“La maledizione della violenza”, commento al libro di Spedicato

3 Ott


di Cosimo Perrotta, 3-10-2022

Giuseppe Spedicato in La maledizione della violenza (Lecce, Youcanprint, 2022, http://www.giuseppespedicato.it) ci propone una serie di riflessioni su e contro la violenza, quanto mai opportune nei nostri anni. L’autore chiarisce di non presentare una ricerca scientifica ma considerazioni a carattere divulgativo, che però – notiamo – hanno il merito di andare dritte al cuore del problema.

Spedicato associa subito la violenza all’oppressione sociale, al lavoro iper-sfruttato, oggi così diffuso, che presenta però come il frutto inevitabile della crescita economica (cosa storicamente molto dubbia). Quest’ultima, scrive, crea l’illusione di un benessere per tutti, ma in realtà l’arricchimento che essa procura va a vantaggio di pochi. Ed è stato sempre così.

D’altra parte, emerge ben presto nel libro l’inquietante ambiguità della violenza. In una famosa lettera ad Einstein, che gli chiedeva se si potrà mai estirpare la violenza umana, Sigmund Freud rispose che diritto e violenza non sono contrapposti, come spesso si pensa, ma l’uno deriva dall’altra. Sono i vincitori – quelli che prevalgono con la violenza – a fondare il diritto che protegge i sudditi o cittadini. Inoltre, la produzione di violenza è associata alla produzione della ricchezza.

Ibn Khaldun, il grande economista e sociologo maghrebino del XIV secolo, mise in evidenza che il formarsi delle élite, l’imposizione fiscale e lo stesso stato derivano storicamente dal monopolio della violenza. Questo viene assunto dallo stato, il quale vieta l’uso della violenza ai privati proprio perché essi possano vivere in pace. La sua conclusione quindi coincideva con la tesi che esprimerà Freud: guerra e violenza sono la via storica per la civilizzazione.

Khaldun aggiungeva che solo lo stato così organizzato produce la ricchezza. Ricordiamo però che la nostra tradizione è un’altra. Per l’Occidente la ricchezza viene prodotta attraverso l’iniziativa individuale, che si realizza nel mercato. Tuttavia Douglas North, il premio Nobel per l’economia da poco scomparso, osserva che, attraverso il mercato, le élite si appropriano della produzione e distribuzione della ricchezza, e grazie a questo nasce lo stato.

Anche se le conclusioni di North appaiono vicine a quelle di Khaldun, in realtà tutta la teoria economica moderna (cioè occidentale) si basa su una visione opposta a quella di Khaldun. Nel secolo XVIII fu ripresa una tradizione millenaria, iniziata in Grecia, che oppone il commercio – come attività pacifica e fonte di ricchezza – alla guerra come attività di arricchimento violento a spese dei vicini. Utilizzando questa tradizione, gli illuministi contrapposero l’iniziativa economica individuale, vista come strumento di libertà e di arricchimento pacifico, al ruolo economico dello stato, che sarebbe invece oppressivo e contrario alla libertà.

A sua volta, l’approccio occidentale si differenziò un secolo dopo. La tradizione marxista (che è interna alla teoria economica classica) ha sempre affermato che il capitalismo nella sua fase decadente genera la tendenza degli stati al militarismo, e questo ha portato alle atrocità delle due guerre mondiali. Ma, ricorda Spedicato, secondo Werner Sombart, lo storico economico della prima metà del Novecento, il militarismo è l’educazione dei sudditi alla disciplina e all’amministrazione della violenza per conto dello stato. E’ dunque la guerra che genera il capitalismo, non il contrario. La tesi di Sombart sembra suffragata dalla coincidenza impressionante fra i periodi di sviluppo economico e i periodi di guerra che coinvolgono i grandi stati capitalisti europei per tutta l’età moderna e dal fatto che durante la seconda guerra mondiale il PIL degli USA aumentò in modo spettacolare, superando così la disoccupazione degli anni Trenta.

Spedicato assume in modo radicale la versione di Sombart e suggerisce un’equazione fra guerra e produzione capitalistica della ricchezza. Egli ne conclude che le teorie dominanti, basandosi sul principio della concorrenza, “propongono l’egoismo come valore supremo” (p. 37). Sì, l’elemento egoistico è presente, ma non va dimenticato che la concorrenza è stata considerata – ad es. proprio dagli illuministi – come una versione non violenta della rivalità fra i singoli, cioè come il perseguimento del proprio interesse personale in modo pacifico.

Questo dovrebbe significare che la tendenza naturale dell’uomo non è la violenza in quanto tale, bensì la competizione. Il che è molto diverso. Lo stesso Spedicato conclude questa riflessioni teoriche citando Bobbio e il suo saggio empirismo. La guerra, dice Bobbio, secondo tutte le teorie del progresso è una male necessario; mentre la pace è un bene, ma un bene di per sé insufficiente a creare benessere (ad esempio se non è accompagnata da una certa giustizia sociale).

Il libro tocca in modo interessante molti altri argomenti su cui non possiamo soffermarci, dalla criminalità organizzata del Sud d’Italia alla crisi della Somalia, ad un bel dialogo interculturale fra quattro interlocutori, occidentali e arabi, sulla violenza del colonialismo e quella della jihad.

Frontiere come fortezze

26 Set

a cura di Piero RizzoCommenti esteri n° 61, 26/9/2022

Il 26 luglio scorso il Guardian ha pubblicato un articolo con il titolo: “Ecco perché un mondo senza frontiere sarebbe meglio di politiche ostili sull’immigrazione”, che abbiamo selezionato per questo mese. In una fase in cui l’ UK deporta i rifugiati in Rwanda, la Danimarca ha come obbiettivo “zero richiedenti asilo”, Giorgia Meloni promette il blocco navale, Salvini promette di rimpatriare tutti gli immigrati irregolari, ecc., possiamo dire che per pubblicare un articolo che auspica un mondo senza frontiere, ci vuole una certa dose di coraggio. Di seguito alcuni brani liberamente tradotti.

