Rosario Villari sul Sud, prima e dopo l’unificazione

19 Feb

I miti del Sud – febbraio 2018

Nella Prefazione alla celebre antologia Il Sud nella storia d’Italia (Laterza, 1961), da lui curata, R. Villari scrive: “Una delle immagini che la polemica meridionalistica ha creato e diffuso più largamente nell’opinione pubblica è quella del Mezzogiorno sfruttato, come riserva finanziaria e come ‘mercato coloniale’, ai fini della formazione di un moderno apparato industriale nel Nord: a questo fatto fondamentale sono stati ricollegati in gran parte gli imponenti fenomeni che hanno caratterizzato l’esistenza della questione meridionale, dall’emigrazione alla corruzione politica dei ceti dominanti”.

Poco dopo Villari aggiunge che quell’idea “non è facilmente conciliabile (…) con la constatazione dell’arretratezza, dell’immobilismo semifeudale e dell’estrema povertà del mercato nelle regioni meridionali”. Egli spiega che la protezione dell’industria ha pesato su tutta l’agricoltura nazionale e ha creato difficoltà nei rapporti tra agricoltura e industria, e aggiunge che “il problema non è più soltanto di sapere in che misura il Mezzogiorno ha contribuito, in modo subalterno e sussidiario, all’industrializzazione, ma di approfondire le ragioni storiche di questo ‘sacrificio’, le condizioni strutturali in cui esso è avvenuto e le conseguenze che ha avuto non solo nell’Italia meridionale ma in tutto il paese”.

Per l’autore inoltre: “piuttosto che un forzato contributo finanziario all’industrializzazione, che certo non è mancato e che ha ostacolato i nuclei di borghesia agraria moderna e attiva, il fatto centrale consiste in una più radicale ‘rinunzia’ ad utilizzare nel processo di ammodernamento del paese le potenziali risorse umane, economiche, politiche ed intellettuali del Mezzogiorno”. Il tema cruciale della formazione dei ceti medi nel Sud e delle loro caratteristiche verrà ripreso in un lucidissimo brano di Luigi Blanch che Villari riporta e commenta più avanti.

Per tornare alla Prefazione, Villari osserva che l’accento va messo sui programmi e “sui tentativi che concretamente sono stati fatti per superare il dislivello tra le due parti de paese e per creare le condizioni politiche di questo superamento”. C’è una contraddizione, nota l’autore fra “l’ampiezza degli obbiettivi che i meridionalisti (e, in determinati momenti, le forze di governo) si sono posti e l’inadeguatezza, politica e tecnica, dei rimedi indicati”. Egli aggiunge che la struttura liberale dello stato risorgimentale non consentiva un approccio adeguato alla questione meridionale. Solo lo stato democratico, frutto della liberazione nazionale del secondo dopoguerra, ha permesso di valutarla adeguatamente.

Nel presentare un interessantissimo brano de La scienza della legislazione di Gaetano Filangieri (1781-83), Villari scrive: “Lo sviluppo demografico e urbanistico di Napoli, che si verificò con crescente intensità dal XVI al XVIII secolo, fu avvertito dai riformatori napoletani come un fatto essenzialmente negativo. Centro di consumo e di concentrazione della grossa rendita fondiaria, Napoli vive a spese delle campagne e dell’economia agricola, ingrandita da masse di contadini che la miseria, dovuta al peso della rendita parassitaria ed alla prevalenza della grande proprietà terriera, spinge verso i centri urbani, dove perdono la loro funzione di ‘produttori’ per assumere quella di ‘servitori’ o ‘medicanti’; l’ingrandimento della capitale e la concentrazione della ricchezza in un solo punto della nazione (nati in gran parte dagli squilibri esistenti nelle campagne e specialmente dalla ‘riunione di molte proprietà nell’istesse mani’ [parole di Filangieri] soffocano e impoveriscono a loro volta le fonti stesse di quella ricchezza, le campagne, l’agricoltura. E’ questo il nucleo centrale dell’analisi che fa il Filangieri del rapporto tra Napoli e le province”.
Villari osserva poco dopo che l’importanza di quelle pagine di Filangieri sta “nel fatto che esse sottolineano il legame esistente tra il problema di Napoli e il problema generale dello sviluppo economico-sociale del Regno e mirano a colpire uno dei nodi essenziali della politica borbonica: la quale, puntando già allora sull’accentramento amministrativo e sulla concentrazione a Napoli della spesa pubblica, favoriva il permanere e l’aggravarsi dello squilibrio economico e sociale del Regno”.

Annunci

E’ possibile parlare di sviluppo se il pianeta sta morendo?

