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La “scuola per restare” fra Pisticci e San Mauro Forte (MT)

17 Feb

“del mio paese mi piace lo stare abbandonatamente nelle cose” – Alfonso Guida

Nelle giornate del 22 e 23 Febbraio, “Daìmon, A scuola per restare restare” attraversa la Basilicata in una serie di incontri nei paesi di Pisticci e San Mauro Forte in provincia di Matera.

“Daìmon: A scuola per restare”è una scuola itinerante che nasce in Salento, è multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Gli appuntamenti lucani coordinati da Gianluca Palma ( ideatore della scuola) e Luigi Vitelli ( cultural project designer) saranno declinati sul tema dello spopolamento dei territori fragili del Sud Italia e soprattutto sulle opportunità che tali luoghi esprimono a partire dal contributo delle comunità creative che li abitano. Continua a leggere

L’Europa ha bisogno di una forte politica macroeconomica

10 Feb

di Andrew Watt, 6/2/2020 – il documento

Le regole fiscali europee sono state in una situazione di continuo cambiamento e di controversie da quando il trattato di Maasctricht del 1991 stabilì i criteri di convergenza in termini di limiti al debito e al deficit degli stati membri. Il Patto di Stabilità e Crescita del 1997 rese stabili i criteri di Maastricht per i paesi dell’Unione Monetaria e, sull’onda della crisi, emise due pacchetti di direttive, chiamati pacchetto 6 e 2. Lo scopo era di rafforzare l’osservanza delle regole fiscali e di estendere la sorveglianza dell’UE sulle politiche economiche degli stati, per ridurre le divergenze macroeconomiche, in particolare sulla competitività. …

Ora la Commissione Europea ha pubblicato una revisione delle due direttive. … La revisione ha dei punti deboli – ad es., ovviamente, non parla dell’enorme e durevole danno fatto alle economie dell’Europa del sud a causa della crisi – ma è un passo avanti perché sistema molte questioni a lungo richiamate dai critici. Tra queste, il carattere spesso pro-ciclico delle politiche fiscali, la difficoltà di raggiungere un coordinamento fiscale e la mancata osservanza, soprattutto da parte dei paesi che hanno un sovrappiù, delle Procedure Macroeconomiche sugli Squilibri.

La revisione adotta cambiamenti su alcuni parametri chiave, come i tassi a basso interesse, la persistente bassa inflazione e le nuove sfide come il cambiamento climatico. … La politica fiscale degli stati deve evitare la crescita del debito pubblico, avere un bilancio sostenibile. … Alle regole bisogna affiancare un sistema di incentivi positivi o negativi (il bastone e la carota). … Fra i limiti attuali c’è tensione, come fra quello del debito al 60% e il deficit al 3% e il criterio … del deficit strutturale … (la cui stima è molto incerta). …

Innanzitutto il margine di manovra concesso agli stati per la politica fiscale dovrebbe dipendere dalla loro sostenibilità fiscale di lungo termine. … Una misura semplice come il rapporto debito/PIL non è adeguata. Bisogna tenere presenti altri fattori come i tassi di interesse, … ecc. Le politiche fiscali dovrebbero mirare a bilanciare domanda interna e offerta … ma anche tassazione e spesa pubblica, … per evitare di danneggiare la dimensione voluta del settore pubblico. …

I salari e i prezzi dovrebbero essere più presenti nelle politiche di governo … Bisognerebbe creare un sistema di assicurazione pubblica per la disoccupazione, a livello nazionale o europeo.
Si dovrebbe anche trovare il modo di permettere agli stati di finanziare attraverso prestiti le spese che accrescono la produzione e creano strutture pubbliche, soprattutto se sono in linea con gli obbiettivi europei (come il Green Deal europeo). …

(da Social Europe, traduz. parziale, 10/2/2020)

 

Fine dell’antropocentrismo?

3 Feb

di Cosimo Perrotta

In un articolo su Repubblica (23/1/2020, pp. 30-31), l’argentino Miguel Benasayag – definito filosofo, psicoanalista e sociologo (e, nei suoi numerosi libri, anche biologo) – afferma che il problema della sostenibilità ambientale mette in crisi il consumismo e decreta la fine dell’era dell’antropocentrismo. “L’illusione moderna che l’uomo sia al ‘centro del mondo’ ”, egli scrive, si basa sul concetto di individuo, che in Galileo, nel cogito cartesiano e nell’ “io puro kantiano” è basato sulla scissione fittizia dell’individuo dal proprio ambiente.

