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I posti di lavoro offerti che restano vacanti: l’illusione ottica

7 Ott

 

di Cosimo Perrotta (7/X/2019)

I media del 6-7 ottobre riportano i dati della ricerca di Excelsior e Unioncamere sui contratti di lavoro offerti dalle imprese che rimangono scoperti. I posti scoperti stanno crescendo e sono arrivati alla cifra rilevante di 1,2 milioni. Questo appare strano in presenza di una disoccupazione molto vicina al 10% (31% quella giovanile e quasi 52% quella giovanile al Sud).

La ricerca suggerisce – come ha già fatto altre volte – che la causa maggiore di questa anomalia sta nella carente o distorta formazione professionale, innanzitutto quella della scuola, che non prepara ragazzi con le competenze tecniche necessarie. Tanto è vero, si dice, che restano vacanti soprattutto offerte di lavori specializzati, come analisti e progettisti di software, programmatori, saldatori, insegnanti di lingue, cuochi (ma si noti che in cima alla lista dei posti vacanti ci sono anche camerieri e baristi). Infatti, alcuni posti restano vacanti per mancanza di candidati, altri perché i candidati mostrano di essere incompetenti.

Che questa sia una causa importante non c’è dubbio. Le riforme della scuola negli ultimi 30 anni, con innovazioni scriteriate, hanno fatto di tutto per abolire la preparazione ai mestieri negli istituti professionali (che erano nati proprio a questo scopo) e la preparazione tecnica negli istituti tecnici industriali. Il risultato è che i ragazzi sono demotivati nello studio, che non dà loro un’identità professionale; e gli insegnanti sono demotivati e disorientati nell’insegnamento.

D’altra parte la formazione pubblica di nuovo tipo (informatica, robotica, biotecnologie, organizzazione), soprattutto a livelli medio-bassi, non esiste. Non solo non esiste nella scuola, ma non viene fatta nemmeno dai costosi apparati – ben poco produttivi – della formazione regionale.

Detto questo, però, vanno evitate le spiegazioni semplici, perché il fenomeno ha cause molteplici. Innanzitutto è probabile che molti dei contratti offerti non siano invitanti, o per la bassa retribuzione o – soprattutto – perché si tratta di contratti a termine (che stanno aumentando). La prova sta nel fatto che nel Nord ogni 100 disoccupati ci sono 84 posti di lavoro che restano scoperti, mentre nel Sud i posti scoperti ogni 100 disoccupati sono solo 18. Come si spiega questa fortissima differenza? Non certo perché la formazione nel Sud sia migliore.

La causa è che nel Nord, con una disoccupazione che è meno del 6%, i giovani hanno maggiori possibilità di scelta, e i più capaci spesso emigrano, trovando all’estero contratti molto migliori. Nel Sud invece, con un’altissima disoccupazione, i giovani devono accontentarsi di quello che trovano. Né il fenomeno si può risolvere dicendo ai disoccupati del Sud di andare al Nord a occupare i posti vacanti. Se i contratti danno paghe misere e temporanee, come farebbero questi giovani meridionali a mantenersi fuori di casa?

Ma quel che più conta è il processo profondo della trasformazione del lavoro in Occidente. C’è un progressivo spostarsi del lavoro dalle mansioni materiali a quelle immateriali. Questo è una fenomeno inevitabile in tutte le economie ad alto sviluppo. Qui il disprezzo del lavoro manuale che viene lamentato – a volte a ragione – non c’entra niente. C’entra il passaggio da una produzione prevalentemente industriale ad una prevalentemente di servizi e di attività quaternarie (scuola, ricerca, attività culturali).

La maggior parte dei giovani europei, sia per la formazione ricevuta sia per il tenore di vita delle loro famiglie, non può accontentarsi di lavori materiali molto inferiori alla formazione ricevuta e al reddito atteso. Che senso avrebbe accettare lavori materiali, mal pagati, dopo vent’anni di istruzione? Che investimento sarebbe questo?

Il relativo abbandono dei lavori materiali da parte dei giovani europei è inevitabile. La domanda di lavori di questo tipo può essere benissimo soddisfatta dagli immigrati, che hanno un livello medio di istruzione inferiore e una capacità di adattamento enormemente maggiore a causa del loro estremo bisogno di lavorare.

