La “tragedia dell’orizzonte” (prima parte)

14 Set

di Michele Carducci – 14-9-2020

Questo intervento di M. Carducci, ordinario di Diritto Costituzionale comparato, Un. del Salento, era previsto negli incontri “I Venerdì di Diogene”, interrotti a causa del Covid.

Questo secondo decennio del nuovo millennio è considerato fondativo di una nuova epoca: quella della “tragedia dell’orizzonte”. La formula è stata coniata dai Lloyd’s di Londra ma si è poi diffusa con riferimento alle inedite sfide che l’Occidente si trova a dover affrontare rispetto al tempo, presente e futuro, e allo spazio di cui dispone.
Il sintagma riprende la nota formula novecentesca, attribuita a Garret Hardin, della “tragedia dei beni comuni”. Quest’ultima descriveva il problema dell’utilizzo, per bisogni e interessi propri, di risorse e beni “comuni” o “di libero accesso” (come, per esempio, l’acqua), esauribili o deperibili e quindi non da tutti paritariamente fruibili. Il suo nucleo, pertanto, risiedeva in una questione di giustizia procedurale (come accedere, con parità di condizioni, a risorse e beni) e distributiva (come garantire a tutti il soddisfacimento degli stessi bisogni e interessi). Di conseguenza, tale questione di giustizia non metteva in discussione le strutture costituzionali e il loro funzionamento, bensì solo il loro indirizzo politico. A questa logica, per esempio, si sono ispirati i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU per il 2030 (SDGs 2030), ispirati al riequilibrio delle diseguaglianze tra Nord e Sud del Mondo e non a caso condivisi da Stati con strutture costituzionali fra loro molto diverse e non necessariamente democratiche.
La “tragedia dell’orizzonte”, invece, investe direttamente la tenuta delle c.d. “democrazie mature”, ossia dell’Occidente democratico atlantico.
Perché?
La ragione risiede proprio nei tre fattori costitutivi della nuova “tragedia“: il decremento demografico nel contestuale prolungamento dell’età media della popolazione occidentale; l’emergenza ecosistemica e climatica; la diaspora migratoria.
Il decremento demografico e il prolungamento dell’età media interrogano la funzione rappresentativa della democrazia moderna. Chi rappresentano gli eletti, di fronte a una platea di elettori inceppata nel ricambio generazionale? Quale legittimazione può giustificare il loro potere di decidere, oggi, le sorti di un futuro sempre meno presente proprio tra i banchi dei Parlamenti? Su quale orizzonte temporale si muovono le decisioni fondate sul consenso rappresentativo? Su bisogni, diritti e interessi di chi verrà, sempre meno numeroso come popolazione votante, o di chi c’è già, sempre più lungamente titolare del diritto di voto e dunque del condizionamento del consenso? La democrazia rappresentativa moderna, costruita sul postulato del primato liberale dell’individuo, si trova per la prima volta a fare i conti con una questione di “specie umana” che invecchia, senza saper efficacemente decidere sui singoli, pochi individui giovani che la compongono. La democrazia rappresentativa si scopre disfunzionale rispetto all’orizzonte del tempo intergenerazionale – ormai asimmetrico e dilatato.
Constatazione analoga si può fare con riguardo al tema dell’emergenza ecosistemica e climatica.
Innumerevoli indicatori ci presentano uno scenario di imminente collasso planetario. è ormai certo che la “specie umana”, unica tra i viventi, consumi al di sopra delle possibilità di rigenerazione di tutte le altre risorse naturali (è questa l’emergenza ecosistemica). Nel contempo, l’emergenza climatica deriva dal fatto che è rimasto pochissimo tempo per prendere decisioni risolutive sul fronte del riscaldamento globale antropogenico (prodotto dall’energia fossile). Si parla esplicitamente di “Tipping Points“, punti di “non ritorno”. Il 2030, appena dieci anni, è uno di questi. Se entro questo decennio non riusciremo a contenere l’aumento della temperatura entro l’1,5°C in più rispetto all’era pre-industriale, i decenni successivi al 2030 saranno contraddistinti da prospettive di convivenza ambientale che vanno dal “pericoloso” al “catastrofico” allo “sconosciuto”, a seconda delle informazioni di cui si dispone. Non siamo più al cospetto di “rischi” o “emergenze” temporanee. Il diritto costituzionale ha sempre rubricato l’emergenza, su quattro caratteristiche:

  • sono eventi temporanei (il concetto giuridico di “urgenza” nasce da tale rappresentazione della realtà);
  • non prevedibili;
  • non imputabili esclusivamente all’azione umana;
  • non trasformativi della convivenza umana (dopo l’emergenza, si ritorna alla situazione “normale” precedente).
    La recente “emergenza” del Covid-19 rientra in questa tipologia. L’emergenza ecosistemica e climatica, purtroppo no. Infatti, quest’ultima:
  • piuttosto che un evento temporaneo, è un insieme di processi planetari critici irreversibili e peggiorativi;
  • piuttosto che “imprevedibile”, è conosciuta in vario modo da almeno un secolo;
  • piuttosto che non imputabile all’azione umana, risulta esclusivamente antropogenica;
  • invece che non trasformativa, è l’esatto opposto (il dopo-emergenza sarà comunque peggio del presente).
    Può la democrazia rappresentativa, appiattita sulla contingenza degli interessi di una popolazione sempre più anziana, rispondere efficacemente a questo urgente orizzonte temporale?
    Ai primi due fattori si collega l’ultimo, riferito alla diaspora migratoria. La migrazione non è più un fenomeno ma una condizione di vita, in parte indotta dai dispositivi metodologici del libero mercato globalizzato, fondato sull’assioma della mobilità di tutto, in parte spinta proprio dalle dinamiche demografiche e da quelle ecosistemiche e climatiche.
    Un Occidente vecchio avrà sempre più bisogno di migranti giovani. Un mondo collassato provocherà sempre più frequenti migrazioni ambientali e climatiche senza confini.
    Ecco allora che l’orizzonte del confine, elemento costitutivo della democrazia rappresentativa (frontiere, circoscrizioni, collegi) si sta dissolvendo.
    La “tragedia dell’orizzonte” ha travolto la democrazia occidentale, non più rappresentativa né del tempo né dello spazio.
    Se non se ne ha consapevolezza, è inutile discutere di Costituzioni e democrazia.

Moria, dove naufraga l’Europa

11 Set

di HUMANFIRST – 11/9/2020 – edizione straordinaria

“Moria è dove naufraga l’Europa”, dice un whatsapp mandato alla radio (1). A Moria (Lesbo), il campo-profughi che abbiamo chiamato “vergogna d’Europa” (Svil. Felice 31/8) è stato semidistrutto dal fuoco l’8 settembre scorso (questa volta l’8 settembre è dell’Europa intera). Il governo greco aveva recluso tutti i 13.700 rifugiati a causa di 35 persone contagiate dal Covid (che è il modo migliore per diffondere il contagio). Questo si è aggiunto alla mancanza di sapone, il litro e mezzo di acqua al giorno a persona, le latrine infami costruite per 3mila persone, gli stupri, i tentati suicidi dei bambini.