12 Feb

di Maurizia Pierri     –     Ambiente: catastrofe o sviluppo – febbr. 2018

Risultati immagini per Economia del bene comune (Mondadori, 2017)In Economia del bene comune (Mondadori, 2017) il premio nobel Jean Tirole si interroga sulla sorte del bene comune e sul futuro dell’ economia capitalistica, messa in difficoltà da una crisi finanziaria globale che ha peggiorato le condizioni di milioni di persone e deteriorato il principio di pari dignità sociale. Egli individua, tra le grandi sfide che il nostro mondo dovrà affrontare e vincere al più presto, quella dei cambiamenti climatici e del loro impatto sull’ambiente. Continua a leggere

L’abbaglio sul welfare state

5 Feb

di Cosimo Perrotta

I temi dello sviluppo – febbr. 2018

Negli stati dell’Europa centro-occidentale – ma anche in altre economie mature – si svolsero dal 1950 al 1975 ca. due grandi processi economici, una crescita lunga e impetuosa e un enorme aumento della spesa pubblica per scopi sociali (che va sotto il nome di welfare state). Il benessere aumentò rapidamente e coinvolse, per la prima volta, i ceti che stavano al fondo della scala sociale. Furono assicurate a tutti pensioni, assistenza sanitaria, scuole fino ai 14 anni, case, garanzie sindacali, protezione delle fasce deboli. Si crearono strade, autostrade, ferrovie e altre infrastrutture. L’elettricità, l’acqua corrente, la rete fognaria raggiunsero gran parte delle famiglie. A questo si aggiunsero, grazie all’aumento dell’occupazione, le spese private per la vita domestica: lavatrice, frigorifero, telefono, televisione, automobile.

Crescita e aumento della spesa sociale era connessi. Ma in che modo? Qui le tre grandi scuole economiche allora in auge divergevano.

I neo-classici (spesso liberisti in politica) consideravano la spesa sociale una spesa improduttiva, che sottraeva ricchezza all’investimento privato. Persino la spesa pubblica in quanto tale, era considerata improduttiva, con l’eccezione di Hansen (1) e qualche altro. Quindi la spesa per il welfare frenava lo sviluppo e lo spirito imprenditoriale a vantaggio dell’assistenzialismo. (2)

Anche i marxisti, seguendo l’approccio classico di Marx, ritenevano improduttiva la spesa sociale. Tuttavia questa spesa non andava a danno del capitale, anzi era richiesta da esso. Il capitalismo – argomentavano – doveva impiegare improduttivamente una parte crescente del sovrappiù per evitare che il mercato si saturasse per eccesso di offerta, e che l’accumulazione si ingolfasse. (3) Ma così la crescita diventava solo un aumento continuo di improduttività e parassitismo.

Invece i keynesiani difendevano la spesa sociale perché, innalzando la domanda, sosteneva lo sviluppo. Tuttavia essi trascuravano il fatto che questo avviene solo nel breve periodo. Per lo sviluppo di lungo periodo è necessario, non solo estendere gli investimenti, ma anche accrescere la produttività. Altrimenti la spesa sociale diventa insostenibile.

Dunque, per i neo-classici la spesa sociale frenava la crescita; per i marxisti, era la crescita ad alimentare la spesa sociale come impiego improduttivo del sovrappiù; per i keynesiani la spesa sociale sosteneva l’accumulazione.

 

L’inganno di tutti era di vedere la spesa sociale come mera spesa assistenziale, senza accorgersi che essa era il più grande investimento in capitale umano mai avvenuto. Un investimento che ha innalzato enormemente la produttività del lavoro e ha permesso un aumento mai visto del benessere. Dunque il welfare non era mero assistenzialismo (come credevano persino i suoi difensori); esso apriva una prospettiva di sviluppo di lungo periodo.

Ingannati dallo schema assistenzialistico, gli imprenditori – verso la fine degli anni Sessanta – videro con angoscia la crescita dei salari e della spesa per il welfare, convinti che a pagare tutto ciò fosse il profitto. Questa stessa convinzione indusse alcuni neo- ricardiani, su posizioni opposte, a teorizzare il salario come variabile indipendente (deformando il concetto di Ricardo del salario come variabile esogena), e pensarono di usarlo come grimaldello per far “saltare il sistema”.

Fu questa doppia miopia teorica e politica a sancire la crisi del welfare state. Se lo si fosse considerato come un grande investimento, si sarebbero cercati nuovi settori d’impiego del capitale, nuovi bisogni da soddisfare, nuovi consumi produttivi – come quelli descritti nel nostro post del settembre scorso sul capitale umano (ricordiamo il risanamento ambientale, il riassetto del territorio, l’apparato organizzativo per il controllo del territorio, nuova istruzione, ricerca, ecc.). Si tratta di bisogni necessari che il mercato tuttora non soddisfa e che ancora oggi basterebbero a riavviare lo sviluppo.

