Polonia, il confine della morte

25 Ott


Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 52 a cura di Piero Rizzo – 25-XI-2021


Per la prima volta per la rubrica “Commenti esteri”, è stato selezionato un articolo che mette sotto i riflettori la situazione migratoria nell’Europa dell’est, in particolare in Polonia. L’articolo è stato pubblicato da Politico il 24 sett. u.s. con il titolo: ”Più morti mentre i migranti continuano a premere sulla Polonia”. È tutto déjà vu, si direbbe. Anche Il fatto che Lukashenko ricatti l’UE ammassando richiedenti asilo sui confini con la Polonia, come faceva Erdogan con la Grecia. La sola differenza è che nel Mediterraneo si muore annegati, al confine con la Bielorussia per ipotermia ed esaurimento.
Riportiamo degli stralci liberamente tradotti.


La crisi migratoria al confine tra Polonia e Bielorussia sta diventando mortale.
Venerdì, le guardie di frontiera polacche hanno dichiarato di non essere riuscite a rianimare un uomo iracheno che “probabilmente” ha avuto un attacco di cuore. Lo scorso fine settimana, quando le temperature notturne sono scese a zero gradi, al confine sono stati scoperti i corpi di quattro persone: tre uomini in Polonia e una donna di 39 anni in Bielorussia.Tutti sono morti per esaurimento e ipotermia.
L’affollamento di persone che cercano di entrare in Polonia – a migliaia al mese – è il risultato di una politica adottata da Alexander Lukashenko, il leader autoritario della Bielorussia, il cui governo sta permettendo alle persone di volare a Minsk dal Medio Oriente, e poi le aiuta a raggiungere i confini con Polonia, Lituania e Lettonia.
Lukashenko si sta vendicando per le sanzioni imposte a lui e al suo regime dall’UE; Varsavia e Bruxelles hanno denunciato i trasporti di migranti come “guerra ibrida”.
Bruxelles sostiene la Polonia e gli altri paesi colpiti mentre fortificano le loro frontiere. Ma c’è un crescente sgomento per la mancanza di trasparenza di Varsavia – la Polonia ha dichiarato lo stato di emergenza in una striscia di 3 chilometri lungo il confine e sta tenendo fuori i giornalisti – e preoccupa che le autorità di frontiera stiano illegalmente respingendo le persone non permettendo loro di fare richiesta di asilo.


Brevi considerazioni
Lukashenko già a maggio aveva minacciato di inondare l’UE di “migranti e droga”. Come scriveva il Guardian poco più di un mese fa, sembra che stia testando la “Teoria del Pazzo” attribuita al presidente Nixon, secondo la quale l’imprevedibilità e il comportamento avventato sono in realtà un vantaggio, perché disorientano avversari e persino alleati. Anche Putin si dice che diffidi dell’alleato e si sia rifiutato più volte di firmargli un assegno in bianco.
E’ evidente che la “pazzia” dell’autocrate, reale o dissimulata, preoccupa soprattutto l’ Europa, che non dovrebbe permettergli di agire in totale impunità. Ma come al solito l’UE affronta i problemi in ordine sparso. Infatti contrariamente alla Lituania e alla Lettonia, il governo polacco ha rifiutato l’aiuto di Frontex, sostenendo di non aver bisogno né di aiuto esterno né di interferenze in materia di sicurezza. Il motivo è palese: si vuole mano libera nella pratica dei “respingimenti”, che sono illegali sia sotto le leggi internazionali che quelle europee.
Le previsioni non sono confortanti. Il precedente dell’accordo UE-Turchia o meglio Merkel-Erdogan ci porta a non escludere qualche compromesso dello stesso tipo o peggio. D’altronde se il problema rifugiati non diventa problema europeo, il peso sui singoli paesi di confine diventa insostenibile e si finisce col cedere ai ricatti. Per ora la prospettiva di cambiamento sembra una pia illusione e la trovata della costruzione di un muro sui confini esterni d’Europa è, per usare un eufemismo, peregrina.


https://www.politico.eu/article/poland-belarus-border-migrants-deaths-alexander-lukashenko/

“Quei soldi all’energia sporca”

19 Ott

Dopo un allarme lanciato dal ministro Cingolani e ben reclamizzato sul rincaro delle bollette del gas e dell’elettricità del 40%, il governo decise il 23 settembre scorso di dare sussidi ai consumatori per affrontare il rincaro. Ma questo provvedimento ha suscitato le giuste proteste degli ambientalisti, perché i sussidi riguarderanno anche l’energia da idrocarburi, ed ha creato perplessità fra molti ricercatori, perché si estende anche alle famiglie benestanti (vedi ad esempio Massimo Lombardini, in ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, online, 8 ott.).

Su questo problema l’articolo di Carlo Cottarelli, su Repubblica del 24 settembre, “Quei soldi all’energia sporca” è una decisa critica alle politiche ambientali del governo. Scrive l’autore: il governo ha stanziato un sussidio di 1,2 miliardi per il terzo trimestre di quest’anno e di 3-3,5 miliardi per il quarto trimestre. Il sussidio pesa quindi in termini annuali dai 12 ai 14 miliardi, che è ben più dei 7 miliardi spesi nel 2020 per il Reddito di cittadinanza.

Questo nuovo macigno sui conti pubblici, già abbastanza disastrati, è in parte inevitabile perché evita il collasso economico delle famiglie indigenti. Ma, nota l’articolo, il sussidio va molto oltre questa necessità. Esso andrà a beneficio di ben 29 milioni di utenze domestiche, comprendendo quindi anche quelle a reddito più alto. Perché, si chiede l’autore, dare soldi ai benestanti sul cui reddito l’aumento dell’elettricità e del gas certamente non pesa molto e che, per di più, consumano energia molto più degli altri? Eppure “la Commissione Europea ha raccomandato di limitare i sussidi solo a chi ne ha davvero bisogno”.