Adesso i rifugiati dormono per strada, senza acqua né servizi igienici, ma il governo greco ha dichiarato che gli adulti non potranno uscire da Lesbo (10/9). Gli enti umanitari, come Medici senza Frontiere, non hanno potuto soccorrere i rifugiati per due giorni perché impediti dai nazionalisti locali. A Moria ci sono molte Ong per il soccorso sanitario o psicologico, per gli alimenti e l’istruzione. E c’è la denunzia continua di molti media, blogger (come Nawal Soufi), e adesso quella del dott. Bartolo, parlamentare europeo.

Ma questo impegno è una goccia nel mare di miseria e disperazione, mentre il governo greco tarda ad usare i fondi europei ricevuti per costruire altre strutture di accoglienza. L’Europa – che finora ha fatto finta di niente – sotto la spinta di alcuni länder tedeschi, che volevano accogliere i profughi di Moria – si è decisa ad ospitare 406 bambini non accompagnati e distribuirli tra Germania, Francia e Olanda. Questo è tutto.

Quale che fosse la sua causa immediata, il rogo di Moria è il simbolo del disastroso fallimento della politica europea sui migranti. Un fallimento umanitario ed economico.

Fallimento dei diritti umani. Dopo 40 anni di annegamenti di massa, reclusioni per anni nei centri di raccolta, aggressioni e omicidi razzisti, boicottaggio sistematico degli ingressi legali attraverso le ambasciate, basti guardare agli ultimi due mesi: navi lasciate senza soccorsi o trattenute per settimane fuori dai porti; profughi trattenuti nelle navi (ottimi centri di diffusione del Covid: Annalisa Camilli di “Internazionale”) o negli autobus, per non “spaventare” la popolazione.

Ad Atene il 96% dei rifugiati ammessi alla protezione rimane senza aiuti. In Croazia la guardia di frontiera picchia selvaggiamente i migranti, toglie loro le scarpe, talvolta rompe loro le ginocchia, minaccia chi li soccorre. Gli stati vicini fanno a gara a scaricare sugli aguzzini croati l’onere del respingimento.

Il 23/7 la nave ong Ocean Viking è stata bloccata a Porto Empedocle perché, come scrisse il Manifesto, “aveva salvato troppi migranti”. Alla nave era stata consentita una capienza che bastava appena ad ospitare l’equipaggio, in barba al diritto-dovere di salvare i naufraghi.

Un giornalista di Avvenire, Nello Scavo, è adesso sotto scorta per le minacce dei trafficanti di uomini, che organizzano le estorsioni e le torture in Libia (dichiarata ancora una volta dall’ONU paese insicuro). E’ la stessa Libia che i nostri governi finanziano perché tengano i migranti lontani dall’Italia. La Guardia costiera libica spara spesso sui rifugiati in mare e li deporta nei campi di tortura.

Fallimento economico. Sui migranti la UE non viola soltanto i diritti umani ma anche le regole della crescita economica. Prendiamo l’Italia: quest’anno le nuove nascite scenderanno ancora, fin sotto le 400mila (Istat, 3 sett.). La popolazione invecchia sempre più e noi manchiamo di lavoratori giovani che paghino le pensioni degli anziani. Molti settori di lavoro hanna carenza di mano d’opera: agricoltura, edilizia, trasporti, infrastrutture, sanità, istruzione, riassetto del territorio.

Per avere un’economia in crescita l’Italia avrebbe bisogno di 200mila immigrati l’anno – lo scrivono Padoan, Bentivogli e Pagani (2), Oggi ne arrivano solo 20mila. Lo stesso bisogno di immigrati c’è in tutta l’Europa. Ma i governi temono i politici demagoghi che diffondono paure irrazionali e affermano falsamente che gli immigrati tolgono il lavoro ai locali.

Non solo arrivano troppo pochi lavoratori da fuori, ma gran parte di quei pochi viene impiegata nel modo meno produttivo: li facciamo sfruttare da parassiti (talvolta criminali) come i caporali, i proprietari terrieri, le ditte di appalto nell’edilizia, i gestori della ristorazione, ecc. E’ il contrario di ciò che raccomanda Draghi, di far crescere il capitale umano dei giovani.

Si guardi ora ai paesi floridi e in crescita che ospitano percentuali di immigrati molto più alte della nostra. Mentre in Italia gli immigrati sono intorno all’8% della popolazione, in Germania e in Svezia sono 12%, in Nuova Zelanda 15%, in Svizzera 23%, in Australia 28% (3).

La verità è che l’Italia sta perdendo il treno dello sviluppo. L’ultima occasione sono gli immigrati. I paesi della UE stanno facendo lo stesso grave errore. Così “Moria può diventare la morte della speranza” (4).

(1) A “Tutta la città ne parla” (Radio 3) del 9/9.
(2) Nel Progetto Next Generation Italia, sull’utilizzo dei fondi UE, dell’assoc. M&M.
(3) Wikipedia, “Stati per popolazione immigrata”.
(4) Daniela Pompei, Comunità di S. Egidio, a “Tutta la città ne parla” (Radio 3) del 9/9.

A che punto è la lotta contro le plastiche monouso

7 Set


di Laura Sullivan – 7-9-2020
I titoli erano abbastanza sconvolgenti. Otto milioni di tonnellate di plastica gettati ogni anno negli oceani, l’equivalente del carico di un camion al minuto. [1] Una balena senza vita che giace su una spiaggia, con lo stomaco distrutto da 29 kg di rifiuti di plastica. [2]
Ma finalmente nel 2017 in Europa stava prendendo forza il sostegno al divieto sulla plastica monouso. Sarebbero state abbastanza le persone a cui la questione stava così tanto a cuore al punto da fare qualcosa per fermare questo disastro?
La risposta è stata un forte “sì”. La reazione della nostra comunità nei confronti del problema della plastica è stata davvero massiccia. …
Ecco come siamo arrivati al traguardo: abbiamo unito le nostre forze insieme a quelle di altre organizzazioni esperte sulla plastica, l’attivismo online e/o le istituzioni europee come Break Free from Plastic, Rethink Plastic, SumOfUs, Uplift, Skiftet, Aufstehn, De Clic e Campact.
Con la nostra petizione … alla Commissione Europea abbiamo subito dimostrato che ben 750.000 europei come noi erano determinati a voler agire. La nostra petizione è stata supportata da cartelloni pubblicitari. In risposta al nostro appello, in poco tempo siamo riusciti a raccogliere oltre 35.000€ dalla nostra comunità.