Oggi continuiamo a raccontarci che la crisi – che dura, in modo intermittente, da 40 anni, o come ristagno o come recessione – è dovuta al ciclo economico, cioè alle fluttuazioni di breve periodo! Nonostante questo, pur tra mille incertezze, si è affermata l’idea che l’investimento per nuovi consumi come quelli suddetti non è improduttivo, e che può riavviare lo sviluppo. Ma ci blocchiamo di nuovo di fronte alla domanda: dove troviamo i soldi? Cercheremo di rispondere il mese prossimo.

1 Alvin Hansen, Fiscal Policy and Business Cycle, London, Allen & Unwin, 1941. Idem, Business Cycle and National Income, stesso ed., 1951.

2 Robert Bacon – Walter Eltis, Britain’s Economic Problem: Too Few Producers. London: Macmillan, 1976.

3 Vedi, fra i tanti, Paul Sweezy, The Theory of Capitalist Development (1942), London: Dobson, 1962, online: wordpress.com . Joseph Gillman, Il saggio di profitto (1957), Roma: Ed. Riuniti, 1961. Paul Baran – P. Sweezy (1966), Monopoly Capitalism, New York – London: Modern Reader, 1968; online: scribd.com .

Cronaca dic. 2017 – genn. 2018

29 Gen

Migranti e Sviluppo – Scheda 14

29 nov.-1 dic. 2017 – La Conferenza di Abidjan (Costa d’Avorio), di ONU, UE e Unione Africana, decide di rimpatriare 15mila rifugiati nigeriani e senegalesi, attualmente in Libia, e di reinserirli nei loro paesi, con impegno finanziario UE di ca. 150 milioni. Invece eritrei e somali – che hanno diritto alla protezione – andranno nei centri ONU.

° Al 1 dic. in Libia c’erano ca. 500mila migranti pronti a partire per l’Europa. Molti di questi sono distribuiti in 42 campi, spesso governativi, dove si vive in condizioni orribili. L’ONU ne chiede da tempo la chiusura, ma è difficile farlo perché essi procurano grandi guadagni a chi li gestisce. Molti campi non sono accessibili all’OIM (Organizz. Internaz. Migrazioni). Secondo l’Unhcr, 40mila rifugiati in Libia avrebbero diritto alla protezione. Ma gli altri non hanno nessuna tutela.

4 dic. – Gli USA di Trump rifiutano di sottoscrivere il patto sull’emigrazione promosso dall’ONU per “una migrazione sicura, ordinata e regolare”. Questo patto osserva che è difficile distinguere tra migranti economici e vittime di violenze.

5 dic. – Eurostat comunica che nel primo semestre 2017 la Germania ha ricevuto 357mila domande di asilo, contro le 199mila di tutti gli altri paesi UE. Ne ha accettate 182mila (più di tutti gli altri paesi insieme), l’Italia 38mila e la Svezia 13mila.

° La Corte Suprema USA approva il bando di Trump a chi proviene da Siria, Libia, Iran, Yemen, Ciad e Somalia.

13 dic. – Il vertice a Parigi di Italia, Germania, Francia, Mali, Niger, Ciad, Mauritania e Burkina Faso comunica che i passaggi in Niger sono scesi da 290mila a ca. 30mila; e che Arabia Saudita ed Emirati stanziano risp. 100 e 30 milioni contro il terrorismo che si sta espandendo nel Sahel.

° Già l’Economist del 9 settembre ipotizzava che il calo sia dovuto al fatto che l’Italia paga i trafficanti di uomini per astenersi dal mandare barche (p. 30-31).

15 dic. – I paesi di Viségrad oltre a rifiutare di accogliere migranti, rifiutano ancora la revisione della norma dell’accordo di Dublino che vieta ai migranti di uscire dal paese di prima accoglienza.

° La Procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di due ufficiali della Marina per il naufragio del 11 ottobre 2013 (300 morti) per aver impedito i soccorsi.

20 dic. – Fra i Rohingya, cacciati e mitragliati dal governo birmano (diretto dal premio Nobel Aung San Suu Kyi) e affollati alla frontiera col Bangladesh, vengono reclutate famiglie come schiavi per raccattare in India rifiuti utilizzabili (v. anche l’Economist, 9 sett., p. 13 e 45).

