Il 90% dei nuovi scavi avviene al di fuori delle concessioni governative e l’area disboscata illegalmente è 12 volte più grande di quella disboscata legalmente (6).
Di fronte a questa situazione, la Norvegia ha dimezzato i suoi aiuti economici al Fondo per l’Amazzonia del 2017 e minaccia di sospendere gli stanziamenti del 2018 e 2019 (7).

Vedi i media del 10-20 gennaio scorso.
Vedi la Repubblica del 20/1/18.
3) V. i ripetuti appelli di Avaaz; e l’appello degli scienziati sul clima (sbilanciamoci.info del 24/11/17).
4) V. Scheda di Elena Lorenzini e Francesca Ramponi in http://www.icponte.gov.it/ipertesti/america_meridionale/foresta.htm).
5) Lorenzo Brenna, “L’amazzonia è sempre più spoglia”, Lifetime, 2/12/2016 online.
6) Le Scienze, “Le attività minerarie distruggono l’Amazzonia”, 20/10/2017 online.
7) Rafael Marcoccia, “La distruzione dell’Amazzonia (e nostra)“, Terre d’America, online, 1 luglio 2017.