Il Congo “la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia” (Patrice Lumumba)

13 Gen

il documento, 13/1/2020

Il 17 gennaio del 1961 moriva assassinato Patrice Lumumba, grande statista e Primo Presidente della Repubblica democratica del Congo. Lo ricordiamo attraverso la lettera che scrisse poco prima del suo omicidio alla moglie Pauline (da Doxandeme, online, 18/1/2019)
“Mia cara compagna,
ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l’indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. 
Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto ad una vita onorevole, ad una dignità senza macchia, ad un’indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga ed i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti ed indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest’organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. 
Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità ed a macchiare la nostra indipendenza. 
Che altro potrei dire? Non è la mia persona che conta, è il Congo. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E’ il Congo, il nostro povero popolo la cui indipendenza è stata trasformata in una gabbia dove ci guardano dall’esterno, a volte con benevola compassione, a volte con gioia e piacere. 
Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si sbarazzerà di tutti i suoi nemici interni ed esterni, che si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro. 
Non siamo soli. L’Africa, l’Asia ed i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco di milioni di congolesi, che abbandoneranno la lotta solo il giorno in cui non ci saranno più i colonizzatori ed i loro mercenari nel nostro paese. 
Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c’è libertà, senza giustizia non c’è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. 
Né brutalità, né sevizie, né torture mi hanno mai condotto a domandare la grazia, poiché preferisco morire a testa alta, la fede incancellabile e la fiducia profonda nel destino del mio Paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e il tradimento dei principi sacri. La storia dirà un giorno la sua parola, ma non sarà la storia che ci insegneranno a Bruxelles, Washington, Parigi o alle Nazioni Unite ma quella che si insegnerà nei Paesi affrancati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L’Africa scriverà la sua propria storia e questa sarà al Nord ed al Sud del Sahara una storia di gloria e di dignità. Non mi piangere, mia compagna. Io so che il mio paese, che soffre tanto, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà.
W il Congo! W l’Africa!”
(Patrice Lumumba)
Lumumba era capo del governo congolese. Cercò di rendere il Congo effettivamente, oltre che formalmente, indipendente dal Belgio. Ma fu destituito dai politici pagati dai governi e dalle multinazionali occidentali. Queste promossero nel 1960 la secessione del Katanga, la grande provincia mineraria, delle cui ricchezze volevano mantenere il controllo. La CIA e le multinazionali finanziarono i secessionisti e Mobutu, che arrestò e fece uccidere Lumumba. Nel 1965 Mobutu diventò capo del governo, appoggiato dagli occidentali. Fu dittatore fino al 1997,  quando fu espulso e morì tre mesi dopo. Aveva rubato oltre 5 miliardi di dollari (valore del 1984), che equivaleva più o meno al debito dello stato.

“I migranti non sono troppi, ma troppo pochi”

16 Dic

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 35 – a cura di Piero Rizzo

Per questo mese abbiamo selezionato due articoli: uno da Foreign policy, il cui titolo è: “L’ossessione dell’Occidente per la sicurezza delle frontiere sta inducendo instabilità“, e l’altro da Foreign affair, col titolo: ” La vera crisi dell’immigrazione” e sottotitolo “Il problema non è troppi, ma troppo pochi”. Entrambi gli articoli smontano le leggende metropolitane che si sono radicate nella mentalità di molti cittadini, dalla morte della civiltà alla sostituzione etnica, dalla perdita del lavoro dei lavoratori locali all’aumento della criminalità. Questo soprattutto perché una genia di politici senza scrupoli le ha strumentalizzate per conquistare e conservare il potere.
Foreign policy fa rilevare ai leader europei – che stanno affidando in outsourcing il controllo dei confini esterni a Turchia, Libia e Niger allo scopo di proteggere la “Fortezza Europa” dai “diabolici flussi di migranti” – che i vantaggi politici di questa strategia a breve termine sono spesso elevati. Ma in una prospettiva più ampia, tale esternalizzazione dei controlli alle frontiere rappresenta uno spettacolare autogol non solo in termini umanitari, ma anche politici. In questo modo l’UE mina il suo ruolo globale e i valori fondanti del progetto europeo.
A chi afferma che gli immigrati rubano i posti di lavoro ai locali, causano la riduzione delle retribuzione, l’aumento dei prezzi delle case, una crescita esponenziale della criminalità, Foreign affair ribatte: i prossimi decenni vedranno le popolazioni in Europa e Nord America invecchiare e ridursi. Questa tendenza danneggerà la crescita economica e lascerà troppo pochi lavoratori per ogni pensionato. Per evitare la sclerosi e il declino, il mondo ricco dovrà competere per attirare gli immigrati, non per allontanarli. Il problema, appunto, non è che sono troppi, ma che sono troppo pochi.
Riportiamo alcuni stralci liberamente tradotti. Da Foreign policy:
In nome della lotta contro l’immigrazione clandestina, l’UE, gli Stati Uniti e l’Australia stanno rafforzando i regimi autoritari, stanno alimentando abusi, corruzione e intolleranza. Da troppo tempo i leader occidentali stanno montando un brutale circo in nome della sicurezza delle frontiere. Dai politici di estrema destra agli ex partiti dell’establishment, “combattere l’immigrazione clandestina” è il nuovo gioco da Canberra a Washington via Bruxelles e Roma. E purtroppo questo gioco mortale non è praticato solo da alcuni politici erratici e insensibili. Al contrario, è sistematico.
Favoriti dal diminuito numero di migranti e rifugiati che arrivano sulle coste europee rispetto al record del 2015, i politici stanno cavalcando il presunto successo della lotta alla migrazione mediante pattuglie, recinzioni e forte deterrenza. Tuttavia, questo falso successo spurio maschera un fallimento morale e politico molto più grande che continuerà a perseguitare l’UE.
Conclusione: invece di alimentare l’instabilità all’estero e normalizzare una stridente politica nazionalista in patria attraverso l’ossessione per una maggiore sicurezza delle frontiere a breve termine, c’è una scelta migliore da fare: una scelta che prevede la protezione delle persone, non dei confini. Cittadini illuminati e leader politici devono iniziare a sostenere la questione.
Da Foreign affair:
Gli oppositori dell’immigrazione sono in ascesa. Dalla Polonia agli Stati Uniti, i politici stanno chiudendo i confini e allontanando i rifugiati. “Il nostro Paese è AL COMPLETO!”, ha twittato Trump in aprile. Ma i timori fuori posto per la sicurezza e i lavori rubati hanno distratto l’attenzione dalla vera crisi demografica che incombe su Europa e Nord America.
Perfino in Giappone dove è fortemente radicato il senso dell’omogeneità etnica e culturale e l’immigrazione rimane fortemente impopolare, il governo ha lanciato piani per reclutare più immigrati.
Qualunque sia il vantaggio economico, molti politici credono che una maggiore immigrazione sia perdente sul piano politico. Ma sopravvalutano la reazione populista. I livelli effettivi di immigrazione hanno alimentato l’aumento del populismo di destra molto meno di quanto non abbia fatto la paura. In effetti, più sono gli immigrati in una regione, più aumentano le persone a favore dell’immigrazione, e ci sono alcune prove secondo cui l’arrivo di altri immigrati fa sì che le persone li vedano in una luce più amichevole.
Piuttosto che assecondare il localismo di una minoranza che invecchia, i politici in Europa e Nord America dovrebbero pensare seriamente a come preservare la vitalità economica dell’Occidente. Ciò significa trovare e attirare più immigrati. In futuro i governi avranno più motivi per temere la siccità che l’alluvione.
Considerazioni finali
Nell’articolo di Foreign affair, quando si parla del Giappone, c’è un rimando a un articolo della CNN dal titolo:”Il Giappone ha bisogno di immigranti, ma gli immigranti hanno bisogno del Giappone?”, dove si legge questa frase: “Il Giappone tratta i suoi lavoratori stranieri come Kleenex, con la mentalità dell’usa e getta “.
Il modello migratorio australiano, caro a Salvini, noto come la “soluzione offshore” consiste nell’utilizzare le nazioni povere del Pacifico come siti per la detenzione a tempo indefinito dei rifugiati illegali. Trump non ha perso l’occasione di partecipare alla gara al peggio e ha fatto rinchiudere i bambini di immigrati nelle gabbie come animali. La vecchia Europa, (anche se con qualche crepa) rispetta più di tutti i principi della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI.
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“Le colpe del Sud”. Commento a Scamardella