L’autore continua: “La divisione netta tra ragione e natura, rappresentante e rappresentato, soggetto e oggetto (…) ha posto le basi della conoscibilità ‘oggettiva’ e della “ ‘razionalità tecnica’ capace di dominare gli elementi circostanti”. Questa razionalità avrebbe condotto addirittura ai totalitarismi novecenteschi. Non solo: “i campi di concentramento mettono in mostra i rischi a cui una concezione di individuo ‘razionale’ può portare”. E aggiunge, “separare, quindi, il lato umano dall’ambiente è tanto sbagliato e rischioso quanto separare la ragione dal lato ‘irrazionale’, affettivo e pulsionale che guida le nostre azioni”.

Benasayag non è solo. Oggi molti rivendicano il primato dell’ambiente sull’uomo e vogliono ridurre l’uomo a un semplice elemento dell’ambiente. Tralasciamo il largo uso improprio di concetti e accostamenti, e andiamo al punto: è vero che l’antropocentrismo, la valorizzazione dell’individuo e la filosofia soggettiva dell’età moderna sono la causa dell’attuale consumismo e della distruzione dell’ambiente? Non è vero, e ciò per un semplice motivo: se si ignorano tutti i passaggi intermedi con le loro svolte e contraddizioni, si riduce l’analisi alla “notte in cui tutte le vacche sono nere” (Hegel). E’ come dire che responsabili della distruzione dell’ambiente sono gli stoici o il cristianesimo (che responsabilizzano l’individuo), oppure Platone (che distingue la conoscenza soggettiva dalla realtà oggettiva). Questo non ha senso.

Venendo al merito, è vero che c’è un nesso fra antropocentrismo e capitalismo. Il primo – che nel Rinascimento chiamavano “dignità dell’uomo” – si oppone all’idea dell’uomo come ente subalterno. Il secondo esprime la ribellione prometeica all’immobilismo del mondo naturale. Ma è proprio a questi due fattori che dobbiamo la nostra civiltà.

Nel Cinquecento, quando il capitalismo decollò, l’attesa di vita media era intorno ai 30 anni; oggi è di 80 anni nei paesi sviluppati e di 70 nel mondo. I due grandi paesi non capitalistici, Cina e India, producevano da soli il 50% del prodotto mondiale; ma nel 1950 ne producevano il 9% perché la ricchezza prodotta dal capitalismo era aumentata enormemente. Nel 1872 la mortalità infantile (sotto i 5 anni) era in Italia del 44%, in Francia e Inghilterra del 25%; ma nel 1950 era scesa in Italia al 9%, e in Francia e Inghilterra rispettivamente al 5,7 e 3,7%. La malaria in Occidente è scomparsa da un secolo.

Negli ultimi decenni, grazie all’impegno dei paesi avanzati – attraverso le Nazioni Unite, le fondazioni e le Ong – ma anche della Cina, la mortalità infantile mondiale si è dimezzata (da quasi il 13% del 1990, a poco più del 6%). Dal 1990, 2,6 miliardi di persone in più hanno accesso all’acqua potabile. L’iscrizione di bambini e bambine alla scuola primaria è quasi universale. Nel Nord Africa e in Medio Oriente, mentre le persone di oltre 65 anni hanno un tasso di alfabetizzazione del 20%, fra i giovani di 15-24 anni quel tasso è fra il 90 e il 99%. Il vaiolo e la poliomielite sono quasi scomparsi (1).

Questo non significa affatto che il capitalismo abbia risolto tutto. Al contrario, esso ha perpetrato un numero enorme di genocidi nelle colonie e ha sfruttato in modo disumano miliardi di persone. Oggi il capitalismo sta estendendo la schiavitù nel mondo e fra gli immigrati; sta peggiorando la situazione dei paesi più poveri; sta distruggendo l’ambiente. Ma come faremo ad affrontare questi gravi problemi se chiudiamo l’unica fonte di ricchezza che abbiamo, cioè lo sviluppo economico? Prima del capitalismo c’erano solo società molto più povere e molto più oppressive.

Possiamo cercare di risolvere i problemi di oggi solo se, da una parte, potenziamo la ricerca di nuove fonti di energia, di nuovi materiali e di nuove tecniche per risparmiare risorse e dall’altra acceleriamo la transizione all’economia post-industriale, che si basa sulla produzione immateriale e sulla crescita del capitale umano. Non si tratta quindi di diminuire i nostri consumi, cosa che allargherebbe a dismisura la disoccupazione già dilagante. Si tratta di sostituire i consumi materiali in eccesso con i consumi che soddisfano i bisogni attualmente insoddisfatti, da quelli -materiali e immateriali – delle fasce povere a quelli immateriali della società del benessere.

(1) Questi dati sono presi da fonti Unesco, FAO, OCSE e Our World in Data, online.

