Lo strano caso degli intermediari del lavoro – II

15 Ott

di Cesare Grisi — Società, 15 ottobre 2018

Se da una parte gli intermediari (Agenzie per il lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) gestiscono domanda e offerta, dall’altra è palese che i loro ‘datori di lavoro’ siano le aziende: traggono cioè sostanza dal comparto più in difficoltà, che si voleva aiutare. Ciò fa degli intermediari dei soggetti passivi e improduttivi del sistema-lavoro. Da una parte, nonostante l’esiguità della domanda, vendono un servizio che le aziende potrebbero e dovrebbero svolgere in autonomia, dall’altra non creano un valore aggiunto perché il loro valore aggiunto (cioè gratis) è l’appropriazione dell’offerta, che è già sulla piazza in attesa, costretta dal sistema a ricorrere a loro. In sostanza, il vero valore aggiunto degli intermediari sono i super-poteri che la legge conferisce loro perché possano, attraverso una distorsione, dare l’idea di raddrizzare la stortura del sistema. In più, la comodità della loro funzione mantiene in uno stadio ancora involuto quel settore dell’impresa che dovrebbe al contrario svilupparsi ed equilibrare sviluppo del profitto e comportamento etico: le Risorse Umane. Sono le Risorse Umane, il reparto bifronte per natura, le sole a conoscere approfonditamente la pancia dell’azienda e proprio per questo dovrebbero avere un rapporto diretto, non mediato, con le sfaccettate possibilità del mercato del lavoro.
Ma sono anche le politiche interne dell’impresa, in cattiva compagnia con la politica, le responsabili dell’autolesionismo imprenditoriale. Il costo delle selezioni, il tempo richiesto, le competenze necessarie, la forza che acquisirebbero le Risorse Umane se si desse loro la possibilità di agire secondo coscienza, non solo secondo budget: sono tutti elementi a favore della scelta dell’intermediario. Il quale, sia chiaro, agisce per profitto e non mai per aiutare il suo datore di lavoro nello sviluppo (men che meno il suo mezzo, i disoccupati), assumendosi il rischio di scelte complesse ma lungimiranti.
E così arriviamo al paradosso del paradosso: dati alla mano, il canale “Agenzie Per il Lavoro” usato da chi cerca lavoro – 30,5% somministrazione, 25,1% le società di selezione – è assai sovradimensionato rispetto al risultato che porta – 5,6% la somministrazione, 1,4% le società di selezione – (Istat 2014). E questo ci riporta alla domanda iniziale: come fanno gli intermediari a intermediare se non c’è il quid dell’intermediazione, cioè il lavoro?
È vero, c’è poco lavoro, ma ci sono molti disoccupati, una componente essenziale del lavoro. I disoccupati sono la materia prima del business degli intermediari. Ma il comportamento degli intermediari nei confronti dei disoccupati è meramente economico: il cliente è l’azienda, il disoccupato uno strumento reperito gratuitamente nel mercato per via della copiosità del numero e delle altre ragioni dette.
È così che i disoccupati che si applicano a centinaia ad un solo annuncio non vedranno mai risposte alle loro candidature: interdetto il canale diretto col datore di lavoro, negato il feedback per sapere cosa è sbagliato nel loro profilo, incapaci di capire cosa devono cambiare per essere accettati… assomigliano così poco alla massa dei migranti che tenta con coraggio la disperata via del mare… Il nostro bel Paese, fiacco e ricurvo sulle sue ultime esigue Risorse, assomiglia più al banchetto di appestati nelle strade portuali del Nosferatu di Herzog: pare attendere la fine senza un moto di rivolta, in piena accettazione delle palesi storture: consuma così la sua ultima cena.
Infine, non posso tacere il fatto che gli intermediari stessi paghino caro questo sistema distorto. Si affollano sull’esiguo pasto ormai migliaia di soggetti accreditati (per alcune fonti più di 4.000, per altre 6.000), e ciò ha prodotto un’aspra lotta intestina tra simili e una crescita polarizzata. Ma la cosa più rimarchevole è che il comparto aziendale tratta economicamente l’intermediario come l’intermediario tratta il disoccupato: e a nessuno, nemmeno alle astratte persone giuridiche, piace esser livellato dal mero tornaconto economico.
La materia lavoro, così incredibilmente inflazionata, perde valore e diventa merce. Anche le aziende, che quel valore devono cercarlo nel mercato e portarselo a casa per vivere e crescere, hanno assunto concetti come l’interscambiabilità e la non indispensabilità delle Persone (divenute ormai Risorse Umane), su cui anche la filosofia degli intermediari poggia.
Di fronte a questo incredibile scenario, cosa dice l’opinione pubblica? Quello che dicono i giornali e i telegiornali più accreditati: che nonostante il 33% dei giovani siano disoccupati, dobbiamo purtroppo assistere al 32% di inattivi che non hanno voglia di lavorare e son preda dell’esecrabile duopolio di televisione e divano…

