Le migrazioni 2.0. Human first: un’associazione a sostegno dei migranti

2 Nov

Il documento 2-11-2015 di Vanna Ianni

migranti-3.jpg.aspxLa nuova ondata migratoria composta eminentemente da profughi siriani, afgani, pakistani, eritrei, occupa da giorni le pagine dei giornali e dei siti internet. E’ un torrente impetuoso che solca i Balcani, e di cui i bambini, numerosi e vulnerabili, costituiscono il volto più nuovo e drammatico. Indifferente alle distanze, attraversa le frontiere, sfida muri ed eserciti, diretto al Nord, alla ricerca di una vita migliore. Segna l’inizio di una fase inedita nella storia lunga delle migrazioni, per composizione, impatto e forza propulsiva. Il mediterraneo rappresenta per essa l’ostacolo da superare e, insieme, la passerella attraverso cui Asia e Africa si riversano verso l’Europa.

La globalizzazione e le migrazioni

La globalizzazione alimenta flussi crescenti, finanziari, di persone, di informazione; fa crescere reti trasversali e globali (Sassen, 2008). La monogamia cede terreno alla poligamia dei luoghi, a la multilocalizzazione delle biografie. Vivere insieme non vuole più dire vivere nello stesso posto, e vivere nello stesso posto non vuol dire vivere insieme (Beck, 1999). Nelle nuove, “distant proximities”, la vicinanza non è più basta sulla geografia ma sulla condivisione di problematiche, interessi e passioni (Rosenau, 2003). La dissociazione crescente dei processi economici, che funzionano a livello globale, dai processi politici, social e culturali che attuano su scala più ridotta (Touraine, 2005), contribuiscono ad accelerare la mobilità globale Sono precisamente queste disgiunture tra economia, cultura, politica a caratterizzare la complessità del presente (Appadurai, 2001).

In tale contesto, i flussi migratori presentano continuità e discontinuità rilevanti con epoche anteriori. E’ certo che gli attraversamenti delle frontiere erano presenti anche nel secolo scorso, ma la globalizzazione contribuisce a conferire loro caratteristiche specifiche. L’estensione degli spazi transnazionali creati, la proliferazione delle diaspore, l’entrata del crimine organizzato nel traffico dei migranti, le migrazioni virtuali legate al mercato dell’alta tecnologia, la bimodalità derivante dalla polarizzazione interna dei migranti divisi per istruzione e salari, costituiscono parte di tali peculiarità.

Le migrazioni si confermano così fenomeno complesso e impermeabile a letture economiciste o rigidamente demografiche (Sassen, 2008; Benhabib, 2006). Anche le “politiche de chiusura” e di costruzione di muri, rimangono intrappolate nel mito da esse stesse creato della omogeneità e unitarietà di ciascuna cultura, di un “noi” che ignora le fessure e le divergenze che, al contrario, attraversano e irrobustiscono le identità collettive (Benhabib, 2002; Sen, 2006). E’ infatti la contrapposizione che permanentemente si ripresenta tra omogeneità e differenza, tra universale e particolare, la linfa della cultura globale (Appadurai, 2001; Beck, 2005).

Le passerelle che collegano i luoghi di arrivo e di partenza dei flussi migratori sono sorrette da sempre da legami economici, politici, culturali, il che richiede un’analisi ugualmente complessa e articolata. Le persone che transitano su queste passerelle presentano un profilo altrettanto complesso: rifugiati, richiedenti asilo, migranti economici, si mescolano rendendo invisibili le loro differenze agli sguardi poco attenti. Occorre, d’altra parte, non dimenticare che la mobilita migratoria, oggi come ieri, non segue solo la direzionalità sud-nord ma è attiva, da sempre, all’interno e tra i singoli paesi dello stesso sud. Dati della Banca mondiale (2015), alla fine del 2014, indicano nella West Bank – Gaza, Giordania e Libano i tre paesi con la percentuale più elevata di rifugiati (rispettivamente, 46,4% ,41,2% e 36,5% della popolazione).