L’inferno di Lesbo. Non è Libia, è Europa

27 Gen

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 36 – a cura di Piero Rizzo
Nel numero 34 di Commenti Esteri abbiamo commentato un articolo di Foreign Policy che stigmatizzava le responsabilità dell’ONU in merito ai “lager libici”. Nell’articolo di questo numero dal titolo: “L’Europa è la patria di una grave crisi umanitaria, ma Bruxelles guarda dall’altra parte”, il Guardian ancora una volta punta il dito contro l’Europa per le condizioni di vita sub-umana dei campi di Moria sull’isola di Lesbo. In questi campi, si legge nel sommario, gli adulti vengono accoltellati o violentati, mentre i bambini muoiono di freddo. Questa sofferenza è una vergogna per il nostro continente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti e qualche considerazione finale.
Una volta superata la baracca ufficiale che ospita i funzionari del ministero greco per la protezione dei cittadini, mi sono imbattuto in file di tende, abitazioni fatte di plastica, sembrava un cantiere. E poi ho avvertito l’odore, l’effetto della concentrazione di persone in piccoli spazi con accesso limitato ai servizi igienico-sanitari. Oltre i confini del campo, c’era ancora più caos, con tende fatte in casa e pile di immondizia.
Di notte, mi è stato detto, la situazione peggiora. Le donne vengono violentate. Invece di usare i bagni comuni, alcune donne indossano i pannolini in modo da poter stare nelle loro tende. E ogni notte qualcuno viene pugnalato o derubato. La mancanza di un adeguato sistema amministrativo ha creato uno stato di terribile limbo. Alcuni hanno atteso più di due anni per ricevere notizie sulla loro domanda di asilo.
I dottori che lavorano nel campo e che sono troppo pochi, mi dicono che le ripercussioni fisiche e mentali sono disastrose. Le persone vivono troppo vicine le une alle altre per anni, spesso senza cibo a sufficienza e senza accesso a servizi medici e igienico-sanitari di base. Questa è una crisi umanitaria e sta avvenendo sul suolo europeo. Stare in quel campo, ascoltando le persone raccontarmi le loro storie, non potevo sentirmi orgoglioso di essere europeo. Proprio il luogo che aspira a diventare leader nella tecnologia digitale è anche il continente che consente alle persone di morire di fame a sole cinque ore da Bruxelles.
Quella notte arrivano 262 nuovi migranti. La mattina dopo, ho parlato con le persone che erano lì e che cercavano di aiutare. Avvocati, medici, studenti, istruttori di ginnastica, meccanici di biciclette. Erano venuti da ogni parte. Essi aiutavano alcuni a soddisfare i bisogni fondamentali, come distribuire pannolini alle donne.
Mi sono sentito impotente quando mi hanno chiesto quale fosse il piano. A volte ho pensato di spiegare come funzionano le cose all’interno della commissione europea, del parlamento o perché gli Stati membri non si sono messi d’accordo, ma poi mi sono fermato. Mi chiedevano del ragazzo che era morto una settimana prima per la febbre dopo che gli era stata negata un’adeguata assistenza medica; dei 1.200 minori non accompagnati che dormivano per terra sotto gli ulivi.
È stato allora che mi sono reso conto che l’Europa non ha un piano. Ogni notte è probabile che un’altra donna venga violentata, che un altro bambino muoia e un’altra persona venga pugnalata. Ma la situazione non viene affrontata.
Considerazioni finali
“Vi prego mostrate al mondo cosa avviene a Moria. Siamo esseri umani” è il titolo di un articolo di un giornale irlandese di un anno fa. L’occhiello di un articolo dell’Economist su Moria è: “Un piccolo pezzo di inferno”. “Medici senza frontiere” ha parlato di una “emergenza di dimensioni senza precedenti” e ha dichiarato che le condizioni di vita sub-umane hanno portato molti, inclusi bambini e giovani adulti, a tentativi di autolesionismo e suicidio. Non si può dire che i media o le organizzazioni umanitarie abbiano ignorato il problema. Ma come suggerisce l’articolo in oggetto l’Europa si è girata dall’altra parte.

Quando il Papa tre anni fa ha visitato il campo di Moria ha detto ai profughi “Non siete soli” ed ha portato con sé sull’aereo di ritorno tre famiglie di siriani musulmani, 12 persone. Nel dicembre scorso il Pontefice ha fatto portare in Italia sempre dall’isola greca altri 43 profughi di varie nazionalità. Ma ci sembrano più che altro gesti simbolici che non spostano di un millimetro il problema. I profughi di Moria sono soli. Grazie alla cosiddetta “politica di contenimento” sono costretti in una trappola nella quale vengono deprivati di ogni briciolo di dignità.
Distribuire una decina di migliaia di persone in base al principio di solidarietà introdotto dal trattato di Lisbona dovrebbe essere sentito come un dovere da parte di tutti gli stati della UE. Ma fin quando l’onda sovranista non passa anche i partiti tradizionali sono costretti a scendere sullo stesso terreno. Abbiamo il timore che il nuovo approccio in materia di migrazione della Von der Leyen debba ancora attendere.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/dec/18/europe-humanitarian-crisis-brussels-refugees

