La concentrazione nel mercato minaccia l’economia USA

13 Mag

di Joseph Stiglitz, premio Nobel
(traduzione parziale da Project syndicate, 11-3-2019)
Le economie avanzate oggi sono oppresse da molti, ben radicati fattori negativi. In USA la disuguaglianza è al punto più alto dal 1928, e il PIL cresce poco in confronto al dopoguerra. Trump aveva promesso una crescita dal 4 al 6%, ma ha prodotto solo un deficit mai visto. Secondo il Congressional Budget Office, il deficit federale arriverà quest’anno a 900 milioni di dollari (…), ma il Fondo Monetario prevede una crescita nel 2019 del 2,5%, e nel 2020 del 1,8%, contro il 2,9% del 2018.
L’intreccio forte disuguaglianza / crescita lenta ha diverse cause. La riforma delle imposte ha accentuato le carenze già esistenti e ha accresciuto ancora il reddito di chi guadagna di più. La globalizzazione continua a non essere governata, e i mercati finanziari – invece di fornire servizi utili – tendono ancora all’estrazione dei profitti (nel gergo degli economisti: alla ricerca delle rendite).
Ma un fattore ancora più profondo è la crescente concentrazione del potere nel mercato, che consente alle imprese dominanti di sfruttare i propri clienti e spremere i dipendenti, mentre le protezioni legali vengono indebolite. Gli amministratori delegati e i maggiori funzionari drenano sempre più alte paghe per se stessi a spese dei lavoratori e degli investimenti.
Ad esempio, i dirigenti delle imprese hanno fatto in modo che la gran parte dei guadagni dovuti al taglio delle tasse andasse in dividendi ed azioni. Questi hanno superato la cifra record di 1.100 miliardi nel 2018 (…), a spese degli investimenti finanziati dal PIL (solo il 13,7%) e dei fondi pensione delle imprese.
La crescita del potere nel mercato si vede dappertutto. Dal cibo per gatti fino alle ditte telefoniche, dei cavi, quelle aeree, alle piattaforme tecnologiche, poche imprese controllano dal 75 al 90% o più del mercato.Il fenomeno è ancor più accentuato nei mercati locali.
E’ cresciuta l’influenza dei colossi del mercato sulla politica americana, che è diretta dal denaro. Il sistema è sempre più manipolato a favore di questi colossi, perciò è sempre più difficile per i comuni cittadini evitare abusi. Un esempio significativo è il diffondersi delle clausole di arbitrato nei contratti di lavoro e negli accordi con gli utenti, che permettono alle imprese di risolvere le dispute con impiegati e clienti attraverso un mediatore a loro favorevole, invece che nei tribunali.
Molti fattori spingono verso l’aumento del potere nel mercato. Uno è la crescita di settori che hanno effetti a rete, con una impresa – come Facebook o Google – che può facilmente dominare. Un altro è la tendenza dei grossi affaristi a considerare il potere nel mercato il solo modo per assicurarsi profitti durevoli. Come disse il capitalista di ventura Peter Thiel , “la concorrenza è per i perdenti”.
Alcuni di questi affaristi hanno saputo creare barriere nel mercato per evitare ogni tipo di concorrenza valida, aiutati in questo dall’aumentato lassismo delle leggi sulla concorrenza e dal loro mancato adeguamento all’economia del 21° secolo. Il risultato è che la quota di profitti delle nuove imprese USA sul totale è in declino.
Non è un buon auspicio per l’economia americana. L’aumento della disuguaglianza significa che la domanda aggregata cade, perché chi sta in cima alla scala dei redditi tende a consumare meno, in proporzione, di chi ha redditi più bassi.
Inoltre, sul lato dell’offerta, il potere nel mercato indebolisce gli incentivi a investire e a innovare. Le imprese sanno che se producono di più dovranno abbassare i prezzi. Perciò gli investimenti restano deboli, nonostante i profitti record e le riserve liquide di migliaia di miliardi. Del resto, perché affaticarsi a produrre qualcosa che vale se puoi usare il tuo potere politico per ricavare maggiori rendite sfruttando il mercato? Gli investimenti politici per ottenere tasse più basse rendono molto di più degli investimenti reali in impianti e attrezzature.
Per di più, il tasso imposte-PIL era basso anche prima del taglio delle tasse fatto da Trump. Ciò significa carenza di denaro per investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità, e per la ricerca di base necessaria al nostro futuro. Sono queste misure dal lato dell’offerta (non il taglio delle tasse) che avrebbero davvero un effetto positivo per tutti.
Le politiche per combattere questo squilibrio sono chiare. Negli ultimi 50 anni, gli economisti della scuola di Chicago, in base all’assunto che i mercati sono generalmente concorrenziali, hanno ristretto le politiche a favore della concorrenza invece di fare attenzione al potere e alla disuguaglianza. Per ironia, questo assunto divenne dominante nei circoli politici proprio quando gli economisti cominciavano a rivelare i suoi difetti. Lo sviluppo della teoria dei giochi e i nuovi modelli sull’informazione imperfetta e asimmetrica hanno messo a nudo i profondi limiti dell’attuale modello concorrenziale.
La legislazione anti-trust si deve aggiornare. Gli americani devono essere tanto risoluti nel battersi a favore della concorrenza quanto lo sono le imprese nel combattere contro di essa. Come sempre la contesa è politica. Ma le grandi imprese USA hanno accumulato tanto potere che è difficile che il sistema politico sia in grado di cambiare la situazione. Inoltre, la globalizzazione del potere delle imprese, la sfrenata riduzione delle regole e il capitalismo clientelare sotto Trump rendono chiaro che la leadership dev’essere presa dall’Europa.