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Lo strano caso degli intermediari del lavoro – I

8 Ott

di Cesare Grisi – Società, 8 ottobre 2018

Se il 71% della popolazione italiana non accede alla comprensione di un testo mediamente complesso (PIAAC, De Mauro, 2014), se il 59,5 % non legge nemmeno un libro all’anno, e se una famiglia su 10 non ha nemmeno un libro in casa: com’è possibile che l’editoria italiana pubblichi 129 milioni di copie di libri all’anno (Istat, 2017), più 3,8 milioni di copie di quotidiani? Chi li legge di nascosto 2,15 libri all’anno? Al posto di chi?
Paradossalmente, l’editoria si è slegata dallo sviluppo educativo della popolazione: le analisi dei dati di vendita (adulterate dai contributi pubblici o privati e da precise politiche commerciali) non hanno nessuna corrispondenza né con la realtà effettiva dei lettori né con gli effetti del consumo del prodotto-libro: non è vero che 60 milioni di cittadini leggono 130 milioni tra libri e giornali venduti, non è vero che tutto il pubblicato è letto, e non tutto il pubblicato è di un livello tale da concorrere allo sviluppo educativo della popolazione: anzi.
Non si tratta solo di annose antinomie come quantità/qualità, forma/sostanza, dato/realtà, economia/politica… ma di un problema di architettura sociale, a cui lavora tutto un sistema di forze il cui disegno finale nasconde un’ambiguità difficile da interpretare. Ma non impossibile.