Aperte le iscrizioni a “Daìmon: A scuola per restare”

23 Gen

Prende il via “Daìmon: A scuola per restare”: una scuola che non terminerà mai: itinerante, multidisciplinare, inclusiva, gratuita e accessibile a grandi e piccini; senza porte e finestre, senza pagelle e attestati, senza compiti e calendari da rispettare; con luoghi di apprendimento disseminati nei campi, nelle cantine e nelle botteghe, diffusa nei paesi e nei paesaggi d’Italia. Una scuola adatta a chi vorrà abitare poeticamente e civicamente i propri territori e a chi vorrà conferire pienezza al proprio re-stare.

Praticheremo l’arte socratica della maieutica, ovvero impareremo a ‘partorire’, grazie agli stimoli – dote in senso lato- degli incontri, risposte, strumenti e soluzioni che ci appartengono ma che abbiamo disarmato.

Impareremo dunque a ri-scoprire i nostri luoghi madre, a stimolare e supportare gli enti pubblici e privati locali e internazionali; ci sensibilizzeremo alla cittadinanza attiva glocale; ci dis-educheremo all’abbandono e impareremo l’arte della cura: delle radici e dei fiori.

Da decenni l’Italia è vittima del calo demografico e dello spopolamento per abbandono volontario o forzato da parte dei suoi abitanti. Ma è in atto anche una migrazione interna che, come una bussola, è pressoché unidirezionale e riguarda uno spostamento massivo di cittadini dalle regioni del Sud a quelle del Nord Italia.

Interi paesi sono diventati – o stanno diventando – borghi fantasma, mentre le città medio-grandi si apprestano a diventare metropoli prive di spazio vitale. 

È fondamentale preservare il patrimonio culturale e naturale dei piccoli centri, per tutelarne la produzione agricola, culturale ed enogastronomica: per tutelarne le connotazioni identitarie.

A partire da queste osservazioni, l’antropologo calabrese Vito Teti ha coniato il concetto di “restanza”, un rimando alle parole “erranza” e “lontananza”. Non pigrizia, né per così dire “resistenza passiva” o tantomeno rassegnata: bensì un atteggiamento attivo e propositivo, da praticare nella quotidianità: lavorando a una ridefinizione continua dell’ambiente, recuperando e rigenerando il paesaggio in relazione alla presenza dell’uomo, in piena armonia.

I paesi rappresentano una grande risorsa e una grande opportunità.

Non sono un residuato del passato o un’eredità di un “piccolo mondo antico” avulso dal presente. Anzi, i piccoli comuni possono essere un luogo dove si possono sperimentare politiche innovative dal punto di vista civico, sociale ed economico, dove si possono costruire nuove relazioni con i luoghi e le comunità, dove si può (e si deve) parlare di futuro.

Di sicuro il futuro dell’umanità sarà ancora costituito da cammini e spostamenti. L’etica della restanza non promette una rivoluzione, ma indica la strada per costruire avamposti contro l’impoverimento culturale e per erigere zone di accoglienza verticale e orizzontale – caminetti o luoghi di ristoro – da offrire ai viandanti: indica la strada per creare rete, scambio di saperi, cor.rispondenze e quindi arricchimento.

Ed è proprio questo che la scuola chiede in luogo di una quota di partecipazione: un baratto in sapere, manufatti, tempo, ospitalità, prodotti o edificanti segreti per una restanza felice.

P.S. Abbiamo scelto di dare alla nostra scuola il nome Daìmon, dal lessico del sentire greco. Era lo spirito guida che accompagnava gli eroi greci a compiere il loro destino, a realizzare pienamente la loro individualità, il loro essere eccezione; nel caso di Antigone era Filía: Amore.

Daìmon era ed è il nostro demone: lo sguardo interiore che porta al riconoscimento; viatico e volano per la realizzazione della nostra pienezza. I segni di daìmon poi sono gli stessi che definiscono (con l’aggiunta di una congiunzione) la parola diaméno, che in greco classico significa restare.

Per cui (il nostro è anche un augurio): restiamo seguendo il nostro demone, nella piena realizzazione –anche civica- della nostra singolarità.