Nonostante le rivelazioni dello scandalo Windrush, l’ambiente ostile permane; nella recente competizione per la leadership dei Tory, tutti i candidati sono stati unanimi nel loro sostegno alla deportazione dei rifugiati in Ruanda.
E questa ostilità non è confinata al Regno Unito. Giorno dopo giorno, assistiamo all’impatto globale della violenza razziale ai confini. Decine di migranti trovati morti nel rimorchio di un autotreno in Texas. Persone picchiate dalle autorità e lasciate morire nell’enclave spagnola di Melilla.
I respingimenti, il vigilantismo e le deportazioni di massa sono solo la manifestazione più estrema di politiche restrittive in materia di cittadinanza e immigrazione progettate per sorvegliare e controllare i confini nazionali.
Ma anche se i confini proliferano, la resistenza ad essi cresce. Negli ultimi mesi, delle persone si sono unite per prevenire i raid dell’immigrazione a Glasgow, Edimburgo e Londra; altre si sono sdraiate nel centro di detenzione di Colnbrook per fermare il primo volo di deportazione di massa verso il Ruanda
Questi movimenti non richiedono una riforma frammentaria o guardie di frontiera più amichevoli, ma spesso la completa abolizione delle frontiere. Possiamo fare molto di più che difendere uno status quo indifendibile.
Piuttosto che cercare semplicemente di rendere sempre più persone idonee alla cittadinanza, dovremmo recuperare l’umanità del non cittadino e garantire l’accesso universale ai servizi essenziali indipendentemente dallo stato di immigrazione. Dovremmo eliminare le leggi che criminalizzano i migranti privi di documenti per lavoro. Dovremmo continuare a lottare per porre fine alla detenzione di immigrati, ai raid e ai voli di espulsione di massa.
Naturalmente, i confini mediano necessariamente le relazioni tra paesi, non semplicemente al loro interno, e quindi anche la nostra agenda deve essere internazionale. Dovremmo mobilitarci affinché tutte le risorse spese per la polizia di frontiera – i droni, le torri di sorveglianza, le guardie armate, i sistemi di riconoscimento biometrico, gli strumenti di data mining – siano reindirizzate al servizio della prosperità umana. Dovremmo porre fine ai numerosi programmi di sviluppo e aiuto che arruolano i governi del sud del mondo per impedire in primo luogo la migrazione delle persone.
Dovremmo definanziare Frontex, la forza di frontiera coordinata dell’UE, e investire invece in fondi globali di solidarietà per consentire alle persone e agli stati del sud del mondo di affrontare meglio la catastrofe climatica.

Brevi considerazioni
Leggendo l’articolo in oggetto ci è venuta in mente un’intervista a Gherardo Colombo dal titolo: “Gherardo Colombo spiega perché il carcere è da abolire”. In essa si legge : “Il carcere così com’è oggi, in Italia, è da abolire. Non faccio nessuna fatica a dirlo”. E tra le altre cose ribadisce il fatto che “la prigione è disumana e incoerente con la Costituzione” in quanto viene disatteso quasi del tutto l’obbligo della rieducazione del condannato. Pensiamo che al presente l’opinione pubblica non sia preparata per accogliere questa proposta, ma in tempi medio-lunghi la riteniamo fattibile. Ovviamente, come spiega Colombo, dopo aver creato misure alternative.
Velleitario ci sembra invece l’auspicio di un mondo senza frontiere. La pressione migratoria di decine di milioni di persone è in grado di destabilizzare anche le più consolidate democrazie (alla luce degli ultimi fatti ci chiediamo quali sarebbero) con il conseguente instaurarsi di regimi autoritari che porterebbero al risultato opposto, al consolidamento delle “fortezze”. La soluzione rimane quella di distribuire i migranti tra i vari paesi in funzione della grandezza e ricchezza dei paesi stessi. Ma anche questa soluzione ragionevole è lontana dall’essere realizzata nonostante gli impegni altisonanti della presidente della UE.
Vorremmo credere che lo slogan sessantottino”Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!” con cui si chiude l’articolo, possa funzionare.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2022/jul/26/border-free-world-better-hostile-immigration-policies

Gli inganni della propaganda sui migranti

21 Set


di Cosimo Perrotta — Speciale elezioni, 21-9-2022

I leader di destra spaventano gli elettori con la minaccia dell’invasione islamica o delle persone “di colore” o di quelle che ignorano la cultura italiana (di cui questi leader evidentemente si sentono raffinati rappresentanti). Essi approfittano del disagio e del disorientamento degli italiani più deboli – economicamente e culturalmente – per indicar loro un falso rimedio alla disoccupazione, alla povertà, al lavoro precario: proteggersi contro lo straniero. E’ un trucco vecchio quanto l’uomo; il cui successo, però, non dipende tanto dalla furberia dei leader politici quanto dagli interessi inconfessabili che ci sono dietro. Sono gli interessi di chi guadagna dallo sfruttamento massimo dei lavoratori; di tutti i lavoratori, sia immigrati che italiani.

Anche questo meccanismo esiste da sempre. Se si vogliono imporre ai lavoratori salari da fame e lavori non garantiti, bisogna innanzitutto denigrare una parte di questi lavoratori, la parte più debole, cioè i migranti (come i nativi americani, i neri d’America, gli indù in un paese buddista o i buddisti in una paese indù; una tribù africana in minoranza nel proprio paese, ecc.). La denigrazione dei migranti come socialmente pericolosi legittima i maltrattamenti sul lavoro e crea complicità fra imprenditori e lavoratori italiani.