La soluzione quindi non sarebbe affatto difficile. Ancora una volta i processi reali spingono verso soluzioni razionali, che le istituzioni e la classe dirigente non riescono a vedere. Tanto è vero che la risposta dei governi occidentali all’immigrazione clandestina è di selezionare gli immigrati, accogliendo quelli ad alta qualificazione e mandando via quelli poco qualificati. Il motivo sarebbe che i primi contribuiscono allo sviluppo e non pesano sulla collettività, per gli altri varrebbe il contrario.

Naturalmente questa assurda strategia non risolverebbe affatto il problema dei posti vacanti, ma lo aggraverebbe. Bisogna invece usare le risorse umane e finanziarie destinate alla formazione per i lavori materiali (risorse che adesso sono in eccesso) per istruire non solo gli europei che prendono quella strada ma anche gli immigrati.

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“Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”

23 Set

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 32
a cura di Piero Rizzo

Per la ripresa delle pubblicazioni della pagina Commenti Esteri dopo la pausa estiva abbiamo scelto l’articolo del Guardian del 15/08/2019, che recensisce il libro di Peter Gatrell “Lo sconvolgimento dell’Europa – Come le migrazioni hanno rimodellato l’Europa”.
L’autore chiude il suo articolo con un virgolettato tratto dal libro: “Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”. E’ ciò che ha risposto un giornalista svizzero a chi gli chiedeva un commento sui migranti italiani nel suo paese a metà degli anni ’60. Questa frase, così densa di significato, spiega più e meglio di fiumi di parole dedicati all’argomento da dove nascono i maggiori problemi sulle migrazioni. Fino a quando gli immigrati si alzano alle tre per mungere le vacche o per fare il pane, fino a quando raccolgono i pomodori della Capitanata a tre euro all’ora, fino a quando fanno da badanti ai nostri anziani sono bene accetti. Ma quando avanzano le “irricevibili” pretese che venga rispettata la loro la dignità e riconosciuti i loro diritti, allora il registro cambia completamente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti:
Ciò che risalta maggiormente nella storia delle migrazioni in Europa è che essa è una storia di va e vieni, non solo di arrivi. Le idee sulla casa e l’appartenenza sono costantemente modellate dal tipo di regime, dal capitale e dall’interazione umana quotidiana. Ci sono i migranti di etnia tedesca, “affamati, spaventati, sospettosi, stupiti”, espulsi dall’Europa orientale alla fine della guerra, che arrivano in un paese in cui la maggior parte non ha mai messo piede prima. O i coloni britannici di ritorno che negli anni ’60 decidono di preferire l’Algarve del Portogallo a Blighty, perché l’alcool a buon prezzo, i servitori e il clima caldo ricordano loro il Rajastan.
È anche una storia di forti contrasti, di sradicamenti violenti e viaggi ordinari che continuano ancora oggi. Gli “Eurostars” dei benestanti – banchieri e specialisti dell’IT che vivono in un paese dell’UE e lavorano in un altro – si incrociano con immigrati “illegali” come i migranti ucraini, che si lamentano del fatto che la caduta del comunismo ha semplicemente sostituito la cortina di ferro con il “drappo di velluto” del controllo delle frontiere.
Gatrell teme che la situazione attuale stia cominciando ad assomigliare al “violento periodo di pace” degli anni immediatamente successivi al 1945, quando milioni di persone furono sradicati, molte di esse languirono per anni nei campi di “sfollati” o furono raccolte e scartate dagli Stati secondo la loro utilità economica. A proposito della recente repressione dei richiedenti asilo, egli scrive: ”Mentre l’arcipelago di campi e centri di detenzione si diffonde in tutto il continente, i padri fondatori – molti dei quali hanno avuto esperienza diretta della persecuzione nazista – sicuramente si stanno rivoltando nelle loro tombe per quello che i loro successori stanno facendo in nome dell’Europa ”.
Chiudiamo con quanto ha dichiarato Obama in una intervista a El Pais di qualche anno fa.
“Dobbiamo rifiutare la mentalità del “noi” contro “loro” che alcuni politici cinici stanno cercando di diffondere. Dobbiamo rimanere fedeli ai valori duraturi che definiscono le nostre diverse e vivaci società e che sono tra le maggiori fonti della nostra forza: il nostro impegno per la democrazia pluralista, l’inclusione e la tolleranza.”

