I salari da fame della gig economy

6 Lug


di Antonio Giuseppe Pasanisi — 6-7-2020

Il libro Basta salari da fame! di Marta e Simone Fana, edito da Laterza nel novembre 2019, affronta il tema della questione salariale in Italia negli ultimi trent’anni. I due economisti, alla luce di un rigoroso lavoro di ricerca e di un’analisi dettagliata dei dati statistici, evidenziano la seguente dinamica socio-economica: a parità di istruzione, di professione e di carriera, i lavoratori attuali guadagnano decisamente di meno rispetto ai loro predecessori di fine anni Ottanta, ad eccezione di un’esigua minoranza al vertice della società. A sostegno di questa tesi, i due autori sviluppano una serie di argomentazioni volte a dimostrare come questo fenomeno sia soltanto uno dei tanti aspetti che ha condotto all’annientamento della classe lavoratrice come corpo collettivo (1).
Nel solco della nuova divisione internazionale del lavoro – deindustrializzazione dei paesi a capitalismo avanzato e massiccia industrializzazione degli Stati con bassi livelli salariali – la struttura occupazionale italiana, a partire dagli anni Novanta, ha fatto registrare non la scomparsa della classe lavoratrice, bensì una sua ricollocazione: da un settore traino dello sviluppo economico (quello manifatturiero), ad ambiti del terziario a scarsissimo valore aggiunto. Gli stipendi miseri del terziario – rilevano i due studiosi – hanno evidenziato la falsità della narrazione dei ceti dirigenti, tendente a presentare il settore dei servizi come il nuovo Eden (pp. 69-83).
Un altro falso mito, spacciato per verità assoluta dalla comunicazione mainstream, è quello che fa dipendere la scarsa produttività dell’economia italiana non dalla totale mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, ma dall’eccessivo costo del lavoro, motivo per cui, negli ultimi decenni, i governi di ogni colore politico si sono adoperati nel comprimerlo (contrazione dei contributi previdenziali e assistenziali e deregolamentazione del mercato del lavoro (2); altro che mano invisibile!). Ad aumentare, a seguito della liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro, non è stata la produttività, bensì i profitti dei dirigenti e dei top manager, a seguito della scelta deliberata di quest’ultimi di intensificare lo sfruttamento. Stando ai dati OCSE, tra il 1995 e il 2013, i lavoratori ricevono in media meno di quanto contribuiscono a creare e, come sostengono Marta e Simone Fana, sono vittime di un vero e proprio “furto salariale” (pp. 84-92).
Altro tema sviluppato è l’odierno utilizzo capitalistico delle macchine, ossia il modo in cui l’innovazione tecnologica viene incorporata nel capitale; argomento da affrontare, secondo i due economisti, in termini di potere e comando, di soggetti che dominano e di altri che invece subiscono il controllo. Non esiste, inoltre, alcun nesso naturale tra disoccupazione e innovazione
tecnologica, né tantomeno tra quest’ultima e riduzione dell’orario di lavoro. Nell’ambito della gig economy, ad esempio, lo svolgimento di attività lavorative, per nulla innovative dal punto di vista del prodotto, attraverso tecnologie digitali non fa altro che migliorare le funzioni di supervisione e controllo dell’azione lavorativa, oltre a far ricadere la maggior parte dei costi fissi sulle spalle dei lavoratori (pp. 93-99).
Dopo aver sottolineato gli effetti deleteri del lavoro nero in termini di salari e di welfare, Marta e Simone Fana prospettano l’introduzione del salario minimo, non disgiunto ma complementare alla contrattazione collettiva, per garantire dignità ai lavoratori e per sostenere l’occupazione. Questo strumento – osteggiato dall’ortodossia neoliberista poiché comporterebbe un’immediata riduzione delle assunzioni da parte delle imprese per un presunto aumento del costo del lavoro – è stato consigliato da molti economisti (Krueger, Card, Di Nardo, Fortin e Lemieux) perché riduce le disuguaglianze socio-economiche (pp. 115-127).
Questo saggio stimola la nostra riflessione sulla necessità di strategie produttive che rispettino le condizioni di lavoro dei dipendenti, tra le quali la stabilità dell’occupazione, adeguati livelli retributivi, orari di lavoro compatibili con esigenze di famiglia e sicurezza sui luoghi di lavoro. Inoltre il libro ci invita a immedesimarci nella quotidianità sofferta da milioni di persone che hanno subito gli effetti più devastanti della precarietà (3).

(1) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 104-122; M. Revelli, La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” (Vero!), Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 87-96.
(2) Gli autori hanno esaminato i provvedimenti legislativi che hanno reso possibile la destrutturazione del mercato del lavoro, in nome della flessibilità, a partire dalla seconda metà degli anni ’90: Legge 196/1997, Decreto Legge 368/2001, D.L. 276/2003, L. 92/2012, L. 78/2014, D. L. 81/2015. Sul concetto di flessibilità R. Sennett, L’uomo flessibile, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 45-62.
(3) M. Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari-Roma, 2017, pp. IX-XVII.

Cioccolato amaro (e lavoro forzato dei bambini)

30 Giu


Migranti e sviluppo — “Col sudore della tua fronte” n. 1

Inauguriamo oggi una nuova rubrica di Migranti e Sviluppo che parla dell’oppressione sul lavoro, dalla schiavitù moderna, diversa e peggiore di quella antica, al lavoro iper-sfruttato, infantile, precario o con paghe discriminanti (per le donne, le minoranze, i migranti, ecc.). Nel mondo ci sono 40,3 milioni di schiavi. Di questi, 15 milioni sono ragazze vittime di matrimoni forzati (con i relativi lavori, domestici e non) e della schiavitù sessuale. Gli altri 25 milioni sono vittime di lavoro forzato. Rispetto al dato mondiale (5,4 per mille) il rapporto in Africa è più alto (7,6 per mille); in Medio Oriente è più basso ma ingannevole (i governi boicottano la raccolta di dati). Ma la schiavitù esiste anche in Italia (2,8 per mille, tra cui almeno 200mila raccoglitori agricoli stagionali), e in Svezia (1,6 per mille).