Non solo questo. L’aumento delle bollette è per l’80% dovuto all’aumento del prezzo internazionale del prodotti energetici (notiamo che questo aumento è dovuto essenzialmente – oltre che ad alcuni fatti contingenti citati dall’autore – alla ripresa post-Covid, la quale sta esprimendo un forte e subitaneo aumento della domanda. L’aumento di domanda sta generando scompensi nell’offerta di molti beni, anche perché il lungo digiuno di vendite durante il Covid ha spinto le imprese a consumare le scorte). Ma il 20% dell’aumento delle bollette deriva dall’aumento di prezzo dei permessi di emissione di CO2 rilasciati dalla UE. Questo aumento è dovuto alla politica UE di scoraggiare progressivamente la produzione di CO2.

Quindi, osserva Cottarelli, oltre a sussidiare i consumi dei ricchi, si sussidiano le imprese incoraggiandole a proseguire come prima nelle quantità di emissioni. Qual è la coerenza di questa politica che dovrebbe avviare la transizione ecologica? Qui non ci sono soltanto le conseguenze negative dei “sussidi generalizzati”, che tutti – istituzioni internazionali ed esperti dell’ambiente – ritengono nocivi, ma c’è anche il fatto che “si sussidia l’energia sporca”. L’autore osserva: “Si dirà che altri Paesi europei fanno la stessa cosa. Ma come è compatibile una politica di sussidio all’energia sporca con gli obiettivi della transizione energetica che, a parole, i Paesi europei considerano come fondamentale?”

Cottarelli ha ragione da vendere (a prezzo non sussidiato!). Del resto, non si dimentichi che il ministro Cingolani, appena nominato, firmò tutti i permessi lasciati in sospeso per l’esplorazione dei giacimenti di idrocarburi e che sostiene ancora il progetto ENI di sotterrare la CO2 al di sotto del mare. Sempre Cingolani ha affermato – con brillante sillogismo – che per avviare la produzione dell’energia verde bisogna intanto potenziare l’uso dell’energia “sporca”; e si è fieramente opposto all’applicazione della normativa UE sul divieto delle plastiche monouso, ottenendone – insieme con Bonomi – un ennesimo rinvio. Ricordiamo ancora – a proposito di energia sporca – che solo in Italia gli incentivi per acquistare un’automobile non valgono solo per le auto elettriche ma anche per quelle diesel e a benzina. Il risultato è che da noi ci sono 100mila auto totalmente elettriche mentre in Germania sono un milione.

Il Fondo Monetario Internazionale e Legambiente stimano che l’Italia ha erogato intorno ai 35 miliardi di euro per sussidi “espliciti e impliciti” ai combustibili fossili (GreenReport.it, art. di Umberto Mazzantini del 7-X-2021). Detto questo, però, l’Italia è in “buona compagnia”: lo stesso articolo ci informa che – sempre secondo il FMI – quasi 6mila miliardi di dollari (5,9 esattamente) sono stati spesi nel 2020 nel mondo per sussidi ai combustibili fossili (il 6,8% del Pil mondiale).
Di questo passo non ridurremo mai veramente l’uso di carbone, petrolio, metano e gas.

L’inganno del “capitalismo verde” secondo Pistor

11 Ott


11-10-2021

Katharina Pistor, della Columbia University, ha pubblicato un articolo, “The myth of green capitalism”, su Social Europe il 27 settembre scorso. Scrive che abbiamo perso decenni scambiare quantità di CO2 [le quote consentite] e schemi finanziari “verdi” che fingono di eliminare la produzione di anidride carbonica.

Il capitalismo “verde” è un altro trucco del settore privato per non affrontare il problema. Il problema non è sostituire le attività verdi a quelle “marrone” [produzione inquinante] ma di condividere le perdite che il capitalismo “marrone” ha imposto a milioni di persone e dare loro un futuro.

Il concetto di capitalismo verde, scrive la Pistor, sottintende che i costi per risolvere il problema climatico sono troppo alti per caricarli sulle spalle dei soli governi e che il settore privato – come sempre – ha risposte migliori. Per i sostenitori del capitalismo verde, la compartecipazione pubblico-privato assicurerà un risanamento ambientale senza costi, attraverso Investimenti accorti nelle nuove tecnologie.

Questo però sembra troppo bello per essere vero. Il DNA del capitalismo non è adatto per affrontare le ricadute del cambiamento climatico che sono in gran parte prodotte dallo stesso capitalismo. Il sistema capitalistico si fonda sulla privatizzazione dei guadagni e la socializzazione delle perdite, con la benedizione della legge.

La legge permette di esternalizzare i costi della spoliazione del pianeta a chiunque sia così bravo da creare un’impresa o una società prima di inquinare. Essa tiene interi paesi ostaggio delle regole internazionali che privilegiano la protezione dei profitti degli investitori stranieri rispetto al benessere della popolazione. “Molti paesi sono stati trascinati in giudizio grazie al Trattato sull’Energia per aver tentato di tagliare le emissioni di ossido di carbonio”.

Due terzi delle emissioni totali dall’inizio della rivoluzione industriale sono stati causati solo da 90 società imprenditoriali. E anche se i manager dei maggiori inquinatori mondiali mirassero davvero alla decarbonizzazione, i loro azionisti si opporrebbero. Per decenni il vangelo della massimizzazione dei profitti degli azionisti ha regnato supremo, e tutti i manager hanno imparato che se deviano dall’ortodossia saranno tradotti in giudizio per violazione dei doveri fiduciari.

Non c’è da meravigliarsi che i leader degli affari e della finanza si appellino alla lotta contro il cambiamento climatico. “Il loro messaggio è che gli azionisti, non i manager, devono incoraggiare il comportamento necessario a cambiare. Le soluzioni vanno trovate nel meccanismo dei prezzi non nelle politiche basate sulla scienza”.