Le migrazioni come problema teorico e tema d’azione

Comprendere la specificità del fenomeno migratorio, e in particolare la nuova fase iniziata in questi giorni, rappresenta, come già qualche tempo fa notava Saskia Sassen, ”il programma di ricerca dello scienziato sociale” (Sassen, 2008). Le misure politiche che i nuovi flussi esigono risultano ugualmente complesse e difficili. Rispetto ad esse l’Unione europea (Ue), scossa e divisa dall’urto dell’ondata attuale, ha mostrato fino ad oggi di essere impreparata, rivelando in modo drammatico la fragilità del suo patto costitutivo e del suo percorso storico. Ma non è solo l’Unione a vacillare e dividersi di fronte alla sfida. Infatti, se l’azione volta a incanalare i flussi deve situarsi a monte e a valle, è a monte che essa si rivela oggi ancora più difficile. In paesi sconvolti da conflitti drammatici, come contribuire alla pacificazione? La risposta ancora manca. Nelle crisi economiche e istituzionali, invece, è la cooperazione allo sviluppo a prospettarsi come cammino obbligato. Però questa, nei 60 anni e più della sua storia, ha presentato ombre inquietanti e solo poche luci. Anche in tal caso, dunque, un ripensamento radicale appare necessario.

D’altra parte, di fronte alle chiusure nazionalistiche e ai muri eretti da alcuni stati, gli intellettuali più attenti, Habermas ma non solo, hanno ricordato come l’asilo non sia solo un obbligo morale ma un diritto che l’Ue non può negare pena la perdita della propria identità. Altri, come Slavoj ZizeK, hanno insistito su quanto già affermato dalle analisi migliori, e cioè che le migrazioni non rappresentano un pericolo né una realtà che può essere fermata trincerandosi in pregiudizi nostalgici di una purezza etnica mai esistita; non costituiscono, però, neppure un’opportunità che produce integrazione garantita e spontanea, come la edulcorata narrazione delle “anime belle” crede e ama far credere. L’inclusione, auspicabile e possibile, può essere solo il risultato di in processo non facile, disteso nel tempo, di cambiamenti che investono tutte le culture e istituzioni in esso coinvolte. Per altri aspetti, quando scrive che i nuovi migranti devono prendere coscienza che il loro è un sogno, che la “Norvegia non esiste” e che di conseguenza devono impegnarsi nel cambiamento della società, Zizek sembra dimenticare che le categorie hirschmaniane di loyalty, exit e voice (Hirschman, 2002) hanno perso significato in Siria, Afganistan e in molti degli altri paesi in conflitto o in profonda crisi sociale, lacerati da divisioni interne, profonde e quasi irreconciliabili. E’ dunque il contesto a rendere prive di senso le ultime due opzioni convertendo la prima nell’unico cammino possibile, che proprio per questo diviene permeabile a ogni sorta di immaginario. E di fronte alle responsabilità di tale appiattimento e distorsione dell’orizzonte di aspettative di intere popolazioni, nessuno può chiamarsi fuori.

Human first, un’associazione per il sostegno culturale all’accoglienza e all’integrazione dei migranti

Human first è il nome di un’associazione i cui prodromi affondano le radici nel vissuto quotidiano di un sud d’Italia che ha ricevuto ininterrottamente, negli ultimi anni, l’impatto degli arrivi dalla sponda sud del mediterraneo. La nuova ondata migratoria che finora ha coinvolto principalmente i Balcani ha rafforzato e accelerato la sua costituzione e la missione che essa si è data.

Nata dall’ “Appello per un Piano Marshall per i migranti”, pubblicato sul periodico on-line Sviluppo Felice (https://sviluppofelice.wordpress.com) lo scorso luglio, Human first (“innanzitutto esseri umani”; non stranieri, o di altra etnia, cultura, lingua, religione, …), si propone di dare sostegno culturale all’accoglienza e all’integrazione dei migranti. Intende difendere la loro dignità, il loro diritto alla sopravvivenza e al lavoro, sapendo che essi possono essere un potente motore del nostro sviluppo. Il nucleo fondatore dell’associazione (circa 70 membri), presente in molte parti del territorio nazionale, comprende docenti universitari, professionisti, esperti e operatori di vari campi.