https://www.project-syndicate.org/commentary/united-states-economy-rising-market-power-by-joseph-e-stiglitz-2019-03

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Rilanciare lo sviluppo attraverso i migranti

6 Mag

 

di Cosimo Perrotta

Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento il 9-1-2019 per il Ciclo “L’Europa e le migrazioni internazionali”, organizzato da Humanfirst.

Perché oggi arrivano tanti migranti in Europa? La risposta è complessa. Dobbiamo partire dalla crisi economica che grava da qualche decennio sull’economia occidentale. Dopo il lungo boom del welfare state, c’è stata una saturazione della domanda privata, perché i bisogni elementari della grande maggioranza della popolazione erano finalmente soddisfatti. Ci sarebbe voluto quindi un grande rilancio degli investimenti pubblici, come si è verificato in tanti altri momenti cruciali dell’accumulazione capitalistica. Ma questa volta non è stato fatto.

In secondo luogo, nello stesso periodo – proprio grazie al massiccio investimento in capitale umano, in cui consistette il welfare state – c’è stata una forte accelerazione del progresso tecnico e il passaggio all’economia post-industriale, basata soprattutto sui beni immateriali. Si pensi all’economia digitale, ma anche alla robotica, le biotecnologie, le nuove tecniche sanitarie, ecc. Questi progressi stanno generando un aumento fortissimo della produttività del lavoro, e quindi anche una grande disoccupazione.

Ma, per la prima volta nella storia, la distruzione di posti di lavoro tradizionali, dovuta al progresso tecnico, non viene compensata dalla creazione di nuovi lavori, se non in piccola parte. Adesso infatti la saturazione frena gli investimenti. Si è cercato di rimediare aumentare le esportazioni. Già alla fine degli anni Settanta l’Occidente promosse la globalizzazione, in pratica la riduzione delle tariffe doganali per facilitare le sue esportazioni.

Però la Cina e gli altri paesi emergenti erano ormai in grado di competere con le merci occidentali nella produzione agricola e industriale, grazie anche al basso costo del lavoro. Il risultato è che oggi l’Occidente importa merci a basso costo dai paesi emergenti, a danno della propria stessa industria. Le industrie occidentali hanno riparato in parte al danno trasferendosi o investendo nei paesi a basso costo di lavoro.

In definitiva, i paesi emergenti prevalgono sull’Occidente non solo per i beni di bassa qualità, ma per tutta la gamma di prodotti, fino a una buona parte dei beni più avanzati. In Europa invece dilagano la disoccupazione e il lavoro precario; e quindi la povertà.

I paesi più poveri, però, al contrario di quelli emergenti, sono stati danneggiati – come sempre – dalla liberalizzazione dei dazi. Essi sono ancora soggetti al neo-colonialismo occidentale; che saccheggia le loro materia prime, sottrae loro la terra, pratica il dumping (cioè la concorrenza sui prezzi grazie ai finanziamenti extra) e soffoca la produzione locale.

Questo saccheggio delle materia prime è assicurato dalla corruzione dei governanti di quei paesi; la quale è promossa dall’Occidente e spesso è sostenuta da guerre sanguinosissime, che gli occidentali fomentano, sia per controllare le materie prime sia per vendere armi.