Nel giorno della conferenza, abbiamo consegnato centinaia di migliaia di firme al vice-presidente Timmermans e con nostra sorpresa, quel giorno a Bruxelles, il vice-presidente ci ha detto che sarebbe stato un nostro “alleato” nella lotta per eliminare la plastica monouso. Ha poi citato la nostra petizione alla conferenza e ha anche pubblicato un video della consegna della nostra petizione sui suoi canali social. [3]

Alcuni mesi dopo, nel gennaio 2018, la Commissione ha adottato la sua proposta in materia. Al suo interno conteneva misure senza precedenti volte a ridurre lo spreco di plastica, incluso il divieto di plastica monouso. [4] Ma da quanto è emerso successivamente, Coca Cola, Nestlé e Pepsi avevano già esercitato forti pressioni sui diversi governi nazionali tentando di bloccare la nostra proposta. [5]
Poco prima del voto della Commissione per l’ambiente, alcuni europarlamentari hanno proposto modifiche piuttosto oscene, e alcune sono state accettate fino ad arrivare al voto del Parlamento. [6] Dovevamo sfoderare ogni arma in nostro possesso per fermarli dall’adottare tali modifiche.
Per questo abbiamo inviato un totale di oltre 100.000 e-mail agli europarlamentari per convincerli a non cedere sul divieto. Grazie a queste pressioni, gli europarlamentari hanno alla fine bocciato gli emendamenti peggiori e votato per ottenere una legge forte contro la plastica monouso. [7]
Nel 2019, abbiamo ottenuto una nuova legge europea che vieta la maggior parte degli oggetti in plastica in tutta l’UE: le cannucce, tazze e posate in plastica dovranno scomparire entro la fine di quest’anno. [8]
La campagna è stata anche un’occasione per fermarsi a riflettere: perché acquisto così tanta plastica? Perché nei bar e nei locali ci sono soltanto cannucce in plastica? Perché questo settore non produce alternative che non distruggono gli oceani, che invece sono insostituibili?
… Ma la nostra campagna non finisce qui. … Le modalità di attuazione nel concreto varieranno da paese a paese. Si tratta quindi di un’opportunità perfetta per il settore della plastica, che cercherà sicuramente di ottenere esenzioni dalla legge. …
Laura Sullivan, Direttrice EsecutivaWeMove Europe, 26 agosto 2020


 Fonti:
[1] The Guardian, 14/2/2017
[2] http://www.independent.co.uk/environment/plastic-pollution
[3] https://www.facebook.com/frans.timmermans/videos/1547541318602055/%5B4%5D https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_18_5%5B5%5D https://www.independent.co.uk/news/business/news/coca-cola-pepsi-nestle-plastic-pollution…
[6] Gli emendamenti avrebbero continuato a consentire ad alcune delle peggiori plastiche monouso di essere considerate come “biodegradabili”, e brand inquinanti come Pepsi, Nestlé e Coca Cola l’avrebbero ancora una volta passata liscia per il loro inquinamento da plastica.[7] https://ec.europa.eu/environment/efe/news/european-parliament-votes-single-use-plastics-ban-2019-01-18_en%5B8%5D “Bastoncini di cotone, posate, piatti, cannucce, miscelatori per bevande, bastoni per palloncini, prodotti in plastica oxo-degradabile, contenitori per alimenti e bevande in polistirene espanso saranno vietati dal 2021. Gli Stati membri dovranno adottare misure volte a ottenere una riduzione del consumo di tazze e contenitori per alimenti. Queste misure dovranno raggiungere una riduzione quantitativa misurabile entro il 2026 rispetto al 2022. Le bottiglie dovranno avere tappi fissi a partire dal 2024 ed essere costituite per il 25% di materiale riciclato entro il 2025 per le bottiglie in PET (il 30% entro il 2030 per tutte le bottiglie). Il 90% delle bottiglie di plastica dovrà essere raccolto separatamente entro il 2029.” https://www.europarl.europa.eu/committees/en/product-details/20190121CDT02681

Moria, vergogna d’Europa

31 Ago

Moria è un campo-profughi dell’isola di Lesbo (Grecia, Europa) dove non ci sono diritti umani. Riportiamo qui alcuni brani di un articolo di Lévy uscito il 28/6/2020 su “Repubblica” e la lettera di una donna che vive a Moria.

“Viaggio nell’inferno di Moria”
di Bernard-Henri Lévy (da Repubblica 28-6-2020)

Non mi hanno dato neanche un lenzuolo… Ho partorito così, senza niente, nella mia tenda, sulla plastica, mi sono dissanguata…». Di chi sta parlando? Dell’amministrazione greca, barricata nel suo perimetro circondato da reticolati e filo spinato? Delle ong, che nella zona selvaggia del campo, quella che deborda e si arrampica sulle colline di ulivi si sobbarcano tutta la miseria del mondo, affrontano i neofascisti che sognano di cacciarli fuori dall’isola e non sanno dove sbattere la testa? Dei vicini di tenda afgani che non hanno risposto alle sue invocazioni di aiuto perché è sudanese? Il fatto è che Fatimah è sola, oggi nel suo capanno di teloni di plastica bianchi. Il suo bambino di sei mesi, agganciato alla schiena, avvolto in una misera maglietta con su scritto “Welcome in Lesbos”, che lei ha ritagliato trasformandola in una tutina per neonati. I suoi fratelli più grandi, di 8 e 2 anni, rannicchiati contro di lei.
… . . (Il marito di Fatimah è stato rimandato in Turchia poco dopo il loro arrivo. Lei è rimasta, perché incinta, con gli altri due figli di 8 e 2 anni. Adesso vivono in mezzo ai topi. Un rapporto di Medici senza Frontiere dice che diversi bambini di Moira tentano il suicidio).
A Moria, la tragedia è l’acqua. L’isola, ancora una volta, è magnifica. Ma su quegli ettari maledetti non c’è acqua corrente. E neanche pozzi o cisterne. Soltanto qualche doccia. E una ventina di punti di rifornimento idrici, dove le persone vengono durante tutta la giornata a fare la coda per riempire le bottiglie di plastica. Una al giorno e una per persona. Qui ci sono 19mila profughi che hanno solo un litro d’acqua per bere, lavarsi, lavare i panni, disinfettarsi, cucinare. E certi giorni, quando la fornitura è interrotta, non hanno neppure quella.
Ma la cosa peggiore sono le latrine. Perché come si fa quando un ex accampamento previsto per 800 militari, poi per 3mila profughi, finisce per accoglierne quasi 20mila? … E poi ci sono le latrine pubbliche, installate dall’amministrazione o dalle ong, e su cui si appunta ancora di più la collera di questi esseri umani privati qui della loro intimità più elementare.
……
E ci sono quelle due ragazze che, anche se insediate nella Zona C riservata a orfani e adolescenti e che teoricamente dovrebbe essere sorvegliata, non bevono acqua dopo le 17 per paura di dover uscire col buio per andare al bagno.
…….
Ma il disastro di Moria è tale che c’è solo una risposta: chiuderlo. Raderlo al suolo. O conservarlo, se si vuole, ma come si conserva un memoriale della disumanità e della vergogna.


