Il modello di sviluppo europeo e quello cinese

3 Dic

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di Cosimo PerrottaSviluppo e democrazia n. 2

Il modello di sviluppo che coniuga libertà politica (individuale e di gruppo) e libertà economica non deriva da un processo lineare e predeterminato. Esso si affermò, in mezzo a mille incertezze e conflitti, perché riusciva a rispondere a una gran parte delle istanze di razionalità, equità e progresso. Le tre rivoluzioni borghesi che sono all’origine del modello – la “glorious revolution” inglese del 1688-89, la guerra d’indipendenza americana (1775-83) e la rivoluzione francese, iniziata nel 1789 – sono altrettanti momenti di decollo del capitalismo moderno.

All’inizio la borghesia impose spazi di libertà per sé, ma questi spazi furono espressi dall’illuminismo in forma universale. Per questo i ceti inferiori – che erano stati aggregati nella fabbrica dalla rivoluzione industriale – riuscirono in seguito a far valere come universali i principi di libertà ed equità.

Oggi, però, la Cina e quasi tutti gli altri paesi emergenti sembrano smentire il modello europeo. Sono regimi in cui diritti umani, democrazia, libertà di espressione, perfino libertà di culto sono conculcati, di diritto o di fatto. Eppure, in Cina continuano tassi di sviluppo economico oltre il 6% annuo. In questi paesi è nato un vasto ceto medio acculturato, un forte processo di urbanizzazione, il potenziamento dell’istruzione universitaria e della ricerca. All’ombra dell’oppressione sociale, convivono alti livelli di specializzazione e lavoro elementare, ricerca e iper-sfruttamento, cultura diffusa e distruzione dell’ambiente. Questi paesi offrono un nuovo modello di sviluppo economico senza libertà e democrazia, alternativo al modello di derivazione europea.

Non solo. La Cina sta dando una spinta potente allo sviluppo di molti paesi africani, asiatici e latino-americani. I paesi poveri investiti dai capitali cinesi perdono molto in termini di ambiente, di minoranze ridotte all’estinzione, di perdita di libertà, ecc. Ma certamente perdevano ancora di più sotto l’oppressione del colonialismo o del neo-colonialismo occidentale.

La prova è che i paesi dominati dall’Occidente non si sono mai sviluppati. L’Occidente ha cercato e cerca tuttora di impedire con ogni mezzo lo sviluppo dei paesi poveri, sia economico che politico, per poter saccheggiare più facilmente le loro risorse naturali.

Sin dall’inizio il capitalismo ha sfruttato all’estremo sia i propri poveri che quelli dei paesi arretrati. L’eccessivo sfruttamento dei poveri interni ha rallentato lo sviluppo. I salariati, costretti a un lavoro durissimo e privati dell’istruzione e del minimo comfort, hanno creato profitto non grazie all’aumento della propria capacità produttiva ma grazie ai salari di fame. Ma questo modo di creare profitto è primitivo e limitato. Invece la crescita (e il profitto) basati sull’istruzione e il benessere non hanno limiti.

Nel capitalismo occidentale c’è stato un continuo conflitto tra questi due metodi di creare ricchezza. Nei periodi di oppressione dei valori liberali e democratici, prevalevano sia il profitto basato sulla miseria degli operai sia le rendite dovute all’eccessiva disuguaglianza.

Dopo la seconda guerra mondiale, col welfare state, sembrò affermarsi il trionfo definitivo del metodo progressista. L’aumento del benessere per tutti i ceti permise un aumento senza precedenti della produttività degli individui. E’ il periodo in cui si afferma il capitale umano. A differenza di quanto generalmente si pensa, il welfare state non fu una grande operazione assistenziale; fu un enorme investimento produttivo che, grazie all’aumento dei consumi dei lavoratori, ne accrebbe la produttività ed estese l’occupazione (1).

Ma questo sviluppo tumultuoso cominciò ad entrare in crisi dopo appena un trentennio. Le cause di quella crisi e del suo protrarsi fino a noi sono diverse, sebbene collegate: il prevalere dei beni immateriali, le nuove tecnologie e la disoccupazione di massa, la distruzione della vecchie classi, la saturazione dei mercati. Ma nella terza parte di questa riflessione metteremo al centro la causa che meglio spiega la rottura del nesso fra sviluppo e democrazia: il rapporto col terzo mondo.

Dopo mille anni, lo sviluppo capitalistico non aveva altri ceti da inglobare; la sua espansione all’interno era quindi ridotta. Per espandersi ancora, doveva rivolgersi al terzo mondo. Ma lo sfruttamento del terzo mondo nei secoli era stato solo una gigantesca rapina delle sue ricchezze.

Per espandersi, il capitalismo doveva trasformare la rapina in investimento; come aveva fatto con i ceti poveri interni. Ma questa trasformazione non ci fu. Prigioniero della propria avidità senza limiti, il capitalismo occidentale si privò dell’unica possibilità che aveva di sopravvivere: lo sviluppo del terzo mondo. Questo sviluppo iniziò lo stesso, ma a spese dell’Occidente e dei suoi valori.

(1) Sul welfare state vedi C. Perrotta, Unproductive labour in Political Economy, New York-London: Routledge, 2018, cap. 19.

(continua lunedì 7 gennaio)

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