Ideatore della scuola: Gianluca Palma 

Gestione della scuola a cura de La scatola di latta

Stradario Poetico a cura di Elisabetta Donno

Progetto grafico a cura Valeria Puzzovio

Traduzioni a cura di Cristina Carla

Info: 3395920051 – scatoladilatta2014@gmail.com

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Link articolo tradotto in diverse lingue

“Possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove”

20 Gen

a cura di Piero Rizzo
L’ economia circolare era uno degli slogan martellanti che Grillo ha incominciato ad usare più di dieci anni fa e poi è stato ripetuto ad nauseam nei talk show. L’inquinamento da materie plastiche può essere superato solo se si promuove la transizione verso un’economia circolare (riutilizzo, riparazione e riciclo di materiali e prodotti) in alternativa all’attuale modello economico lineare (prendi-usa-getta). Sembra la scoperta dell’uovo di Colombo, ma ecco che arriva un articolo del Guardian, dal titolo: “La soluzione alla crisi dei rifiuti di plastica? Non è il riciclaggio”, col sommario: ” Non c’è modo di rendere gli attuali livelli di consumo “rispettosi dell’ambiente”.
L’articolo cita il magazine Scientific American: “Salvare la terra riciclando la plastica è come conficcare un chiodo per fermare un grattacielo cadente”. E ancora: “Incoraggiare gli individui a riciclare di più non risolverà mai il problema di una produzione massiccia di plastica monouso.
Di seguito riportiamo l’articolo in oggetto liberamente tradotto.
ll Lego Disney Frozen II Arendelle Castle Village presenta una principessa, animali, uccelli e mini bambole. È composto da 521 pezzi separati di plastica, è stato uno dei giocattoli di Natale più venduti e i fan del film su cui è basato trascorreranno diverse ore di gioco creativo con esso.
Ma quelle poche ore potrebbero essere le ultime in cui vengono usati questo e molti altri giocattoli. Migliaia di altri regali sono già stati accatastati in armadietti per buttarli via in un anno o due e fare spazio ad ancora più plastica. E poiché la maggior parte della plastica è quasi impossibile da riciclare, questi giocattoli dovranno probabilmente essere portati in discarica o bruciati negli inceneritori, avvelenando l’aria e dando un ulteriore contributo al riscaldamento globale.
Ma farebbe davvero molta differenza se tutte le 359 tonnellate di plastica che il mondo produce in un anno, fossero riciclabili? Il problema è il tipo di plastica o l’enorme quantità di rifiuti che non possiamo trattare? La domanda è sollevata dalla Green Alliance, il cui nuovo rapporto, pagato da alcuni dei più grandi riciclatori di plastica britannici, lamenta che le persone sono confuse su ciò che può essere riciclato o compostato. Le aziende, afferma il rapporto, vogliono usare meno plastica ma potrebbero aumentare il tasso di carbonio trasformando i loro imballaggi in vetro o cartone, che hanno i loro impatti ambientali.
Le aziende e i governi non vogliono affrontare il vero problema: la crescente quantità di plastica e altre cose che la gente compra, usa e butta via. Celebrità, “influencer” e società di pubbliche relazioni cercano di creare bisogni per cose che non sapevamo mai di volere e quindi ci condizionano per acquistare più di tutto. Bombardati dalla pubblicità, siamo persuasi che più noi facciamo shopping, più appaganti e soddisfacenti saranno le nostre vite.

Le industrie rispondono che alcuni tassi di riciclaggio stanno aumentando e che si stanno raggiungendo gli obiettivi, ma il fatto è che stiamo bruciando più combustibili fossili che mai per produrre e quindi smaltire cose che semplicemente non ci servono. Lo shopping è ora equiparato a divertimento e appagamento, le nostre festività pubbliche sono state trasformate in feste di acquisti, l’importanza delle strade è misurata in vendite e i manager delle catene di negozi perdono il posto se le persone non acquistano più cose nuove ogni anno. Il risultato è che ogni persona nel Regno Unito getta in media 400 kg di rifiuti all’anno e che i tassi di riciclaggio complessivi si sono arrestati. I supermercati che passano da un tipo di imballaggio a un altro possono impedire ad alcuni di finire in mare o essere bruciati, ma questo non è abbastanza.

Dobbiamo cambiare le abitudini dei consumatori e gli atteggiamenti nei confronti del consumismo. Il consumo può mai essere contenuto? Facilmente. Le cose possono essere progettate meglio per durare più a lungo; le catene alimentari e i produttori di giocattoli non devono produrre beni di scarsa qualità; i produttori possono utilizzare meno materie prime vergini; i rifiuti possono essere resi una risorsa; l’economia circolare può essere sviluppata. Le tasse possono rendere le società più responsabili; l’eccesso può essere scoraggiato nelle scuole e nelle case; le identità non devono essere basate su quanto acquistiamo.