Dic.-genn. – Escono diversi servizi sul passaggio clandestino dall’Italia alla Francia attraverso le Alpi (Bardonecchia). Spesso i migranti hanno abiti estivi e scarpe da tennis. Diversi volontari, in Italia e in Francia danno loro vestiti più adeguati e pasti caldi.

16 genn. – Il candidato della Lega alla presidenza della Lombardia, Attilio Fontana, dichiara che bisogna proteggere la “razza bianca” contro gli immigrati; poi si scusa; poi cresce nei sondaggi e dichiara: “Caccerò 100mila clandestini” (Milano-Repubblica, online, 22 genn.). Allora, per ribadire il suo ruolo di leader, Salvini dichiara che ne vuole espellere 500mila. Chi offre di più?

23 genn. – I vescovi italiani criticano il clima da leggi razziali che si è creato in Italia.

24 genn. – La stampa riferisce di due video di torture in Libia contro alcuni migranti sudanesi. I video vengono mandati alle famiglie tramite smartphone perché paghino il riscatto (Repubblica, p. 13). Alcuni torturatori sono poi stati presi dalla polizia libica (26 genn.).

27 genn. – In seguito alla campagna che ha gettato diffidenza e discredito sulle Ong impegnate ai salvataggi nel Mediterraneo, le donazioni alle Ong sono calate del 10% (La Stampa).

(chiuso il 28 gennaio 2018)

Governare la crisi migratoria

29 Gen

di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri – 14

Il rapporto di “EuropeNow”, del Consiglio per gli Studi Europei, Governing the Migration Crisis, confronta l’atteggiamento della società civile, che ha mostrato spesso compassione per la condizione dei rifugiati, e quello dei partiti populisti, soprattutto di destra (ma non solo), che hanno strumentalizzato l’afflusso dei migranti per la mobilitazione politica.
Riportiamo, liberamente tradotti, stralci dell’introduzione.

Gli anni 2015-16 sono stati i più turbolenti per i recenti movimenti di rifugiati in Europa e in Nord America. Dal 2011 al 2015, il numero di sfollati è salito da 42,5 a 65,3 milioni a livello mondiale. Soprattutto in Europa, le immagini di persone che fuggono attraverso il Mediterraneo in barche sovraccariche ed inaffidabili sono diventate quasi routine. L’Europa ha raggiunto un accordo con la Turchia e, più di recente, con la Libia, con l’obiettivo di tenere lontani dall’Europa gli immigrati “irregolari”. Le frontiere sono diventate sempre più militarizzate e l’agenzia UE per la protezione delle frontiere, Frontex, ha messo in atto misure sempre più aggressive per impedire ai rifugiati di intraprendere il loro pericoloso viaggio verso l’Europa.
L’attuale quadro giuridico, a livello internazionale e statale, distingue tra “migranti” per ragioni economiche, “rifugiati” che hanno necessità di protezione e “richiedenti asilo “(che cercano protezione ma non sono stati riconosciuti dall’UNHCR come rifugiati).
Mentre queste distinzioni appaiono chiare in teoria, in pratica sono difficili e lunghe da determinare. Come affermano Stephen Castles e Anthony Richmond, questa difficoltà nasce dal fatto che le motivazioni dei migranti sono un continuum: necessità di protezione, difficoltà economiche e legami familiari spesso si sommano. Inoltre, le politiche restrittive sull’immigrazione hanno reso difficile l’attraversamento delle frontiere attraverso canali ufficiali per tutti, con l’eccezione dei più privilegiati al mondo, come i cittadini degli Stati OCSE.
La seconda grande sfida è di tipo morale ed etico. La crescente domanda di essere accolti dagli stati ricchi, causata in gran parte da decenni di politiche sempre più restrittive, e la crescente disuguaglianza su scala globale sono problemi che non possono essere risolti sigillando i confini. L’Europa è un caso ad hoc: la Carta dei diritti fondamentali dell’UE impone a tutti gli Stati membri il rispetto del diritto all’asilo (articolo 18) e l’UE si sente totalmente impegnata nella tutela dei diritti umani. Tuttavia, proteggendo in modo più aggressivo le sue frontiere esterne, limitando gravemente l’assistenza umanitaria nel Mar Mediterraneo e impedendo ai rifugiati di raggiungere il continente, le democrazie europee rischiano di compromettere i propri valori costitutivi.
A questo proposito si sono create due tendenze opposte nei paesi europei: da un parte la società civile ha dimostrato grande compassione per la condizione dei rifugiati (mentre in Canada ha fatto pressione sul governo per accettare più profughi dalla Siria). Dall’altra parte, il populismo di destra ha sfruttato l’afflusso di tanti rifugiati per la mobilitazione politica. In tutto il continente, anche tra i partiti tradizionali, si diffondono sentimenti anti-immigranti. La solidarietà con i rifugiati e i migranti irregolari si dimostra fragile e dipendente dalle politiche ricettive dei governi.