Da questo contesto nasce l’emigrazione. I fattori principali sono cinque: 1. C’è una carenza crescente in Occidente di lavoratori dei settori tradizionali. 2. C’è un inizio di benessere nei paesi poveri, causato soprattutto dal massiccio ingresso dei capitali cinesi. 3. Ma c’è anche la povertà tradizionale, che perdura. 4. C’è la crescente insicurezza, causa dalle guerre. 5. C’è infine il diffondersi del modello di vita occidentale, legato ad una società del benessere, tollerante, e che riconosce il merito.

Tuttavia il modello occidentale ormai è in crisi. La saturazione spinge i capitali occidentali, oltre che verso l’estero, verso la speculazione finanziaria o immobiliare, o verso i paradisi fiscali, trasformandoli in rendite. Il diffondersi della rendita sta peggiorando il costume, e incoraggia un’evasione fiscale diffusa, dai piccoli produttori fino alle grandi multinazionali del digitale. I privati più ricchi accumulano ancora ricchezza, ma questa è sempre più parassitaria. Gli altri privati si impoveriscono sempre più. D’altra parte la ricchezza pubblica diminuisce, quindi gli stati occidentali riducono la spesa per i servizi essenziali. Ciò ha un effetto negativo cumulativo: accresce ancora la disoccupazione, abbassa la qualità della vita, aumenta le disuguaglianze.

Per di più, le persone anziane, grazie al welfare state, mantengono in media una forte protezione del lavoro e dei redditi, comprese le pensioni. Invece i giovani, pur un livello di istruzione più alto, sono esposti alla disoccupazione e al lavoro precario. La politica non è in grado di capire questo groviglio di problemi, e tanto meno di affrontarli. Ciò apre lo spazio agli avventurieri e ai demagoghi, che trovano la facile “soluzione” di dare la colpa agli immigrati.

Ma vedere gli immigrati come causa dei nostri problemi è un inganno ignobile. Facciamo l’esempio dell’Italia. I nostri giovani più qualificati emigrano a vantaggio degli altri paesi europei. Il costo del lavoro è fra i più alti, mentre la produttività è fra le più basse dell’UE. La popolazione invecchia a ritmi accelerati, e già adesso il sistema pensionistico è in difficoltà. Se non ci fossero gli immigrati, queste carenze si aggraverebbero fatalmente.

Ci sono molti settori della nostra economia dove i lavoratori italiani sono insufficienti e che vengono mantenuti oggi dagli immigrati: manifattura, agricoltura, artigianato, lavori usuranti, servizi alla persona. Ci sono settori che che non soddisfano i relativi bisogni, e che solo gli immigrati potrebbero rivitalizzare: infrastrutture, commercio al dettaglio, assetto del territorio, risanamento ambientale, assistenza ai poveri, lavori ausiliari della sanità e della pubblica amministrazione. Solo dando impulso a questi lavori la domanda può crescere; e questo processo a sua volta può allargare i posti di lavoro della pubblica amministrazione, della scuola e della ricerca.

La tradizione umanitaria in Francia

23 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 28

L’articolo selezionato per questo numero è preso dall’Independent ed ha come titolo: “La Francia respinge i migranti alla frontiera, ma un sindaco si rifiuta”.
Il sindaco di Bayonne offre un alloggio dignitoso ai migranti africani che arrivano in Francia attraverso il confine spagnolo, incurante delle direttive del governo che gli rimprovera di creare un “fattore di attrazione” per altri migranti e un’altra Calais.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.

Jean-René Etchegaray, sindaco di Bayonne, una città a 22 miglia dal confine, ritiene che quel che sta facendo sia una necessità e un obbligo umanitario.
Dal momento che l’Italia ha quasi completamente chiuso i suoi confini ai migranti e la Francia ha cercato di chiudere il confine a quelli provenienti dall’Italia, la Spagna è diventata la principale porta d’ingresso in Europa per chi proviene dall’Africa, con oltre 57.000 arrivati l’anno scorso.
Molti ora arrivano in Francia e transitano per Bayonne.
Ma ciò che Etchegaray considera una posizione ragionevole lo ha messo in guerra con il governo del presidente Emmanuel Macron, diventando un caso di studio nella gestione della crisi migratoria europea da parte della prima linea.