Un uguale disallineamento tra dati di mercato e situazione reale – sicuramente in diretto rapporto di causalità con la scolarizzazione e il livello culturale iniziali – lo ritroviamo nel mercato del lavoro, in particolar modo negli intermediari del lavoro: un vero specchio distorto della realtà.
Con circa l’11% di disoccupazione generale (di cui il 33% giovanile e il 32% di inattivi) e solo il 58% della popolazione che lavora (Istat, dicembre 2017): come è potuto accadere che il primo datore di lavoro italiano fosse un’azienda di intermediazione e somministrazione del lavoro (Corriere della Sera, Repubblica, Avvenire, IlSole24Ore … 5-6 maggio 2016)? Per un confronto proporzionale: la popolazione tedesca che lavora è il 79,2%, e la rispettiva disoccupazione sotto il 4% (Eurostat 2017). In realtà, è solo stata diffusa dai media più accreditati, per vari motivi tutti interessati al clamore, la notizia di alcuni dati scempi, mancanti di contesto e senza alcuna interpretazione, che hanno fuorviato completamente dalla realtà. Decostruirò la situazione per capirla, poi la ricostruirò nel giusto verso: lo scenario reale apparirà profondamente diverso rispetto al quadro entusiasmante dato subito e per vero all’opinione pubblica.
La riforma Biagi ha di fatto introdotto gli intermediari del lavoro per «realizzare un sistema efficace e coerente di strumenti intesi a garantire trasparenza ed efficienza al mercato del lavoro» (legge 30/2002). Ma dal 2002, quando l’Italia aveva un tasso di occupazione già del 10% inferiore alla media UE, fino a questi ultimi anni post-2008, dove la forbice della disoccupazione è aumentata a causa della crisi, il fil rouge è rimasto inalterato e costante: il dato di fatto del mercato nazionale dell’occupazione è la mancanza di domanda (non c’è lavoro) che produce una ricaduta sull’offerta (aumenta la disoccupazione). Va da sé che manchi il requisito essenziale dell’intermediazione: il flusso tra domanda e offerta. Come può, allora, un intermediario essere il primo datore di lavoro se manca la materia prima delle intermediazioni, cioè il lavoro stesso?
La risposta è complessa, ma sicuramente: col concorso della politica e della sua attività normativa, la quale, con il Jobs Act, ad esempio, ha mostrato palesemente come si adulterano i dati del mercato del lavoro, e si fa apparire una crescita occupazionale al posto di una profonda crisi imprenditoriale. Mi riferisco, è solo un esempio e non voglio soffermarmici, ai contributi statali alle assunzioni a tempo indeterminato, che hanno portato le aziende a forzare la stipula di accordi (illegali) con dipendenti già assunti per esser ri-assunti col nuovo contratto a tutele crescenti, previo licenziamento dai vecchi contratti tutelati dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori; e, sempre senza soffermarmici, ricordo che, terminato il budget dei contributi statali, le assunzioni sono fortemente calate, mentre sono aumentati i licenziamenti (non più tutelati) …
Il punto della questione è che gli intermediari del lavoro (Agenzie per il Lavoro che svolgono attività di somministrazione e ricerca e selezione) sono soggetti privati per legge, vere e proprie aziende che svolgono a tutti gli effetti attività di profitto. La loro nicchia è ritagliata in un’attività cruciale nel panorama dello sviluppo nazionale perché gestisce domanda e offerta di lavoro, e gli è consentito farlo a condizioni speciali rispetto a quanto la legge non consenta alle altre aziende (per esempio nell’iterazione dei contratti a tempo determinato), il che induce le aziende a servirsi dei loro ‘super-poteri’ per sgravarsi la responsabilità del rapporto personale col lavoratore: questa via preferenziale, insieme agli altri elementi che illustrerò, evidenzia chiaramente che il sistema, per funzionare, ha bisogno di un sistemico attore anti-sistema che regola il sistema e le regole, bypassando entrambi. È un loop sostanziale che gioca il suo strano illusionismo a scapito della collettività.
(La seconda parte uscirà lunedì 15)

Lo sviluppo ineguale di Samir Amin

1 Ott

di Riccardo EvangelistaSocietà, 1 ottobre 2018

Risultati immagini per Samir Amin«La periferia non può raggiungere il modello capitalistico, bensì è costretta a superarlo». Con queste parole, a metà tra una sentenza e un grido di speranza, si chiude Lo sviluppo ineguale, del 1973, di Samir Amin, economista egiziano scomparso lo scorso 12 agosto a 86 anni.
Nonostante sia poco noto al grande pubblico, Amin è stato tra i grandi intellettuali dei nostri tempi, capace di tratteggiare una teoria dello sviluppo allo stesso tempo radicale e rigorosa, libera dai residui eurocentrici. Confluiscono a vario titolo nel suo pensiero le teorie di Marx, Luxemburg, Baran e Sweezy e della scuola dipendentista latinoamericana. Continua a leggere

“L’Europa rischia il fallimento sull’immigrazione”

25 Set

Risultati immagini per Europa rischia il fallimento sull’immigrazionea cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 21 (settembre 2018)
Questo è il titolo dell’articolo di Tony Barber, del Financial Times (28 agosto u.s.), che abbiamo scelto per questo numero. Il problema dei migranti, si sostiene, non riguarda il loro numero (ridottosi drasticamente fin dallo scorso anno) e la loro integrazione, ma la crisi politica che ha causato. Continua a leggere

Cronache di ordinaria barbarie

24 Set

Risultati immagini per immigrazione salviniMigranti e Sviluppo n. 21 – settembre 2018 (dalle notizie dei media; estate 2018)
Aggressioni
3 giugno. Il maliano Sacko, sindacalista dei migranti, viene ucciso a fucilate a S. Calogero, ghetto di S. Ferdinando (Vibo Valentia). Aveva una figlia di 5 anni.