http://www.europenowjournal.org/2017/09/30/immigration-2/

“Il sonno della ragione genera mostri”

29 Gen

di Cosimo Perrotta
Migranti e Sviluppo – Lavoro/accoglienza 14

Francisco Goya, quando dette questo geniale titolo alla sua acquaforte del 1797, si trovava in un periodo – un po’ simile al nostro – di transizione dall’illuminismo, col suo trionfo della ragione e del progresso, all’irrazionalismo. Il nostro irrazionalismo si coniuga in tanti modi diversi: populismo, primato della nazione o razza o religione, paura degli immigrati, rifiuto dei vaccini, diffidenza verso la ricerca scientifica, mania dei complotti combinata con la credulità più assurda, paranoia identitaria, presunzione di competenza data dal facile accesso informatico alle notizie (e alle fole), rivalutazione larvata o esplicita del fascismo, ecc. I mostri che esso genera sono: insofferenza per la democrazia, xenofobia, razzismo, fanatismo, voglia di capi carismatici, anarchismo.

Come negli anni Trenta, l’irrazionalismo dilaga oggi nei paesi sviluppati per la combinazione tra crisi economica ed emergere di nuove classi oppresse (allora, gli operai; oggi, i migranti). Questo torbido clima, allora produsse il fascismo, oggi rischia di destabilizzare la UE e di promuovere regimi senza garanzie democratiche, xenofobi e oscurantisti, come nell’Est-Europa.

I migranti appaiono oggi il capro espiatorio ideale per distrarre dalla crisi, convogliando frustrazioni e paure verso un nemico esterno. E quale nemico migliore di un “invasore”? I pifferai di Hamelin lanciano contro l’invasore operai e disoccupati, cioè le vittime della crisi.

L’afflusso dei migranti – ci dice la storia – non si può fermare; si può solo governare. Ma l’unico modo per governarlo stabilmente è di farne un motore di sviluppo economico (che da soli non riusciamo più ad avviare). Oggi è l’ultima chance che abbiamo. Altrimenti l’Italia resterà un’economia semi-stagnante e semi-parassitaria, con disuguaglianze crescenti e scandalose, povertà diffusa e bassa produttività. Un paese occupato a difendere la “razza bianca” e a produrre ricchezza per i già ricchi.

L’alternativa è innanzitutto di liberarsi delle falsità diffuse grazie all’effetto Dunning-Kruger (incompetenti o ignoranti che sopravvalutano il proprio giudizio e disprezzano le vere competenze). Non è vero che in Italia gli immigrati siano il 30% della popolazione; sono l’8,3% (5 milioni) – molti meno che in Germania, Francia e Gran Bretagna; e, in percentuale, meno che in questi paesi e inoltre in Spagna, Belgio, Austria, Irlanda. Non è vero che essi ci costano troppo e consumano a sbafo. L’INPS riceve dai migranti 8 miliardi di euro e ne paga solo 3. I migranti hanno prodotto nel 2016 l’8,9% del PIL, pur avendo un reddito medio pro-capite molto inferiore a quello degli italiani. Anche per l’IRPEF, essi pagano il 7,5% del totale, meno di quello che ricevono in servizi (par. 85, 88). Parliamo naturalmente dei migranti regolarizzati, ma è colpa nostra se la maggior parte degli altri non è regolarizzata e viene spesso sfruttata in modo disumano. I reati in Italia nel 2017 sono diminuiti del 9% (dati del Viminale). E non ci sono mai state epidemie partite dai migranti, come dicono le fake news che girano su internet.

E’ vero invece che abbiamo un gran bisogno di emigranti. La natalità in Italia diminuisce e la popolazione invecchia sempre più. Il saldo demografico del 2016 è meno 142mila (e per i soli italiani meno 204mila). Ancora: gli italiani che se ne vanno sono più degli immigrati che arrivano (67-68). Senza immigrati il costo delle pensioni e il debito nazionale diventerebbero insostenibili (vedi i demografi Rosina, Della Zuanna, ecc.).

Proprio per difendere il nostro benessere, dovremmo fare una politica di integrazione. Nel prossimo numero cominceremo a vedere come.