Possiamo fare acquisti iper-locali, rendere più frequenti i negozi di seconda mano, coltivare più cibo noi stessi, diventare più autosufficienti. Ma soprattutto, possiamo imparare a dire di no all’acquisto di cose sempre nuove.
C’è anche una reale speranza. L’economia di seconda mano dei beni “prediletti” è maggiore in Gran Bretagna che in qualsiasi altro paese OCSE, con negozi di beneficenza e mercatino dell’usato che contabilizzano più di 700 milioni di sterline e rivitalizzano le strade principali. È l’antidoto alla cultura aziendale usa e getta e alle catene di negozi, che prendono denaro dalle comunità locali.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/jan/14/plastic-waste-crisis-recycling-consumption-environmentally-friendly
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Commento redazionale. Sviluppo Felice si batte sin dalla nascita contro le critiche al consumismo che – come questo articolo – fanno di ogni erba un fascio e non distinguono fra beni ripetitivi, che non accrescono l’utilità del consumatore, e beni che soddisfano nuovi bisogni, dal verde pubblico ai trasporti efficienti, una scuola migliore, ecc. Bisogna, certamente, combattere i primi ma potenziare i secondi. Riprenderemo il tema il mese. prossimo.

Il Congo “la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia” (Patrice Lumumba)

13 Gen

il documento, 13/1/2020

Il 17 gennaio del 1961 moriva assassinato Patrice Lumumba, grande statista e Primo Presidente della Repubblica democratica del Congo. Lo ricordiamo attraverso la lettera che scrisse poco prima del suo omicidio alla moglie Pauline (da Doxandeme, online, 18/1/2019)
“Mia cara compagna,
ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. 
Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. 
Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. 
Che altro potrei dire? Non è la mia persona che conta, è il Congo. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. 
Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro. 
Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di congolesi, che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. 
Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. 
Né brutalità, né sevizie, né torture mi hanno mai condotto a domandare la grazia, poiché preferisco morire a testa alta, la fede incancellabile e la fiducia profonda nel destino del mio Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e il tradimento dei principi sacri. La storia dirà un giorno la sua parola, ma non sarà la storia che ci insegneranno a Bruxelles, Washington, Parigi o alle Nazioni Unite ma quella che si insegnerà nei Paesi affrancati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia e questa sarà al Nord ed al Sud del Sahara una storia di gloria e di dignità. Non mi piangere, mia compagna. Io so che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.
W il Congo! W l’Africa!”
(Patrice Lumumba)
Lumumba era capo del governo congolese. Cercò di rendere il Congo effettivamente, oltre che formalmente, indipendente dal Belgio. Ma fu destituito dai politici pagati dai governi e dalle multinazionali occidentali. Queste promossero nel 1960 la secessione del Katanga, la grande provincia mineraria, delle cui ricchezze volevano mantenere il controllo. La CIA e le multinazionali finanziarono i secessionisti e Mobutu, che arrestò e fece uccidere Lumumba. Nel 1965 Mobutu diventò capo del governo, appoggiato dagli occidentali. Fu dittatore fino al 1997,  quando fu espulso e morì tre mesi dopo. Aveva rubato oltre 5 miliardi di dollari (valore del 1984), che equivaleva più o meno al debito dello stato.

“I migranti non sono troppi, ma troppo pochi”