Il razzismo contro i bambini

16 Set

Il primo – e speriamo, ultimo – governo razzista dell’Italia repubblicana ha prodotto disastri di costume che vanno molto al di là della sua durata, anche perché l’imbarbarimento era cominciato già da qualche anno, ad opera della Lega soprattutto.

Citiamo solo qualcuna delle mille gravi violenze razziste che si perpetrano tuttora contro i bambini più piccoli, in particolare quelli di origine africana. Ai primi di novembre 2018, a Prima Pagina (Radio 3) un genitore intervenne per dire che la sua bambina nera, di 3 anni, si nascondeva la faccia davanti agli estranei, perché un compagno d’asilo gli aveva detto che aveva il colore della cacca.

Il 2 settembre, la rubrica di Iacona Presa Diretta, su Rai 3, ha documentato le violenze verbali contro alcuni bambini molto piccoli da parte dei loro compagni. Attenzione: questi bambini alla fine hanno introiettato la violenza, tanto da dire che i loro compagni hanno ragione ad insultarli, perché loro sono neri.

Il 6 settembre scorso (notizia della stampa del 7) un bruto di Cosenza ha tirato un calcio all’addome a un bambino marocchino di 3 anni (tre) che si era avvicinato alla carrozzina di sua figlia. Il piccolo ha fatto un volo di due metri, e solo l’intervento del fratello 14enne, che ha ricevuto gli altri calci, lo ha salvato. Il bambino continuava a disperarsi, e chiedeva continuamente al padre che cosa avesse fatto di male.

Il bruto di Cosenza e i genitori di bambini bianchi che instillano queste idee ai loro piccoli sono dei poveri handicappati culturali, plasmati dalla propaganda razzista. Ma considerate i danni irreparabili che stanno provocando. I traumi provocati da queste aggressioni, fisiche o verbali, segneranno per sempre questi piccoli con un marchio di infelicità e di disadattamento.

Giustamente i loro padri stanno considerando seriamente di andar via, anche se lo fanno dopo anni di sforzi – che devono essere stati molto duri – per raggiungere un lavoro sicuro e una casa. Questi traumi individuali diventano molto presto traumi culturali collettivi; favoriscono il risentimento etnico; preparano le lotte di religione o etniche.

Per fortuna ci sono tante persone che si sforzano di rasserenare queste vittime, di integrarle, di difendere i loro diritti. Ma la strada è lunga e difficile. Ci vuole una reazione forte della cosiddetta opinione pubblica. Attenti alle conseguenze lontane di queste aggressioni; alla banalità del male così ben descritta da Hannah Arendt. Nessuno credeva che si sarebbe arrivati al genocidio sistematico degli ebrei.

In Italia, ancora l’anno scorso molti guardavano con fastidio chi temeva un’involuzione antidemocratica. I maîtres a penser e gli speaker dei telegiornali, di fronte allo stillicidio di aggressioni fisiche contro gli immigrati che arrivavano ogni giorno al disonor delle cronache, si chiedevano pensosi se si potesse dire che l’Italia è un paese razzista. E concludevano che no, non si poteva. Sarebbe bastato dire che ci sono razzisti e non razzisti, vero? Intanto, appena ieri (14-15 settembre), al raduno di Pontida, Gad Lerner è stato insultato come “non italiano” ed “ebreo”; un deputato leghista ha insultato pesantemente il Capo dello stato e qualche giornalista è stato aggredito. L’altro ieri la contestazione del nuovo governo davanti a Montecitorio annoverava tanti saluti fascisti. E così via.

Naturalmente, come abbiamo scritto più volte, l’unico modo per vincere queste degenerazioni è rilanciare l’occupazione e i diritti del lavoro. Ma non vanno sottovalutate le conseguenze di lungo periodo; ancora oggi combattiamo con i cascami del fascismo e del nazismo di un secolo fa. Se si tollera il razzismo contro i bambini, si piantano i semi dell’odio futuro.

(C.P.)

La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)

9 Set

 

Già nel 2013 Thomas Piketty aveva fornito una magistrale spiegazione dell’involuzione economica italiana. Per quel che ne sappiamo, questa descrizione non è stata ripresa né dagli studiosi né – tanto meno – dagli “opinion makers”, anche se dovrebbe essere la base di ogni discussione sulla crisi economica (e non solo economica) dell’Italia. Naturalmente, ci sono stati negli anni alcuni studiosi (pochi) che hanno adombrato tesi simili, ma le loro analisi sono cadute nel silenzio.