9 Dic

di Cosimo Perrotta

Il recente libro di Claudio Scamardella, Le colpe del Sud, Manni editore, è interessante perché si contrappone con forza all’eterno assistenzialismo del Sud ma non concede nulla ai luoghi comuni secondo cui il Sud peserebbe parassitariamente sul Nord. Il libro, pur non essendo un lavoro di ricerca, va al fondo dei problemi.

L’autore rifiuta le autoassoluzioni, denunzia il fallimento delle politiche pubbliche per il Sud ma anche la menzogna sulla ripartizione pro-capite delle risorse (che in effetti sono fortemente sbilanciate a vantaggio del Nord), infine addossa la colpa principale del sottosviluppo alle classi dirigenti e intellettuali del Sud.

Queste élite – dice – non hanno capito la svolta radicale avvenuta con il crollo del mondo comunista trent’anni fa. Il Sud d’Italia, nella strategia atlantica, riceveva un fiume di provvidenze per evitare che si collegasse con il Centro Italia dominato dalle sinistre. Queste élite hanno continuato a piatire assistenza mentre la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica dovevano portare a una radicale ricollocazione. Infatti, l’economia post-guerra fredda ha intensificato fortemente i traffici tra l’Europa e l’Estremo Oriente e fra l’Europa e l’Africa.

Il Sud d’Italia è la piattaforma naturale in cui questi traffici si incontrano. E’ questa la grande occasione che stiamo perdendo: ristrutturare la nostra economia in funzione di questi collegamenti, per esportare in quelle grandi aree e per essere lo snodo dei loro traffici.

Eppure, scrive l’autore, la storia ce lo diceva che il Mediterraneo è il cuore del nostro problema. Secondo Pirenne il Sud d’Italia divenne periferia quando gli arabi conquistarono il Nord Africa e divisero per sempre il Mediterraneo. Fu allora che il centro dell’Europa si spostò verso il centro-nord. Scamardella è consapevole delle riserve degli altri storici su questa tesi di Pirenne, ma la perifericità del Mediterraneo venne confermata e rafforzata dalla circumnavigazione dell’Africa e dalla scoperta dell’America. Oggi però la globalizzazione ha ristabilito la centralità del nostro mare e il Sud dovrebbe approfittarne per rilanciare il suo sviluppo.

L’autore avverte – con notevole efficacia – che non basta lo stato né l’industrialismo a promuovere lo sviluppo. Pur con i suoi grandi meriti le politiche di Nitti (e poi di Fanfani) non sono bastate ad eliminare l’assistenzialismo. Questo affonda le radici (come ricordano Banfield, Putnam e poi Aldo Masullo) nella carenza di civismo dei meridionali. Il civismo moderno è riconoscimento dei diritti del cittadino, senso del dovere e delle regole. Il Sud non ha compiuto il passaggio dalla comunità, basata sul rapporto personale di consanguinei ed amici, alla società, fatta di regole, di rapporti impersonali e di solidarietà (pp. 29-32).