Digressione

Tecnologie rivoluzionarie e investimenti in tecnologia sostenibile

22 Gen

Dal prossimo febbraio, Sviluppo Felice si rinnova (ma rimane fedele all’ispirazione iniziale). Il primo lunedì di ogni mese sarà dedicato a specifici Temi dello sviluppo, compresi quelli dell’Italia; il 2°, al disastro dell’ambiente e a come uscirne fuori; il 3°, a denunziare le false verità che rendono difficile un’analisi dell’arretratezza del Sud d’Italia; il 4°, ai tre post di Migranti e Sviluppo (cioè a come fare dei migranti un fattore di sviluppo). Continuate a seguirci e se trovate interessante il blog, fatecelo sapere. Ci renderà più motivati.
===================================================================
Il documento 22-1-2018

Tecnologie rivoluzionarie e investimenti in tecnologia sostenibile
di Maria Alejandra Madi
Per raggiungere i 2 gradi centigradi concordati nel Trattato di Parigi, al livello globale, bisognerebbe diminuire le emissioni del 40-70%, riferite al 2010, entro il 2050.
Secondo la Bloomberg New Energy Finance, nel 2017 gli investimenti anti-inquinamento hanno superato quelli del 2016 di 287,5 miliardi di dollari. Negli ultimi anni, la Cina, grazie a un forte sostegno governativo, ha avuto un rapido aumento di investimenti sostenibili per l’ambiente ed è ormai il primo paese negli investimenti in energia rinnovabile. Inoltre nel 2017 enormi progetti per l’energia eolica si sono avuti in USA, Messico, Gran Bretagna, Germania e Australia (2017 White Paper, Tsing Capital Strategy & Research Center).
Gli investimenti ambientali hanno riguardato problemi tradizionali, come il trattamento dei rifiuti solidi delle acque e delle energie rinnovabili. Questi investimenti sono stati ad alta intensità di capitale per essere competitivi.
Dopo questa fase, gli investimenti cleantech si sono basati su innovazione tecnologica e riduzione dei costi. Fra gli altri esempi, ricordiamo il solare fotovoltaico, i veicoli elettrici, le lampade LED, batterie e semiconduttori, e investimenti in energia più efficiente. La necessità di lunghe ricerche e sperimentazioni in questo settore ha creato forti barriere ai concorrenti.
L’ultima evoluzione degli investimenti verdi, quella sustaintech, riguarda l’evoluzione digitale e le tecnologie basate sul cloud (nuvola) puntano a rimuovere gli ostacoli ambientali, energetici e di risorse per accelerare gli investimenti sostenibili. Negli ultimi 7 anni sono sote imprse a capitale di rischio come Opower, Nest, Solarcity e Tesla. Nel frattempo Google ha acquistato Nest per 3,2 miliardi di dollari nel 2014; Oracle ha acquistato Opower per 532 milioni di dollari nel 2016.
In base ai nuovi modelli di impresa, le imprese sustaintech hanno fatto investimenti a intensità di capitale più bassa e hanno causato la proliferazione di tecnologie altamente innovative. Si tratta di tecnologie rivoluzionarie con un ruolo chiave nello sviluppo sostenibile, come Internet delle cose, Intelligenza artificiale, Realtà reale o virtuale aumentata (iper-realtà), Big Data (grandi banche dati), Stampanti 3D e Materiale avanzato.
° La tecnologia a sensori Internet delle cose sta accrescendo la sostenibilità riguardo all’efficienza energetica, le risorse idriche e i trasporti.
° La tecnologia degli investimenti artificiali, delle immagini satellitari, i metodi computazionali sono usati ora per migliorare le previsioni e la sostenibilità in agricoltura.

° Le tecnologie della realtà virtuale e della iper-realtà mostrato di poter aprire un largo spettro di industrie.

° I Big Data, sono stati orientati ad ottimizzare l’efficienza energetica e per ridurre i costi delle tecnologie pulite – come pannelli solari e veicoli elettrici –

° Le stampanti 3D possono migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse nella manifattura e accrescere l’uso di materiali verdi (non inquinanti).
° La tecnologia dei materiali avanzati può sostituire le risorse non rinnovabili attraverso il riciclo e accrescere l’efficienza dei macchinari.

Per raggiungere gli obbiettivi fissati a Parigi, entro il 2030 sono necessari investimenti per 13,5mila miliardi di dollari per l’efficienza energetica e le tecnologie a basso contenuto di carbone. Considerando il quadro complessivo degli investimenti, nonostante questi investimenti di frontiera, siamo ancora lontani da questo obbiettivo. Il problema di un impegno per il clima non è mai stato così urgente.
(da Real-World Economics Review Blog, January 11, 2018)

Scheda 13 – Cronaca del mese

15 Gen

Cronaca del mese
° 6 nov. In un gommone salvato, oltre ai 64 vivi, vengono trovate 26 ragazze tra i 14 e i 18 anni, tutte morte; possibili vittime – pensa il pm di Salerno – di abusi e torture prima di partire. Probabilmente erano state schiavizzate per prostituirle. Carlotta Sami, portavoce UNHCR, dichiara che queste tragedie aumentano per l’assenza delle Ong (seguita alla politica di Minniti).