Dunque Piketty parla della tendenza dei paesi ricchi a trasformare una parte crescente della ricchezza in rendita, e scrive:

“Il caso dell’Italia è particolarmente chiaro. La ricchezza pubblica netta negli anni Settanta era leggermente positiva, poi diventò leggermente negativa negli anni Ottanta mentre cresceva un grande debito pubblico. Alla fine, la ricchezza pubblica diminuì per un ammontare quasi uguale al reddito netto medio di un anno del periodo 1970-2010. Allo stesso tempo, la ricchezza privata italiana aumentò dall’equivalente di due anni e mezzo di reddito nazionale, nel 1970, a quello di quasi sette anni di reddito nel 2010: un aumento che equivale a circa quattro anni e mezzo di reddito nazionale.

In altri termini, il calo della ricchezza pubblica rappresentava fra un quinto ed un quarto dell’aumento della ricchezza privata – una quota non trascurabile. In effetti, la ricchezza nazionale italiana crebbe in modo significativo, dall’equivalente di circa due anni e mezzo del reddito nazionale (1970) a circa sei anni (2010), ma questo aumento fu più basso di quello della ricchezza privata. L’eccezionale crescita di questa fu in qualche modo ingannevole, dato che circa un quarto di tale crescita consisteva nell’aumento del debito che una parte della popolazione italiana doveva all’altra parte. Invece di pagare le tasse per sanare i conti pubblici, gli italiani – o meglio quelli che avevano i mezzi per farlo – prestavano soldi al governo comprando titoli o beni pubblici; i quali andavano ad accrescere la loro ricchezza privata senza che crescesse la ricchezza nazionale.

In realtà, nonostante un tasso di risparmio privato molto alto (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale in Italia era meno del 10% del reddito nazionale nel periodo 1970-2010. Cioè, più di un terzo del risparmio privato era assorbito dal deficit pubblico. Una tendenza simile c’è in tutti i paesi ricchi, ma in generale è meno estrema che in Italia: in molti paesi il risparmio pubblico era negativo (il che significa che l’investimento pubblico era inferiore al deficit pubblico: i governi investivano meno denaro di quanto ne prendevano in prestito oppure usavano il denaro preso in prestito per pagare le spese correnti). In Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti i deficit pubblici sopravanzavano in media gli investimenti pubblici di un equivalente del 2-3 % del reddito nazionale nel periodo 1970-2010; ma in Italia la percentuale era più di 6.

In tutti i paesi ricchi, il risparmio negativo e la conseguente diminuzione della ricchezza pubblica, erano dovuti per una parte significativa all’aumento della ricchezza privata (tra un decimo e un quarto, a seconda del paese). Quindi, sebbene non fosse questa la causa principale dell’aumento della ricchezza privata, non dobbiamo trascurare questo fenomeno” (1).

Possiamo riassumere in termini più spicci il pensiero di Piketty: una buona parte dei ceti medio-alti italiani, dagli anni Settanta in poi, invece di pagare le tasse dovute, evade o elude il pagamento, in tutto o in parte. In conseguenza di ciò, il deficit dello stato aumenta. Lo stato quindi è costretto a vendere titoli pubblici a interessi più alti, accrescendo il proprio debito. A questo punto, gli evasori impiegano il denaro sottratto ai pagamenti fiscali per acquistare i titoli pubblici e si arricchiscono a spese dei contribuenti che pagano le tasse. Fin qui, Piketty.

Perché, infine, questa tendenza parassitaria – che blocca il nostro sviluppo e fa emigrare i nostri giovani migliori – è più forte in Italia? Perché da noi lo stato è impopolare da sempre; molto spesso a ragione. Ma questa impopolarità non è servita alle vere vittime della cattiva amministrazione (i ceti popolari e i ceti medi produttivi) per riscattarsi. E’ servita invece ai ceti privilegiati e in vario modo parassitari per arricchirsi. Insomma, siamo quasi come l’Argentina.   (C.P.)

(1) Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Harvard U.P.: Cambridge MA – London, 2014, pp. 184-85 (ediz. originaria francese: 2013).

Avviso pausa estiva

18 Lug

Le pubblicazioni riprenderanno il 9 settembre. Buone vacanze da Sviluppo Felice.

“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)