Dal Washington Post (31-10-2019): l’Ufficio USA Dogane e Protezione dei Confini ha visitato la settimana scorsa le piantagioni della Costa d’Avorio per investigare sul lavoro forzato o infantile nella produzione di cacao. Se c’erano prove sufficienti, gli USA potevano bloccare l’importazione di cacao. L’iniziativa seguiva una lettera di due Senatori (Sherrod Brown, Ohio, e Ron Wyden, Oregon) che chiedevano il blocco delle importazioni, a meno che la Costa d’Avorio non provasse di non usare lavoro infantile. “Gli ultimi 20 anni – dice la lettera – dimostrano che il problema del lavoro infantile forzato, camuffato nella catena dell’offerta, non si può risolvere con l’autoregolazione delle imprese del cioccolato”. L’Ufficio Dogane si propone di fare un altro viaggio in Costa d’Avorio entro quest’anno.
Secondo l’Ufficio USA di Ricerca sul Lavoro – dice il giornale – la maggior parte dei 2 milioni di bambini che lavorano nell’industria africana del cacao vivono nelle piantagioni dei genitori e fanno quel tipo di lavoro pericoloso che le autorità internazionali considerano “il peggior tipo di lavoro infantile”: agitare i machetes, trasportare grandi pesi, spruzzare pesticidi.
Rappresentanti delle ditte più grosse e note – Hershey, Mars e Nestlé – hanno detto che non possono garantire che nessuna parte della loro cioccolata sia prodotta senza lavoro infantile. Il lavoro forzato è troppo integrato in quell’industria del paese per tentare di individuare specifiche ditte o produttori che agiscono illegalmente, dice la lettera di Brown e Wyden. Per bloccare le importazioni l’ufficio dogane deve avere prove “che indicano ragionevolmente anche se non definitivamente” che quel cacao è prodotto con lavoro infantile “forzato o vincolato”.
La Costa d’Avorio ha notevolmente aumentato gli sforzi per affrontare il problema dopo l’inchiesta internazionale. Nel luglio 2019 ha firmato un accordo col vicino Burkina Faso per mandare indietro i bambini del Burkina che viaggiano non accompagnati per andare a lavorare nelle aziende del cacao della Costa d’Avorio e che sono possibile oggetto di traffico umano. (…)
Inoltre il governo della Costa d’Avorio sta premendo sulle compagnie multinazionali perché paghino il cacao a prezzi più alti perché – dice – questo attaccherebbe alla radice il vero fattore che espone al rischio di lavoro infantile forzato, cioè la povertà.
(C.P. — Da Freedom United, novembre 2019 — traduz. nostra)

Covid-19. Rivalutare il lavoro dei migranti

29 Giu


a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n. 41 (29-6-2020)


Da quando la diffusione del Covid 19 è in via di attenuazione molti commentatori hanno incominciato a fare delle previsioni sugli scenari del post virus. L’articolo che abbiamo selezionato, dal World Economic Forum del 22 maggio si intitola: “Il COVID-19 cambierà il modo di pensare sulla migrazione e sui lavoratori migranti?”. Ne riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
La fine della guerra fredda, gli attacchi terroristici dell’11 settembre e la crisi dei rifugiati siriani hanno cambiato il discorso pubblico sulla migrazione concentrandosi sulla sicurezza internazionale. Ora, la pandemia di COVID-19 e la paura dell’ “altro” allarga l’attenzione al rischio per la sicurezza della salute individuale.
I lavoratori migranti continuano a svolgere compiti cruciali in prima linea nella risposta alla pandemia globale. Ma l’arresto delle attività economiche, la chiusura dei confini e la paura del nemico invisibile sta portando all’indurimento delle politiche migratorie in tutto il mondo.
Sebbene sia necessario gestire le ricadute della pandemia, le limitazioni al movimento delle persone rendono più difficile l’accesso alla protezione dei richiedenti asilo e dei migranti irregolari. Mentre la guerra civile in Libia infuria, e sono ignorate le richieste internazionali di una “pausa umanitaria”, i richiedenti asilo e i migranti vengono respinti dai governi europei. Le operazioni di ricerca-salvataggio-sbarco nel Mediterraneo sono state interrotte, nonostante il diritto marittimo internazionale imponga un “dovere di salvataggio” dei rifugiati e dei richiedenti asilo in pericolo in mare. Secondo un rapporto di Amnesty International, la Malesia e la Tailandia hanno persino respinto le barche che trasportavano rifugiati Rohingya in fuga dalle persecuzioni. Gli Stati Uniti stanno chiudendo l’accesso a chiunque richieda asilo e arrivi attraverso il confine con il Messico.
Questa nuova retorica migratoria avrà implicazioni a più lungo termine per l’inclusione socioeconomica e la coesione sociale nelle società che accolgono gli immigrati. Stigmatizzazione, disinformazione e discriminazione stanno già portando a un aumento della xenofobia. Le economie fortemente dipendenti dai flussi di cassa delle rimesse dei migranti sono di fronte alla minaccia della perdita di posti di lavoro e alle misure di espulsione risultanti dall’applicazione delle politiche migratorie draconiane. Mentre la pandemia ha attirato l’attenzione sulla criticità e la vitalità dei lavoratori migranti in molti settori dell’economia – in particolare l’assistenza sanitaria e l’agricoltura – gli impatti a lungo termine sulla politica degli immigrati sembrano dirigersi verso una maggiore regolamentazione della mobilità e dell’inclusione sociale.
Stiamo già assistendo alla formazione di “bolle di mobilità”, come la bolla trans-tasmanica con restrizioni limitate alle frontiere tra Australia e Nuova Zelanda. Lettonia, Lituania ed Estonia, che hanno anche ridotto con successo la diffusione di COVID-19, hanno fatto un annuncio simile. Queste “zone sicure” non solo comportano il rischio di promuovere la retorica dell’approccio securitario contro i migranti provenienti da altri paesi, ma portano anche a una nuova forma di isolazionismo economico e di globalizzazione, in cui le linee di produzione e le catene di approvvigionamento possono essere spostate per essere localizzate all’interno di queste bolle per dirigere la ripresa economica e la sostenibilità. Di conseguenza, questi spostamenti possono rafforzare le disparità esistenti e aggravare il divario globale nord-sud.
L’articolo si chiude con un auspicio. Premesso che, per i paesi che hanno adottato una linea molto dura sull’immigrazione, modifiche radicali sono difficili, tutti saranno costretti però a ripensare il modo in cui considerano i lavoratori migranti. Si spera che la pandemia li abbia convinti a riservare loro una migliore protezione e a rivalutare i migranti con basso livello di istruzione, considerandoli fattore chiave per il successo e la sostenibilità delle loro economie.
Questo concetto viene ribadito nella frase di Martin Luther King con cui chiudiamo: “Un giorno la nostra società verrà a rispettare l’operatore sanitario se deve sopravvivere, perché la persona che raccoglie la nostra spazzatura, in ultima analisi, è significativa quanto il medico, perché se non fa il suo lavoro, le malattie dilagano. Tutti i lavori hanno dignità”.