Un altro passaggio importante parla del blocco sociale della borghesia (di professionisti e intellettuali), che – invece di guidare la società – è sempre attento ai suoi interessi corporativi e di potere. Dunque la società civile è complice dello sfascio e non vittima della politica (pp. 34-5). E’ questa complicità che ha fatto fallire l’esperienza delle regioni come centri di decisione politica (p. 86).

Il terzo punto di forza dell’analisi di Scamardella è che “l’idea che lo sviluppo economico possa essere generato dal solo intervento dello Stato, senza una contemporanea rivoluzione culturale” si è rivelata fallace (p. 40). Molto ben detto. Siamo arrivati al nodo centrale, messo in evidenza dalle migliori analisi del meridionalismo (quelle di Genovesi, Galanti, Fortunato, Salvemini, Nitti, Gramsci). Ma si tratta di un nodo complesso come quello di Gordio, che però non si può sciogliere con la spada del manicheismo.

Lo stato post-unitario, da una parte, impose nel Sud strade e ferrovie, ospedali e farmacie, scuole elementari, carabinieri; tutte cose che erano state sempre impedite dai grandi proprietari terrieri (che da sette secoli dominavano il Sud) e dai loro clienti (la borghesia amministrativa, sempre a caccia di stipendi pubblici). D’altra parte, i governi nazionali subirono il ricatto dei grandi agrari del Sud (il partito governativo per antonomasia) e stroncarono, con le politiche sui dazi, i primi germogli di imprenditoria dal basso. Avviarono l’industrializzazione, ma poi sparavano sui contadini che chiedevano terre su cui lavorare per diventare appunto piccoli imprenditori.

Persino il grande sviluppo del welfare state non sfuggì a questa logica ambigua. L’unica differenza è che – decaduti i grandi agrari – la guida della società passò direttamente alla “borghesia di stato”, il blocco di tecnici compiacenti, amministratori, imprenditori-clienti e politici che tuttora gestisce il fiume di denaro pubblico che arriva al Sud.

L’autore propone una macro-regione del Sud con base comunale per responsabilizzare i nostri amministratori e avviare la rivoluzione culturale necessaria. Forse è una soluzione. Ma di una cosa sono certo: non c’è un eccesso di stato nel Sud, c’è carenza. E non per continuare con l’assistenzialismo, ma per esercitare un vero controllo, come fanno in tutti i paesi sviluppati, che sanzioni chi viola il proprio impegno con le istituzioni; un controllo sugli appalti e la loro gestione, sull’utilizzo dei fondi, la correttezza dei bilanci, la produttività del settore pubblico, l’efficienza della pubblica amministrazione, la scuola e la sua efficacia, l’evasione fiscale dai mille volti, l’assenteismo, il traffico … Un controllo vero non può che basarsi sul principio che il superiore è responsabile di ciò che fa il subalterno. Finché i responsabili – politici, amministrativi, imprenditori, tecnici – non pagheranno per le loro distrazioni, complicità, connivenze sulle violazioni dei subalterni o appaltanti, non ci sarà nessuna rivoluzione culturale.

“Il momento più pericoloso per l’umanità”

2 Dic

di Stephen Hawkingil documento, 2 dic. 2019

Esattamente 3 anni fa (il 2 dic. 2016) uscì su Real-World Economics Review Blog uno splendido articolo di Hawking (morto nel marzo 2018), preso dal Guardian. Lo abbiamo tradotto in gran parte.

“Comunque la pensiamo sulla decisione degli elettori britannici di rifiutare l’appartenenza all’Unione Europea e quella degli americani di accettare Donald Trump come presidente, non c’è dubbio per i commentatori che questo fosse un grido di rabbia della gente che si sentiva abbandonata dai suoi leader. …
La preoccupazione espressa da questi voti per le conseguenze economiche della globalizzazione e per l’accelerato cambiamento tecnologico è del tutto comprensibile. L’automazione ha già decimato i posti di lavoro nella manifattura tradizionale, e la crescita dell’intelligenza artificiale tende ad allargare ai ceti medi la distruzione di posti di lavoro, lasciando solo il lavori di manutenzione, creativi e di supervisione.
Ciò, a sua volta, produrrà un’accelerazione nell’allargarsi delle diseguaglianze economiche nel mondo. Internet e le piattaforme che esso rende possibili permettono a piccoli gruppi di individui di fare enormi profitti impiegando poche persone. Ciò è inevitabile, è il progresso, ma è anche socialmente distruttivo.
Dobbiamo aggiungere a questo il crollo finanziario, che ha rivelato alla gente come pochissimi individui della finanza possano avere enormi guadagni, mentre il resto di noi accetta questo fatto e paga il conto quando la loro ingordigia ci porta fuori strada. Nell’insieme viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza finanziaria si allarga invece di diminuire, in cui molti vedono scomparire non solo il loro livello di vita abituale ma la stessa capacità di guadagnarsi la vita. Non c’è quindi da meravigliarsi che questa gente cerchi nuove politiche, come quelle che Trump e la Brexit sembrano rappresentare.
Un’altra conseguenza imprevista dell’estendersi di internet e dei social media a tutto il mondo è che la grandezza di queste disuguaglianze appare di più oggi rispetto al passato. …
… Questo significa anche che la vita della gente più ricca delle zone più prospere del mondo è oggi visibile a chiunque abbia accesso al cellulare, per sia quanto povero. E siccome adesso nell’Africa sub-sahariana c’è più gente che ha un cellulare di quanti hanno accesso all’acqua potabile, questo significa che quasi nessuno nel nostro affollato pianeta potrà evitare di vedere la disuguaglianza.
Le conseguenze di ciò sono chiare: i poveri delle campagne si ammassano nelle città, nelle baraccopoli, attirati dalla speranza. E spesso, accorgendosi che il paradiso di Instagram lì non c’è, lo cercano oltremare, aggiungendosi al crescente numero di migranti economici che vanno in cerca di una vita migliore. Questi migranti a loro volta premono sulle infrastrutture e l’economia dei paesi di arrivo, mettendo in pericolo la tolleranza e facendo crescere ancor più il populismo politico.
L’aspetto preoccupante di tutto questo credo sia che adesso, più che in qualsiasi altro momento della nostra storia, la nostra specie deve lavorare unita. Dobbiamo affrontare terribili sfide sull’ambiente: il cambiamento climatico, la produzione di cibo, la sovrappopolazione, la decimazione delle altre specie, le malattie epidemiche, l’acidificazione degli oceani.
Questi fenomeni nel loro insieme ci ricordano che siamo nel momento più pericoloso dello sviluppo umano. Adesso abbiamo la tecnologia capace di distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora la capacità di lasciarlo. Forse fra qualche centinaio d’anni potremo avere colonie umane fra le stelle, ma adesso abbiamo solo un pianeta, e dobbiamo lavorare insieme per proteggerlo.
Per far questo, dobbiamo abbattere, non costruire barriere dentro e fra le nazioni. Se possiamo avere una possibilità di farlo, i leader del mondo devono prendere atto che hanno fallito e stanno fallendo in maggioranza. Col le risorse concentrate sempre più nelle mani di pochi, dovremo imparare a condividere molto più di adesso.
Con la sparizione, non solo di posti di lavoro, ma di interi settori industriali, dobbiamo aiutare la gente a rieducarsi per un nuovo mondo e nel frattempo sostenerla finanziariamente. Se le comunità e le economie non riescono a sostenere gli attuali livelli di emigrazione, dobbiamo fare di più per accelerare lo sviluppo globale, poiché questo è il solo modo per persuadere i milioni di migranti a cercare il futuro a casa loro.
Possiamo farlo, sono un grande ottimista sulla mia specie; ma è necessario che le élite, da Londra ad Harvard, da Cambridge a Hollywood, imparino la lezione del passato, che imparino soprattutto una certa umiltà”.