11 giugno. Caserta, tre bianchi sparano a due ragazzi del Mali gridando “Salvini, Salvini”. Continua a leggere

Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

di

Tratto da Linkiesta 3/set/2018 Continua a leggere

Il reddito minimo garantito: oltre Minsky

10 Set

Risultati immagini per reddito minimo garantito

di Antonio Baldo
Società – 10 settembre 2018

Le proposte di Hyman Minsky (illustrate nell’articolo di Sviluppo Felice del 2/7/18) circa lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza possono essere interpretate come un’interessante variante del Reddito Minimo Garantito (RMG). Mi sembra però che sottintendano talune sicurezze culturali, non dico errate ma certo discutibili. Vediamo alcuni punti.

A – E’ opinabile la convinzione che il lavoro (inteso come attività retribuita) sia la fonte prima della dignità della persona e forse della sua “felicità”. Essa, in linea di principio, porterebbe a escludere quanti ne sono impediti per oggettive difficoltà fisiche, mentali, psicologiche, sociali, ecc. In realtà, si tratta di un pre-giudizio filosofico-sociale comune (sia pure con premesse e finalità diverse) ai pensieri cattolico, marxista e liberale, confluiti nell’art. 1 della Costituzione. Tutto molto dignitoso e apprezzabile, ma non necessario a fronte dell’evoluzione tecnica, economia e sociale in parte già avvenuta anche in Italia.
Almeno per i Paesi sviluppati (gli altri richiederebbero un discorso a parte), la quantità globale di lavoro necessario sarà in diminuzione, anche ipotizzando modelli di sviluppo analoghi a quello attuale.
In ogni caso, saggezza personale e sociale vorrebbero che il tempo dedicato al lavoro (settimanale e di vita) diminuisse. Vedi il citatissimo J.M. Keynes di “Possibilità economiche per i nostri nipoti”. Invece, sta aumentando.

B – La crescita quantitativa della produzione non ha limiti? Indicazioni sempre più frequenti e precise fanno pensare che siano più evidenti i “limiti allo sviluppo”, in termini di materie prime, suolo produttivo disponibile, rifiuti, energia, ecc., nonostante i progressi tecnologici ipotizzabili.
Se aggiungiamo un inevitabile e positivo aumento della produttività (in questo contesto, del lavoro), intravedere un tetto alla produzione totale appare utile e saggio.

C – Le capacità di prevenire la fuga di capitali, stabilizzare le importazioni con barriere al libero scambio, assicurare la stabilità dei prezzi (almeno per materie prime e alimenti), nella realtà globalizzata dell’economia liberista, appaiono molto problematiche. Entro limiti e modalità da precisare, un intervento pubblico è certamente necessario ma richiederebbe una politica “mondiale” non ancora comparsa all’orizzonte.

D – L’autoproduzione di beni e servizi (personali e sociali) sembra sottovalutata, a fronte di tecniche produttive e organizzative già disponibili e di probabile, ampia espansione.

Ritengo che il punto cruciale sia il passaggio (culturale!) dell’attenzione dal Lavoro al Reddito, peraltro da sempre intimamente connessi.
Il lavoro, come insegna la storia, può essere modulato in quantità e qualità. In particolare (e in una certa misura lo è già), può diventare sempre più oggetto di scelta tra modelli di vita anche notevolmente diversi. La misura di un possibile RMG è ovviamente discutibile, ma il concetto può diventare necessario, in vista, ad esempio, degli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale. Sostituire le masse operaio-impiegatizie con equivalenti masse di ingegneri informatici sembra molto problematico.

Un RMG (che ha poco a che fare con la proposta di reddito di cittadinanza oggi in agenda politica):
definirebbe il lavoro non solo come necessaria costruzione sociale ma come scelta, magari parziale o temporanea, tra redditi elevati e serenità di vita, conservando comunque l’obbligo di ripagare (in modi diversi ma facilmente ipotizzabili) i benefici ricavati dal partecipare a una comunità;
la nozione di reddito disponibile non riguarderebbe soltanto i trasferimenti finanziari (stipendi o sussidi); può essere integrata da servizi disponibili a costi marginali bassissimi, come Internet e talune modalità di trasporto o di cultura.
aumenterebbe le possibilità di flessibilità delle imprese, senza intaccare le basilari necessità per un’esistenza austera e dignitosa delle persone;
prenderebbe atto della realistica ipotesi di un limite fisico e ambientale alla produzione globale.