Ma questi ultimi si danneggiano da soli perché finiscono con l’essere anch’essi sfruttati e maltrattati, e ricevono come premio di consolazione di essere riconosciuti a parole come superiori ai migranti. Si crea una beffarda tendenza all’uguaglianza verso il basso tra denigrati e denigratori.

Ci sono dunque degli imprenditori parassiti che ottengono profitti non attraverso la produzione di ricchezza (cioè di benessere diffuso) bensì attraverso la riduzione dei salari. Essi sono sempre più numerosi, in Veneto come in Puglia, in Piemonte come in Calabria. Ma intorno a questo nucleo centrale si aggregano altri interessi molto più estesi. Si pensi ai piccoli esercenti delle attività legate al turismo, dove c’è un esercito di bagnini, camerieri, baristi, sguatteri, operai, pagati con elemosine e licenziabili in qualsiasi momento. O alle cento figure della gig-economy (l’economia dei lavoretti), dai riders ai call-center ai venditori a domicilio, a quelli delle bancarelle o del carico e scarico di merci, ecc.

Ma poi c’è un terzo livello che si avvantaggia della denigrazione-oppressione degli immigrati, ed è quello delle famiglie. Quante sono le badanti, le colf, i domestici, i giardinieri, gli sbriga-faccende più o meno schiavizzati che le famiglie italiane hanno interesse a pagare in nero, il meno possibile e a licenziare a piacere? Ecco, tutta questa è la vastissima base sociale che gioca sullo sfruttamento del lavoro, immigrato o locale che sia. Come gli evasori fiscali derubano lo stato e rendono sempre più precari i servizi pubblici, così questo tipo di imprenditori, esercenti e famiglie deruba i lavoratori, locali o stranieri, impedisce loro di diventare più produttivi (con l’istruzione e una vita più umana) e blocca lo sviluppo italiano.

Non è un modo di dire, lo blocca proprio. Per compensare l’invecchiamento della popolazione, secondo la Banca d’Italia e molti istituti di ricerca l’Italia avrebbe bisogno di 2-300mila immigrati l’anno (adesso sono intorno ai 60mila, di cui molti saranno riportati indietro). La popolazione europea invecchia perché il benessere di una parte della società allunga la vita. Ciò riduce la popolazione in età lavorativa proprio mentre i giovani più capaci, che ne hanno la possibilità, vanno all’estero a cercare un lavoro che non trovano in patria.
Il problema è che Il neo-liberismo ha indotto lo stato a impoverirsi erogando finanziamenti, appalti, rimborsi, bonus a pioggia alle imprese private fino al punto di rinunziare ad assumere gli addetti necessari ai servizi pubblici: medici, infermieri, insegnanti, addetti ai trasporti, amministratori, bibliotecari, operai, poliziotti, giudici, sorveglianti, ecc. Quindi l’inefficienza del settore pubblico, proclamata dall’ideologia, è stata realizzata con la sottrazione del denaro statale per finanziare i privati (questa sarebbe la prova dell’inefficienza pubblica!). I nati in Italia, dunque, non sono più in grado di far fronte a moltissimi lavori, soprattutto materiali e dei servizi. E noi abbiamo un disperato e urgente bisogno di lavoratori. Ma il blocco anti-immigrati finge di ignorare questa necessità.

Infine, le ipocrisie create da queste false narrazioni hanno favorito il degrado morale della nazione (e anche dell’Europa). Chi avrebbe mai pensato qualche lustro addietro che ci saremmo assuefatti, senza reagire, alla morte in mare ripetuta di tanti bambini per disidratazione? Chi avrebbe accettato che i soccorsi fossero volutamente ritardati per tacitare le proteste della destra? Quella assuefazione è il segno del nostro imbarbarimento, della nostra progressiva perdita di umanità. Come si vede, il problema dei migranti è un nodo cruciale per la nostra civiltà non solo in senso economico.

Per cause impreviste, le pubblicazioni riprenderanno il 26 settembre

2 Set

Il gigante dai piedi d’argilla e la democrazia

25 Lug


di Cosimo Perrotta

Con la caduta del governo Draghi, in poche ore l’Italia è tornata ad essere, agli occhi del mondo e di se stessa, il paese del berlusconiano bunga-bunga, della corruzione, delle corporazioni e della scarsa democrazia.

Draghi era un gigante dai piedi d’argilla. Putin lo ha capito e ha soffiato sul fuoco della crisi italiana per colpire l’intero Occidente. I piedi d’argilla sono il nostro paese; dove adesso gli opposti populismi che lo hanno fatto cadere fanno a gara a nascondersi e accusare Draghi di essersi defenestrato da solo. Spettacolo indecoroso.

Per i populisti, Mattarella e Draghi sono colpevoli di credere nello stato e nella democrazia, cioè nell’interesse generale, contro la prevalenza degli interessi di gruppi e corporazioni. Ma la caduta del governo insegna che non basta difendere i principi della democrazia e della UE. Una difesa che non investa i contenuti sociali ormai non basta più.

È una situazione simile a quella di cento anni fa, quando il liberismo entrò in crisi perché i suoi principi, pur validi, valevano solo per ristrette élite. I regimi liberali lasciavano fuori le masse, che erano super-sfruttate e impoverite, proprio come oggi. Pur di difendere i propri privilegi, la borghesia liberale preferì rinunziare ai suoi principi e accettò la barbarie fascista.

Oggi rischiamo di tornare alla barbarie fascista se difendiamo stato e democrazia accettando che decine di milioni di persone vengano esclusi da un lavoro dignitoso e da paghe sufficienti a vivere, e lasciando campo libero al razzismo che, mentre sfrutta i migranti-schiavi, li incolpa della crisi e vuole che se ne lasci morire in mare il più possibile.