“Lettera dall’inferno di #Moriacamp”

Scrive Nawal Soufi, che vive vicino a Moria e tiene un blog sul campo-profughi, il 13-8-2020:
Una carissima amica (Majeda Al Hakam) che vive dentro il campo di Moria, mi ha scritto queste parole dopo che un uomo ha fatto irruzione nella sua tenda ieri sera. Non racconterò i dettagli di cosa è successo, ma mi limiterò a pubblicare la lettera che mi ha scritto (traduz. dall’inglese di N. Soufi). 

“Ogni giorno che passa della mia vita, la quantità delle parole diminuisce come diminuisce il numero dei temi che evoco, s’ingrandisce la dimensione della tristezza dentro di me e crescono le rovine. E credo che arriverà un giorno, che non sarà lontano, nel quale interloquirò con chi è accanto a me solo con un cenno della testa o con una lacrima. Dobbiamo, per rimanere in Grecia e perché ci aiutino ad avere la protezione internazionale, avere malattie complicate. Avere un cancro, una paralisi da arresto cerebrale sono i preferiti.
Non c’è una farmacia che vende il dolore come Moria. I bambini di Moria convivono con i pidocchi, la scabbia.. Hanno un’immunitá alta contro le malattie. Urinano in bagni sporchi. Dormono su vecchie e dure coperte ma la nostra salute si fortifica.
Il covid ha visitato tutti i posti e palazzi e non si è azzardato ad entrare nel campo di Moria.
Perché la morte è la salvezza dalla vita e gli ospiti di Moria sono maledetti: nemmeno la morte li vuole.
I bambini di Moria non mangiano biscotti ne’ cioccolata. Corrono senza meta precisa. Fanno il gioco del nascondino. I loro giocattoli preferiti sono le sedie a rotelle che portano per i malati ed i paralizzati. Gli uni spingono gli altri sulle discese. La loro infanzia è rubata e sarà ripristinata solo se avranno una malattia seria: cuore aperto ed epilessia o diabete. A quel punto, e solo a quel punto, l’Unione Europea può avere pietà per l’infanzia rubata. Fanno sì che le madri augurino le malattie ai propri figli.
Le donne di Moria si siedono sulle rovine e dicono che il figlio di Tizia é molto malato, le daranno il permesso di uscire. Le donne di Moria augurano la morte e la malattia.

Non hanno un salotto, non sognano di ricevere ospiti. Aspettano solo la malattia come se fosse un invitato gradito che magari volerà e li porterà lontani da questo posto.
Oggi ho deciso di andare all’ufficio amministrativo del campo di Moria e di chiedere loro di aprire l’ozvais. Mi hanno chiesto se sono malata o se uno dei miei figli fosse malato. Ho risposto che sono io la malata: ho perso la mia umanità, ho perso la mia dignità, la dignità dei miei figli depressi.
Mio figlio Adam ha cercato di suicidarsi e l’avete salvato, io ho cercato di suicidarmi in prigione e mi avete salvata. Mia figlia subisce molestie tutti i giorni e i miei figli ospitano i pidocchi nei loro capelli e la scabbia sulla loro pelle.
Signori, nell’anticamera della mia vita c’è un mazzo di sogni essiccati e una tristezza enorme.
Ci deve essere una diagnosi ospedaliera per farvi sentire il nostro dramma? Siamo malati: chi vive in queste rovine è malato, chi si augura la malattia è malato, e chi proclama la pazzia è pazzo.
Fino a quando dobbiamo morire per farvi sapere che siamo malati di Moria? Invidiamo gli uni gli altri il tipo di malattia.
Maledetta malattia! Vieni e prendici! Umanità dacci un po’ di Covid per morire e lasciare questo posto.
Ho scritto ciò e ho deciso di entrare in una profonda depressione. Smetto di mangiare sperando che mi facciano un rapporto quando il mio peso sarà di venti kg magari. Magari mi considereranno come una disabile e sarò un caso speciale.

 In questo periodo non ti devo parlare così peggiorerà il mio stato e scenderà il mio peso.
Nawal, stammi bene, figlia mia. Ti amo tanto, abbi cura di te e prega per me”.

Il testamento spirituale di John Lewis

28 Ago

(tradotto dal New York Times, 30 luglio 2020 — 28 agosto 2020, anniversario dell’assassinio di Emmett Till)

John Lewis, il leader dei diritti civili, morto il 17 luglio scorso, scrisse questo appello poco prima di morire, perché fosse pubblicato il giorno del suo funerale.

Mentre il mio tempo è ormai finito, voglio farvi sapere che mi avete ispirato negli ultimi giorni e ore della mia vita. Mi avete dato speranza sul prossimo capitolo della grande storia americana quando vi siete impegnati per fare la differenza nella nostra società. Milioni di persone, motivate semplicemente dall’umana solidarietà, si sono liberate del peso delle divisioni. Nel paese e nel mondo avete lasciato da parte razza, classe, età, lingua, nazionalità per chiedere rispetto per la dignità umana.

Per questo sono stato nella piazza del “Black Lives Matter” a Washington benché il giorno dopo dovessi andare in ospedale. Dovevo vedere e sentire che, dopo molti anni di testimonianza silenziosa, la verità ha ripreso a marciare.

Emmett Till era il mio George Floyd (1). Era il mio Rayshard Brooks, Sandra Bland e Breonna Taylor. Aveva 14 anni quando fu ucciso, e allora io ne avevo solo 15. Non avrei mai dimenticato il momento in cui divenne chiaro che io stesso potevo essere Till. In quei giorni la paura ci bloccava in una prigione immaginaria, e le sbarre erano gli inquietanti pensieri della brutalità possibile, commessa senza ragione.

Benché fossi circondato da due genitori che mi amavano e da tanti fratelli, sorelle, cugini, il loro amore non poteva proteggermi dalla diabolica oppressione che aspettava appena fuori da quella cerchia familiare.

La violenza incontrollata e senza limiti, il terrore sancito dal governo aveva il potere di trasformare in un incubo una semplice camminata fino al negozio per qualche dolciume o una innocente corsa mattutina. Se dobbiamo sopravvivere come una sola nazione dobbiamo scoprire che cosa si impossessa così rapidamente dei nostri cuori da togliere alla chiesa Mother Emmanuel in Sud Carolina ciò che ha di meglio e di più alto, sparare a inconsapevoli ascoltatori del concerto a Las Vegas e colpire a morte le speranze e i sogni di un violinista di talento come Elijah McClain.