https://www.weforum.org/agenda/2020/05/covid-19-coronavirus-migration-migrant-workers-immigration-policy-health-securitization-risk-travel-bubbles/

Società delle disuguaglianze PRIMA e DOPO il Coronavirus. I consumi alimentari

22 Giu

di Anna Pellanda (1)

PRIMA

Prima del Covid-19 nel mondo della produzione alimentare vigeva la regola: abbassiamo i prezzi e rendiamo accessibili ai più i consumi di carne e pesce. Era la società delle eguaglianze in tavola. Ma come era raggiunta? Sfruttando in modo barbaro gli animali negli allevamenti intensivi (con le economie di scala e il progresso farmacologico).
Che cosa ha favorito questo modo di produrre?
L’uso di antibiotici per il 70% della produzione mondiale destinata agli animali, per evitare che, data la promiscuità degli allevamenti intensivi, non si contagino. Ma dei germi patogeni antibiotico-resistenti si sviluppano lo stesso.
L’uso di ormoni della crescita somministrati agli animali da reddito, benché vietati dall’U.E., che ha provocato una crescita esponenziale del loro peso. Ma residui di questi ormoni restano nelle carni mangiate.
L’utilizzo di acqua dolce, che per l’87% viene consumata in agricoltura: 10.000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne, 100 volte più che per produrre 1 kg di frumento e 50 volte di più che per 1 kg di riso (tutto questo mentre la metà della popolazione mondiale, cioè più di 3 miliardi, rischia di morire di sete).
Deforestazione: gli animali negli allevamenti intensivi non sono nutriti con foraggio spontaneo ma prevalentemente con soia. Per produrre la soia in quantità enormi e creare capannoni per gli allevamenti intensivi si procede alla deforestazione. In Brasile dal 1996 al 2006 è stata distrutta una quantità di ettari di terra pari a 1\3 dell’Italia.

Ma gli animali degli allevamenti intensivi rilasciano ammoniaca con le loro emissioni e anche metano e ossido di azoto con le feci, e così inquinano più dei veicoli a motore. Bisogna allora studiare che relazione c’è tra polveri sottili e Coronavirus.

DURANTE IL CORONAVIRUS

Il Coronavirus è una patologia zoonica legata sia agli animali selvatici venduti e mangiati vivi nei “wet markets” cinesi sia a quelli da reddito allevati negli allevamenti intensivi. Le polveri sottili o particolato (da particulate matter o PM) hanno infatti due diverse origini: il PM 10 ha origini naturali, il PM 2,5 secondarie. L’ammoniaca (NH3) è di quest’ultimo tipo, e deriva sia dall’uso dei carburanti sia, in quantità molto maggiori, dagli allevamenti. La presenza di ammoniaca inoltre dimostra la stretta relazione che c’è tra le concentrazioni di polveri nell’aria e il manifestarsi di malattie delle vie respiratorie. In aprile 2020 sono stati pubblicati due studi dell’Università di Harvard e della Johns Hopkins University che hanno dimostrato la correlazione certa tra l’inquinamento atmosferico e il propagarsi del Covid-19. Un esempio concreto viene dalla realtà di Lombardia e Veneto, regioni ad alto livello di inquinamento, dove si è verificato il 64% di morti da Coronavirus. Si vuol continuare con gli allevamenti intensivi di animali da reddito?

DOPO

Da un punto di vista operativo bisognerebbe ridurre il numero di capi allevati sia negli allevamenti intensivi sia in agricoltura biologica. Rivedere gli spazi interni degli allevamenti intensivi soprattutto per le superfici interessante alle deiezioni animali. Migliorare l’alimentazione animale per ridurre le escrezioni di azoto e metano dalle deiezioni, ecc. ecc. Da un punto di vista politico-legislativo appare urgente la riforma della PAC ( Politica Agricola Comunitaria) che ancora sussidia con il 18% o 20% del bilancio complessivo della U.E. gli allevamenti intensivi.

Ma tutte queste misure renderanno i prezzi dei beni alimentari (e di abbigliamento) molto più cari perché sia terra che acqua che animali saranno sempre più scarsi. Si tornerà alla diseguaglianza tra le tavole dei ricchi e le tavole dei poveri, tra indumenti naturali e sintetici, tra gotta e pellagra. E lo sfruttamento animale e l’inquinamento atmosferico non saranno eliminati. Ma per una soluzione veramente conclusiva non sarebbe più saggio e civile passare ad una dieta vegana?

(1) Intervento durante la videoconferenza del prof. Muraro su “La società delle disuguaglianze prima e dopo il Coronavirus”- Associazione Mazziniana Italiana- 28 maggio 2020.

Piena occupazione contro reddito di cittadinanza

15 Giu


(Per un nuovo tipo di sviluppo – 3)

di Cosimo Perrotta

Il nuovo sviluppo si può basare solo sulla piena occupazione e il lavoro protetto, sui contratti nazionali e il minimo salariale fissato per legge (1). Lo sviluppo invece viene impedito dal lavoro precario e mal pagato; e dal reddito di base o di cittadinanza, che molti autori chiedono (2). In Italia, il reddito universale senza un corrispettivo di lavoro o di studio ci riporta al peggiore assistenzialismo, quello che ha bloccato il decollo del Sud (3), che poi si è esteso al Nord e che oggi frena tutta l’economia. Il reddito di base sembra egualitario, in realtà aggrava le disuguaglianze, perché viene dato a chi non ne ha bisogno e a chi avrebbe bisogno di molto di più; ed è una beffa per il miliardo di affamati nel mondo e il lavoratori-schiavi in Italia. Per di più, l’assistenzialismo genera corruzione ed emargina i più deboli.