La necessità di cambiamenti drastici, come tasse sulla produzione di CO2, una moratoria permanente sull’estrazione di risorse naturali, ecc., viene rifiutata perché sono “meccanismi che causano distorsioni del mercato”. Ma questo significa idealizzare dei mercati che non esistono. Dopo tutto “i governi hanno sussidiato per decenni e generosamente le industrie basate sull’energia fossile, in USA al ritmo di 5,5 trilioni di dollari” (nel 2017 era il 6,8% del PIL).

L’origine di tutti gli aiuti alle imprese è l’antico processo di codificazione legale del capitale attraverso le leggi sulla proprietà, le società, le alleanze, la bancarotta. E’ la legge, non il mercato o le imprese, che protegge i proprietari del capitale anche quando scaricano sugli altri i loro enormi passivi.

I sostenitori del capitalismo verde sperano di continuare questo gioco. Per questo premono sui governi perché finanzino la sostituzione delle attività “marrone” con quelle verdi, in modo che i prezzi delle prime si abbassino e i prezzi delle seconde crescano per compensare gli azionisti. I governi e le istituzioni si sono sottomessi ancora una volta alle sirene dei meccanismi del mercato amico. “Il nuovo consenso insiste sulla delega alla finanza dell’iniziativa per il clima perché questa via promette un cambiamento senza essere costretti a farlo davvero” (e genera lavoro per uno stuolo di imprese contabili, di avvocati e consulenti di affari).

Il risultato è stato un’ondata di “greenwashing” [apparire verdi senza esserlo]. L’industria finanziaria ha versato migliaia di miliardi di dollari nelle attività chiamate verdi, che poi si è visto non essere tali. Secondo un recente studio (Influence Map, agosto 2021) il 71% dei fondi che ufficialmente rispettano i criteri ufficiali ambientali non sono in linea con gli obbiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. La Pistor conclude che “se l’obbiettivo fosse davvero un’economia verde la prima cosa da fare sarebbe eliminare tutti i sussidi, diretti o attraverso sgravi fiscali, al capitalismo “marrone” e vietare la proliferazione di quest’ultimo.

Concludendo, la Pistor denunzia gli imbrogli del capitalismo verde, che seguono i 50 anni persi per le menzogne del negazionismo. I danni provocati dagli anti-ambientalisti sono enormi e in parte irreparabili, ma possono essere superati da un’opinione pubblica agguerrita.

“Effetto Bruxelles”: l’egemonia mondiale della UE secondo Bradford

4 Ott


di Cosimo Perrotta

E’ vero, come dicono in tanti, che la UE ormai conta poco nel mondo a causa della mancanza di un governo centrale? Un corposo e documentatissimo libro del 2020 sostiene il contrario. E’ della giurista euro-americana Anu Bradford, e s’intitola Effetto Bruxelles. Come l’Unione Europea regola il mondo, tradotto per Franco Angeli, 2021.

L’Effetto Bruxelles è l’egemonia mondiale della UE che fa prevalere le proprie regole commerciali in una serie di settori: il governo della concorrenza (governo in realtà molto parziale), la difesa della privacy riguardo ai dati raccolti dalle attività digitali, la difesa della salute e dell’ambiente (controllo dei prodotti agricoli, degli ingredienti alimentari, dei materiali che compongono i beni industriali, riduzione delle emissioni di CO2, ecc.).

In questi campi le regole UE sono le più restrittive. Perché allora la gran parte delle imprese, comprese le potentissime multinazionali, le adottano alzando i loro costi di produzione? Perché, spiega la Bradford, il mercato di consumo della UE, in termini di potere d’acquisto combinato col numero di consumatori, è il più grande del mondo. Alle imprese non conviene perderlo, perciò si adeguano alle esigenze europee e le adottano anche fuori della UE.

La condizione è che questi beni o servizi siano frutto di processi “non divisibili”. In teoria è possibile differenziare (“dividere”) il prodotto in base ai diversi mercati. Ma ciò non conviene alle imprese perché una produzione differenziata alza i suoi costi più di quanto li alzi l’adeguarsi alle regole più restrittive. Così, l’Effetto Bruxelles realizza un’egemonia pacifica che spinge le garanzie e i vantaggi dei consumatori verso l’alto, anziché verso il basso. La tendenza a sostenere i profitti abbassando i costi di produzione e applicando regole molto lasche (“Effetto Delaware”) alla lunga non conviene nemmeno alle imprese, perché impoverisce troppo i lavoratori-consumatori e fa calare la domanda.

L’Effetto Bruxelles è frutto di una strategia opposta alla deregulation. La UE punta su uno sviluppo centrato sul benessere dei cittadini. Ma questo risultato non è spontaneo. Nella UE, nota l’autrice, ci sono 40mila tecnici che stabiliscono le regole di produzione, commercio e distribuzione per tutti i settori coinvolti. Questo esercito di tecnocrati ha creato l’egemonia europea sul commercio mondiale (attirandosi, notiamo, facili ironie sul fatto che dava normative sulla lunghezza delle zucchine).

Il principale Effetto Bruxelles, afferma Bradford, è un effetto de facto, che realizza l’egemonia senza alcuna imposizione. Ma ad esso si accompagna spesso un effetto de jure, per cui gli organi della UE firmano trattati e intese commerciali con alcuni paesi esterni. Questi accettano le regole restrittive UE per avere i vantaggi di fornitori o acquirenti privilegiati.

Infine l’autrice analizza le accuse e i pericoli che insidiano l’Effetto Bruxelles. Dimostra che non è vero che la UE imponga un nuovo colonialismo o faccia del protezionismo a danno del libero mercato. E osserva che non è credibile che la crescita della Cina o la Brexit mettano in pericolo nel medio periodo l’egemonia UE. La sola preoccupazione, moderata, che si concede è sul pericolo creato dai critici interni alla UE, i populisti.