Come tanti giovani oggi, cercavo una via d’uscita, o qualcuno potrebbe dire una via per entrare, e allora sentii la voce di Marin Luther King jr. alla radio. Parlava della filosofia e della disciplina della non-violenza. Diceva che siamo tutti complici quando tolleriamo l’ingiustizia. Diceva che non basta dire andrà meglio a poco a poco. Diceva che ognuno di noi ha l’obbligo morale di impegnarsi, parlare, alzare la voce. Quando vedi qualcosa che non è giusto, devi dire qualcosa, devi fare qualcosa. La democrazia non è uno stato permanente, è un processo e ogni generazione deve fare la sua parte per contribuire a costruire quella che chiamavamo l’amata comunità, una nazione e una società mondiale in pace con se stessa.

La gente comune con una visione straordinaria può salvare l’anima dell’America assumendosi quelli che io chiamo buoni disturbi, guai necessari. Votare e partecipare al processo democratico è cruciale. Il voto è il più potente mezzo di cambiamento non-violento di cui dispone una società democratica. Dovete usarlo perché non è assicurato per sempre. Potete perderlo.

Dovete studiare e imparare la lezione della storia perché l’umanità è rimasta coinvolta a lungo in questa lotta lacerante. Al vostro stesso posto c’è stata prima gente di ogni continente per decenni e secoli. La verità non cambia, perciò le risposte elaborate tanto tempo fa vi possono aiutare a trovare le soluzioni per le sfide del vostro tempo. Continuate a costruire l’unione fra movimenti attraverso il globo, perché dobbiamo smetterla di approfittare dello sfruttamento degli altri.

Anche se forse non sarò con voi, vi esorto a rispondere al richiamo più alto del vostro cuore e impegnarvi per quello in cui credete davvero. Nella mia vita ho fatto tutto il possibile per dimostrare che la via della pace, dell’amore e della non-violenza è la migliore. Adesso è il vostro turno per far risuonare la libertà. Quando gli storici prendono la penna per scrivere la storia del 21mo secolo fate sapere loro che è stata la vostra generazione a mettere da parte il pesante fardello dell’odio e che la pace finalmente trionferà sulla violenza, l’aggressione e la guerra. Per questo vi dico, andate nel vento, fratelli e sorelle, e fate sì che lo spirito della pace e il potere dell’amore sempiterno siano la vostra guida.

(1) Emmett Till, di 14 anni, mandato da Chicago in vacanza presso i parenti in Mississippi, fu seviziato e trucidato (28 agosto 1955) col pretesto che aveva molestato una negoziante bianca (in punto di morte, dopo 60 anni, la negoziante ammise che Emmett non le aveva fatto assolutamente niente). I due assassini e i loro complici furono individuati ma vennero assolti da una giuria composta di soli bianchi. Dopo l’assoluzione gli assassini furono intervistati in cambio di 4mila dollari. Ammisero il delitto (la legge americana vieta di giudicare due volte per lo stesso reato) e mai mostrarono il minimo pentimento. Nel 2007, dopo un nuovo processo, chiarite le responsabilità, una targa in memoria di Emmett fu posta sul luogo del delitto, ma fu subito sfregiata (ndr).

I post del lunedì riprenderanno il 31 agosto con alcuni documenti sul campo di Moria

Miliardari: “Tassateci!” — Campagna “Banche armate” — PAUSA ESTIVA

21 Lug

20-7-2020

I miliardari che chiedono di essere tassati
Brani da un articolo di Rep: (edizione online di Repubblica) del 14 luglio 2020

“Tassateci, tassateci, tassateci”, chiedono gli eredi Disney [Abigail Disney] e un’ottantina [83] di miliardari da sette paesi diversi in una lettera aperta ai loro governi implorando di alzare le tasse dei super-ricchi “immediatamente” e “permanentemente” per far fronte alla crisi economica dovuta alla pandemia. … Il gruppo “Milionari per l’umanità” si batte da anni per aumentare le tasse sui patrimoni milionari insieme al gruppo “Milionari patriottici”…

Con un extra di 600 dollari in sussidi di disoccupazione settimanali che terminerà la settimana del 25 luglio, ben 23 milioni di famiglie statunitensi corrono il rischi di sfratto se non riusciranno a pagare l’affitto. La fame è in aumento, con le banche alimentari Usa che hanno registrato una domanda senza precedenti. In tutto il mondo, 500 milioni di persone potrebbero precipitare nella povertà dalla crisi del coronavirus, secondo i numeri del gruppo Oxfam …

“No, non siamo noi a prenderci cura dei malati nei reparti di terapia intensiva. Non stiamo guidando le ambulanze che portano i malati negli ospedali. Non stiamo rifornendo gli scaffali dei negozi di alimentari o consegnando cibo porta a porta” … “Ma abbiamo i soldi che sono disperatamente necessari ora e continueranno a esserlo negli anni a venire” … ”I problemi causati ed evidenziati dal Covid-19 non possono essere risolti con la beneficenza, non importa quanto generosa. I leader di governo devono assumersi la responsabilità di aumentare i fondi necessari e di spenderli onestamente”.  E concludono: “C’è un’unica soluzione. L’umanità è più importante dei soldi. Tassateci, tassateci, tassateci. È la giusta decisione. È l’unica decisione”.

La campagna “Banche armate” contro la vendita di armi all’Egitto
5 Giugno 2020. Nigrizia, Missione Oggi, Mosaico di Pace
La Campagna di pressione alle “banche armate” chiede a tutti gli Istituti di credito di manifestare pubblicamente il proprio diniego a concedere prestiti e servizi finanziari alle aziende per la vendita di sistemi militari al regime di al-Sisi. Invita le comunità ecclesiali, le associazioni e i gruppi territoriali a fare pressione sulle banche. …
chiedono innanzitutto al ministro degli Esteri di riferire in parlamento e sollecitano tutte le forze politiche a manifestare la propria contrarietà alle nuove forniture militari all’Egitto.
La legge n. 185 del 1990 non solo vieta esplicitamente le esportazioni di armamenti verso i paesi i cui  governi sono responsabili di accertate “violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”, ma prescrive che l’esportazione di materiale di armamento e la cessione della relative licenze di produzione “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”. E’ perciò indispensabile che il governo, ed in particolare il ministero degli Esteri che è titolare della materia, riferisca urgentemente in parlamento riguardo al rilascio dell’autorizzazione di nuove e consistenti forniture di sistemi militari all’Egitto.
Nei giorni scorsi, diverse ed autorevoli fonti di stampa hanno dato notizia di trattative in corso per quello che viene definito “il contratto del secolo”: un’ampia commessa militare che comprenderebbe non solo le due fregate Fremm attualmente in dotazione alla marina miliare italiana (la Spartaco Schergat e la Emilio Bianchi), ma anche altre quattro navi e 20 pattugliatori (che potrebbero essere costruiti nei cantieri egiziani), 24 caccia multiruolo Eurofighter e 20 aerei addestratori M346.
Ciò farebbe dell’Egitto il principale acquirente di sistemi militari italiani con un contratto per forniture militari del valore complessivo di 9 miliardi di euro, il maggiore mai rilasciato dall’Italia dal dopo-guerra.
Questa nuova fornitura costituisce un esplicito sostegno al regime repressivo instaurato dal generale al-Sisi all’indomani del colpo di Stato del luglio 2013: è oltraggiosa non solo nei confronti della memoria di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano barbaramente assassinato in Egitto e sulla cui morte le autorità egiziane non hanno mai contribuito a fare chiarezza, ma anche di tutti coloro – oppositori politici, sindacalisti, giornalisti, difensori dei diritti umani – che vengono tuttora perseguitati perché non sono graditi al regime imposto dal generale al-Sisi, come dimostra anche il caso di Patrick Zaky.
Come per i contratti per sistemi militari già effettuati nel 2019 (del valore di 872 milioni di euro in gran parte per la fornitura di 32 elicotteri prodotti dalla divisione elicotteri della società a controllo statale Leonardo s.p.a.) in questi casi si rendono necessari prestiti, anticipi e garanzie finanziare da parte degli Istituti di credito.
Secondo i dati ufficiali della Relazione del ministero delle Finanze riportati nella Relazione sulle esportazioni di armamenti recentemente inviata alle Camere, nel 2019 all’azienda Leonardo sono stati concessi, per quanto riguarda operazioni per la produzione e la vendita di sistemi militari all’Egitto, “finanziamenti e garanzie” per un valore complessivo di almeno 86 milioni di euro. …