Altra cosa è il sostegno – urgentissimo – ai tanti impoveriti dalla pandemia. Oltre a garantire gli indigenti, questo sostegno deve aiutare chi lavorava a riprendere il proprio lavoro o a trovarne un altro; deve prosciugare – ma non per finta, come si è appena fatto – il lavoro illegale e quello in nero, con una dura lotta contro il caporalato e l’iper-sfruttamento (4); e contro l’evasione fiscale (oltre 107 miliardi). Un sostegno oculato, infatti, richiede la trasparenza dei redditi. La piena occupazione, quindi, è necessaria per lo sviluppo, ma anche per ridurre i poveri, i disoccupati che alimentano la criminalità organizzata, i lavoratori-schiavi, il lavoro dei bambini.

Non è vero che oggi il mercato può accrescere l’occupazione. Già non lo faceva prima dell’epidemia (dopo 40 anni di rendite regalate ai più ricchi) tanto meno lo fa oggi. La ripresa dev’essere guidata dagli investimenti pubblici, che stimolano quelli privati. Questi investimenti devono provvedere ai bisogni insoddisfatti, che sono tantissimi. Le infrastrutture fisiche sono ancora indecenti al Sud e molto carenti nel Centro-Nord. Poi, le telecomunicazioni: oggi, un quarto degli italiani non ha la banda larga (5); c’è un esteso “digital divide”; la P.A. si batte con l’informatizzazione, e perde quasi sempre.

Poi c’è la riconversione verde. Bisogna sostituire pesticidi e diserbanti, l’energia fossile, l’eccesso di voli aerei, imballaggi inquinanti, oggetti monouso, plastiche non degradabili. Bisogna produrre subito auto elettriche, bonificare fiumi, mari e sbocchi fognari. Fare il riassetto idro-geologico di tutto il territorio, che richiede addetti ad ogni livello, dalla ricerca alla gestione e al lavoro materiale. Dotare le periferie di centri di socializzazione e di cura.

Bisogna riqualificare tutti i servizi pubblici, resi inefficienti dai tagli forsennati e lineari, a cominciare dal personale, troppo scarso e invecchiato. Bisogna creare asili-nido e una fitta rete di servizi alla persona; intervenire su edifici fatiscenti, istruzione professionale allo sbando, università senza mezzi per la ricerca e lo studio, trasporti pubblici locali disastrosi, presidii sanitari sul territorio, biblioteche, archivi, musei, beni archeologici; ridurre le gravi inefficienze della P.A. e dei suoi ispettorati, sovrintendenze, enti, agenzie.

Come si finanzia questo enorme complesso di investimenti? Intanto, abolendo la selva di donazioni pubbliche improprie: alle industrie ormai fallite e a quelle in ottima salute, agli enti inutili, alle multinazionali che – dai paradisi fiscali – chiedono garanzie pubbliche sui prestiti, mentre scrivono i loro dividendi “nella roccia”. Poi, abolendo il fitto sottobosco di consulenze, incarichi inutili, gettoni di presenza, esenzioni immeritate, appalti parassitari, bonus.

Soprattutto, bisogna riequilibrare redditi e patrimoni; tassare adeguatamente le rendite immobiliari e finanziarie (6); rendere capillare e continua la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, che riguardi tutti, oligopoli e multinazionali, imprese medie e piccole, professionisti e lavoratori autonomi, affitti e case-vacanza, ecc. Se si assicura a tutti l’occupazione, scompare l’evasione fiscale “di necessità”.

Infine, le riforme che la UE giustamente esige da noi sono l’occasione per un grande trasferimento dal parassitismo all’uso produttivo della ricchezza. Si pensi a una P.A. rapida, che aiuti imprese e cittadini invece di ostacolarli; a giudizi civili fatti in tempi ragionevoli; a un pagamento tempestivo dei debiti degli enti pubblici. Queste politiche ridurranno gli investimenti poco produttivi nei settori ormai saturi (attività immobiliari o finanziarie, abbigliamento, alimentari, auto, elettrodomestici, seconde case, siderurgia) (7), e quindi faranno crescere la nuova occupazione e le entrate fiscali.

(1) V. E. Duflo su Repubblica, 30-5-2020; López e Ritzen su Social Europe, 28-5-2020.

(2) V. Castellani e Principe su Sbilanciamoci, 3-5-2020. F. Barca su Repubblica; e due art. su Social Europe: Murphy e McGann, Nolan e Weisstanner, tutti del 29-5-2020.

(3) C. Scamardella, Le colpe del Sud, Manni 2019.

(4) V. J. Danielsson e altri in Social Europe, 9-6-2020.

(5) istat.it — Banda larga.

(6) T. Piketty, Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020.

(7) C. Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy, Routledge 2018, cap. XX.

La parola e l’umanità (su Silvia Romano)