La Bradford ha il grande merito di spiegare che le regole tecnocratiche UE hanno difeso il benessere dei cittadini. Ma non riflette sulle cause storiche di questa singolarità. Il progetto dell’Europa unita nacque insieme e in sintonia con il welfare state. Entrambi volevano una democrazia fondata sul benessere di tutti e sostenuta dall’educazione dei cittadini ai valori sociali. Oggi però soltanto alcuni di questi valori vengono difesi attraverso l’Effetto Bruxelles.

La UE non include nelle sue regole commerciali una serie di diritti, che l’opinione pubblica ha ormai acquisito o che potrebbe acquisire facilmente con un’azione educativa. La Bradford afferma che l’Effetto Bruxelles vale solo per i beni anelastici (insensibili ai cambiamenti di legge, perché irrinunziabili). In realtà con il crescere del benessere tanti beni nuovi diventando anelastici. La riduzione della CO2 o le tasse sugli oligopoli del digitale non erano anelastici all’origine; lo sono diventati nella UE.

Lo stesso vale per i beni sociali oggi trascurati, benché fondamentali: diritto al lavoro e diritti dei lavoratori (compresi gli schiavi che producono all’estero i beni che importiamo); diritto allo studio (non escludere i poveri dai gradi più alti); diritto dei meritevoli alla ricerca, che è troppo ristretta per le nuove esigenze; diritto dei migranti all’accoglienza, anche perché è l’unico modo di evitare il tracollo a causa dell’invecchiamento della popolazione.

Se non protegge almeno questi diritti fondamentali la UE rischia davvero di perdere la sua egemonia commerciale, che è anche un’egemonia di valori.

Keynes su probabilità e incertezza

27 Set

Il post di questa settimana è un video che parla dell’ultimo, pregevole, libro dell’economista Anna Carabelli, Keynes on Uncertainty and Tragic Happiness. Complexity and Expectations, Palgrave 2021. Il video, in italiano, dura un’ora e mezza e consta di una presentazione dell’autrice e tre commenti. L’argomento riguarda gli scritti di Keynes di metodologia, applicata soprattutto all’economia. L’intervento che tratta maggiormente dei temi economici, anche sul piano storico, è quello di Giorgio La Malfa.

Ecco il link
https://youtu.be/HHjdN5RDeRs

20 Set

L’immoralità dell’Europa sui migranti

a c. di Piero RizzoMigranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 51

In occasione del 70° anniversario della convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, il Guardian ha pubblicato il primo agosto u.s. un editoriale molto incisivo che non potrebbe essere più attuale. Titolo: “L’approccio sempre più draconiano alla migrazione irregolare tradisce lo spirito della Convenzione sui rifugiati del 1951”. Nei giorni successivi al ritiro degli occidentali dall’Afganistan si sono sprecate dichiarazioni del tipo “accogliamoli da voi” dalla maggior parte dei leader europei. Come scrive il Guardian, è stato tradito lo spirito della svolta umanitaria compiuta 70 anni or sono.

Riportiamo degli stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.
Settant’anni fa, la convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951 ha stabilito il diritto dei rifugiati a cercare rifugio e gli obblighi degli stati a proteggerli. Sembra che sempre più gran parte dell’Europa scelga di commemorare l’anniversario stracciando alcuni dei principi fondamentali della convenzione. Quest’anno fino ad oggi quasi 1.000 migranti sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, più di quattro volte il bilancio delle vittime per lo stesso periodo nel 2020. Molti saranno stati migranti economici. Altri saranno
fuggiti dalla persecuzione. Sempre più spesso all’Europa non interessa. Erano tutti “irregolari”. E tutti devono essere scoraggiati attraverso una strategia di crudeltà.

L’ultima tragedia si è verificata la scorsa settimana, quando almeno 57 persone sono morte perché un’imbarcazione si è capovolta a causa del forte vento al largo delle coste libiche. I pattugliamenti in mare, sia da parte di agenzie italiane che europee, sono stati notevolmente ridotti, rendendo più probabili tali disastri. I proprietari delle navi di soccorso delle ONG sono stati tormentati dai tribunali e hanno visto le loro navi sequestrate. Mentre l’Europa resta inerte,
migliaia di disperati vengono rimandati dalle forze di sicurezza libiche in centri di detenzione dove dilagano violenze sessuali, torture e abusi.

Inesorabilmente, immoralmente, l’Europa sta perseguendo una crudele strategia di “fortezza” basata sulla forza bruta e sulla deterrenza. Eppure i rifugiati rappresentano solo lo 0,6% della popolazione dell’UE. Il numero di migranti irregolari che cercano di entrare in Europa non è paragonabile a sei anni fa, quando la guerra civile siriana era al culmine e Angela Merkel com’è noto ha insistito: “Possiamo farcela”. Con una leadership efficace e la solidarietà tra i paesi, sarebbe possibile un approccio umano a un problema complesso. Ma manca la volontà politica.

Dalla crisi migratoria del 2015, la destra populista è stata autorizzata a dettare i termini del dibattito. Spaventati dall’ascesa di Matteo Salvini, Viktor Orbán e Marine Le Pen – e, in Gran Bretagna, dall’influenza di Nigel Farage – i politici tradizionali di tutto il continente hanno indurito i loro cuori, attutito le loro coscienze e hanno smesso di dare ai potenziali rifugiati un’udienza equa. Questa mancanza di ambizione morale tradisce lo spirito della grande svolta umanitaria compiuta
settant’anni fa.