L’associazione fa appello all’impegno civile di tutte le persone sensibili al tema perché si iscrivano, senza oneri finanziari o di altro tipo (inviando una semplice mail a sviluppofelice@gmail.com o a cosimoperrotta@gmail.com), per dare insieme un contributo al miglior modo di affrontare una problematica costitutiva del nostro presente.

Human first, l’umano non come natura data ma come costruzione storica

Il nome di Human first vuole anche ricordare che l’umano non è qualcosa di dato, di naturale, come il vecchio giusnaturalismo amava affermare, ma è invece il risultato di un processo storico a cui tutte le culture hanno contributo. E’ l’intreccio spesso di rapporti, interdipendenze, incontri/scontri, convergenze che nei secoli ha costruito per interazione un patrimonio comune alle diverse culture, nessuna delle quali è mai stata monolitica, priva di diversità e differenziazioni interne, isolata e chiusa in sé, monade leibniziana senza porte e finestre. E’ l’umano, il “cuore” che tutte le attraversa e che affonda le radici in Atene e Roma, ma anche nelle culture araba, cinese, indiana, africana. E’ l’universale che l’umanità è venuta costruendo nel tempo. Eisenstadt (2002), parla di “modernità multiple” proprio per sottolineare come la comprensione del mondo contemporáneo presuppone la visione di esso come “storia della costituzione e ricostituzione continua di una molteplicità di panorami culturali”. Illustrative, in modo particolare, le pagine che Sen (2000), il premio nobel indiano, raffinato analista del nostro tempo, dedica ad esaminare come la stessa democrazia non abbia radici solo occidentali.

In coerenza con quanto appena asserito, Human first vuole rappresentare la manifestazione dell’ impegno richiesto ad ognuno di noi di fronte al fenomeno migratorio. Mi appoggio ancora una volta sulle analisi di Sen. Cosa fare di fronte a una violazione di diritti e libertà fondamentali? Cosa fare di fronte a politiche di esclusione e di rifiuto dell’altro, del “diverso”? Sono gli “obblighi imperfetti”, cioè quelli non codificati in sistemi di diritti post-istituzionali, ma altrettanto cogenti, e della cui rilevanza sociale già parlava Kant, la risposta. Sono appelli che non si rivolgono a una istituzione determinata ma chiamano ad agire, nei modi e nelle forme che rientrano nelle sue possibilità, chiunque sia in grado di farlo. Sono l’espressione migliore, di quell’umano che è conquista e non punto di partenza della storia dell’uomo; essi interpellano ognuno di noi, come individuo e come parte di un gruppo, uno stato, una comunità globale, ad impegnarsi ed essere presente..

Riferimenti bibliografici

Appadurai Arjun, Modernità in polvere, Roma, Biblioteca Meltemi, 2001.

Beck Ulrich, Che cos’è la globalizzazione, Roma, Carocci, 1999.

Beck Ulrich, Lo sguardo cosmopolita, Roma, Carocci, 2005.

Benhabib Seyla, I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Milano, Raffaele Cortina editore, 2006.

Habermas, Sui migranti una crisi devastante. Parigi e Berlino ora salvino l’Europa. La Repubblica, 12 sett. 2015.

Hirschman Albert, Lealtà, defezione, protesta: rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato, Milano, Bompiani,1982.

Rosenau James N., Distant Proximities. Dynamics beyond Globalization, Princeton, Princeton University Press, 2003.

Sassen Saskia, Una sociologia della globalizzazione, Torino, Einaudi, 2008.

Sen Amartya, Lo sviluppo è libertà, Milano, Mondadori, 2000.

Sen Amartya, Identità e violenza, Roma-Bari, Laterza, 2006.

Touraine Alain, Un nouveau paradigme pour comprendre le monde aujourd’hui, Paris, Fayard, 2005.

Zizek Slavoj, Il diritto di sognare, La Repubblica, 11 sett, 2015.

(pubblicato da Buongiornolatina, PrimoPiano, il 21 settembre 2015)

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