16 Dic

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 35 – a cura di Piero Rizzo

Per questo mese abbiamo selezionato due articoli: uno da Foreign policy, il cui titolo è: “L’ossessione dell’Occidente per la sicurezza delle frontiere sta inducendo instabilità“, e l’altro da Foreign affair, col titolo: ” La vera crisi dell’immigrazione” e sottotitolo “Il problema non è troppi, ma troppo pochi”. Entrambi gli articoli smontano le leggende metropolitane che si sono radicate nella mentalità di molti cittadini, dalla morte della civiltà alla sostituzione etnica, dalla perdita del lavoro dei lavoratori locali all’aumento della criminalità. Questo soprattutto perché una genia di politici senza scrupoli le ha strumentalizzate per conquistare e conservare il potere.
Foreign policy fa rilevare ai leader europei – che stanno affidando in outsourcing il controllo dei confini esterni a Turchia, Libia e Niger allo scopo di proteggere la “Fortezza Europa” dai “diabolici flussi di migranti” – che i vantaggi politici di questa strategia a breve termine sono spesso elevati. Ma in una prospettiva più ampia, tale esternalizzazione dei controlli alle frontiere rappresenta uno spettacolare autogol non solo in termini umanitari, ma anche politici. In questo modo l’UE mina il suo ruolo globale e i valori fondanti del progetto europeo.
A chi afferma che gli immigrati rubano i posti di lavoro ai locali, causano la riduzione delle retribuzione, l’aumento dei prezzi delle case, una crescita esponenziale della criminalità, Foreign affair ribatte: i prossimi decenni vedranno le popolazioni in Europa e Nord America invecchiare e ridursi. Questa tendenza danneggerà la crescita economica e lascerà troppo pochi lavoratori per ogni pensionato. Per evitare la sclerosi e il declino, il mondo ricco dovrà competere per attirare gli immigrati, non per allontanarli. Il problema, appunto, non è che sono troppi, ma che sono troppo pochi.
Riportiamo alcuni stralci liberamente tradotti. Da Foreign policy:
In nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, l’UE, gli Stati Uniti e l’Australia stanno rafforzando i regimi autoritari, stanno alimentando abusi, corruzione e intolleranza. Da troppo tempo i leader occidentali stanno montando un brutale circo in nome della sicurezza delle frontiere. Dai politici di estrema destra agli ex partiti dell’establishment, “combattere l’immigrazione clandestina” è il nuovo gioco da Canberra a Washington via Bruxelles e Roma. E purtroppo questo gioco mortale non è praticato solo da alcuni politici erratici e insensibili. Al contrario, è sistematico.
Favoriti dal diminuito numero di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste europee rispetto al record del 2015, i politici stanno cavalcando il presunto successo della lotta alla migrazione mediante pattuglie, recinzioni e forte deterrenza. Tuttavia, questo falso successo spurio maschera un fallimento morale e politico molto più grande che continuerà a perseguitare l’UE.
Conclusione: invece di alimentare l’instabilità all’estero e normalizzare una stridente politica nazionalista in patria attraverso l’ossessione per una maggiore sicurezza delle frontiere a breve termine, c’è una scelta migliore da fare: una scelta che prevede la protezione delle persone, non dei confini. Cittadini illuminati e leader politici devono iniziare a sostenere la questione.
Da Foreign affair:
Gli oppositori dell’immigrazione sono in ascesa. Dalla Polonia agli Stati Uniti, i politici stanno chiudendo i confini e allontanando i rifugiati. “Il nostro Paese è AL COMPLETO!”, ha twittato Trump in aprile. Ma i timori fuori posto per la sicurezza e i lavori rubati hanno distratto l’attenzione dalla vera crisi demografica che incombe su Europa e Nord America.
Perfino in Giappone dove è fortemente radicato il senso dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane fortemente impopolare, il governo ha lanciato piani per reclutare più immigrati.
Qualunque sia il vantaggio economico, molti politici credono che una maggiore immigrazione sia perdente sul piano politico. Ma sopravvalutano la reazione populista. I livelli effettivi di immigrazione hanno alimentato l’aumento del populismo di destra molto meno di quanto non abbia fatto la paura. In effetti, più sono gli immigrati in una regione, più aumentano le persone a favore dell’immigrazione, e ci sono alcune prove secondo cui l’arrivo di altri immigrati fa sì che le persone li vedano in una luce più amichevole.
Piuttosto che assecondare il localismo di una minoranza che invecchia, i politici in Europa e Nord America dovrebbero pensare seriamente a come preservare la vitalità economica dell’Occidente. Ciò significa trovare e attirare più immigrati. In futuro i governi avranno più motivi per temere la siccità che l’alluvione.
Considerazioni finali
Nell’articolo di Foreign affair, quando si parla del Giappone, c’è un rimando a un articolo della CNN dal titolo:”Il Giappone ha bisogno di immigranti, ma gli immigranti hanno bisogno del Giappone?”, dove si legge questa frase: “Il Giappone tratta i suoi lavoratori stranieri come Kleenex, con la mentalità dell’usa e getta “.
Il modello migratorio australiano, caro a Salvini, noto come la “soluzione offshore” consiste nell’utilizzare le nazioni povere del Pacifico come siti per la detenzione a tempo indefinito dei rifugiati illegali. Trump non ha perso l’occasione di partecipare alla gara al peggio e ha fatto rinchiudere i bambini di immigrati nelle gabbie come animali. La vecchia Europa, (anche se con qualche crepa) rispetta più di tutti i principi della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.
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“Le colpe del Sud”. Commento a Scamardella

9 Dic

di Cosimo Perrotta

Il recente libro di Claudio Scamardella, Le colpe del Sud, Manni editore, è interessante perché si contrappone con forza all’eterno assistenzialismo del Sud ma non concede nulla ai luoghi comuni secondo cui il Sud peserebbe parassitariamente sul Nord. Il libro, pur non essendo un lavoro di ricerca, va al fondo dei problemi.

L’autore rifiuta le autoassoluzioni, denunzia il fallimento delle politiche pubbliche per il Sud ma anche la menzogna sulla ripartizione pro-capite delle risorse (che in effetti sono fortemente sbilanciate a vantaggio del Nord), infine addossa la colpa principale del sottosviluppo alle classi dirigenti e intellettuali del Sud.

Queste élite – dice – non hanno capito la svolta radicale avvenuta con il crollo del mondo comunista trent’anni fa. Il Sud d’Italia, nella strategia atlantica, riceveva un fiume di provvidenze per evitare che si collegasse con il Centro Italia dominato dalle sinistre. Queste élite hanno continuato a piatire assistenza mentre la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica dovevano portare a una radicale ricollocazione. Infatti, l’economia post-guerra fredda ha intensificato fortemente i traffici tra l’Europa e l’Estremo Oriente e fra l’Europa e l’Africa.