Alla caduta del governo afgano la prima preoccupazione di quasi tutti i governanti dell’UE (come per un riflesso pavloviano) è stata quella di suggerire le azioni da intraprendere per evitare l’ “ondata” di rifugiati nel proprio paese. Come ha detto Mattarella, grande solidarietà, ma statevene a casa vostra. Due sorprendenti (almeno per chi scrive) voci fuori dal coro sono state quelle dei leader di Albania e Kosovo che hanno dichiarato la disponibilità ad accogliere
temporaneamente i rifugiati politici provenienti dall’Afganistan. Il primo ministro albanese Edi Rama ha dichiarato al Guardian: “Sono devastato nel vedere le persone lasciate indietro e voglio dare loro almeno la possibilità di respirare di nuovo. Sappiamo com’è vivere sotto una dittatura e com’è essere uno straniero che cerca rifugio da qualche parte. Riguarda chi siamo; è un onore e un dovere farlo”. E poi ha assestato un sonoro ceffone ai paesi ricchi. “Non riesco a capire come i paesi più ricchi possano voltare le spalle. Questo si scontra con i valori che tutti predichiamo”. Ha
aggiunto: “L’Albania non può risolvere il problema, ma noi non vogliamo neppure essere parte di esso”.

https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/aug/01/the-guardian-view-on-fortress-europe-a-continent-losing-its-moral-compass
https://www.theguardian.com/world/2021/aug/16/expected-afghan-influx-reopens-divisions-
over-refugees-europe

Le trappole della concorrenza e il PNRR

12 Set


di Cosimo Perrotta – 13-9-2021

Il PNRR (Piano nazionale di rilancio e resilienza) (1), condivide la filosofia liberista dell’UE, secondo cui per rilanciare l’economia basta accrescere la concorrenza; la quale premia l’intraprendenza, seleziona i migliori, è sinonimo di libertà (che per i liberisti è soprattutto libertà dallo stato).

In effetti la concorrenza è il motore indispensabile dell’innovazione e del progresso tecnico. Da lì deriva l’abbassamento continuo dei costi di produzione e quindi il benessere. Tuttavia, se non è regolata o se diventa troppo accanita, la concorrenza, anziché accrescere il profitto, crea rendita parassitaria e diventa oppressiva.

Prendiamo il caso del mercato del lavoro oggi. La disoccupazione – che, ricordiamolo, dilagava già prima del Covid – crea una concorrenza estrema fra lavoratori e quindi permette alle imprese di abbassare i salari dei meno protetti fin sotto il limite di sussistenza (riders, contratti a termine, lavoro a chiamata, finte partite Iva, raccoglitori agricoli, ecc.), e di abbassare la sicurezza fino ad accrescere le morti sul lavoro. In Italia i giovani disoccupati sfiorano il 34% (Ocse); i giovani Neet (Not in employment, education or training) sono 2 milioni: il 23,3%; e i migliori laureati vanno all’estero (sono oltre la metà dei più di 100mila italiani che emigrano ogni anno): Istat.

In questa situazione anche la concorrenza fra imprenditori si degrada, perché non premia l’intraprendenza e l’innovazione, bensì il parassitismo e il caporalato. Spesso i produttori, costretti dalla concorrenza nella grande distribuzione, devono svendere i loro prodotti al prezzo di costo o anche a meno, per non perdere tutto l’investimento.

I prezzi al consumo diventano irrisori, e non garantiscono né la qualità dei prodotti né un livello sufficiente della domanda. Il risultato generale è il contrario dell’ottima allocazione delle risorse promessa dal liberismo. Si realizza anzi una pessima allocazione delle risorse, cioè spreco e scarsa utilizzazione sia del capitale umano che delle risorse materiali.

Un altro esempio di cattiva concorrenza è la speculazione immobiliare non regolata. Dalla crisi dei sub-prime in USA (2006) a quella degli affitti a Berlino oggi (2), si formano enormi rendite per le banche o per gli oligopoli del mattone a danno dei mutuatari o affittuari. Ma ci sono tanti altri casi: la concorrenza eccessiva nei settori saturi, la speculazione finanziaria, la corsa ad accaparrarsi le risorse naturali, la tendenza spontanea – non contrastata – del mercato agli oligopoli, ecc.

C’è infine il decadimento dei servizi pubblici in nome della concorrenza. Negli anni ’90 prevalse l’idea che, per rimediare alla scarsa qualità del lavoro pubblico, bisognava creare concorrenza fra pubblico e privato, e si crearono cliniche, scuole, treni, servizi postali, autostrade, ecc. privati. Adesso i servizi privati prosperano grazie ai finanziamenti dello stato (strano liberismo!); i servizi pubblici, che hanno perso quei finanziamenti, si sono degradati; mentre i settori pubblici inefficienti sono rimasti tali, per l’inamovibilità degli impiegati pubblici.

L’apostolo del neoliberismo, Milton Friedman, scrisse che se il governo impone standard comuni per la scuola, la sanità o la costruzione di strade produrrà stagnazione e mediocrità invece di progresso (3). Voleva dire in sostanza che le risorse usate dallo stato per i servizi pubblici devono andare ai privati.

Si noti che in tutti questi casi l’insuccesso della concorrenza è dovuto alla carenza di controlli pubblici o di regole pubbliche moderatrici. Lo scrisse proprio un grande liberale, Luigi Einaudi, sul quale i nostri liberisti dovrebbero riflettere. Innanzitutto, disse, per far funzionare la concorrenza, bisogna “rendere il punto di partenza dei concorrenti il meno diseguale possibile” (oggi avviene esattamente il contrario). Inoltre, “gli uomini del secolo passato [dell’Ottocento] supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti, perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire laissez passer, passano sovratutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli” (4). Lo scrive anche Smith (5).

Con questo tipo di concorrenza non c’è nessuna speranza di rilancio economico stabile. Ci può essere concorrenza virtuosa e rilancio economico solo se si prende sul serio l’idea di New generation EU, che però contraddice il neoliberismo e affida lo sviluppo a nuovi settori: la crescita del capitale umano e una vera transizione ecologica (non quella finta di Cingolani).