Rimangono forti dubbi circa l’ effettiva possibilità di realizzazione il punto C), salvo che per il calmiere sui prezzi degli alimentari di base, mentre il problema principale potrebbe riguardare la casa.
Infine, ritengo sovrastimato il costo del finanziamento di un sistema di RMG, soprattutto se si passasse dall’ottica di aggiunta a quella di sostituzione di quanto già esistente in termini di trasferimenti da welfare.

L’impianto – culturale prima che politico – neoliberista dell’attuale turbo-capitalismo temo rimanga un ostacolo di cui è difficile pronosticare il superamento in tempi ragionevoli. Esiste però un’interessante attenzione, soprattutto giovanile, verso stili di vita più contenuti e cooperativi rispetto a quelli altamente competitivi in atto.
Richiedere proposte percorribili alla nebulosa della “sinistra” appare oggi illusorio, però “mai dire mai”.

Il fascismo di ieri e quello di oggi

3 Set

Risultati immagini per fascismo ieri e oggidi Cosimo PerrottaDibattiti 3 settembre 2018

C’è un ritorno del fascismo oggi in Italia e nel mondo? E’ nato un dibattito su questo nei media.
Un inquietante articolo di Fintan O’Toole (1) descrive con efficacia la politica di Trump – e anche di Salvini – finalizzata ad assuefare gradualmente l’opinione pubblica ad atti brutali, che di primo acchito non verrebbero accettati. Trump va per tentativi, pronto a fare marcia indietro negando di aver detto una cosa, se l’iniziativa suscita ancora scandalo, ma poi riprovandoci con più accortezza.

Il fascismo, scrive O’Toole, non ha bisogno di una maggioranza. Gli basta un 40% fanatico che consenta di manipolare le elezioni. Ciò di cui ha bisogno è una macchina di propaganda che faccia passare come fatti certi delle mere illazioni ed ipotesi. Ad esempio, le scene di disperazione dei bambini degli immigrati, quando li hanno staccati dai loro genitori in USA, sono trasmesse dalle TV di destra col commento che potevano essere finzioni. Da qui si è passati a dire che non si possono accogliere bambini menzogneri.

Purtroppo O’Toole coglie una tendenza reale. Aggiungiamo che il fascismo ha bisogno del fanatismo, e quindi di un nemico inventato verso cui dirigere l’odio della gente. L’odio è un ingrediente essenziale del fascismo. Esso dà ai suoi seguaci una falsa identità e suscita il bisogno della protezione dell’uomo forte.

Si pensi alle dichiarazioni subdole di Salvini contro i migranti (“E’ finita la pacchia”; basta migranti che stanno in albergo, o che vanno in crociera, a spese degli italiani; basta con le Ong, i taxi del mare; ecc.). Queste insinuazioni hanno una tale presa sulle menti culturalmente deboli che hanno suscitato e suscitano molte aggressioni e persino assassinii contro immigrati innocenti. Un tizio, intervenuto a “Prima pagina” (Rai 3) il 30 agosto – cioè il giorno dopo la notizia del video sulle torture subite in Libia dai migranti della nave Diciotti – insisteva che si vedono sbarcare questi migranti “ben pasciuti”.

C’è di più. Il fascismo ha bisogno di ostentare la sua forza umiliando il nemico; e di far capire che la legalità, di cui si proclama paladino, va imposta ai nemici ma non a se stessi. Perciò Salvini ha sequestrato i migranti della nave Diciotti e adesso si vanta, come Mussolini, dei reati che gli vengono contestati (“tanti nemici, tanto onore”; “io andrò avanti”).