”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”

25 Nov

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 34, a cura Piero Rizzo (25 XI 2019)
L’articolo di Foreign Policy selezionato per questo mese sparge del sale sulla ferita più che mai aperta dei migranti detenuti nei “campi di tortura” libici. E’ stato pubblicato il 10 ottobre con il titolo: ”L’ONU sta lasciando morire i migranti in Libia”.
L’obbiettivo primario per il quale l’UE sta finanziando la guardia costiera libica è di tenere i migranti fuori dall’Europa, non importa se essi vanno a finire nell’inferno dei campi di detenzione in balia delle milizie e dei trafficanti di esseri umani.
Dopo aver descritto il calvario di una donna che ha visto morire il figlio di 7 anni e il marito nel centro di detenzione di Zintan, l’autrice Sally Hayden, giornalista freelance impegnata sui diritti umani e le crisi umanitarie, prosegue.
Le loro morti non erano le uniche. Rifugiati e migranti nei centri di detenzione libici hanno iniziato a contattarmi nell’agosto 2018, dopo che gli era stato comunicato il mio rapporto da persone che avevo intervistato in Sudan l’anno precedente. Da allora, ho parlato con dozzine di detenuti in molti centri diversi, che usano telefoni nascosti per inviare informazioni su ciò che sta accadendo loro. Ho trovato ripetute conferme alle loro accuse da molte altre fonti.
Ho iniziato a inviare e-mail all’UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees)  e all’IOM (International Organization for Migration) riguardo al numero crescente di morti a Zintan nell’ottobre 2018, poco dopo che le Nazioni Unite erano state coinvolte nel trasferimento di centinaia di migranti e rifugiati da Tripoli. Solo sette mesi dopo, quando 22 detenuti erano morti per mancanza di cure mediche e per le condizioni terrificanti,  le N.U. si interessarono finalmente di ciò che stava accadendo a Zintan e chiesero che i detenuti venissero trasferiti di nuovo. Quando gli è stato chiesto un commento, l’OIM ha dichiarato che la condivisione pubblica di rapporti non confermati di eventi a cui l’organizzazione non ha assistito, potrebbe minacciare la sicurezza dei migranti in detenzione. Il personale delle Nazioni Unite ha precedentemente confermato a Foreign Policy che nessuna organizzazione sta monitorando il numero di detenuti che muoiono in tutta la rete di centri di detenzione libici.
Questo è solo uno di una serie infinita di scandali che si verificano nella  rete di centri di detenzione in teoria gestiti dal Dipartimento Libico per la Lotta alla Migrazione Illegale, che è associato al Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli, sostenuto dalle N.U. Nella realtà, molti centri di detenzione sono controllati da milizie.
Decine di migliaia di rifugiati e migranti sono stati rinchiusi a tempo indeterminato nei centri di detenzione negli ultimi due anni e mezzo, dopo essere stati intercettati dalla guardia costiera libica mentre tentavano di raggiungere l’Italia attraverso il Mar Mediterraneo.
Alla domanda sul ruolo dell’Unione Europea nel facilitare lo sfruttamento, la tortura e l’abuso di migliaia di rifugiati e migranti in Libia, i portavoce dell’UE regolarmente ribadiscono che nei centri di detenzione sono presenti le Nazioni Unite , aggiungendo che l’UE sta cercando di migliorarne le condizioni e vorrebbe chiudere i centri.
Ha detto un uomo del Darfur che i detenuti sono stati minacciati e picchiati dalle guardie libiche di fronte al personale dell’UNHCR senza che questo sia intervenuto per fermarle (l’UNHCR lo nega). Per i rifugiati e i migranti detenuti in Libia, l’UNHCR è diventato un simbolo di inazione, un’agenzia il cui logo suscitava in passato forti sentimenti di speranza e di ammirazione, mentre ora suscita crescenti sentimenti di disprezzo.