(1) PNRR online.
(2) Annette Krause-Thiel, art. in Centro Studi Berlin89, online, 20 febbr. 2020.
(3) Milton Freedman, Capitalism and Freedom (1962), Un. of Chicago Press, 2020, Kindle ed., p. 5.
(4) Luigi Einaudi, Economia di concorrenza e capitalismo storico (1942), in Idem, Il paradosso della concorrenza, a c. di Alberto Giordano, Soveria Mannelli: Rubettino, 2014, pp. 81 e 85.
(5) Smith, Wealth of Nations (1776), Cannan ed., online Maryville Univ., I.VIII, pp. 68-9.

La filosofia del sospetto e il pericolo oscurantista

6 Set


di Francesco Fistetti
La lettera di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari sul decreto riguardante il green pass, pubblicata il 28 luglio sul sito dell’Istituto italiano degli Studi Filosofici di Napoli, ha suscitato un fiume in piena di reazioni che dai giornali è tracimato sui social, dove è diventato una sorta di vessillo ideologico, se non dei novax, certamente degli scettici. Soprattutto la denuncia di una presunta “discriminazione” tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, che il “cerficato verde” introdurrebbe, alimenta, al di là dell’intenzione degli autori, una diffidenza contro il sapere scientifico che va ben oltre la filosofia del sospetto (si ricordino i maestri del sospetto che Paul Ricoeur amava indicare: Marx, Nietzsche e Freud). Una presa di posizione del genere può, senza accorgersene, precipitare nell’oscurantismo più becero, che ormai molti invocano come legittimo diritto all’ignoranza ponendo disinvoltamente sullo stesso piano verità e menzogna, fatti reali e fake news. Quando nella lettera leggiamo che “il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi”, bisogna obiettare che la scienza è strutturalmente incerta, procede, per dirla con Popper, “per prove ed errori” e, ciò che più conta, non esiste, come affermava Duhem, un “experimentum crucis”, vale a dire un esperimento definitivo, tale da mettere una teoria scientifica al riparo una volta per tutte da qualsiasi contestazione o revisione. Quindi, nemmeno la cosiddetta “immunità di gregge”, quando raggiunta, potrebbe garantirci l’immunità assoluta. Fauci, il consigliere medico della Casa Bianca, ha inteso dire esattamente questo quando ha affermato che, essendo cambiato il virus (con la variante Delta), le persone vaccinate possono reinfettarsi e trasmettere il Covid. Di qui la retromarcia del presidente Biden che ha imposto ai funzionari statunitensi l’obbligo della vaccinazione e ha raccomandato a tutti i vaccinati le mascherine al chiuso. Ma la lettera di Agamben e Cacciari è ancora più grave perché proviene da due filosofi internazionalmente conosciuti, e proprio per questo ci saremmo aspettati un’apertura intellettuale adeguata all’argomento trattato. Esso, infatti, ha una portata davvero globale, perché sono in gioco la sopravvivenza della vita umana sulla Terra e l’abitabilità stessa del nostro pianeta, come migliaia di studi scientifici e di istituzioni internazionali a cominciare dall’Unesco, dall’Oms, da Greanpeace, Amnesty International, ecc. non si stancano di documentare. Oggi il tema della tutela della vita e di che cosa significhi promuovere la dignità della vita umana non può prescindere dalla presa d’atto delle condizioni oggettive – climatiche, ambientali, demografiche – del tutto nuove rispetto al passato, in cui si trova il genere umano. Tutto un filone del pensiero contemporaneo da anni ormai va riptetendo che siamo entrati nell’epoca dell’Antropocene, cioè di una nuova era geologica in cui la catastrofe ecologica non più è una profezia da letteratura distopica, ma uno scenario a medio termine più che probabile se non si pongono in atto controtendenze efficaci. In questa prospettiva, le diseguaglianze sociali – e, di conseguenza, la discriminazione tra categorie di persone – sono destinate a crescere a dismisura nel mondo e all’interno degli Stati; così pure, aumenteranno enormemente gli scarti umani, gli esclusi, le displaced persons (come le chiama l’Agenzia dei Rifugiati), persone considerate “superflue” e perciò ritenute suscettibili di essere relegate in una cittadinanza di serie B. La pandemia, dunque, non è un episodio transitorio, ma, per usare un’espressione di Marcel Mauss, un “fatto sociale totale”, vale a dire un evento che cambierà in profondità le forme di vita dell’homo sapiens, anche se non sappiamo ancora come. È in questo contesto che dobbiamo situare il tema della libertà. L’allarme di Agamben e Cacciari che pratiche securitarie come il green pass generino uno “Stato dispotico” analoghe a quelle della Cina di Xi Jinping e della Russia di Putin è plausibile, solo se tiene presente che è la globalizzazione neoliberista a spingere nella direzione di un restringimento dei diritti sia sociali che individuali, che le carte costituzionali del secondo dopoguerra avevano sancito come spina dorsale delle democrazie europee. Perdere di vista questo macroscopico dato di fatto storico-politico e interpretare le democrazie europee, come fanno i nostri autori, alla stessa stregua (o quasi) di regimi biopolitici illiberali in cui, almeno secondo Agamben, la legalità costituzionale è sospesa e vige lo Stato di eccezione, è una forzatura teorica e politica pericolosa. Ma chiediamoci: da dove nasce il terrore di un Stato leviatanico che attraverso il green pass potrebbe tracciare e sorvegliare ogni nostro più piccolo movimento, se non dalla tendenza di un capitalismo neoliberista a superare ogni limite e a invadere tutte le sfere della vita quotidiana? Questa pulsione all’illimitazione è una dinamica di tutte le oligarchie finanziarie contemporanee e delle classi dominanti nella lotta per l’egemonia sul teatro geopolitico al fine di appropriarsi delle risorse e di conquistare porzioni sempre più ampie di mercato. La radice delle pratiche discriminatorie è il capitalismo dei Big Data, che affida ai dispositivi algoritmici il controllo delle nostre preferenze di mercato e perfino delle nostre emozioni, non fa nessuna differenza tra Stati dispotici e Stati liberaldemocratici. L’unica libertà che conosce è quella del consumo e, più in generale, dell’accumulazione della ricchezza e del potere. Perciò, oggi più che mai, i filosofi hanno il dovere di ripensare il tema cruciale della libertà in una dimensione al contempo mondiale e nazionale, al di fuori delle anguste polemiche domestiche, in vista della costruzione di una civiltà superiore e di una comunità di liberi ed eguali.