8 Giu


di Alessandro Pinervi
Il 9 maggio scorso è stata liberata, dopo diciotto mesi di prigionia, la cooperante internazionale Silvia Romano. Tornata a casa, ha ricevuto l’abbraccio di familiari e amici ma anche numerose critiche a causa della sua conversione all’Islam. Inoltre, la giovane è stata oggetto di aspre offese perché, al rientro in Italia, indossava l’abito tradizionale (“jilbab”) delle donne di alcune tribù di fede islamica (1). Alcuni esponenti del mondo politico hanno affermato che Silvia Romano dovrebbe essere arrestata in quanto è una terrorista radicalmente convertita all’Islam e hanno aggiunto che la sua liberazione sarebbe costata allo Stato italiano quattro milioni di euro. La conversione della giovane attivista è stata perfino paragonata a quella di un ebreo che, liberato da un campo di concentramento, ritorna a casa in divisa delle SS.
Dichiarazioni di questo tenore testimoniano, come dice il Mahatma Gandhi, l’inclinazione della natura umana a vedere il male in colui che si considera nemico, magari anche il male che non c’è (2), e, allo stesso tempo, evidenziano l’uso di un linguaggio duro e inappropriato.
Gorgia, filosofo e retore di Leontini, teorizzò nel V secolo a.C. l’onnipotenza del logos (“parola”, “discorso”):
“La parola è un signore potente, che con un membro molto piccolo e insignificante sa compiere le opere più meravigliose: calma la paura e il dolore, suscita la gioia, accresce la pietà”
(Gorgia, Encomio di Elena, 8; trad. L. Barbero).
Secondo Gorgia, quindi, la parola riguarda l’esperienza concreta dell’uomo, la sua vita sociale e rappresenta un potentissimo strumento di persuasione. Infatti, prosegue Gorgia:
“Un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso a conformarsi nelle parole e nei fatti” (Ivi, 12).
Anche oggi, come nell’antichità, spesso non conta la tesi che si sostiene ma l’abilità di un leader politico di presentarla come la migliore e farla apparire utile e onesta; quindi, colui che ascolta è indotto a percepire come giusta e vera una realtà che, al contrario, è distorta e ingannevole. L’accusa di terrorismo mossa a Silvia Romano (senza conoscere il suo vissuto nei mesi di prigionia) e il paragone fra la conversione di Silvia (sofferta, ma che, comunque, potrebbe derivare da una scelta ragionata e consapevole) e la conversione al nazismo di un ebreo, testimoniano la volontà di manipolare le idee dei propri interlocutori mediante il ricorso ad una dialettica che, con enfasi, mira a “sedurre” l’uditorio e lo induce ad accettare passivamente il messaggio che veicola. La storia non ricorda un ebreo che si sia convertito al nazismo e abbia indossato la divisa delle SS, ma ha conosciuto lo storico greco Polibio, membro della Lega Achea, che, dopo la decisiva battaglia di Pidna vinta dai Romani contro i Macedoni nel 168 a.C, deportato a Roma come ostaggio (3) e ospitato in casa di Lucio Emilio Paolo (il vincitore di Pidna), strinse amicizia con il figlio più giovane di lui, Scipione Emiliano, e dopo aver aderito al progetto politico di Roma ebbe l’opportunità di iniziare “una nuova vita” (Polibio, Storie XXXI, 23-24).
L’esperienza di Polibio (al di là di altre interpretazioni sul suo presunto collaborazionismo) dimostra che ciascuno di noi, come Silvia, può prendere coscienza in qualsiasi momento di una realtà nuova, che può essere compresa solo dopo averla sperimentata. Una corretta comunicazione sollecita la disponibilità all’incontro con l’altro, educa alla tolleranza e al rispetto delle differenze culturali che – come ricorda la “Dichiarazione universale sulla diversità culturale” approvata dall’UNESCO nel 2001 (art. 1) – rappresentano un patrimonio di tutta l’umanità. Solo l’uso consapevole della parola può assicurare il dialogo e contribuire a rendere il mondo affratellato, affinché nessuno giudichi altro da sé ciò che è umano (Terenzio, Il punitore di se stesso, v. 77) (4) e si realizzi il sogno, mai sopito, della cosmopoli, in cui ognuno si senta fratello dell’altro e tutti noi, “nati per vivere in comune”, possiamo realmente sentirci “membra di (unico) un grande corpo” (Seneca, Epistole a Lucilio, 95, 53) (5). Come ricorda l’oratore ateniese Isocrate, la parola può rendere invisibile ciò che è grande e grande ciò che è piccolo (Panegirico, 8), ma l’abilità dell’oratore risiede nella capacità di adattare il discorso ai tempi, ai luoghi, alla psicologia dell’uditorio (talvolta provata da esperienze inenarrabili) e alle molteplici circostanze della vita (Quintiliano, Institutio oratoria, XI, 1, 1-3; Cicerone, De oratore, III, 14, 53). L’uso corretto della parola assicura il rispetto tra gli uomini e la pacifica convivenza poiché, come sottolinea Isocrate, la via che porta al giusto modo di esprimersi è la stessa che insegna il giusto modo di agire (6).

(1) Vedi M. Virgilio, fanpage.it, 12 maggio 2020.

(2) Sui pensieri di Gandhi, cfr. M. K. Gandhi, Pensieri (a cura di R. Colla), Vicenza, La Locusta, 1960.

(3) Il partito filo-romano della Lega Achea, dopo la battaglia di Pidna, denunciò più di mille oppositori (tra cui Polibio) accusati di ostilità verso Roma. Lo storico fu condotto a Roma per il processo (che non si tenne mai).

(4) Cfr. M. Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, Torino, Einaudi, 2019, pp. 103-107.

(5) Ivi, pp. 88-91.

(6) Cfr. A. Lesky, Storia della letteratura greca, II, Milano, Il Saggiatore, 1976, pp. 729-733.