Le vittime di questa esclusione sono ormai la maggioranza della popolazione e vanno crescendo. I poveri assoluti sono triplicati in 15 anni, e superano i 5 milioni e mezzo. 4,3 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro l’ora (Istat). I braccianti-schiavi guadagnano in media 3 euro l’ora e vivono in condizioni disumane. I lavoratori in nero in Italia sono 3,2 milioni (AGI). I giovani che non studiano né lavorano (NEET) sono il 13,6% (quasi il doppio della media OCSE); hanno perso la speranza di trovare un lavoro dignitoso

Chi ha una salario troppo basso avrà una pensione che non supera i 750 euro. Il lavoro manuale è così poco tutelato che gli incidenti mortali sul lavoro sono in media tre al giorno. Non ci sono politiche per l’occupazione degne di questo nome. C’è solo assistenza (insufficiente) in varie forme.

Ma anche i lavori professionali stanno male. C’è un bisogno insoddisfatto di medici, infermieri, insegnanti, urbanisti, geologi, burocrati di vario tipo, poliziotti, ispettori del lavoro, ricercatori in ogni campo. E c’è d’altra parte una massa di giovani già abilitati a questi lavori che resta disoccupata o sfruttata in lavori precari perché lo stato non ha i fondi per assumerli stabilmente.

È noto a tutti lo stato pietoso – ma con forti disuguaglianze interne – di università, assistenza sanitaria, trasporti pubblici, case in cooperativa, infrastrutture fisiche e digitali, amministrazione pubblica. Questo disastro non è sanabile finché i soldi pubblici saranno assorbiti da cliniche, scuole, università e imprese private, che fanno profitti con i soldi dello stato. In tutti questi problemi l’Italia ha il record negativo tra i paesi OCSE.

A questo si aggiunge l’inerzia delle politiche ambientali, mentre i disastri climatici e l’avvelenamento ambientale peggiorano rapidamente. Persino il surriscaldamento del clima in Italia è molto maggiore della media mondiale. Persino gli incendi di questi giorni in Italia sono i più numerosi fra i paesi europei.

Tutto questo fa dell’Italia un caso da manuale per chi vuole aggredire la democrazia nel mondo. È un paese ricco e fedele a UE e NATO, ma con una forte fragilità democratica e di sviluppo e una instabilità cronica, dovuta al suo lontano passato. In Italia lo stato ha sempre sofferto di grande debolezza. Nel Centro-Nord, per la prevalenza di Comuni (che Gramsci chiamava “unità economico-corporative”) e Signorie, contro ogni tentativo di governo centrale; nel Sud, a causa del dominio millenario dei latifondisti.

Perché allora chi viene escluso dai diritti democratici, in primis il diritto al lavoro, dovrebbe difendere la democrazia riservata ai ceti più protetti? Su questo interrogativo deve basarsi la prossima campagna elettorale, non su un’immaginaria Agenda Draghi. Pur avendo ottimi contenuti, il programma di Draghi è insufficiente e lascia fuori troppi temi decisivi: salario minimo, jus scholae, investimenti pubblici per creare lavoro, uso dei soldi pubblici per i servizi pubblici (non per quelli privati), sostituzione delle fonti di energia, piano per l’acqua, lotta all’inquinamento ambientale, ricostituzione dell’apparato pubblico e dei servizi di sorveglianza, lotta frontale all’evasione fiscale, tasse sulle ricchezze esorbitanti, ecc.

È impossibile tornare all’energia fossile

18 Lug

di Éloi LaurentSocial Europe 14/7/2022

Un fantasma si aggira per l’Europa, quello dei gilet gialli. I loro disordini a Parigi nel 2018-19 hanno creato due malintesi presso molti politici.

Il primo è l’idea che la transizione energetica crei disuguaglianze e che sia questo ad adirare i cittadini. In realtà la transizione è appena cominciata. Le disuguaglianze derivano dall’attuale sistema economico non dalle politiche di transizione. L’esempio più chiaro è nel presente aumento dell’inflazione dovuto alla scarsità di gas e petrolio, per cui la volatilità dell’offerta si traduce in vulnerabilità sociale. Dire che la tragedia dell’Ucraina rafforza la nostra dipendenza significa preparare la strada per una prossima crisi da scarsità di energia.

Il secondo malinteso è che i gilet gialli hanno messo in evidenza una inevitabile incompatibilità tra come arrivare alla fine del mese e come evitare la fine del mondo. Infatti la povertà non aspetta la fine del mese, e d’altra parte non è in questione la fine del mondo ma la capacità del pianeta di ospitare bene l’umanità più povera e fragile. Ma soprattutto, le politiche di una transizione giusta sono possibili ed economiche, in Europa e altrove.

La distribuzione ineguale
Recentemente ho esaminato diversi tipi di disuguaglianza ambientale, comprese quelle della vulnerabilità (esposizione e reattività di individuai e gruppi al degrado ambientale) e della responsabilità (il loro impatto su tale degrado). Questi due tipi di disuguaglianza non derivano da politiche per l’ambiente incuranti delle conseguenze sociali, bensì dalla mancanza di una risposta forte a molti aspetti della crisi ecologica (catastrofe climatica, inquinamento dell’aria, ecc.).

Sappiamo che non agire sul clima aumenterà la vulnerabilità di milioni di europei anziani e socialmente isolati di fronte a ondate di caldo devastanti, del tipo visto in Spagna e Francia questa estate (con temperature notturne a Parigi di 30 gradi a metà giugno). Costruire una transizione giusta in questo caso significa sviluppare politiche di transizione per mitigare le crisi ecologiche e abbassare le ingiustizie che esse creano.