° Il 9 nov. la Guardia costiera libica cerca di impedire la fuga di alcuni migranti dalla loro nave verso quella della Ong See Watch, con violenze su di loro (si capisce perché scappavano), patate lanciate contro il personale della Ong e infine falciando gli emigranti che si erano lanciati in mare. Risultato: 50 morti. Questa è la Guardia libica che il governo italiano finanzia per frenare il flusso di migranti verso l’Italia.

° Il governo di Tripoli ha impedito alla delegazione ONU di visitare il sud della Libia. Lo scrive Romano Prodi sul Messaggero, 29-X-’17. La visita è stata resa possibile grazie all’Italia (lo dice Minniti il 15 nov.). Ma la visita rivela una situazione tragica. I media del 12-13 novembre mostrano le immagini delle torture subite dai migrant nelle prigioni libiche e della loro vendita come schiavi. Il 22 nov. Guterres, segretario generale ONU, definisce le immagini abominevoli.

° 13 nov.: Anthony, 5 anni, della Sierra Leone, viene salvato dalla morte per freddo al Brennero. Era stato nascosto sotto il treno per attraversare il confine.

° 13 nov.: vengono rinviati al processo gli ufficiali italiani (la capitana della nave Libra e i due ufficiali della Guardia costiera che le ordinarono di non intervenire) che l’11 ottobre 2013 si rifiutarono di salvare un barcone che affondava, nonostante fossero lì vicino e nonostante le telefonate disperate del chirurgo siriano che era sul barcone (268 morti).

° 13 nov. Tripudio in Europa per la decisione di costituire una difesa comune. La Mogherini spiega: “Si rafforzerà il controllo delle frontiere” (Repubblica 14-XI-’17).

° 15 nov. i giornali danno notizia di un accordo concluso fra il governo di Tripoli e i capi-tribù del sud della Libia per fermare il flusso migratorio. L’accordo si è realizzato con la mediazione della Russia (?).

° Report (RAI 3) del 20 nov. documenta che alcune Ong hanno effettivamente tollerato la presenza dei “facilitatori”, tramite tra i migranti e le navi di salvataggio. Aggiunge che un campo profughi in pieno deserto, in Tunisia, è stato abbandonato dall’UNHCR (organizzazione ONU per i rifugiati) perché erano migranti economici, e quindi non di loro competenza.

° Il 25 nov., davanti alle coste libiche, c’è un ennesimo naufragio, con 30 vittime.

° La UE ha stanziato due tipi di fondi per il progetto: l’Africa Trust Fund (3,2 miliardi) per la gestione dei migranti) e il Fondo di investimenti esteri: 3,4 miliardi, che nel prossimo bilancio UE 2020-27 dovrebbero diventare 20-25 (Repubblica 26-XI-’17).

° Dal 27 al 30 nov. si svolgerà ad Abidjan (Costa d’Avorio) il vertice fra UE e Unione Africana per concordare il Piano Marshall per l’Africa.

Dati
° Le persone colpite dalla carestia in questi giorni in Yemen, Somalia, Sudan e Nigeria sono 20 milioni (agenzie di stampa). Ma in tutta l’Africa soffrono la fame ben 490 milioni di persone e il tasso di malnutrizione cronica nell’area sub-sahariana è del 22,7% (L’Avvenire, 19-XI-’17).

° Nel 2050 si prevede una popolazione in Africa di 2miliardi e mezzo, di cui il 60% sarà sotto i 30 anni.

(Questo articolo è la scheda di Migranti e Sviluppo n. 13)