Brevi considerazioni. E’ tutto un dejà vu. Quando Salvini ripete ad nauseam che il numero di migranti, con lui ministro dell’interno, si è drasticamente ridotto (e in parallelo anche il numero di morti), nelle statistiche non compaiono i morti nei campi libici e si omette di dire che, al trattamento subumano in quei lager, non di rado si preferisce la morte.
In questi giorni, si sente dire soprattutto dalla sinistra e da una parte del mondo cattolico che Salvini se n’è andato, ma i suoi metodi sono rimasti. Pensiamo che il problema non si risolverebbe aprendo le braccia a tutti i migranti con spirito bergogliano, perché in tal caso Salvini sarebbe fatto “santo subito” a furor di popolo (ai simboli religiosi provvederebbe lui stesso) e le cose peggiorerebbero. Siamo di fronte a un caso esemplare di conflitto tra l’etica dei principi – propria dell’idealismo – e l’etica della responsabilità – propria del pragmatismo (Max Weber docet).
In chiusura ci preme ricordare che gli orrori libici li troviamo anche nel cuore dell’ Europa, in questo caso in Croazia, come abbiamo appreso dalla lettera di Lorena Fornasir (Trieste) pubblicata su questo blog il 22 ott. u.s. Al peggio non c’è limite.

https://foreignpolicy.com/2019/10/10/libya-migrants-un-iom-refugees-die-detention-center-civil-war/

Il treno dei bambini, di Viola Ardone

18 Nov

di Franco Martina

A Milano nell’autunno del ’45 prese corpo l’iniziativa di inviare i bambini rimasti soli in Emilia, Marche e Toscana; poi si aggiunsero quelli del Mezzogiorno (12.000 solo da Napoli) e i figli degli operai e dei contadini morti o arrestati per le proteste di Modena, Reggio Emilia, Melissa, Montescaglioso. Circa 70.000 bambini, dal 1946 al 1952, furono accolti curati vaccinati mandati a scuola da famiglie che parlavano un dialetto diverso, che avevano abitudini diverse e in quel modo dettero un contributo concreto anche alla costruzione della nuova cittadinanza repubblicana (Angelo Ventrone, La cittadinanza repubblicana, Bologna, Il Mulino, 1998).
È questa pagina dimenticata, o rimossa, che ha ispirato il bel romanzo di Viola Ardone Il treno dei bambini (Einaudi, 2019). Un libro sapiente, perché obbliga il lettore a un’autonoma riflessione e a una personale presa di posizione che non permettono risposte comode.
l libro di Ardone non illumina tanto il lato buono della storia, quanto la vera e propria lacerazione interiore vissuta dai bambini per la tensione tra il mondo familiare che lasciano e quello nuovo in cui sono accolti. Questa ferita è al centro del libro ed è raccontata in prima persona dal protagonista Amerigo Speranza in un classico “muto dialogo” con la madre Antonietta. Proprio il nome di Amerigo e quello della donna che lo accolse e ospitò a Modena, Derna, agganciano il libro di Ardone a un’altra storia, a persone e fatti reali. Una decina di anni fa l’antropologo Giovanni Rinaldi raccolse le testimonianze orali di quanti avevano vissuto la repressione della manifestazione popolare avvenuta a San Severo, nel foggiano, il 23 marzo 1950. Come a Melissa e a Montescaglioso, i cafoni (Il cafone all’inferno è il titolo con cui Tommaso Fiore raccontò questi avvenimenti) chiedevano pace e lavoro, ma furono affrontati con i carri armati e 180 persone furono arrestate con l’accusa di insurrezione contro i poteri dello Stato. A Michele Di Nunzio andò anche peggio, perché restò ucciso a soli 33 anni (Giovanni Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, Ediesse, 2009). 70 bambini restarono in mezzo a una strada. Tra questi c’era Americo Marino, un bambino di sei anni i cui genitori erano stati arrestati. E come gli altri salì su un treno che lo avrebbe portato ad Ancona, dove sarebbe stato accolto da una giovane sindacalista, Derna Scandali. Sono molti gli aspetti de Il treno dei bambini che ricordano la vicenda di San Severo. Tanto che si è obbligati a chiedersi perché Viola Ardone abbia scelto per il romanzo una diversa contestualizzazione, non solo geografica, ma sociale e soprattutto politica. La risposta si trova, forse, in un passaggio nel suo libro, precisamente nelle parole di Margherita, la donna di partito che individua i bambini e organizza i viaggi e le adozioni. Una donna di grande umanità che, dovendo convincere Amerigo a fare per suo fratello quello che altri avevano fatto per lui, dice

Era più facile una volta. C’era il partito, c’erano le compagne e compagni del partito. Oggi non ci sta più niente, chi vuol fare qualcosa di buono lo deve fare da solo, Per conto proprio. Una volta ci stava la sezione che, quartiere per quartiere, organizzava le iniziative per i bambini. E così li toglievamo dalla strada. Mo sono rimasti solo i preti a fare questo … Che, non dico di no, male non fanno, anzi spesso fanno pure bene. Ma non è una cosa politica, non so se mi spiego, è carità. È differente ( p. 199 ).