Gli antichi romani stabilirono un principio giuridico: nessuno può giustificarsi adducendo la propria immoralità (nemo auditur propriam suam turpitudinem allegans). Questo principio va applicato alle politiche di non-transizione dell’Europa.

Cooperazione sociale
Dobbiamo proseguire lungo due percorsi. Innanzitutto dobbiamo mostrare che la necessaria riduzione delle disuguaglianze può attenuare le crisi ecologiche (viaggi aerei a lunga distanza, veicoli sportivi ecc. sono responsabili del grosso delle impronte ecologiche (produzione di CO2) eccessive. D’altra parte le politiche di transizione ecologica possono ridurre le disuguaglianze sociali e aumentare il benessere dei più poveri. Ad esempio una tassazione progressiva ed ecologica sul carbone in Francia può redistribuire reddito a favore dei gilet gialli invece di penalizzare le emissioni residue senza alcun compenso sociale (fu quest’ultima la politica di Macron, che scatenò la ribellione).

Martin Luther King disse che il capitalismo è “un sistema che prende il necessario alle masse per dare il lusso alle classi”. Le politiche di giusta transizione dovrebbero fare il contrario: ristrutturare i consumi sulla base del consumo sufficiente e promuovere la cooperazione sociale come tecnologia innovativa del sec. XXI.

Il secondo percorso è ancora più ambizioso. Esso delinea una politica socio-ecologica, oggi e nel lungo periodo, che allo stesso tempo riduca le disuguaglianze sociali e il degrado ambientale. C’è già una quantità di cose da fare, ad es. nelle aree della mobilità e delle abitazioni, come dimostra un recente notevole rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), 3° gruppo di lavoro) sulla riduzione e l’attenuazione delle emissioni.

“Piena salute”
Questo sforzo si dovrebbe accompagnare ad una ridefinizione della ricchezza che proponga nuovi orizzonti, alternativi alla crescita economica distruttiva, come la “piena salute”. Questa è uno stato di benessere persistente – fisico e psicologico, personale e sociale, umano ed ecologico – che accentui la natura olistica della salute, collegando quella mentale a quella fisiologica, quella individuale alla collettiva e l’umanità al pianeta.

Nella sua prima versione, del dicembre 2019, il Green Deal non menzionò la parola disuguaglianza. Oggi l’ingiustizia sociale, spinta dall’inflazione, sta minacciando le ambizioni ambientali dell’Unione Europea. Il rischio di deragliare dev’essere preso sul serio, il che significa raddoppiare questa ambizione, non tirarsi indietro.

Sono proprio le politiche di non transizione che minacciano le politiche di transizione. Ma non possiamo passare dagli shock al capovolgimento delle politiche e poi di nuovo agli shock, ammesso che questa sia una strategia. La transizione ecologica europea non è stata concepita come una postura reversibile, è invece una necessità vitale.

Éloi Laurent è stato uno dei relatori al convegno di giugno dei sindacati europei su ‘A Blueprint for Equality’ (Un programma per l’uguaglianza).

Amazonia, la battaglia contro i genocidi da estrattivismo

11 Lug

Il c.d. estrattivismo (cioè lo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali altrui) non si limita alla distruzione della natura. Spesso diventa anche distruzione dell’economia e della sopravvivenza dei nativi. Quando poi si tratta di popoli aborigeni non contattati da altre civiltà, l’estrattivismo quasi sempre ne decreta la morte.

Questo sta succedendo in Amazzonia, che Bolsonaro ha reso terra di conquista senza regole e senza legge da parte di allevatori di bovini, tagliatori di alberi e coltivatori di soia. Le multinazionali e orde di avventurieri in proprio operano genocidi sistematici dei popoli nativi per appropriarsi della loro terra e delle risorse che contiene. Possiamo chiamarli genocidi da estrattiivismo, fatti per interessi economici.

Nella prima metà di quest’anno, dice la Reuters, in Amazonia è stata distrutta un’area pari a 5 volte quella di New York. Chi si oppone a questo scempio spesso paga con la vita. Com’è noto, a metà giugno 2022 sono stati assassinati Bruno Pereira (funzionario brasiliano) e Dom Philips (giornalista inglese) che documentavano gli abusi compiuti. Tuttavia a volte l’opposizione ai genocidi per estrattivismo ha successo.

E’ il caso dei Piquià, ben illustrato da un articolo su Nigrizia (1). Dal 1987, nello stato di Maranhão i Piquià vengono avvelenati dall’estrazione del ferro da parte della Vale Industries Ltd (seconda impresa di estrazione nel mondo) e dalla produzione connessa di ghisa, acciaio e cemento.

Questo complesso di attività minerarie e siderurgiche è andato crescendo fino a diventare la più grande miniera a cielo aperto del mondo. Con la ferrovia per trasportare i prodotti fino ai porti di esportazione, il complesso occupa 900mila kmq (tre volte l’estensione dell’Italia). I prodotti sono venduti in tutto il mondo, soprattutto alla Cina e ai paesi europei.

Studi scientifici dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano hanno dimostrato che la miniera e le acciaierie hanno procurato danni alla respirazione e malattie cardiovascolari al 30% dei nativi (sei volte di più degli altri abitanti del Brasile). La Fédération Internationale pour les droits humains, in tre rapporti, del 2011, 2019 e 2022, ha mostrato che tre quinti dei Piquià soffre di problemi respiratori. Con l’aiuto di quest’ultima associazione e di altre Ong (2), i Piquià hanno denunziato l’inquinamento e i suoi danni.

Dopo una lunga lotta, le imprese responsabili hanno accettato di trasferire a loro spese 312 famiglie insediandole a 8 km di distanza, nel territorio di Piquià da Conquista. Non c’era altra soluzione, dato che la riduzione di emissioni nocive, pur richiesta, non è mai avvenuta. Nel nuovo insediamento sono previsti abitazioni, giardini, aree per attività ricreative e di socialità, impianti di depurazione delle acque e il trattamento e recupero dei rifiuti urbani. Si tratta ora di ottenere i risarcimenti per i danni subiti alla salute e all’ambiente, decontaminare l’acqua e tutta l’area.