Egli non vuole che questi giovani, prevalentemente provenienti da paesi dell’Africa occidentale di lingua francese come la Guinea, il Mali e la Costa d’Avorio, si aggirino per sempre nella sua città. Inoltre non vuole che si accampino per le sue strade. Ma vuole che i migranti vivano, mentre sono nella sua città, in una “condizione di dignità”.
“Non penso di poter fare di meno”, dice.

“Ho visto che le frontiere si stavano chiudendo e, per quanto mi riguarda, ci sono alcuni diritti fondamentali che non possono essere calpestati”, dice Etchegaray, evocando l’eredità di Bayonne come rifugio per gli ebrei in fuga dall’Inquisizione spagnola e come luogo di nascita del grande giurista ebreo René Cassin, che ha contribuito alla redazione della Dichiarazione universale dei diritti umani.

L’atteggiamento dello stato francese nei confronti del sindaco illustra bene le ambiguità di Macron in materia di migrazione. Da un lato, esalta le tradizioni umanitarie della Francia e chiede alla polizia di trattare i migranti di conseguenza. Dall’altro, il suo governo rifiuta l’ammissione alle navi migranti, mette sotto processo i difensori dei loro diritti e si vanta del numero di stranieri espulsi o respinti alle frontiere.

Gli italiani hanno accusato i francesi di ipocrisia con rabbia, ed Etchegaray ha usato la stessa parola. “Il prefetto ha detto: ‘No, no, no, no, no, no!'”, ricorda Maïté Etcheverry, una giovane volontaria che gestisce il centro di accoglienza a Bayonne.
Ma il sindaco continua a distribuire coperte, si interessa della salute dei migranti e paga per il centro stornando i soldi dal budget del comune.

Brevi considerazioni:

un altro “Mimmo Lucano” e l’inveterata ipocrisia del governo francese. Un déjà vu.
Fa un certo effetto che nella “Patria dei diritti dell’Uomo” diventi un caso il comportamento di un sindaco che mostra di avere un’anima. “Lo stato non vuole saperlo, ma io devo saperlo. E questa è un’emergenza”. Sicuramente ci sono altri “sindaci di Bayonne”, ma in questa fase storica preferiscono non esporsi molto. Episodi di intolleranza verso chi ha offerto ospitalità ai migranti sono all’ordine del giorno. Purtroppo per scopi di bassa politica il non problema dei migranti è diventato l’unica questione paneuropea. Le leggi anti-migranti della Danimarca considerata la “nazione più felice” del mondo fanno venire l’orticaria.

https://www.independent.co.uk/news/world/france-migrants-jean-rene-etchegaray-emmanuel-macron-immigration-emigration-bayonne-a8784936.html

Le pubblicazioni riprenderanno lunedì 6 maggio

Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

La transizione europea dell’energia deve portare alla giustizia sociale

8 Apr

di Kristian Krieger, Marie Delair e Pierre Jean Coulon (1) – da Social Europe, online, 17 genn. 2019

Il dibattito su energia e clima è oggi dominato dall’urgenza e dall’ambizione di fare di più. Il Panel intergovernativo delle NU sul clima (ottobre 2018) parla dell’impatto dell’aumento di temperatura di 1,5 gradi sui livelli pre-industriali. Dopo il negoziato sul clima in Polonia a dicembre 2018, la Commissione europea ha pubblicato il progetto di energia senza carbonio entro il 2050.

Questa non è soltanto una sfida tecnologica. C’è un senso di ingiustizia fiscale riguardo alla transizione energetica, come provano i gilet gialli e le resistenze alle pale eoliche in mare. Ogni grande trasformazione distribuisce rischi e benefici in modo ineguale fra regioni. …