Tutti questi aspetti erano già presenti nel fascismo classico del Novecento. Tuttavia, nelle tendenze di oggi verso il fascismo c’è una differenza. Siccome la democrazia, almeno per ora, rimane un valore positivo troppo diffuso, ecco che i partiti e i regimi antidemocratici si camuffano da democratici. Ce n’è in giro una vasta gamma. Da quelli che soffocano la libertà di stampa con mezzi economici e polizieschi (Ungheria) o giudiziari (Polonia) a quelli che incarcerano decine di migliaia di giornalisti e dipendenti pubblici non servili (Turchia) a quelli che perseguitano gli immigrati (Ungheria, Italia) a quelli che legittimano le formazioni naziste e razziste (USA, Germania). Le variazioni includono i regimi in cui si assassinano regolarmente gli avversari politici (Russia); quelli che diffondono false notizie contro partiti ed esponenti democratici con campagne capillari e ben orchestrate (ancora Russia) e quelli che si avvalgono di questa diffusione (USA, Italia, Gran Bretagna e in generale ogni forza che sia contraria alla Unione Europea).

Tutti questi partiti e regimi pagano un omaggio formale alle elezioni a suffragio universale; anche quando queste si svolgono con il monopolio dei media, le minacce e la repressione degli avversari. L’idea di democrazia proclamata da Orbán racchiude il nocciolo del fascismo di oggi. Questi dice di essere per la democrazia purché non sia liberale. Che vuole dire con questa distinzione senza senso? Vuole dire che l’unico meccanismo democratico consentito è il suffragio universale. Una volta stabilito chi possiede la maggioranza, quest’uomo o partito che sia può fare quello che vuole, senza i noiosi vincoli di garanzia liberale che, in uno stato davvero democratico, impediscono prepotenze ed arbitri.

Ma, a pensarci bene, non è la stessa tesi che ci sentiamo ripetere in Italia da più di vent’anni? Prima da Berlusconi, che diceva che i giudici non sono eletti mentre lui sì; e quindi processarlo era antidemocratico. Ora da Salvini, che afferma che “gli italiani sono con lui” e se lui viene accusato di commettere reati è assolto in partenza.

Che futuro ha il nuovo fascismo? Non si può dire a priori. Dipende dalle forze democratiche che lo contrastano.

(1) Fintan O’Toole, “Trials runs for fascism are in full flow. Babies in cages were no ‘mistake’ by Trump but test-marketing for barbarism”, The Irish Times, 26/6/2018.
https://www.irishtimes.com/opinion/fintan-o-toole-trial-runs-for-fascism-are-in-full-flow-1.3543375

La Scatola di latta: riscoprire la comunità attraverso la poesia, la memoria, la cultura locale 

24 Lug

Con questo articolo pubblicato su Labsus il 13/07/2018, a cura di di Claudia Ferrari, la redazione di Sviluppo Felice vi augura buone vacanze e vi informa che le pubblicazioni riprenderanno a settembre.

La Scatola di latta: le “invasioni dolci” che attraversano il Sud

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La storia che vi raccontiamo prende il via da una domanda: come contribuire allo sviluppo del proprio territorio all’indomani di una laurea in Scienze per la cooperazione e lo sviluppo? A interrogarsi è Gianluca Palma, che si definisce il custode sociale di una scatola molto particolare, uno scrigno di beni comuni, raccolti come fiori con riguardo e cura, camminando per le vie dei paesi del sud della Puglia. Con uno statuto per la costituzione di un’Associazione di Promozione Sociale, scritto ma lasciato in un cassetto, la Scatola di latta è formata da un gruppo spontaneo di persone, che opera da tre anni principalmente sul territorio della provincia di Lecce, rivolgendo però lo sguardo a tutto il meridione.

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Gli arrivi dei migranti sono un decimo di quelli del 2015, ma l’isteria aumenta

16 Lug

Risultati immagini per migrantiMigranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 20
a cura di Piero Rizzo

Per questo numero abbiamo selezionato un editoriale dell’Observer del 17 giugno u.s. molto critico nei confronti della UE a incominciare dal titolo: “Il punto di vista dell’Observer sui migranti che muoiono perché l’Europa si sta piegando al populismo”, e dal sottotitolo: “Il dramma della nave di salvataggio Aquarius mette in luce le terribili conseguenze del fallimento delle politiche migratorie”. Continua a leggere