Capitalismo informatico e scienza

1 Giu


di Luigi Guerrieri 1 giugno 2020
Il capitalismo informatizzato ha un passato radioso davanti a sé: il medioevo è già tra noi. Archiviata “la grande trasformazione” (Polanyi) del secolo scorso, il capitalismo del XXI secolo non succhia più il surplus solo dal lavoro, ma dalle intere esistenze di ognuno di noi. Non è più solo la fabbrica il luogo dello sfruttamento e dell’alienazione ma tutta la società; il mondo intero è diventato un’immensa fabbrica vampirizzata.
Distrutti i polmoni di Gaia e sfiguratone il volto, ora il capitalismo globale, approfittando di governi complici, usa come clava le nuovissime tecnologie elettroniche, automatizza i nostri comportamenti futuri come fossero cosa sua, colonizza con il nostro stesso consenso la nostra vita in ogni suo aspetto, fino alla sfera intima degli affetti. Visti i precedenti, che cosa significhi questo, non solo in termini ecologici, ma anche umani e democratici, lo stiamo scoprendo con sgomento giorno dopo giorno.
Mentre la nostra società è lacerata da scandalose disuguaglianze e s’impone con urgenza un radicale cambiamento di paradigma, sottomettere la nostra libertà alla funzionalità della rete è stato tutt’uno con l’accettare i diktat della grande macchina informatizzata, che suonano così: seguire, essere fedeli, ubbidire ai protocolli. Abbiamo interiorizzato “il modello Singapore” (1) e lo “spirito Toyota” (2) e li abbiamo nascosti negli anfratti più nascosti delle nostre coscienze, fino a farne una nostra seconda natura. Non siamo più servi per costrizione, ma per nostra stessa scelta.
L’interazione fra fisica classica e capitalismo è andata avanti per quattro secoli. Il quel periodo la meccanica, sintesi felice di geometria e matematica applicate ai fenomeni del movimento, era il modello scientifico da seguire. Politica, economia, etica e filosofia ne furono profondamente influenzate. Nell’Europa delle grandi conquiste scientifiche e coloniali, umanesimo, illuminismo e positivismo hanno accompagnato questa cavalcata trionfante. Nel corso del tempo la definizione dell’economia come meccanica dell’utilità e dell’egoismo è stata ripetuta con tanta insistenza che è diventato un assioma indiscusso della nostra civiltà.
La seconda rivoluzione scientifica fra ‘800 e ‘900 non ha cambiato questa inerzia epistemologica: l’economia è rimasta legata al culto del numero e alla dittatura della dimensione, ricevuti in eredità dalla fisica classica. Oggi, voliamo senza avere le ali, vediamo l’invisibile, abbracciamo l’universo, ma lottiamo ossessionati dall’infinito su una navicella finita. L’economia non tiene ancora conto di questa semplice verità.
La fisica classica era un inganno. Descriveva in modo impreciso solo una piccola parte di ciò che accade in natura, cioè i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi. L’economia è rimasta ferma a quel modello di scienza. Ma “la realtà non è come ci appare” (3). Radiazioni, magnetismo, elettricità, luce, calore, l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo sfuggono all’occhio umano, sono probabilistici, contro-intuitivi, negano l’evidenza, sono “strani” (4). Nonostante molti capitoli dell’economia facciano parte del mondo che non vediamo, noi continuiamo a trattarli come se fossimo in grado di capirli e di dominarli. Ma oggi noi sappiamo che l’economia, nella sua interazione con l’ecosistema terrestre, non appartiene alla meccanica classica, bensì alla meccanica quantistica, alla chimica, alla biologia, alla fisica relativistica e alla termodinamica.
Il nostro errore è qui. Non abbiamo ancora saputo aggiornare l’economia alla scienza contemporanea, che è qualitativamente diversa dalla scienza classica. Pretendiamo di trattare il nuovo con strumenti vecchi. Nella sete insaziabile di profitto del capitale, nella dittatura del denaro, nei nostri miti del “di più”, del “più grande” e “dell’oltre” sono da ricercare le cause dei danni alla catena della vita, degli eventi estremi, dei cambiamenti climatici e di tutto ciò che ne consegue, salti di specie e pandemie comprese. Tutto è estremamente complesso. Gli economisti standard sono rimasti legati alla fisica classica e alle sue illusioni: la natura come oggetto, l’uomo come centro, il dominio come fine.
Mentre il capitalismo senza regole ha già modellato il mondo a sua immagine e pirateggia indisturbato negli oceani del web, il cadavere del vecchio contratto sociale tiene per i piedi il nuovo secolo, riducendo a nuova servitù il lavoro, fino a minacciare la nuda vita e i diritti. Abbiamo bisogno di esploratori coraggiosi capaci di mappare le terre incognite verso le quali ci sta trascinando il neo-liberismo selvaggio. Ma spetta a noi il compito di costruire un futuro possibile: adesso.

(1) Vedi Danilo Zolo, Da cittadini a sudditi, Ed. Punto Rosso, Milano, 2007.
(2) V. Taiichi Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 2004 (1978).
(3) E’ il titolo del libro di Carlo Rovelli, Raffaello Cortina, Milano 2014.
(4) Richard P. Feynman, QED. La strana teoria della luce e della materia, Adelphi, Milano, 1989.

Le due fonti della ricchezza

25 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 2)

di Cosimo Perrotta

Qualche giorno fa si è spento l’editore Piero Manni, uomo di grandi risorse umane e di grande cuore. Lo ricordo ai lettori con tanta stima e affetto.

Le fonti principali della ricchezza sono due, non una sola. Una è l’investimento privato per profitto, l’altra si basa sul capitale sociale e il capitale umano. Il capitale sociale è dato dalle relazioni tra persone e gruppi; riguarda il senso civico, lo spirito di appartenenza, il costume, la solidarietà. Il capitale umano invece consiste nella qualità ed efficienza dei produttori, e dipende dalla loro istruzione e qualificazione. I due campi sono collegati dal tessuto di abitudini, norme, cultura amministrativa e organizzativa propri di ciascun tipo di lavoro o di associazione.

Tanto migliori sono quei due fattori, che sono governati dallo stato, tanto maggiori sono la domanda di beni e la produttività sociale. Lo stato, quindi, lungi dall’essere un peso economico, è indispensabile per creare profitto (1). Ad esempio, l’istruzione e la salute pubbliche sono essenziali per questo.

Nella storia lo stato ha anche costruito infrastrutture, ha protetto i beni comuni, ha creato tutti i servizi fondamentali. In Europa, nel sec. XVI, gli stati avviarono la pubblica amministrazione, l’apparato giudiziario, i trasporti, la protezione dei commerci, la gestione delle carestie. Nel sec. XVII estesero l’occupazione (con le workhouses), organizzarono il soccorso ai poveri e la lotta alle epidemie. Nel Sette-Ottocento avviarono l’istruzione pubblica, l’edilizia popolare, la sanità pubblica, l’urbanistica. Infine nel Novecento, il welfare state realizzò l’istruzione media obbligatoria, il servizio sanitario universale e gratuito, le pensioni obbligatorie, la protezione delle fasce deboli, ecc.

Non c’è fase di grande sviluppo economico nelle nazioni che non sia stata sostenuta dallo stato. Gli interventi detti sopra sono stati enormi investimenti che, da una parte, hanno creato direttamente ricchezza sociale e dall’altra hanno permesso o accresciuto la produzione di ricchezza in forma di profitto. La produzione della ricchezza sociale quindi deriva da un flusso di molteplici attività – pubbliche, private, semi-pubbliche, volontarie – nessuna delle quali potrebbe esistere senza le altre. Come diceva Alvin Hansen, nessun settore è autosufficiente, neanche quello privato. Chi lo pensa ragiona come i fisiocratici, che credevano che l’agricoltura mantenesse la manifattura (che sarebbe improduttiva). In realtà, ogni settore dipende dalle spese degli altri settori (2).

Ma non tutte le attività sono produttive, cioè utili alla società, nemmeno tutte quelle che danno profitto. In ogni settore si possono annidare attività inutili che, invece di produrre ricchezza, la consumano; nel lavoro pubblico ma anche nell’azienda che dà profitto all’imprenditore ma danneggia l’ambiente oppure viene assistita dallo stato.