C’è ad esempio la povertà energetica, dove alcuni non si possono permettere i servizi di cui hanno bisogno (riscaldamento, luce, aria condizionata, ecc.). Si calcola che sia il 10% della popolazione UE. I progressi sono stati lenti. … Solo pochi stati hanno introdotto definizioni legali della povertà energetica.
Ma la società civile oggi si pone come esponente principale che accresce la consapevolezza. Il Comitato europeo economico e sociale, che rappresenta la società civile, nel 2001 diffuse un parere che sottolineava il rischio di povertà energetica; e nel 2013 ha raccomandato un Fondo di solidarietà energetica e un Osservatorio su questo problema. Nel 2016 ha diffuso un  Clean Energy Package (dossier sull’economia pulita) con altre proposte. …
Alcuni commentatori sono preoccupati che i costi della transizione verso un sistema a basso consumo di carbonio possa colpire gli utenti più vulnerabili. I costi delle energie rinnovabili sono calati fortemente negli ultimi 10 anni e sono ora competitivi con l’energia basata sul carbonio. Ma la transizione deve esser vista come un’occasione per alleviare la povertà. Le regioni deboli e rurali, o le famiglie deboli possono avere notevoli benefici dalla trasformazione energetica.
I sistemi periferici di energia rinnovabile possono dare energia, prodotta in loco, più economica e dare reddito attraverso la sua produzione. In questo quadro, la società civile locale diventa un attore centrale. I governi locali possono finanziare la produzione in loco di energia, semplificare le procedure amministrative, fare campagne di informazione e di addestramento, per favorire l’accesso delle famiglie povere al mercato energetico. Bisogna curare le piccole istallazioni di energia rinnovabile, possedute a livello locale, che generano benefici sociali. Anche perché la Commissione prevede che la partecipazione alle grandi pale eoliche in mare aumenti in futuro.
Si prevede che l’energia nucleare fornirà energia a basso consumo di carbonio nella strategia europea del 2050. Ma anche su questo punto, in cui si contrappongono ambientalisti, preoccupati per la sicurezza, e operatori, la dimensione regionale e sociale può essere importante. Come per tutte le grandi istallazioni industriali, le centrali atomiche hanno una vita limitata. Con 130 reattori operativi oggi in UE, l’Europa ha il problema dei futuri smantellamenti. Le centrali atomiche, spesso situate lontane dalle aree molto popolate, dominano l’economia del posto e determinano il mercato locale del lavoro. Una volta che il processo di smantellamento inizia l’economia locale può subire contraccolpi negativi.
Un caso del genere è la centrale Ignalina in Lituania. Essa ha portato nuova attività economica in una remota regione vicina alla Bielorussia. La città vicina di Visaginas ha 30mila abitanti, l’80% dei quali dipende dalla centrale e dal suo indotto. Lo smantellamento, anche se creasse nuovi posti di lavoro, ne farebbe perdere molti di più. Quindi è molto importante che lo smantellamento tenga conto di queste implicazioni.
Molte iniziative recenti della UE mostrano la crescente dimensione sociale della politica energetica, dalla piattaforma sulle regioni carbonifere in transizione all’osservatorio sulla povertà energetica. Tuttavia le sfide sociali si trovano dappertutto e hanno aspetti diversi. Controllarle è cruciale ora che la transizione energetica diventa più ambiziosa e urgente.
Ignorare le preoccupazioni sociali e non tenere conto dei danni renderebbe più esacerbato il sentimento di abbandono e di non essere ascoltati dai politici; quel sentimento che ha incoraggiato le sfide populiste alla UE e ai governi nazionali. Invece, una transizione energetica che offre aiuto e opportunità di proprietà delle forniture energetiche e che assista quelli che rimangono indietro può riconciliare i cittadini con le loro comunità e caratterizzare le trasformazioni (2).

(1) Gli autori lavorano nel Comitato economico e sociale dell’UE.
(2) La redazione condivide il contenuto sociale dell’articolo, ma non l’idea che la produzione atomica di energia sia una produzione come le altre. Quella produzione, invece, oltre ad essere economicamente disastrosa, è devastante sul piano ambientale e aggrava, non risolve, l’inquinamento dell’ambiente.