Aver collocato la storia di Amerigo non nel contesto delle lotte contadine degli anni 50, ma in quello della Napoli popolare del secondo dopoguerra, è servito proprio a darle un respiro più vasto, meno datato e collocato. Ma è servito soprattutto a evidenziare il valore politico nuovo di certe scelte di vita, che non viene sufficientemente sottolineato. Una politica che non usa gli uomini, che non è finalizzata alla conservazione del potere, ma che sa sentire i bisogni e sa rispondere a quanti non hanno neanche le parole per esprimersi. C’era un’esigenza di questo tipo di politica non nei partiti e nelle associazioni, che pure avevano sostenuto e realizzato i treni dei bambini, ma nelle donne (soprattutto) e negli uomini, nelle famiglie che si resero disponibili ad accogliere quei bambini, a vestirli, a dargli un’istruzione. Ma soprattutto sentendosi responsabili del loro futuro.Sarebbe un errore pensare che questa particolare sottolineatura sia il frutto dell’immaginazione narrativa di Viola Ardone.
Nel libro di Giovanni Rinaldi è riportata una testimonianza delle sorelle Ada e Teresa Foschini, due ormai anziane signore, figlie di Soccorsa Mollica che in quella manifestazione di San Severo aveva il compito di ‘portabandiera’ e per questo fu arrestata il 23 marzo 1950 e liberata il 29 aprile 1951. Le figlie riportano il breve dialogo tra la madre e il pubblico ministero del processo:

“Ma signora mia, voi mamme che avete i figli, pensate ai vostri figli e a stare a casa”. E mia madre ha detto: “Signor pretore, ho fatto due sposalizi, uno con mio marito e uno col partito”. “Io ti ammiro, però… le donne non dovete occuparvi di politica”. “Ci dobbiamo occupare eccome, perché siamo madri e sappiamo noi quello che succede a casa (pp. 48-49).

Non si poteva spiegare meglio la necessità del rinnovamento della politica, dopo le umiliazioni imposte dal fascismo, che in quei primi anni repubblicani sembravano tutt’altro che superate. Quella necessità e le sue motivazioni non sono mai morte. Sono solo state nascoste; come la scatola di latta in cui Amerigo aveva riposto il suo tesoro. Nascoste per vergogna, per un falso senso di pudore. Aver ‘raccontato’ questa politica è il grande merito del libro di Viola Ardone, in cui si ricorda che l’accoglienza e la solidarietà hanno anche un sapore amaro, per chi dà e per chi riceve. E tuttavia, quello che si può fare si deve fare.

Commento a proposito dei posti di lavoro rimasti vacanti

16 Nov

di Antonio Baldo
L’articolo di Cosimo Perrotta del 7/X/2019 sui posti di lavoro che restano vacanti (ricerca di Excelsior e Unioncamere), suggerisce una serie di riflessioni di diversa natura, più o meno antiche, che qui si possono solo accennare.
1 – L’economia è una scienza sociale, cosa non accettata soprattutto dai teorici (neo)classici che presuppongono la piena occupazione in un equilibrio sempre raggiunto da domanda e offerta che s’incontrano in situazione di perfetta concorrenza. Più in generale, si continua a ragionare così anche se, in realtà, questo non esiste. Se fosse vero, taluni lavori manuali dovrebbero essere pagati più di tanti altri considerati intellettuali mentre altri, come quelli di manager e amministratori, sono spesso retribuiti ben al di sopra della loro effettiva produttività
2 – Nelle sue prospettive più generali, il legame tra scuola e lavoro è tutto da ridiscutere. Che la scuola debba preparare in modo diretto al lavoro vale solo (e in parte) per un’istruzione professionale che – come e più della scuola globalmente intesa – è interessata più ai docenti che agli studenti, anche al netto della sua funzione di consenso politico. L’attribuzione della competenza normativa alle Regioni non aiuta, ma nemmeno lo Stato gode di ottima fama. Rimane un grande gap di efficienza, nella preparazione e nell’informazione, per l’incontro tra lavoro e formazione.
3 – Non solo per i giovani, le motivazioni e la fiducia (così importanti anche in economia) dipendono dalla cultura diffusa in una comunità, oggi centrata sul denaro e, soprattutto in Italia, sul prestigio sociale. Rivederla significa, ad esempio, discutere il valore legale del titolo di studio quando quello pratico è quasi inesistente.
4 – La carente offerta di taluni lavori dipende molto da stipendio e condizioni proposte dalla domanda di imprese e famiglie. In realtà, i soldi ci sarebbero ma è vero che parecchie aziende corrono il rischio di uscire dal mercato.
5 – Oltre ad accentuarne le disuguaglianze, Robotica, Intelligenza Artificiale e altre applicazioni scientifiche diminuiranno la necessità totale di lavoro, soprattutto a scapito della manualità. E’ tutt’altro che una disgrazia, ma occorre “desacralizzare” il lavoro retribuito (vedi l’articolo “Il reddito delle libertà” di John Lanchester, uscito sulla London Review of Books e ripreso nel numero 1325 di Internazionale) e slegare, almeno in parte, lavoro retribuito e reddito necessario ad una vita dignitosa. Qualcuno ha detto che il difficile non è far passare le nuove idee ma superare quelle vecchie.
6 – Le stesse statistiche devono essere rese più trasparenti e oneste, soprattutto nei confronti spaziali e temporali che cambiano continuamente i loro riferimenti senza avvisare i lettori.

I Nobel per l’economia 2019: come alleviare la povertà

11 Nov

di Piero Rizzo

Il premio Nobel per l’economia 2019 è stato conferito a tre accademici USA: Abhijit Banerjee
e Esther Duflo (del MIT) e Michael Kremer (Harvard) “per il loro approccio sperimentale per alleviare la povertà globale”.
Anche se negli ultimi decenni si sono fatti dei progressi, la povertà globale riguarda ancora oltre 700 milioni di persone. Cinque milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili. La grande maggioranza di bambini nei paesi a basso e medio reddito abbandona la scuola senza alfabetizzazione di base e capacità di calcolo.
“La ricerca condotta dai vincitori di quest’anno ha notevolmente migliorato la nostra capacità di combattere la povertà globale. In soli due decenni il loro nuovo approccio basato sugli esperimenti ha trasformato l’economia dello sviluppo “ ha dichiarato la Royal Swedish Academy.
Quest’anno, ed è una novità, il riconoscimento si basa sulla progettazione, attuazione e controllo di una serie di esperimenti condotti sul campo. Riportiamo alcuni dei risultati ottenuti con le ricerche dei Nobel.