Un’altra battaglia vinta è quella per la protezione del territorio Ituna Itatà (Odore di fuoco). Il governo Bolsonaro fa di tutto per impedire il rinnovo delle Ordinanze che proteggono i territori di alcuni popoli incontattati. Queste Ordinanze servono a proteggere le aree per le quali – come ci informa Survival – “non è ancora stato concluso o intrapreso il lungo iter burocratico della demarcazione ufficiale” di proprietà (3).

Il 27 gennaio scorso Survival aveva denunciato un complotto del governo per aprire i territori di Ituna Itatà. Alcuni funzionari del Dipartimento Affari Indigeni (FUNAI) nominati da Bolsonaro “hanno organizzato un incontro segreto con il Senatore Zequinha Marinho, un famigerato politico, alleato di Bolsonaro, che guida la campagna per aprire i territori allo sfruttamento; e gli hanno permesso di vedere un rapporto confidenziale che dimostra con nuove prove l’esistenza della tribù e ne rivela l’ubicazione”, approfittando della scadenza dell’Ordinanza di protezione che è avvenuta il 25 gennaio.

Ma la rivelazione del complotto ha permesso di attivare, insieme a Survival, i funzionari onesti del FUNAI e una serie di organizzazioni brasiliane. Grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, organizzata du questi enti, oggi l’Ordinanza di Protezione Territoriale di Ituna Itatà è stata rinnovata per tre anni.

Infine l’8 luglio il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che condanna il “brutale assassinio di Pereira e Philips”; denunzia “le violenze e gli attacchi crescenti verso i difensori dei diritti umani e dell’ambiente”, e critica “le dichiarazioni intimidatorie” di Bolsonaro”.

(a cura di C.P.)

(1) Dario Bossi, “Brasile, la lotta della comunità di Piquià contro i colossi minerari”, Nigrizia, 24/6/2022.

(2) Ad es. il Centro di difesa della vita e dei diritti umani Carmen Bascaràn, Justiça nos Trilhos (Sui binari della giustizia), Missionari Comboniani.

(3) Survival, comunicato del 8-7-2022.

La strage di migranti e l’autolesionismo dell’Occidente

4 Lug


di Cosimo Perrotta

Nello spazio di pochi giorni si sono accumulati così tanti massacri di emigranti che, nell’opinione pubblica occidentale, la pietà ha lasciato il posto all’assuefazione. Certo, l’assuefazione alle tragedie e ai crimini è la grande medicina che ci permette di sopravvivere ma è anche un insidioso veleno che porta alla connivenza.

Il 23 giugno 2022 la polizia marocchina massacra 37 migranti dello stesso Marocco, che premevano per entrare a Melilla, colonia spagnola in territorio marocchino. I feriti vengono lasciati ad agonizzare sotto il sole, mentre il leader spagnolo, il socialista Pedro Sánchez, si complimenta col Marocco per “la straordinaria cooperazione” dimostrata. Sánchez aggiunge che le vittime erano criminali trafficanti di droga (cosa falsa).

Il 27 giugno a San Antonio (Texas) oltre 50 migranti sono morti per il caldo e la disidratazione, a causa dei respingimenti del governo Repubblicano. Il 29 giugno sono stati scoperti nel deserto libico 20 migranti morti di sete intorno alla metà di giugno. Anche in questo caso, le efferatezze dei trafficanti libici di esseri umani – spesso finanziati dal governo italiano – sono la vera causa di queste stragi periodiche.

Nelle stesse ore morivano annegati cinque migranti nel mare della Tunisia; anche qui con la complicità delle politiche di respingimento promosse dall’Italia e da altri paesi europei. Il 2 luglio è stato salvato un gommone di maliani dopo 10 giorni che era alla deriva; 22 di loro erano già morti. Gli annegamenti nel Mediterraneo ormai sono tanti che non fanno più notizia. Nel 2022, secondo l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), sono stati finora 800.

Negli stessi giorni Human Rights Watch denuncia gli eccidi sistematici dei migranti nel mare greco-turco o al confine fra i due paesi. Il governo greco, di destra, tiene praticamente nascosti questi ripetuti eccidi e il fatto che molti poliziotti riducono in schiavitù i sopravvissuti con minacce e ricatti e con la complicità dei vertici della polizia.

Si faccia attenzione: tutti questi crimini, e tantissimi altri, sono perpetrati o consentiti dalle istituzioni occidentali, le stesse che si impegnano – con molte parole e pochi sacrifici – nell’appoggiare l’Ucraina contro il tiranno Putin (il quale, per imporre i suoi deliranti sogni di grandezza panrussa, pratica da sempre l’assassinio dei suoi avversari e le stragi di civili inermi).

Questo NON significa che siamo tutti uguali e che la lotta ai dittatori come Putin sia inutile. Al contrario. Questa lotta però perde parte della sua efficacia se l’Occidente esercita sui migranti la stessa ferocia che i vari Putin esercitano contro nazioni e popoli inermi.

Non è vero che la libertà è una sola; che “o c’è o non c’è”. Nei paesi democratici c’è una certa limitata libertà che va difesa con accanimento, ma che tende ormai sempre più a diventare la libertà dei benestanti contro gli sfruttati, i poveri e i disoccupati interni ed esterni.