Il trionfo di Pareto

1 Apr

Sintesi di “The triumph of Pareto”, di Gary Flomenhoft (Univ. del Vermont), in Real-World Economics Review, n. 80, online, 2017, pp. 14-31.
L’economia neo-classica si presenta come una scienza libera dai valori e definisce l’efficienza economica col criterio dell’ottimo paretiano, considerandolo una misura oggettiva. In realtà l’ottimo paretiano implica valori normativi mascherati.
I tre pilastri dell’economia del benessere neo-classica sono: a. l’homo oeconomicus, che massimizza l’utilità ed è razionale. b. La concorrenza perfetta, che avviene senza poteri nel mercato e con rendimenti costanti, informazione perfetta, assenza di incertezza. c. L’ottimo paretiano.
La scienza del comportamento ha provato che l’homo oeconomicus non esiste (1), mentre Stiglitz ha mostrato che la concorrenza perfetta è rara. Ma l’ottimo paretiano è ancora in piedi. Esso definisce ottimo lo stato in cui nessuno può cambiare la sua posizione senza che qualcuno stia peggio. Questo criterio non dice nulla, ad esempio, su una politica che libera un milione di persone dalla più nera povertà ma impone una piccola perdita ad un singolo miliardario. Casi di questo genere sono considerati implicitamente non desiderabili.
Daly ha sostenuto che l’efficienza dell’ottimo paretiano è desiderabile solo se deriva da livelli sostenibili di produttività e da un’equa distribuzione della ricchezza e delle risorse (2). L’efficienza paretiana appare banale in confronto con altre misura di efficienza, quale il PIL per unità di prodotto, il valore del prodotto per unità di lavoro, il benessere per unità di prodotto, l’indicatore di progresso per unità di impronta ecologica, ecc.
L’ottimo paretiano assume la distribuzione esistente come data. Se qualsiasi distribuzione del reddito può portare all’ottimo, allora perché preoccuparsi di rendere la distribuzione più giusta? Questa economia non fa distinzione fra reddito guadagnato e non guadagnato, o la fa solo per raccomandare tasse più basse sul secondo. Hackett osserva che sopprimere la schiavitù avrebbe fatto star peggio i proprietari di schiavi e quindi non sarebbe stato una misura pareto- efficiente (3).
Pareto, insieme con Edgeworth, elaborò le curve di indifferenza, che descrivono le varie combinazioni di beni che realizzano le preferenze dei singoli. Queste curve eliminano la possibilità di confronto fra le utilità individuali. Ognuno decide la sua propria utilità. Ciò evita considerazioni di giustizia sulle condizioni sociali. Al contrario, l’utilità classica mirava al “massimo vantaggio per il maggior numero di persone”. Il suo fine era di aumentare l’utilità sociale complessiva, e ciò implicava che un aumento di reddito procurasse al povero maggiore utilità che al ricco.
Il principio di Pareto riflette la sua visione di darwinismo sociale perché favorisce una crescente diseguaglianza. Nella teoria della circolazione delle élite (4), Pareto parla delle persone di capacità superiori che tendono a migliorare la loro posizione. I migliori delle classi basse cercano di scalzare la classe dominante. Nel 1906 aveva affermato che “nessuna classe sociale può mantenere a lungo la sua proprietà o il suo potere se non ha la forza e il vigore necessario per difenderli. Nel lungo termine solo il potere decide la struttura sociale” (5).
Pareto era sostenitore della guerra delle classi, del diritto delle élite di controllare la proprietà e del primato del potere su ogni altra considerazione sociale.
Questa visione corrisponde alla recente storia economica. Nel 1997 la concentrazione della ricchezza in USA per l’1% più ricco raggiunse il 40,1%, poco sotto il 44,2% raggiunto appena prima del crollo del 1929. Dopo la fine ufficiale dell’ultima recessione l’1% più ricco si è appropriato del 95% dell’aumento di reddito, e adesso guadagna il 20% del reddito totale (6).
Pareto afferma che “la classe dominante A contiene una parte alpha, ancora abbastanza forte ed energica per difendere il suo dividendo di autorità, e una parte beta fatta di individui degenerati, con intelligenza e volontà deboli, umanitari, come si dice oggi … Oggettivamente, la lotta consiste soltanto nel fatto che i B-alpha cercano di prendere il posto degli A-alpha. Tutto il resto è subordinato e casuale” (7).
La teoria delle élite di Pareto non è nuova per chi abbia studiato il comportamento dei primati. Essa esprime la gerarchia di dominio degli scimpanzé, che Pareto descrive come ideale per gli uomini. Persino fra le scimmie, gli scimpanzé sono più aggressivi e gerarchici in confronto ai bonobo o gli oranghi. E’ la società degli scimpanzé quella a cui aspiriamo?
V. ad es. D. Kahneman e A. Tversky (2000), Choices, Values, and Frames, New York: Cambridge University Press.
(2) H. Daly (1992), “Allocation, distribution, and scale: Towards an economics that is efficient, just, and sustainable”, Ecological Economics, 6 (3), 185–193.
(3) S. Hackett (2001), Environmental and Natural Resource Economics, New York: Sharpe, p. 26.
(4) W. Pareto (1916) Trattato di sociologia.
(5) W. Pareto, Manuale di economia politica con una introduzione alla scienza sociale (1906, cit. in M. Gaffney, e F. Harrison (1994), The Corruption of Economics, London: Shepheard & Walwyn.
(6) T. Piketty e E. Saez (2006), “The evolution of top incomes”, American Economic Review, 96 (2), 200–205.
(7) Cit. in Gaffney e Harrison (1994).