Il Sud d’Italia è la piattaforma naturale in cui questi traffici si incontrano. E’ questa la grande occasione che stiamo perdendo: ristrutturare la nostra economia in funzione di questi collegamenti, per esportare in quelle grandi aree e per essere lo snodo dei loro traffici.

Eppure, scrive l’autore, la storia ce lo diceva che il Mediterraneo è il cuore del nostro problema. Secondo Pirenne il Sud d’Italia divenne periferia quando gli arabi conquistarono il Nord Africa e divisero per sempre il Mediterraneo. Fu allora che il centro dell’Europa si spostò verso il centro-nord. Scamardella è consapevole delle riserve degli altri storici su questa tesi di Pirenne, ma la perifericità del Mediterraneo venne confermata e rafforzata dalla circumnavigazione dell’Africa e dalla scoperta dell’America. Oggi però la globalizzazione ha ristabilito la centralità del nostro mare e il Sud dovrebbe approfittarne per rilanciare il suo sviluppo.

L’autore avverte – con notevole efficacia – che non basta lo stato né l’industrialismo a promuovere lo sviluppo. Pur con i suoi grandi meriti le politiche di Nitti (e poi di Fanfani) non sono bastate ad eliminare l’assistenzialismo. Questo affonda le radici (come ricordano Banfield, Putnam e poi Aldo Masullo) nella carenza di civismo dei meridionali. Il civismo moderno è riconoscimento dei diritti del cittadino, senso del dovere e delle regole. Il Sud non ha compiuto il passaggio dalla comunità, basata sul rapporto personale di consanguinei ed amici, alla società, fatta di regole, di rapporti impersonali e di solidarietà (pp. 29-32).

Un altro passaggio importante parla del blocco sociale della borghesia (di professionisti e intellettuali), che – invece di guidare la società – è sempre attento ai suoi interessi corporativi e di potere. Dunque la società civile è complice dello sfascio e non vittima della politica (pp. 34-5). E’ questa complicità che ha fatto fallire l’esperienza delle regioni come centri di decisione politica (p. 86).

Il terzo punto di forza dell’analisi di Scamardella è che “l’idea che lo sviluppo economico possa essere generato dal solo intervento dello Stato, senza una contemporanea rivoluzione culturale” si è rivelata fallace (p. 40). Molto ben detto. Siamo arrivati al nodo centrale, messo in evidenza dalle migliori analisi del meridionalismo (quelle di Genovesi, Galanti, Fortunato, Salvemini, Nitti, Gramsci). Ma si tratta di un nodo complesso come quello di Gordio, che però non si può sciogliere con la spada del manicheismo.

Lo stato post-unitario, da una parte, impose nel Sud strade e ferrovie, ospedali e farmacie, scuole elementari, carabinieri; tutte cose che erano state sempre impedite dai grandi proprietari terrieri (che da sette secoli dominavano il Sud) e dai loro clienti (la borghesia amministrativa, sempre a caccia di stipendi pubblici). D’altra parte, i governi nazionali subirono il ricatto dei grandi agrari del Sud (il partito governativo per antonomasia) e stroncarono, con le politiche sui dazi, i primi germogli di imprenditoria dal basso. Avviarono l’industrializzazione, ma poi sparavano sui contadini che chiedevano terre su cui lavorare per diventare appunto piccoli imprenditori.

Persino il grande sviluppo del welfare state non sfuggì a questa logica ambigua. L’unica differenza è che – decaduti i grandi agrari – la guida della società passò direttamente alla “borghesia di stato”, il blocco di tecnici compiacenti, amministratori, imprenditori-clienti e politici che tuttora gestisce il fiume di denaro pubblico che arriva al Sud.

L’autore propone una macro-regione del Sud con base comunale per responsabilizzare i nostri amministratori e avviare la rivoluzione culturale necessaria. Forse è una soluzione. Ma di una cosa sono certo: non c’è un eccesso di stato nel Sud, c’è carenza. E non per continuare con l’assistenzialismo, ma per esercitare un vero controllo, come fanno in tutti i paesi sviluppati, che sanzioni chi viola il proprio impegno con le istituzioni; un controllo sugli appalti e la loro gestione, sull’utilizzo dei fondi, la correttezza dei bilanci, la produttività del settore pubblico, l’efficienza della pubblica amministrazione, la scuola e la sua efficacia, l’evasione fiscale dai mille volti, l’assenteismo, il traffico … Un controllo vero non può che basarsi sul principio che il superiore è responsabile di ciò che fa il subalterno. Finché i responsabili – politici, amministrativi, imprenditori, tecnici – non pagheranno per le loro distrazioni, complicità, connivenze sulle violazioni dei subalterni o appaltanti, non ci sarà nessuna rivoluzione culturale.

“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.