(da Nuovo Quotidiano di Puglia, 1 agosto 2021; pubbl. col permesso del giornale e dell’autore)

Diritti umani in ITALIA, luglio-ago. 2021

2 Set

— L’Italia condanna con sentenza definitiva tre torturatori di Pinochet che uccisero cileni con cittadinanza italiana (1 luglio). Altri 14 torturatori, sempre del piano Condor, cileni e uruguiani sono stati condannati all’ergastolo il 9 luglio.

— Nell’ultimo anno i poveri sono arrivati a 5,6 milioni (aumento di 1 mil.) e i precari disoccupati di 734mila (Istat, 9 luglio). Fra gli extracomunitari i poveri sono il 26,7%. I consumi sono diminuiti dell’11%.

— 15 luglio. I Nar dei Carabinieri hanno trovato situazioni di degrado in 122 centri di salute mentale (il 22%).

— Come si sa, la polizia durante il G8 di Genova costruì diverse prove false per giustificare la sua vile aggressione ai no-global. I poliziotti Massimo Nucera a Maurizio Panzieri, autori di alcune false prove, dopo la condanna ricorsero con protervia alla Corte europea dei diritti umani, la quale ha respinto il ricorso (17 luglio).

— Lo sceriffo-assessore leghista Massimo Adriatici, di Voghera, uccide il marocchino Boussettaoui con un colpo di pistola al petto. Boussettaoui, che da qualche mese mostrava segni di squilibrio, lo aveva colpito con un pugno (21 luglio).

— 2 ago. Draghi dichiara che toglierà il segreto sugli atti di Gladio e Loggia P2.

Lamine Hakimi, algerino, era tra i reclusi picchiati dai secondini squadristi nel carcere di S. Maria Capua Vetere (6 aprile). Dopo un mese morì (4 maggio). L’autopsia fu fatta in gran segreto e il cadavere rispedito subito in patria. Tuttora niente trapela: risultato dell’autopsia, se la salma fu richiesta da qualcuno, a chi fu consegnata, il luogo di consegna. +Europa ha fatto un’interrogazione parlamentare a Cartabia (3 ago).

Emiliano, governatore PD della Puglia, amico del sindaco di Nardò vicino a Casa Pound, viola ancora il diritto alla serietà dei suoi elettori elogiando Salvini e la sua “onestà intellettuale” (30 ago).

L’ATTACCO AL LAVORO
— Le morti sul lavoro sono aumentate del 39% nel 2020; e di un altro 9% nel 2021 (1° trimestre).
Nei primi 5 mesi del 2021, ci sono stati 538 morti sul lavoro. Mai così tanti.

L’attacco delle imprese al lavoro, oltre ad estendere il lavoro precario e il caporalato, protegge i licenziamenti delle ditte che non hanno difficoltà economiche ma cercano salari più bassi all’estero, come Whirlpool (Napoli), Timken (Brescia), Gkn (Firenze), ecc. Intanto il governo si impegna per pagare la cassa integrazione al posto delle imprese.

— Nel 2014-18 i contratti a termine sono aumentati del 31,6% (Inapp, 16 luglio). Essi aumentano soprattutto nelle fasi di ripresa economica, a causa dello sfruttamento selvaggio. Alla debolezza dei sindacati (dovuto alla grande disoccupazione) si aggiunge la debolezza del governo, che continua a finanziare le imprese invece di proteggere il lavoro, regalando soldi agli avventurieri che chiudono appena possono.

— L’86% delle imprese controllate sono irregolari per la sicurezza del lavoro o per i contratti (Inail, 19 luglio).

— 22 luglio: dopo le proteste degli operai, vengono ritirati 790 licenziamenti fra Embraco (Piemonte) e Elica (Marche).

— 2 ago. Bologna. Logista licenzia 90 dipendenti con un messaggio WhatsApp.

Grafica Veneta, raffinato editore, utilizzava lavoratori-schiavi: documenti sottratti, picchiati e legati quando chiedevano – stranamente – il salario contrattuale. Dopo l’arresto di 11 responsabili, la direzione promette un’assunzione per 6 mesi, ma i lavoratori rifiutano (3 ago).

Laila el Harim, operaia delle Bombonette (Modena) viene uccisa dalla macchina che usava (3 ago).

— L’Istituto Helvetico Sanders prima trasferisce Sara Guerriero, perché incinta, da Cosenza a Salerno e poi la licenzia. Il tribunale la reintegra e multa l’azienda (3 ago).

— Salvatore Rabbito è travolto da una ruspa sulla strada Parma-La Spezia. Alessandro Rosciano, schiacciato da un blocco di calcestruzzo a S. Giovanni Rotondo (9 ago).

— Firenze. La Gkn licenzia i 422 dipendenti, che fanno una manifestazione di protesta (11 ago). Ma intanto la Gkn collabora con Leonardo, azienda pubblica italiana, ex-Finmeccanica.

Ita, la nuova compagnia aerea vuole imporre un taglio dei salari al di sotto del contratto nazionale (25 ago).