La collaborazione multi-religiosa per il soccorso dei migranti

26 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n° 27 – Commenti esteri
L’articolo di questo mese è preso dall’Economist ed ha come titolo “Il soccorso ai migranti sta cambiando il mondo delle religioni”. I Valdesi, si legge nell’articolo, insieme con i loro precedenti persecutori (i cattolici), agiscono da catalizzatori nel rispondere in modo creativo alla crisi migratoria europea.
L’iniziativa dei “corridoi umanitari” è un caso “impressionante” di cooperazione interreligiosa in una causa umanitaria. È stato lanciato tre anni fa dai Valdesi insieme alla comunità di Sant’Egidio, un organismo cattolico noto per il lavoro di assistenza e di pace. In seguito a un patto con il governo italiano, questi enti di beneficenza accomunati dalla fede si sono assunti la responsabilità per l’intero ciclo del viaggio di migranti particolarmente vulnerabili verso l’Europa.
Ecco come funziona. Individui bisognosi, che possono essere minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione, vengono identificati nel luogo di partenza (ad esempio, un campo profughi in Libano), trasportati in aereo verso una destinazione europea dove ricevono “visti umanitari” e quindi vengono aiutati a inserirsi nella società del paese ospitante. La fase finale prevede anche il collegamento con le moschee. L’idea ha preso forma in Italia ma è stata adottata in altri tre paesi (Francia, Belgio e Andorra) e da altre agenzie umanitarie, tra cui la Caritas, una grande organizzazione di beneficenza cattolica e le chiese protestanti francesi.
Almeno 2.000 persone hanno beneficiato di questo trattamento onnicomprensivo: una goccia nell’oceano quando ci si confronta con la crisi migratoria ma, come dicono i sostenitori, un’importante dimostrazione che il salvataggio di persone da imbarcazioni in avaria non è l’unica risposta possibile. Nel lanciare il progetto, il buon nome e le casse piene dei Valdesi sono stati di aiuto. Sebbene i loro adepti siano poche decine di migliaia, centinaia di migliaia di italiani hanno scelto questa chiesa come destinataria di una piccola fetta del loro reddito.
In molti modi diversi, il far fronte ai bisogni dei migranti sta catalizzando un cambiamento nella scena religiosa del mondo occidentale, e gli scienziati sociali ne stanno prendendo nota. Il progetto “corridoi umanitari” è una delle cinque iniziative multireligiose considerate in una ricerca descritta nell’ultimo numero di Journal of Ethnic and Migration Studies.
Osservando la scena attraverso lenti alquanto scettiche e secolari, l’articolo dice che le prove supportano l’idea che gli approcci multifede possano superare i problemi “ben documentati” che sorgono quando l’integrazione dei nuovi arrivati è gestita da un solo gruppo religioso, non ultimo quello di favorire i propri correligionari.
In Germania i finanziamenti statali per alcuni progetti di integrazione sono stati subordinati alla partecipazione di più fedi religiose.
Brevi considerazioni.
Se ci focalizzassimo esclusivamente sui numeri di migranti “liberati”, 2 mila contro un totale di varie centinaia di migliaia, dovremmo concludere che si sta parlando del nulla. In realtà l’iniziativa “corridoi umanitari” è degna di nota per due motivi. Primo perché riguarda un’umanità estremamente vulnerabile: minori non accompagnati, anziani, malati o persone in pericolo immediato di persecuzione. Secondo perché l’operazione prevede una cooperazione multireligiosa, la quale, anche se sostenuta con calore da papa Francesco, è difficile da realizzare perché molti migranti provengono da paesi la cui identità religiosa è così radicata, da essere causa di divisione e di conflitti.
https://www.economist.com/erasmus/2019/02/25/care-for-migrants-is-changing-the-world-of-religion