Istruzione
Nei paesi a basso reddito i libri di testo sono scarsi e i bambini spesso vanno a scuola affamati. I risultati migliorerebbero se avessero accesso a più libri di testo? O sarebbe più efficace dare loro pasti scolastici gratuiti? Per rispondere a questo tipo di domande, a metà degli anni ’90, Michael Kremer e collaboratori hanno fatto ricerche nel Kenya occidentale rurale.
I primi esperimenti hanno dimostrato che né più libri di testo né pasti scolastici gratuiti incidono sull’apprendimento. Da esperimenti successivi è risultato che il problema principale non è la mancanza di risorse ma il fatto che l’insegnamento non corrisponde ai bisogni degli alunni.
Alla luce di questi risultati Banerjee, Duflo e collaboratori hanno studiato programmi di tutoraggio correttivo in due città indiane. A Mumbai e Vadodara alcuni assistenti didattici sostenevano i bambini con bisogni speciali. Le scuole sono state suddivise in modo casuale in diversi gruppi, consentendo ai ricercatori di misurare in modo credibile gli effetti degli assistenti didattici.
Il sostegno mirato agli alunni deboli ha avuto forti effetti positivi, anche a medio termine. Lo studio è stato l’inizio di un processo interattivo, in cui i nuovi risultati della ricerca sono andati di pari passo con programmi sempre più vasti per sostenere gli alunni. Tali programmi hanno ora raggiunto oltre 100.000 scuole indiane.
In altri esperimenti il focus è stato spostato sulla mancanza di incentivi e responsabilità per gli insegnanti, che crea un forte assenteismo. Per aumentarne la motivazione, gli insegnanti sono stati assunti con contratti a breve termine con la clausola di estenderne il periodo a chi avesse ottenuto risultati positivi. Gli alunni che avevano insegnanti con questo tipo di contratto conseguivano nei test risultati migliori, mentre la riduzione del numero di alunni per insegnante a tempo indeterminato non aveva effetti significativi.
Salute
Una questione importante è se le medicine e l’assistenza sanitaria debbano essere pagate e, in tal caso, quanto dovrebbero costare. Kremer ha condotto un’indagine per stabilire come il prezzo influenzi la domanda di pillole contro le infezioni parassitarie. Ha scoperto che il 75% dei genitori ha dato ai figli le pillole finché erano gratuite. Solo il 18% ha continuato quando è stato introdotto il costo di meno di un dollaro USA. Ulteriori esperimenti hanno portato alla stessa conclusione: i poveri sono molto sensibili ai prezzi se si tratta di investimenti nell’assistenza sanitaria preventiva.
La bassa qualità del servizio è un’altra spiegazione del perché le famiglie povere investano così poco in misure preventive. Ad esempio, il personale delle vaccinazioni è spesso assente dal lavoro. Banerjee e Duflo hanno indagato se le cliniche mobili di vaccinazione, col personale sempre sul posto, avrebbero risolto il problema. I tassi di vaccinazione sono triplicati, passando dal 6% al 18%. Il tasso aumenta ulteriormente al 39%, se le famiglie ricevono un sacco di lenticchie quando vaccinano i figli.
Credito
Esperimenti sul campo sono stati utilizzati per valutare l’efficacia dei microcrediti. Banerjee e Duflo hanno trovato che ad Hyderabad il microcredito aveva effetti positivi limitati sugli investimenti delle piccole imprese esistenti e nessun effetto sui consumi o su altri indicatori di sviluppo.
In chiusura, qualche considerazione. Per la cosiddetta cooperazione allo sviluppo i paesi sviluppati hanno erogato negli ultimi decenni 2 trilioni di dollari ai paesi poveri. Ma quella cifra include gli aiuti per gli armamenti, quelli per l’estrazione di minerali portati in Occidente, ecc. Secondo il Nobel per l’economia, Angus Deaton, questo fiume di danaro ha ritardato lo sviluppo, perché ha puntellato il potere degli autocrati di turno e ha favorito la corruzione. Ora che altri Nobel hanno tracciato il percorso, è auspicabile che si cambi registro .

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2019/summary/

https://www.nobelprize.org/uploads/2019/10/popular-economicsciencesprize2019-2.pdf

La rotta balcanica

4 Nov

il documento (da Chang.org)

di Lorena Fornasir (Trieste) 22 ott. 2019

Una lettera da Ahmad
Da quando è iniziata la rotta balcanica, fatta da persone che fuggono da guerre e devastazione per trovare rifugio in Europa, mi sono trovata di fronte a corpi esausti, affamati, assetati, feriti, senza scarpe. E ho deciso semplicemente di scendere in strada ad aiutarli, offrendo il mio aiuto da volontaria al confine tra Bosnia e Croazia.
Sono stati tanti i ragazzi che ho incontrato in questi mesi. Ragazzi catturati dalla polizia croata e torturati: sui nostri confini di terra si sta consumando una tragedia umanitaria, fatta di campi di concentramento e di discariche umane. Ho deciso di raccogliere alcune delle loro testimonianze, e di farmi portavoce delle loro storie e delle loro esperienze. Questa è una lettera scritta raccogliendo le voci di alcuni di loro. Non posso usare i loro veri nomi, perché la loro vita è a rischio. Ma è importante che si sappia cosa stanno vivendo, affinché si conosca l’inferno presente a pochi chilometri da noi, e affinché possiamo tutti unire le forze per fermarlo. Vi lascio leggere le parole che questi ragazzi, sotto il nome di “Ahmad”, rivolgono a tutti voi.