OGGI LE PUBBLICAZIONI VENGONO SOSPESE per la pausa estiva. Riprenderanno a fine agosto o ai primi di settembre.

La migrazione come movimento normale

20 Lug


a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 42 — 20-7-2020
Il 2 giugno u.s. è stato pubblicato un libro dal titolo: “La prossima grande migrazione: la bellezza e il terrore della vita in movimento” di Sonia Shah. Tutte le più importanti testate internazionali gli hanno dedicato una o più recensioni come il Guardian. Una delle più approfondite e anche a tratti critica ci è sembrata quella di Nature il cui titolo è: “La migrazione è normale, accettiamola”, di Emma Marris, di cui riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
Quando la pandemia da coronavirus ha costretto a stare in casa l’intera umanità, tutti abbiamo sentito quanto sia importante il movimento nella vita umana. Costretti a non lasciare i nostri quartieri, siamo diventati isolati, nervosi, claustrofobici. …
Questa interruzione quasi universale del modo in cui opera la nostra specie è un’altra prova da aggiungere agli studi e agli aneddoti raccolti dalla giornalista Sonia Shah per sostenere la sua convinzione che la migrazione non è aberrante, ma è “una realtà non eccezionale in corso”. The Next Great Migration anticipa i movimenti – umani e non umani – in risposta ai cambiamenti climatici come l’ultimo capitolo di una storia antica come la vita stessa. Tali migrazioni, sostiene, sono naturali, comuni e in gran parte innocue.
Shah sostiene in modo convincente che i politici contrari all’immigrazione distorcono e abusano dei dati per creare barriere inutili e crudeli. Racconta storie sconvolgenti di famiglie in movimento e in lotta e presenta prove che i migranti sono generalmente più sani e meno propensi a commettere crimini violenti rispetto ai residenti del paese in cui si trasferiscono. E gli studi dimostrano che gli immigrati avvantaggiano le economie dei paesi ospitanti.
Per quanto riguarda piante e animali, sostiene che i biologi abusino dei dati per far apparire le specie introdotte peggio di come sono. Accusa il famoso ecologista Charles Elton di aver “raccolto” studi di caso sulle specie introdotte più dirompenti, come la lampreda di mare (Petromyzon marinus), che ha avuto origine nell’Oceano Atlantico e ha devastato le popolazioni di trote nei Grandi Laghi. I biologi hanno esagerato l’impatto economico dei non nativi includendo i costi della loro rimozione nei calcoli.
Shah conclude che le previsioni dei biologi di un “Armageddon ecologico” non si sono verificate.
Come scrittrice di ecologia e conservazione ho trovato strano che lei tenda a raggruppare molti tipi di movimenti biologici che gli specialisti ritengono piuttosto diversi. Le migrazioni annuali così come la dispersione dei semi e gli animali che vagano per trovare nuovi territori e compagni, non sono generalmente viste come paragonabili alle “traslocazioni mediate dall’uomo” attraverso gli oceani. Ma Shah ignora spesso il ruolo umano.
Sono d’accordo con lei, tuttavia, sul fatto che valga assolutamente la pena confrontare i nostri atteggiamenti nei confronti dei migranti umani e non, soprattutto perché i cambiamenti climatici incrementano questi movimenti, nonostante il blocco temporaneo. Mentre la Terra si riscalda, gli alberi si arrampicano sulle montagne, le farfalle si spostano a nord e gli uccelli nidificano in nuovi luoghi, anche gli umani si stanno trasferendo “da sud a nord lungo il gradiente di riscaldamento del nostro pianeta “, scrive Shah.
Il clima mutevole implica che dobbiamo permettere – e assistere – persone, piante e animali che sono costretti a trasferirsi per sopravvivere. Invece di rafforzare i nostri confini e lottare per prevenire il cambiamento a tutti i costi, dovremmo aiutare i migranti a muoversi in modo sicuro e ordinato. Il contesto ci dirà quando specifici spostamenti – come quelli dei predatori di animali verso isole remote – non sono saggi. Ma dobbiamo affrontare l’inevitabile e come scrive Shah, “possiamo trasformare la migrazione da una crisi nel suo opposto: la soluzione”.
Brevi considerazioni
E’ enorme il divario tra l’isteria che sta spingendo molti paesi occidentali a costruire muri, recinzioni con filo spinato a lame di rasoio, ecc., per prevenire “ondate migratorie”, e la tesi del libro secondo cui spostarsi è un’”inevitabile parte della vita” e in futuro di fronte ai cambiamenti climatici le migrazioni non saranno motivo di crisi, ma saranno la soluzione.
Da quando i politici soprattutto populisti e di estrema destra – sfruttando il fatto che il cervello umano è biologicamente cablato (wired) per respingere gli immigrati – hanno messo l’immigrazione al centro della propaganda elettorale, è stata creata una narrativa falsata mirata a provocare paure per la diffusione di malattie e conflitti, e stati di ansia con la teoria complottista e xenofoba della grande sostituzione delle popolazioni europee con altri gruppi etnici (Le Grand Remplacement). Il libro fa giustizia di tutte queste infauste e irrazionali previsioni e presenta un futuro in cui l’immigrazione non è fonte di paura, ma di speranza.

https://www.nature.com/articles/d41586-020-01604-1

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Basta con i finanziamenti gratis

13 Lug


di Mariana Mazzucato e Antonio Andreoni – 13-7-2020
(passi da “No More Free-Lunch Bailouts”, Project Syndicate in Social Europe, July 1, 2020)