Detto questo, la collaborazione fra stato e profitto può seguire due direzioni opposte. Può estendere l’occupazione e proteggere il livello dei salari. In tal modo, lo stato accresce la produttività, il capitale umano e i ceti medi. Crescono quindi sia la ricchezza sociale che il profitto.

Oppure lo stato può essere al servizio del profitto privato, e allora estende la povertà. Ad esempio, l’economia delle grandi piantagioni sin dall’età moderna ha creato una ristretta élite di benestanti che controlla lo stato ed è circondata da un mare di miseria. In America Latina questa situazione è tuttora diffusa. In questi casi i profitti sono altissimi ma non ci sono occasioni di investimento a causa della povertà della società. Perciò i capitali vanno all’estero per essere investiti o, più spesso, diventano rendite parassitarie.

Oggi in Occidente il neoliberismo ha avviato un processo simile. Ha imposto agli stati tasse regressive, tolleranza per l’evasione e i paradisi fiscali, protezione dei privilegi corporativi. Ne è nata una plutocrazia mondiale rapace che ha creato milioni di lavoratori precari (i rider, i call-center, le false partite Iva, il lavoro a cottimo, i voucher) e milioni di schiavi o semi-schiavi (i raccoglitori di frutta in Occidente, gli immigrati nel Golfo arabo, i bambini schiavi che lavorano per le multinazionali in Asia e Africa).

Questa via, non solo danneggia i ceti non protetti, ma nel lungo periodo danneggia il profitto stesso, perché essicca le fonti dell’aumento di produttività e dell’aumento di consumo, cioè lo stato e i salari alti (3). Allora il profitto, non trovando impiego produttivo, si trasforma in rendita. Oggi la pandemia ha aggravato molto questa situazione, e ci costringe a scegliere: o proseguiamo verso il degrado, come in America Latina, o accettiamo il primato dell’interesse pubblico e avviamo un nuovo sviluppo, come nel welfare state.

(1) V. Mariana Mazzucato, The Value of Everything, Penguin- Allen Lane, 2018, cap. 3 e 8.

(2) Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, Allen & Unwin, 1941, pp. 144-52.

(3) C. Perrotta, Is Capitalism still Progressive?, Palgrave, 2020, cap. III.2.

La vita dei migranti è monetizzabile

18 Mag

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 40 (18-5-2020)

Lo scorso mese abbiamo scritto che la frase del governatore di New York, Cuomo “non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”, non vale per quelli che il papa ha definito il simbolo degli “scartati della Terra” ossia i migranti. Un concetto analogo si trova nell’articolo del 1° maggio di Social Europe “Valorizzare la vita in modo diverso: migranti e crisi del coronavirus”. Ne riportiamo stralci liberamente tradotti.

Durante il blocco, l’idea di sacrificare la salute della popolazione in modo che l’economia potesse continuare a funzionare è stata giustamente respinta. Al contrario, sono stati lanciati enormi pacchetti di supporto per le imprese e i dipendenti colpiti dalla crisi.

Approccio radicalmente diverso
Gli stati dell’Europa occidentale hanno cercato di salvaguardare la vita dei loro cittadini in modo rigoroso. Hanno rimpatriato i propri cittadini, utilizzando voli speciali, dalle loro remote destinazioni. Quelli che sono ritornati, compresi quelli che lo hanno fatto individualmente, sono stati ricevuti con controlli e cure mediche e sono dovuti andare in quarantena per 14 giorni. Hanno dovuto registrarsi presso il servizio sanitario nazionale e lo stato si è riservato il diritto di controllarli e di intervenire per il bene della salute loro e degli altri cittadini. Infine, per milioni di persone è stato istituito il lavoro da casa per contenere la diffusione del virus.

Quando si è trattato di migranti, tuttavia, lo stato ha adottato un approccio radicalmente diverso. Ciò vale per le tre fasi: trasporto, accoglienza e ambiente di lavoro.
Contrariamente alle cure meticolose che vengono riservate ai loro cittadini quando li portano a casa, questi stessi stati hanno permesso il trasporto di centinaia di migliaia di lavoratori migranti in condizioni non sicure. I lavoratori polacchi e rumeni si sono radunati a migliaia davanti ai terminal dell’aeroporto, gli è stato controllato solo superficialmente il sintomo della febbre, sintomo che compare solo in alcuni affetti da Covid-19 e solo nelle fasi avanzate dell’infezione.

Gli aerei che portano i migranti dagli agricoltori olandesi e tedeschi sono angusti. Ai lavoratori non è concesso il lusso di un distanziamento di 1,5 metri. Anche se le persone cercano di mantenere la distanza una volta fuori dall’aereo, si riuniscono di nuovo ai nastri dei bagagli, nei furgoni e negli autobus che le trasportano a destinazione. Queste scene – quasi surreali in tempi di distanziamento sociale e rigorose limitazioni dell’immigrazione – sono considerate normali per questi migranti.

‘Quasi-quarantena’
Arrivando nell’Europa occidentale, i migranti vengono ricevuti in modo diverso dai cittadini. Entrambi devono entrare in una quarantena di quindici giorni, ma le loro quarantene assumono forme diverse. I cittadini devono rimanere a casa, limitando il contatto con il mondo esterno, anche se ciò comporta un elevato costo economico. Per i migranti invece gli stati hanno creato un’unione paradossale tra quarantena e lavoro. Il ministro tedesco dell’agricoltura, Julia Klöckner, l’ha definita una “quasi-quarantena”, durante la quale i migranti possono lavorare e si suppone che lavorino. Il contatto con il mondo esterno è vietato e non devono interagire con i locali. Lavorano in gruppo e condividono l’alloggio.

In Olanda i migranti stagionali vengono alloggiati in strutture dedicate, ma ogni abitazione deve ospitare fino a 10 persone; il distanziamento non è praticabile.
La crisi del coronavirus ha rivelato che siamo pronti a sostenere gravi costi economici per salvaguardare la nostra salute, ma non quella dei migranti. La loro vita è valutate in termini rigorosamente economici. Lo status dei migranti è quello di “esseri umani di seconda classe”, specialmente se sono stagionali poco qualificati.