Franzini e Pianta: le cause delle diseguaglianze crescenti

15 Gen

di Aldo Randazzo
Maurizio Franzini e Mario Pianta esaminano il tema delle diseguaglianze da diversi anni. L’ultimo lavoro comune (Disuguaglianze – Quante sono, come combatterle, Laterza, 2016) può considerarsi una loro sintesi aggiornata.
In questo decennio l’accumulazione del capitale e la distribuzione della ricchezza e del reddito sono stati regolati e determinati da un accresciuto potere finanziario. Stiglitz e Piketty sono gli analisti che hanno approfondito questi temi e giustamente sono tra i più citati dai nostri autori.
Quattro sono i “motori” che Franzini e Pianta individuano quali cause delle diseguaglianze:
Il potere del capitale sul lavoro. La crescita di questa potere appare dal confronto tra la crescita della produttività e quella dei salari medi. “Ponendo pari a 100 i valori del 1991, la produttività ha raggiunto un indice di 117 e i salari sono poco sopra 106”. È evidente che la maggiore produttività ha determinato un incremento di profitto a danno dei salari. Le nuove tecnologie e la progressiva perdita delle tutele contrattuali dei lavoratori hanno determinato la precarizzazione e la svalorizzazione del lavoro. Da tale sviluppo hanno guadagnato anche i top manager e i professionisti ottenendo redditi un tempo insperati; mentre le nuove tecnologie hanno favorito le figure più professionalizzate. In controtendenza sono i dati relativi al confronto tra paesi di antica o recente industrializzazione; infatti le differenze nel reddito medio tra paesi si sono ridotte. Le delocalizzazioni hanno migliorato le condizioni di vita di tante popolazioni diseredate ma hanno peggiorato quelle dei paesi già industrializzati. Riguardo alle ricchezze accumulate, grazie a operazioni speculative favorite dall’ascesa della finanza, quelle private sono cresciute più del PIL alimentando, anche per questa via, le diseguaglianze di reddito.
Il capitalismo oligarchico. I maggiori rendimenti da capitale sono sempre più frutto di condizioni di monopolio e oligopolio che accrescono il condizionamento politico di poche famiglie. Il trasferimento delle grandi ricchezze di generazione in generazione cristallizza inoltre gli assetti sociali, limitando la mobilità. Politiche fiscali favorevoli nelle successioni ereditarie sono state perseguite in quasi tutti i paesi. A patrimoni diversi sono correlati redditi diversi. I paesi dove la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza sono più marcate sono gli USA, il Regno Unito, l’Italia e la Spagna. Le diseguaglianze sono attenuate per Danimarca, Svezia e Giappone.
L’individualizzazione del lavoro. Le condizioni di lavoro sempre più parcellizzate e ridotte ad attività isolata, hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori e delle loro organizzazioni. Inoltre, alle diverse capacità economiche delle famiglie corrispondono diversi livelli d’istruzione dei giovani. Ciò determina gerarchie sempre più rigide nelle strutture sociali.
L’arretramento della politica. A partire dagli anni Ottanta, con l’affermarsi di politiche neoliberiste, gli Stati hanno progressivamente rinunciato alla loro funzione redistributiva indebolendo la tassazione su redditi e patrimoni. La finanza è divenuta la forza dominante nella maggior parte delle economie contribuendo ad indebolire le politiche di welfare sociali e accentuando tutte le forme di diseguaglianza. Anche in questo caso le differenze penalizzano maggiormente i paesi mediterranei rispetto al Nord Europa.
Questi quattro motori interagiscono tra loro generando diseguaglianze economiche e sociali. Ma è in particolare “l’arretramento della politica” che amplifica e rende irreversibile il processo: “meno politiche su disuguaglianze di mercato, minore redistribuzione attraverso tasse e spesa pubblica”. Se un tempo era diffusa l’idea che le diseguaglianze stimolassero la crescita, è evidente che oggi non è così: le diseguaglianze limitano i fattori di crescita.
Per invertire le tendenze in atto, Franzini e Pianta individuano alcune misure che riguardano principalmente: il contenimento del potere della finanza attraverso un sua regolamentazione; la limitazione delle posizioni di rendita; il miglioramento dei salari, redistribuendo adeguatamente il frutto della maggiore produttività; la modifica del sistema impositivo per redditi e patrimoni a favore delle fasce più deboli; il rafforzamento dell’istruzione pubblica, dando alle famiglie possibilità d’accesso non legate al reddito; l’introduzione di un reddito minimo universale che assicuri una vita dignitosa.
Non abbiamo riportato dati e citazioni, di cui il testo è ricco. Il quadro sulle cause delle diseguaglianze appare esaustivo per i dati ufficiali noti. Ma gli stessi autori riconoscono come insufficiente la conoscenza sulle diseguaglianze dovute a traffici illeciti, corruzione, evasione ed elusione fiscali, etc. Su questo, l’analisi può procedere solo per stime e supposizioni.

Migranti e Sviluppo n. 13 – 12/2017

7 Dic

Risultati immagini per La vendita degli schiavi in Libiamensile di Sviluppo Felice e humanfirst.it a cura di Cosimo Perrotta e Gianluca Palma

 n.13 chiuso il 26 novembre 2017 Continua a leggere