La crisi del Covid-19 e la recessione sono un’occasione unica per ripensare il ruolo dello Stato, in particolare rispetto all’impresa. La vecchia idea che il governo sia un peso per l’economia di mercato è stata smentita. Riscoprire il ruolo tradizionale dello Stato come “investitore di prima istanza” – anziché come prestatore di ultima istanza – è diventata una condizione per una efficace direzione politica del dopo-Covid.
Per fortuna l’investimento pubblico è in ripresa. Mentre gli USA hanno adottato finanziamenti e salvataggi per 3.000 miliardi di dollari, l’Unione Europea ha presentato un piano di ripresa di 850 miliardi di dollari e il Giappone ha disposto altri 1.000 miliardi di dollari in assistenza alle famiglie ed alle imprese.
Tuttavia, perché gli investimenti portino ad un’economia più sana, resiliente e produttiva, i soldi non sono tutto. I governi debbono anche ripristinare la capacità di concepire, rendere effettive e rafforzare le condizioni da porre ai beneficiari …
Il sostegno del governo verso le imprese ha molte forme, tra cui l’erogazione diretta di denaro, gli sgravi fiscali e i prestiti o garanzie pubbliche a tasso agevolato – per non dire del ruolo espansivo assunto dalle banche centrali, che hanno acquistato obbligazioni societarie su vasta scala. Questa assistenza dovrebbe arrivare a certe condizioni, come l’obbligo delle imprese di ridurre le emissioni e trattare dignitosamente i dipendenti (in termini di paghe e di condizioni di lavoro). Quando persino la comunità delle imprese riscopre i meriti della assistenza condizionata (vedi il Financial Times) questa forma di intervento statale non è più un tabù.
Ci sono alcuni esempi positivi. Danimarca e Francia stanno negando aiuti alle società domiciliate nei paradisi fiscali, dichiarati tali dall’UE, e vietano ai grandi beneficiari di pagare i dividendi o riacquistare le proprie azioni fino al 2021. In USA la Sen. Elizabeth Warren è a favore di strette condizioni per i salvataggi, come salari minimi più elevati, rappresentanze dei lavoratori nei CdA, restrizioni durature sui dividendi, sul riacquisto di azioni e sui compensi agli amministratori. Nel Regno Unito, la Banca di Inghilterra preme per una moratoria temporanea sui dividendi e il riacquisto di azioni.
Tali condizioni, lungi dall’essere dirigiste, portano le risorse finanziarie ad essere investite produttivamente e non acquisite per interessi ristretti o speculativi. … In USA alle linee aeree sono stati concessi 46 miliardi di dollari in prestiti e garanzie, purché le aziende beneficiarie mantengano il 90% della forza lavoro, taglino i compensi ai dirigenti ed escludano esternalizzazioni e delocalizzazioni all’estero. L’Austria ha condizionato il salvataggio delle sue linee aeree alla adozione di obbiettivi connessi con il clima. Anche la Francia ha introdotto obbiettivi quinquennali di minori emissioni interne di anidride carbonica.
Molti paesi … stanno considerando i salvataggi nel settore automobili come una occasione verso la decarbonizzazione. Come ha detto Macron: “Abbiamo bisogno non solo di salvare l’industria ma di trasformarla”. La Francia sta aumentando i prestiti al settore di 8 miliardi di euro, ma esige che si producano più di un milione di auto ad energia pulita entro il 2025. Inoltre, avendo ricevuto 5 miliardi di euro, la Renault deve mantenere aperti due stabilimenti fondamentali in Francia e contribuire ad un progetto franco-tedesco per la produzione di batterie elettriche …
Ma ci sono anche esempi negativi. Il salvataggio dell’industria automobilistica ha operato molto diversamente in Italia rispetto alla Francia. Il Gruppo FCA ha convinto il Governo italiano – che storicamente ha concesso larghi sussidi alla FIAT – a concedere 6,3 miliardi di euro di prestito garantito alla sua sussidiaria FCA Italia, senza imporre alcuna condizione … Nata nel 2014 dalla fusione tra FIAT e Chrisler, FCA è domiciliata in Olanda e i suoi centri direzionali finanziari sono a Londra. Peggio ancora, la società ha una storia di scarso mantenimento dei suoi impegni di investimento in Italia. Questa, come produttore di automobili, è uscita fuori dalla mappa mondiale …
Nel Regno Unito, EasyJet ha ottenuto un finanziamento di 600 milioni di sterline dalla Banca di Inghilterra, dopo aver distribuito dividendi per 174 milioni il mese precedente. In USA la Federal Reserve acquista obbligazioni più rischiose ad alti rendimenti … Tra coloro che ne trarranno vantaggio ci sono i produttori di petrolio da scisti …
Lungi dall’essere un passo verso il controllo dello Stato sull’economia, i salvataggi condizionati si sono dimostrati uno strumento efficace per indirizzare le forze produttive verso obbiettivi strategici ampiamente condivisi. Quando sono concepiti o attuati scorrettamente, o del tutto elusi, essi possono limitare la capacità produttiva, e arricchire gli speculatori o gli addetti ai lavori. Ma quando sono fatti bene possono adeguare il comportamento delle imprese ai bisogni della società e assicurare uno sviluppo sostenibile e migliori rapporti tra ditta e lavoratori. …