Questa esiziale tendenza sta rischiando di uccidere la stessa democrazia. Secondo il World Democracy Index, l’indice mondiale di democrazia si sta abbassando: da 5,37 nel 2020, è adesso 5,28. I paesi “pienamente” democratici sono solo 21. In testa si trovano la Norvegia (9,75 punti su 10) con gli altri paesi scandinavi. L’Italia, con 7,4 punti, è al 31mo posto, fra i paesi a “democrazia imperfetta”. Ma si consideri che prima dell’Italia ci sono in graduatoria la Spagna di Sánchez, che ha scaricato il Fronte Polisario; il Cile, con l’economia che è ancora quella forgiata dai golpisti di Pinochet; Israele, che opprime ogni giorno i palestinesi; la Francia, che impone alla UE di accettare il nucleare come energia verde e mantiene i suoi ghetti di immigrati; e, naturalmente, gli USA, sì, quelli della licenza pratica di fare stragi nelle scuole, e dell’uccisione di giovani neri da parte della polizia. Poco sotto l’Italia si trova la Grecia, dove si perseguitano gli immigrati nel modo che abbiamo visto.

L’Europa paga 6 miliardi a Erdohan perché tenga reclusi i profughi siriani e afghani; e gli consente di perseguitare i curdi, gli unici che hanno sconfitto l’Isis. L’Europa inoltre spende per i campi profughi in Grecia soldi che in gran parte spariscono; mentre l’Italia vende enormi quantità di armi ad Al Sisi, l’assassino di Giulio Regeni.

Si consideri infine l’ottusità di questa oppressione dei migranti. L’Europa ha un fortissimo e urgente bisogno di mano d’opera giovane, a tutti i livelli di qualificazione, per rimediare all’invecchiamento, sempre più rapido. Ma, invece di accogliere e inserire i migranti, con una opportuna politica economica e culturale, li perseguita. Fa danno a se stessa e restringe sempre più la sua democrazia.

Il trattamento degli immigrati è ormai un crocevia fra democrazia e mancanza di libertà, fra sviluppo e depressione economica, che va a vantaggio delle rendite.

Immigrati e ipocrisia danese

27 Giu


a c. di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 60 – 27-6-2022


A maggio dello scorso anno il governo danese ha revocato il permesso di soggiorno a poco più di un migliaio di rifugiati siriani per poi rimpatriarli perché per le autorità di Copenaghen “alcune parti della Siria sono ora abbastanza sicure per il ritorno dei rifugiati”. Il Guardian ha voluto verificare sul campo come le disposizioni del governo vengono applicate ed ha pubblicato un reportage con il titolo: ‘Zero richiedenti asilo: la Danimarca costringe i profughi a tornare in Siria”. Il sommario ne racchiude il senso: “In un sistema di immigrazione più ostile, i giovani volontari lottano per aiutare i compagni rifugiati a rimanere, ma il loro lavoro non finisce mai”.
Riportiamo alcuni brani liberamente tradotti e in calce un breve commento.
Maryam Awad ha 22 anni e non riesce a ricordare l’ultima volta in cui ha dormito bene la notte. Probabilmente è stato prima che la sua domanda di rinnovo del permesso di soggiorno, come rifugiata in Danimarca, fosse respinta due anni fa, dice.
Prima del 2015, la famiglia di Awad viveva in una cittadina fuori Damasco, ma è fuggita in Danimarca dopo che suo fratello maggiore è stato arrestato dal regime. La famiglia vive ad Aarhus, una città portuale nel nord della Danimarca, da otto anni.
Awad e sua sorella minore sono i soli membri della famiglia che rischiano la deportazione. La loro situazione è tutt’altro che unica. Nel 2019, il governo danese ha notificato a circa 1.200 rifugiati della regione di Damasco che i loro permessi di soggiorno non sarebbero stati rinnovati.
A differenza delle Nazioni Unite e dell’UE, la Danimarca ha ritenuto che la regione fosse sicura per il ritorno dei rifugiati. Tuttavia, poiché gli uomini potrebbero essere arruolati nell’esercito e le donne anziane spesso hanno figli iscritti nelle scuole danesi, la nuova politica colpisce prevalentemente le giovani donne e gli uomini anziani.
Lisa Blinkenberg, di Amnesty International Danimarca, ha dichiarato: “Nel 2015 abbiamo assistito a un cambiamento legislativo per cui il permesso di soggiorno dei rifugiati può essere ritirato a causa di cambiamenti nel loro paese d’origine, ma il cambiamento non deve essere fondamentale. Poi nel 2019 i servizi di immigrazione danesi hanno deciso che le violenze a Damasco sono cessate e che i siriani potrebbero essere rimpatriati lì”.
Blinkenberg afferma che la politica della Danimarca nei confronti dei richiedenti asilo e dei rifugiati è diventata notevolmente più ostile negli ultimi anni. “Nel 2019, il primo ministro danese ha dichiarato che la Danimarca voleva ‘zero richiedenti asilo’. È stato un segnale davvero forte”, dice.
“Come in altri paesi europei, in Danimarca c’è stato molto sostegno ai partiti di destra. Questo ha inviato un forte segnale al governo per dire: ‘OK, la Danimarca non sarà un paese accogliente per rifugiati o richiedenti asilo'”.

Brevi considerazioni
L’articolo in oggetto fa parte della serie Diritti e Libertà che “dà voce a coloro i cui diritti o libertà sono stati sottratti, erosi o messi a rischio”.
Il Guardian ha il merito (a nostro avviso) del fatto che, quando affronta i casi di abuso dei diritti umani, non si limita a seguirli solo per il breve periodo in cui è alto il coinvolgimento emotivo dei suoi lettori, per poi dimenticarsene del tutto. Un esempio: al caso Biloela (di cui abbiamo scritto in un precedente articolo) ha dedicato innumerevoli articoli, l’ultimo dei quali pubblicato il 28 maggio u.s. con questo titolo:” Biloela ha dato il suo sostegno ai Murugappan. Cosa possiamo fare per famiglie simili che conosciamo e amiamo”? Non minore attenzione ha dedicato alla tragedia dei Rohingya, sulla quale il 14 aprile u.s. ha pubblicato un articolo con il titolo: “La deportazione di una Rohingya dall’India suscita il timore di una nuova repressione”. Come abbiamo già scritto, nessuno si illude che questi articoli abbiano un impatto diretto sui decisori politici. Essi hanno invece lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e quindi di mobilitare le comunità internazionali. E questo non è poco.