“Mi chiamo Ahmad, ho 19 anni e vengo dal Pakistan. 
Sono stato catturato nei boschi della Croazia vicino ad una grande strada e la polizia mi ha portato in un garage dove sono stato rinchiuso con altre persone per 3 notti e due giorni, senza mangiare e senza bere.
Credevo di morire soffocato perché là dentro mancava l’aria ed eravamo immersi nell’odore della urina e delle feci. I bambini piccoli piangevano. Quando ci hanno fatto uscire eravamo tutti sfiniti. Ci hanno picchiati e poi portati verso il confine con la Bosnia. Così credevo. Invece mi hanno consegnato ad una squadra speciale con la maschera nera. Uno di questi poliziotti ha arroventato una barra di ferro e poi mi ha bruciato la gamba.

Il dolore mi ha fatto svenire. Quando mi sono ripreso sentivo una voce che mi urlava: “Alzati, sbrigati, vattene o ti uccido. Se provi di nuovo ad entrare in questi boschi di ammazzo, hai capito? Ti ammazzo”. Ora ho tanta paura, di notte il mio cervello gira e rigira attorno a questa scena. Rivivo ogni minuto. Sento ancora l’odore della mia carne bruciata. Perché mi è stato fatto questo? Se la polizia ti cattura ok, se ti deporta ok, se dà fuoco al tuo zaino ok, se butta via il tuo cibo ok, ma perché picchiarci in questo modo? Perché rompere i nostri cellulari? Perché bruciarmi la gamba e togliermi le scarpe?Non conosco cosa vuole il destino da me. Prima ha preso la mia famiglia, poi questo viaggio tremendo.

Avevo 17 anni quando sono partito e il destino mi dava lezioni ogni giorno. Ora questa violenza. Non so cosa posso fare ora. Il mio cervello è bloccato. Vorrei anche uccidermi. Mi sento morto dentro, non posso vivere in un mondo di odio.Anche questi poliziotti hanno bisogno di imparare l’umanità. Noi siamo umani, non siamo bestie.”

 

I migranti e l’ipocrisia di Macron

28 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 33
a cura di Piero Rizzo
L’articolo selezionato per questo mese è stato pubblicato dal Financial Times il 19 settembre con il titolo:”La linea dura di Macron sulla migrazione allarma i gruppi dei diritti umani” e sottotitolo: “Il presidente francese si aliena i liberal spingendo per i voti dell’estrema destra”.
Sullo stesso argomento ha dedicato un articolo anche The Telegraph dal titolo molto più severo:
“L’approccio di Macron alla migrazione è un modello (masterclass) di ipocrisia”.
In un incontro con i parlamentari del suo partito il Presidente ha sostenuto che il governo deve porre fine all’attuale approccio “permissivo” al problema migrazione per evitare una deriva verso l’estrema destra.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.
Una spinta del presidente Macron a inasprire le politiche sull’immigrazione per ridurre l’afflusso di stranieri, ha allarmato i gruppi per i diritti umani e sconcertato la sinistra del suo partito centrista “La République en Marche”. Questa settimana a una riunione dei parlamentari Macron ha dichiarato che era giunto il momento di affrontare una questione cruciale della politica francese ed essere estremamente fermi nell’applicazione delle norme in materia di asilo.
“I flussi di migranti verso l’Europa non sono mai stati così bassi, mentre le richieste di asilo in Francia non sono mai state così elevate”, ha affermato. A volte mostriamo un volto umanitario e ci comportiamo in maniera troppo permissiva.
“La domanda è se vogliamo essere o meno un partito della borghesia. I borghesi non hanno problemi con l’immigrazione, mentre li ha la classe operaia. La sinistra non ha voluto affrontare questo problema per decenni, con la conseguenza che appartenenti alla classe operaia si sono spostati verso l’estrema destra. ”
I gruppi per i diritti umani hanno criticato pubblicamente l’approccio di Macron e 15 membri del suo partito hanno pubblicato una dichiarazione congiunta lamentando che il problema dei migranti economici – a differenza di quelli che sfuggono alla persecuzione politica – è stato strumentalizzato da “coloro che vogliono enfatizzare i sentimenti di rifiuto nei confronti degli stranieri e dell’Islam e ingenerare odio per tutti i cittadini di fede musulmana ”.
Cyrille de Billy, segretario generale del gruppo non governativo “la Cimade”, che fornisce assistenza legale ai richiedenti asilo, ha affermato che la Francia ha già indurito le sue politiche negli ultimi anni e che l’ultimo messaggio “non ci sembra un ottimo segno ”.
C’è l’obbligo legale di considerare ogni caso individualmente, ha ribadito, ed è sbagliato riservare lo stesso trattamento alle persone sulla base della nazionalità o della situazione geopolitica del loro paese.
Brevi considerazioni.
L’episodio narrato nell’articolo ha avuto luogo alcuni giorni prima dell’accordo di Malta (cui ha partecipato anche la Francia) sul quale il commento del ministro Lamorgese è stato: “Primo passo concreto per un approccio di vera azione comune europea”, e quello del presidente Conte: : “Non accetteremo alcun meccanismo che possa risultare incentivante per nuovi arrivi”. Vasto programma verrebbe da dire.
E’ opinione largamente diffusa che l’accordo sia stato un premio all’Italia perché si è liberata dal “barbaro” lasciando il posto a un governo filo-europeo. Vogliamo sperare che quando l’effetto Salvini sarà sbiadito, non si torni allo status quo. Il livello di ipocrisia della Francia che, nel momento in cui si dichiara favorevole all’idea di frontiere aperte, discretamente chiude le proprie, qualche dubbio lo fa venire.