I salari da fame della gig economy

6 Lug


di Antonio Giuseppe Pasanisi — 6-7-2020

Il libro Basta salari da fame! di Marta e Simone Fana, edito da Laterza nel novembre 2019, affronta il tema della questione salariale in Italia negli ultimi trent’anni. I due economisti, alla luce di un rigoroso lavoro di ricerca e di un’analisi dettagliata dei dati statistici, evidenziano la seguente dinamica socio-economica: a parità di istruzione, di professione e di carriera, i lavoratori attuali guadagnano decisamente di meno rispetto ai loro predecessori di fine anni Ottanta, ad eccezione di un’esigua minoranza al vertice della società. A sostegno di questa tesi, i due autori sviluppano una serie di argomentazioni volte a dimostrare come questo fenomeno sia soltanto uno dei tanti aspetti che ha condotto all’annientamento della classe lavoratrice come corpo collettivo (1).
Nel solco della nuova divisione internazionale del lavoro – deindustrializzazione dei paesi a capitalismo avanzato e massiccia industrializzazione degli Stati con bassi livelli salariali – la struttura occupazionale italiana, a partire dagli anni Novanta, ha fatto registrare non la scomparsa della classe lavoratrice, bensì una sua ricollocazione: da un settore traino dello sviluppo economico (quello manifatturiero), ad ambiti del terziario a scarsissimo valore aggiunto. Gli stipendi miseri del terziario – rilevano i due studiosi – hanno evidenziato la falsità della narrazione dei ceti dirigenti, tendente a presentare il settore dei servizi come il nuovo Eden (pp. 69-83).
Un altro falso mito, spacciato per verità assoluta dalla comunicazione mainstream, è quello che fa dipendere la scarsa produttività dell’economia italiana non dalla totale mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, ma dall’eccessivo costo del lavoro, motivo per cui, negli ultimi decenni, i governi di ogni colore politico si sono adoperati nel comprimerlo (contrazione dei contributi previdenziali e assistenziali e deregolamentazione del mercato del lavoro (2); altro che mano invisibile!). Ad aumentare, a seguito della liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro, non è stata la produttività, bensì i profitti dei dirigenti e dei top manager, a seguito della scelta deliberata di quest’ultimi di intensificare lo sfruttamento. Stando ai dati OCSE, tra il 1995 e il 2013, i lavoratori ricevono in media meno di quanto contribuiscono a creare e, come sostengono Marta e Simone Fana, sono vittime di un vero e proprio “furto salariale” (pp. 84-92).
Altro tema sviluppato è l’odierno utilizzo capitalistico delle macchine, ossia il modo in cui l’innovazione tecnologica viene incorporata nel capitale; argomento da affrontare, secondo i due economisti, in termini di potere e comando, di soggetti che dominano e di altri che invece subiscono il controllo. Non esiste, inoltre, alcun nesso naturale tra disoccupazione e innovazione
tecnologica, né tantomeno tra quest’ultima e riduzione dell’orario di lavoro. Nell’ambito della gig economy, ad esempio, lo svolgimento di attività lavorative, per nulla innovative dal punto di vista del prodotto, attraverso tecnologie digitali non fa altro che migliorare le funzioni di supervisione e controllo dell’azione lavorativa, oltre a far ricadere la maggior parte dei costi fissi sulle spalle dei lavoratori (pp. 93-99).
Dopo aver sottolineato gli effetti deleteri del lavoro nero in termini di salari e di welfare, Marta e Simone Fana prospettano l’introduzione del salario minimo, non disgiunto ma complementare alla contrattazione collettiva, per garantire dignità ai lavoratori e per sostenere l’occupazione. Questo strumento – osteggiato dall’ortodossia neoliberista poiché comporterebbe un’immediata riduzione delle assunzioni da parte delle imprese per un presunto aumento del costo del lavoro – è stato consigliato da molti economisti (Krueger, Card, Di Nardo, Fortin e Lemieux) perché riduce le disuguaglianze socio-economiche (pp. 115-127).
Questo saggio stimola la nostra riflessione sulla necessità di strategie produttive che rispettino le condizioni di lavoro dei dipendenti, tra le quali la stabilità dell’occupazione, adeguati livelli retributivi, orari di lavoro compatibili con esigenze di famiglia e sicurezza sui luoghi di lavoro. Inoltre il libro ci invita a immedesimarci nella quotidianità sofferta da milioni di persone che hanno subito gli effetti più devastanti della precarietà (3).

(1) L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 104-122; M. Revelli, La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi” (Vero!), Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 87-96.
(2) Gli autori hanno esaminato i provvedimenti legislativi che hanno reso possibile la destrutturazione del mercato del lavoro, in nome della flessibilità, a partire dalla seconda metà degli anni ’90: Legge 196/1997, Decreto Legge 368/2001, D.L. 276/2003, L. 92/2012, L. 78/2014, D. L. 81/2015. Sul concetto di flessibilità R. Sennett, L’uomo flessibile, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 45-62.
(3) M. Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, Bari-Roma, 2017, pp. IX-XVII.

Cioccolato amaro (e lavoro forzato dei bambini)

30 Giu


Migranti e sviluppo — “Col sudore della tua fronte” n. 1

Inauguriamo oggi una nuova rubrica di Migranti e Sviluppo che parla dell’oppressione sul lavoro, dalla schiavitù moderna, diversa e peggiore di quella antica, al lavoro iper-sfruttato, infantile, precario o con paghe discriminanti (per le donne, le minoranze, i migranti, ecc.). Nel mondo ci sono 40,3 milioni di schiavi. Di questi, 15 milioni sono ragazze vittime di matrimoni forzati (con i relativi lavori, domestici e non) e della schiavitù sessuale. Gli altri 25 milioni sono vittime di lavoro forzato. Rispetto al dato mondiale (5,4 per mille) il rapporto in Africa è più alto (7,6 per mille); in Medio Oriente è più basso ma ingannevole (i governi boicottano la raccolta di dati). Ma la schiavitù esiste anche in Italia (2,8 per mille, tra cui almeno 200mila raccoglitori agricoli stagionali), e in Svezia (1,6 per mille).

Dal Washington Post (31-10-2019): l’Ufficio USA Dogane e Protezione dei Confini ha visitato la settimana scorsa le piantagioni della Costa d’Avorio per investigare sul lavoro forzato o infantile nella produzione di cacao. Se c’erano prove sufficienti, gli USA potevano bloccare l’importazione di cacao. L’iniziativa seguiva una lettera di due Senatori (Sherrod Brown, Ohio, e Ron Wyden, Oregon) che chiedevano il blocco delle importazioni, a meno che la Costa d’Avorio non provasse di non usare lavoro infantile. “Gli ultimi 20 anni – dice la lettera – dimostrano che il problema del lavoro infantile forzato, camuffato nella catena dell’offerta, non si può risolvere con l’autoregolazione delle imprese del cioccolato”. L’Ufficio Dogane si propone di fare un altro viaggio in Costa d’Avorio entro quest’anno.
Secondo l’Ufficio USA di Ricerca sul Lavoro – dice il giornale – la maggior parte dei 2 milioni di bambini che lavorano nell’industria africana del cacao vivono nelle piantagioni dei genitori e fanno quel tipo di lavoro pericoloso che le autorità internazionali considerano “il peggior tipo di lavoro infantile”: agitare i machetes, trasportare grandi pesi, spruzzare pesticidi.
Rappresentanti delle ditte più grosse e note – Hershey, Mars e Nestlé – hanno detto che non possono garantire che nessuna parte della loro cioccolata sia prodotta senza lavoro infantile. Il lavoro forzato è troppo integrato in quell’industria del paese per tentare di individuare specifiche ditte o produttori che agiscono illegalmente, dice la lettera di Brown e Wyden. Per bloccare le importazioni l’ufficio dogane deve avere prove “che indicano ragionevolmente anche se non definitivamente” che quel cacao è prodotto con lavoro infantile “forzato o vincolato”.
La Costa d’Avorio ha notevolmente aumentato gli sforzi per affrontare il problema dopo l’inchiesta internazionale. Nel luglio 2019 ha firmato un accordo col vicino Burkina Faso per mandare indietro i bambini del Burkina che viaggiano non accompagnati per andare a lavorare nelle aziende del cacao della Costa d’Avorio e che sono possibile oggetto di traffico umano. (…)
Inoltre il governo della Costa d’Avorio sta premendo sulle compagnie multinazionali perché paghino il cacao a prezzi più alti perché – dice – questo attaccherebbe alla radice il vero fattore che espone al rischio di lavoro infantile forzato, cioè la povertà.
(C.P. — Da Freedom United, novembre 2019 — traduz. nostra)