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AVVISO
Ad agosto Sviluppo Felice andrà in ferie. Ma a luglio e settembre “nessun dorma”: pubblicheremo testi o resoconti di articoli particolarmente interessanti di altri periodici.

Africa, fuga di capitali e fuga di risorse

20 Giu

di Léonce Ndikumana e James K. Boyce (Social Europe, 3rd February 2022) – 20-6-2022

La vita a Luanda. Quasi metà della popolazione dell’Angola non ha accesso all’acqua potabile e alla sanità di base … Mentre l’Africa del sud è stata di nuovo vittima l’anno scorso di una chiusura dei confini non necessaria e ingiusta, un pugno di paesi ricchi continua ad opporsi alla domanda di brevetti per i vaccini contro il Covid. Naturalmente, questo egoismo dei vaccini danneggia i paesi poveri ma sta diventando anche un boomerang per quelli ricchi, perché produce nei paesi poveri nuove ondate di virus più contagiosi e più resistenti ai vaccini.

Cinismo e cecità appaiono anche nei flussi finanziari fra Nord e Sud del mondo. Sulla carta i paesi ricchi aumentano l’aiuto allo sviluppo e gli investimenti diretti in Africa. Ma in realtà fingono di non vedere il meccanismo internazionale che saccheggia sistematicamente l’Africa a vantaggio delle elite e delle grandi multinazionali.

Negli ultimi 50 anni l’Africa subsahariana ha perso oltre 2mila miliardi nella fuga di capitali. Questa emorragia è accelerata al cambio del secolo, in media con 65 miliardi l’anno, più dell’aiuto ufficiale.

Nel mondo immaginario di una economia di mercato perfetta, le risorse naturali sarebbero una fortuna e i capitali andrebbero verso i paesi dove sono scarsi. L’Africa sarebbe un ricevente netto di capitali. Gli angolani sarebbero ricchi per l’estrazione di petrolio, gli ivoriano lo sarebbero come maggiori esportatori di cacao (45% del prodotto mondiale) e i sud-africani per l’abbondanza dei minerali.

Ma questi paesi così ricchi di risorse naturali hanno risultati negativi per lo sviluppo, come appare nel nostro libro On the Trail of Capital Flight from Africa: The Takers and the Enablers. Le risorse naturali sono terreno di caccia per rapide estrazioni e accumulazioni all’estero.

I flussi di capitale sono guidati non dalla loro scarsità relativa ma dalla relativo segretezza di cui i creditori godono nei paradisi fiscali. I prestiti esteri sono spesso miseri e influiscono poco sullo sviluppo … Ad es. in Mozambico, con lo scandalo del debito segreto, un prestito di 2 miliardi $ (che equivalgono al 12% del PIL) organizzato dal governo con le banche europee e affaristi del Medio Oriente, non è nemmeno arrivato, però il paese deve ripagarlo con gli interessi.

In Angola, l’estrazione di petrolio ha arricchito solo le elite e le multinazionali. Dal 1986 al 2018, il paese ha perduto 103 miliardi per la fuga di capitali, quanto il suo PIL dell’ultimo anno. Intanto solo il 7% degli angolani delle aree rurali hanno accesso all’elettricità e circa metà della popolazione manca di acqua potabile e cure di base.

Analogamente gran parte dei coltivatori di cacao della Costa d’Avorio sono sotto la linea della povertà, mentre la fuga di capitali stimata è stata di 55 miliardi dal 1970 al 2018. Nello stesso periodo in Sud Africa sono svaniti 329 miliardi e, per di più, la sotto-fatturazione delle esportazioni di minerali ha frenato lo sviluppo, i risparmi, gli investimenti interni e la riduzione della povertà del paese, che in base al coefficiente di Gini è definito il paese più disuguale del mondo.

Nel nostro libro mostriamo come le elite sono aiutate da banche estere e ditte di consulenza a organizzare la fuga di capitali dall’Africa. La politica della “maledizione delle risorse” mette in pericolo il patto fiscale tra stato e popolazione.Quando uno stato ottiene il grosso del suo reddito da monopoli parastatali, sostenuti da prestiti esterni, allora la sua base legittimante non sono più i suoi cittadini bensì i collaboratori stranieri.

La Commissione Indipendente per la Riforma della Tassazione Internazionale sulle Imprese (ICRICT) di cui fa parte uno di noi, con Thomas Piketty, Gabriel Zucman, Antonio Ocampo e Jayati Ghosh, ha proposto una tassa minima del 25%. La Tax Justice Network stima che 483 miliardi si perdono ogni anno per mancati pagamenti delle tasse da parte delle multinazionali …

Come per il vaccino del Covid questo è un calcolo a termine molto breve. Solo la solidarietà per i vaccini può fermare le varianti che altrimenti prolungheranno la pandemia all’infinito. E solo se si attacca il saccheggio delle risorse del Sud del mondo i paesi poveri potranno svilupparsi ed evitare un’esplosione sociale e l’emigrazione forzata. Questa è anche la sola via perché questi paesi possano affrontare l’emergenza climatica, anche questo con conseguenze positive per tutti.

(Léonce Ndikumana è professore di Economia all Univ. del Massachusetts; James Boyce è professore emerito di Politica economica alla Univ. del Massachusetts Amherst).

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