— L’Italia, tra i paesi sviluppati, ha uno dei tassi più alti di schiavitù. Gli schiavi moderni in Italia sono stimati in 145mila (2,4 per mille), come la Spagna e più di Francia e Gran Bretagna (Freedom United).

(C.P.)

Bollettino Diritti umani, luglio-agosto 2021

1 Set

Il G20 approva la tassa di un misero 15% sui profitti delle multinazionali (10 luglio). Si oppongono alcuni paradisi fiscali (in Europa: Ungheria, Irlanda, Estonia). Secondo European Network, solo 78 multinazionali pagheranno la tassa.

MEDIO ORIENTE
Turchia. Erdogan minaccia gli yazidi di Shenagi, già decimati dall’Isis (1 luglio); e fomenta l’odio anti-curdo: una famiglia curda viene sterminata a Konya (1 ago).

L’Arabia Saudita sta impedendo agli yemeniti lì residenti di vaccinarsi contro il Covid.

Egitto. Dal 2018 sono state giustiziate 241 persone (88 per motivi politici).

Tunisia. Dopo il colpo di stato, il presidente Saied cambia molti addetti delle cariche pubbliche e arresta i dissidenti.

Marocco. Ikram Nazih, cresciuta in Italia, viene arrestata per blasfemia per aver ironizzato su un versetto del Corano (6 ago).

— L’ONU critica il Marocco per l’oppressione di giornalisti e attivisti dei diritti del Sahara occidentale (6 luglio).

Iran. Ejei, capo dei magistrati, deciderà personalmente sulle licenze per fare l’avvocato (16 luglio).

— Continua la serie di omicidi impuniti di attivisti democratici, tra cui Ali Karim, figlio della nota attivista Fatima al-Baadly (23 luglio).

Israele. La ditta Nso ha venduto a stati dittatoriali Pegasus, il software che spia i cellulari privati, tra cui quelli di 50mila attivisti, giornalisti e capi politici, compreso Macron (18 luglio).

— Ucciso a freddo un palestinese a Evyatar, insediamento illegale anche per Israele (28 luglio), forse per suscitare una reazione.

— 160 ricercatori finanziati dalla UE chiedono di estendere il divieto di finanziare le università israeliane, da quelle dei territori occupati a tutte quelle che collaborano con gli insediamenti (Manifesto 29 luglio).

— 12 palestinesi sono in sciopero della fame contro i maltrattamenti e la detenzione amministrativa abusiva – come quella di Patrick Zaki in Egitto (18 ago). I prigionieri politici palestinesi sono ora 4.750, fra cui 200 bambini e molti studenti della Birzeit University.


Qatar
Amnesty Int. accusa il Qatar di nascondere la strage di immigrati che lavorano per le strutture dei campionati di calcio. Dal 2010 al 2019 ne sono morti oltre 15mila.

USA.

— Gli stati a maggioranza repubblicana stanno elaborando 400 leggi-truffa per tornare a limitare il diritto al voto di neri e ispanici (che fecero vincere Biden), come hanno sempre fatto.

— Un rapporto del Movements for Black Lives (19 ago) accusa l’FBI di continuare come sempre a promuovere procedimenti penali pretestuosi contro gli attivisti neri.

— Uno studio di Harvard prova che il salario minimo accresce l’occupazione e tiene alti i salari.

— Sassoli, presidente del Parlamento UE chiede clemenza per il nativo Leonard Peltier (26 ago). Peltier ha difeso la lingua e la religione dei nativi. Organizzò nel 1972 la “Marcia dei Trattati violati”. 5 anni fa fu condannato a due ergastoli con l’accusa, probabilmente falsa, di aver ucciso due agenti Fbi.

UE
— La Corte europea dei diritti umani respinge il ricorso dei pompieri francesi che non vogliono il vaccinarsi (25 ago). Era ora.

Grecia. Sappiamo già che Ungheria e Polonia non sono paesi democratici (leggi omofobe, media imbavagliati, magistratura controllata dal governo). E la Grecia? Il governo vieta di dare alla TV la notizia di una ragazza violentata dal padre e costretta a prostituirsi da un poliziotto, e si rifiuta di rispondere alle interrogazioni parlamentari (13 luglio).

Spagna. Dopo la legge che obbliga ad assumere i rider, Deliveroo fa sapere che li assumerà ma dichiara poi che licenzierà tutti per chiusura (30 luglio).

Polonia. Il governo cede alla UE e rinunzia a un organo che doveva controllare la magistratura (7 ago)

Manifestazioni in 80 città contro la legge governativa che ostacola i media stranieri (11 ago).

AFRICA.
Sudan. I pescatori del fiume Setit segnalano 50 cadaveri (con ferite di arma da fuoco o con le mani legate) provenienti dal Tigrai (3 ago).

AMERICA
La Corte interamericana dei diritti umani raccomanda alla Colombia di staccare la polizia dal Min. della Difesa, non fare uso sproporzionato della forza, non praticare la violenza di genere e razziale, non fare abusi contro giornalisti e operatori sanitari (14 luglio). Dall’inizio dello sciopero nazionale (23 aprile) 160 persone sono state uccise e 3mila incarcerate.

Honduras. L’italiano Giorgio Scanu, dopo un litigio, viene linciato da una folla armata, sotto gli occhi della polizia inerte (8 luglio).

Canada. Scoperte altre tombe anonime di bambini nativi intorno a scuole cattoliche. Sono 182 a St Eugene’s Mission, Cranbrook, Columbia Brit. (1 luglio).

ASIA
Cina. Chiusi una decina di siti femministi e il forum online Jianjiao Buluo, in difesa dei diritti delle donne che lavorano (Manifesto).

— Dopo diverse morti per eccesso di lavoro, la Corte suprema condanna il 996 (lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera per 6 giorni a settimana (17 ago).

(C. P.)

Domani uscirà il Boll. dei diritti umani in Italia

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