Brevi considerazioni (forse un po’ fuori tema, ma non molto). “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” recita il primo articolo della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI. Che questo principio suoni come una beffa per chi ha la ventura di nascere nel terzo o peggio ancora nel quarto mondo (e non solo) non meraviglia nessuno. Fa invece un certo effetto leggere questo titolo sul NYT: “Insegnanti, I codici postali dei bambini determinano il loro destino”?
Secondo una ricerca dell’ U.S. Census Bureau l’opportunità di salire nella scala sociale dipende molto da dove si nasce e perfino dall’insegnante che si ha nel kindergarten. L’american dream si rivela sempre più un mito.
In chiusura riportiamo l’intervento di Nancy Pelosi sulla revoca delle restrizioni: “Dire ‘La gente morirà, così sia’, invece di fare un percorso basato sulla scienza e sui test per riavviare l’economia è profondamente sciocco e sbagliato. Ogni vita è preziosa. Ogni morte è straziante – per una famiglia e per una comunità”.

https://www.socialeurope.eu/valuing-life-differently-migrants-and-the-coronavirus-crisis

Liberarsi del neoliberismo

11 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 1)
di Cosimo Perrotta

La pandemia sta mettendo a nudo le gravi distorsioni delle politiche neoliberiste. Quando nacque, agli inizi degli anni Ottanta, il neoliberismo aveva tre obbiettivi: smantellare lo “stato sociale”, cioè il sistema di garanzie per i ceti più bassi e i lavoratori; introdurre la deregulation, cioè liberare i ceti più alti e le imprese dalle norme che impediscono i comportamenti antisociali; proteggere (proprio attraverso lo stato!) i privilegi dei più ricchi.

L’argomento principe dei neoliberisti era che lo stato è per sua natura inefficiente, perché non agisce in regime di concorrenza (dove dovrebbe prevalere il più meritevole). Per loro, la spesa pubblica è improduttiva e va contenuta il più possibile. Perciò, disse Reagan, “lo stato non è la soluzione, è il problema”.

Quest’idea si diffuse facilmente, anche nella sinistra, come reazione alle deviazioni dello stato sociale (eccesso di assistenzialismo, uso politico della spesa pubblica, controlli di produttività assenti). Ma il rimedio è stato peggiore del male. Il neoliberismo ha imposto allo stato di privatizzare i suoi servizi e, quando non poteva farlo, di imitare il mercato. In Italia ospedali e scuole sono diventati aziende (che cosa c’entri il profitto con l’istruzione e la sanità pubbliche è un mistero).

In tutti i paesi la privatizzazione dei grandi servizi pubblici ha accresciuto – anziché diminuire – la spesa statale ed ha peggiorato i servizi. Le imprese private che li hanno rilevati, foraggiate dallo stato, sono diventate un modello di parassitismo, contrabbandato per mercato concorrenziale. Per di più, con un abile gioco di prestigio, si è presentato il conseguente eccesso di spesa pubblica come conferma che lo stato spende troppo, e ciò ha giustificato tagli ancora più drastici nell’apparato pubblico e ulteriori privatizzazioni. In questa follia c’è una logica: accrescere il potere dei politici che decidono quali imprese private favorire. Tutto ciò ha esteso la corruzione ed ha aumentato l’opacità delle decisioni istituzionali, a danno della democrazia.

Il risultato è che l’economia occidentale ristagna e le varie corporazioni impediscono di toccare i privilegi costituiti (alla faccia della concorrenza). La disoccupazione dilaga, sia perché la manifattura occidentale si sposta verso i paesi emergenti (dove trova salari più bassi e normative più lasche) sia perché l’economia digitale distrugge molti più posti di lavoro di quanti non ne crei. Grazie alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro, soprattutto giovanile, si è aggravato e ha fatto crescere le disuguaglianze in modo mostruoso.

L’1% più ricco del mondo possiede più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. In Italia il patrimonio dell’1% più ricco è uguale a quello complessivo del 70% più povero (1). Lo stesso processo cumulativo che allarga le disuguaglianze fra i gruppi sociali avviene fra gli stati. Le economie più forti si arricchiscono grazie allo spread (il divario di valore dei titoli di stato) a spese delle economie più deboli.

Oltre a smantellare il servizio pubblico, si è smantellata la normativa che frenava i comportamenti anti-sociali delle imprese e dei più ricchi. Sono cresciuti enormemente l’evasione e la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, l’uso dei combustibili fossili, lo scempio del territorio, l’avvelenamento dell’ambiente, i consumi che favoriscono il riscaldamento globale. Tutti gli esperti confermano che le sempre più frequenti epidemie derivano dalla distruzione dell’ambiente attraverso i grandi allevamenti (2), la deforestazione, la riduzione dell’habitat non antropizzato.

Infine è stata imposta una tassazione di tipo regressivo: più si è ricchi più bassa è la percentuale di tasse da pagare. Warren Buffet e Bill Gates hanno lamentato il fatto che le loro segretarie pagano in percentuale più tasse di loro. L’argomento ipocrita a sostegno delle tasse regressive è che il reddito dei più ricchi si traduce in maggiori investimenti e occupazione per tutti: fattore trickle down (3). Niente di più falso. I ricchi impiegano quasi tutti i loro capitali nella speculazione finanziaria o immobiliare (4).

Il neoliberismo dunque ci lascia un’economia e una coesione sociale in rovina e la democrazia in pericolo. Molti oggi affermano che dopo la crisi saremo più solidali e più aperti all’intervento dello stato. Non ne sarei così sicuro. Gli interventi statali nella crisi finanziaria del 2008 non ci insegnarono niente, anzi si accentuarono l’egoismo sociale e il degenerare della concorrenza economica in bullismo.

Ma non si può abbattere il vecchio se non si costruisce il nuovo (Gramsci). L’epidemia ci aiuterà a cambiare tipo di sviluppo solo a condizione che si faccia una vera battaglia culturale (per capire che cosa vogliamo) e sociale (per costringere i governi ad attuarlo).
(1) Rapporto Oxfam 2020, online.

(2) Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu, New York: Monthly Review Press.

(3) Gianni Vaggi, Development, London-New York: Palgrave-MacMillan, 2018, passim.

(4) Gabriel Zucman, The Hidden Wealth of Nations, Chicago Univ. Press, 2013, cap. 3 e 5.