Il problema delle identità fra locali e migranti

25 Mar

di Sergio Salvatore
Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento (7/11/2018) per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali”
Sembrerebbe che in Europa – e non solo in Europa, se si guarda a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico – un’ondata di irrazionalità ha profondamente influenzato il modo in cui l’opinione pubblica approccia le faccende politiche e istituzionali. Più il discorso delle forze populiste è confuso, irrealistico, ideologicamente violento, chiuso alle ragioni degli altri, privo di prospettiva temporale, in contrasto con i valori democratici, universalistici e umanitari alla base della Weltanschauung occidentale, più è attraente, e più è in grado di determinare l’agenda politica e lo scenario emotivo collettivo. Dalla primavera scorsa, quando i populisti sono saliti al potere in Italia, gli episodi di criminalità razziale in tale paese sono aumentati drammaticamente – alcune persone sono state prese a fucilate semplicemente per il colore della loro pelle. Ora, le persone sono più o meno le stesse dell’anno scorso; ciò che è cambiato è il sentimento diffuso, la sensazione di essere in guerra contro un nemico incombente (migranti, Rom, …) e il conseguente senso di normalità e impunità associati alla reazione violenta contro quelli che sono considerati nemici.
In realtà, è difficile negare che nella maggior parte dei paesi occidentali molte persone sembrano indirizzare le proprie preferenze politiche in modo incoerente con i propri interessi. Allo stesso tempo, sembra abbastanza chiaro che ciò che rende appetibili le affermazioni e le azioni populiste e anti-migranti non è la loro capacità di risolvere problemi ma la loro abilità a sintonizzarsi e rispecchiare i sentimenti di frustrazione e rabbia diffusi tra ampi strati di società. Le persone domandano reazioni, non soluzioni.
Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che si tratti solo di una mancanza di razionalità. La gente non è improvvisamente impazzita. Come la febbre è sintomo della malattia ma anche il modo con cui il corpo cerca di curare se stesso, allo stesso modo il crescente sostegno alle forze populiste va considerato il modo di soddisfare una domanda profonda che non trova altro modo di essere raccolta.
Se si dà un’occhiata più da vicino al discorso populista si possono individuare al suo nocciolo due elementi intrecciati. Da un lato, il discorso populista è intrinsecamente paranoide – si basa sul ed è intessuto del riferimento ad un nemico. L’élite è il bersaglio principale: il populismo si nutre dell’evocazione dell’élite cattiva che cospira per i propri oscuri ed illegittimi interessi a scapito dei “giusti” (il popolo, mitica ed idealizzata controparte). Di solito, la categoria dei nemici viene ulteriormente ampliata, includendo, a seconda dei casi, migranti e/o musulmani e/o altri paesi e/o le istituzioni europee e così via. Dall’altro lato, il populismo è caratterizzato dalla proposta di politiche di corto respiro che sovrappongono obiettivi e metodi/strategie – vale a dire: politiche che traducono direttamente il risultato che si intende raggiungere in ciò che viene fatto. Un tipico esempio, ampiamente analizzato, di questa confusione tra obiettivi e metodi è fornito dalle politiche economiche populiste adottate in diversi paesi latinoamericani: la difesa del potere d’acquisto del popolo e la lotta all’inflazione, che dovrebbe essere l’obiettivo della politica economica, sono trasformate nel contenuto dell’intervento (cioè, nel metodo), ad esempio nei termini dell’imposizione per legge del blocco dei prezzi. L’effetto di tale tipo di interventi è un miglioramento momentaneo ed effimero, seguito dall’aumento dell’inflazione e dal peggioramento dell’economia, dunque da un ulteriore aggravamento delle condizioni dei segmenti più poveri della società – vale a dire: di coloro che costituiscono i beneficiari della politica. In breve, i populisti non risolvono i problemi, soddisfano il desiderio delle persone di credere che le cose possano cambiare e possano essere affrontate in modo rapido e giusto. Il populismo è stato definito la politica della speranza.
Ciò che è dunque necessario è riconoscere che il sostegno alle forze populiste non dipende da quanto tali forze siano in grado di affrontare efficacemente i problemi; riflette piuttosto la capacità del discorso populista di soddisfare la domanda di identità delle persone – cioè, il senso di “noità” nutrito dalla percezione di un nemico minaccioso da cui difendersi – e di capacitazione – cioè, il sentimento che è possibile cambiare lo stato delle cose, facendo sì che il bene vinca sul male.
Solitamente, tale riconoscimento è la base di critiche rivolte sia ai populisti – accusati di essere incompetenti, demagogici, dediti alla propaganda – che alle persone che li trovano attraenti – accusati di essere irrazionali, ingenui, privi non solo di senso civico ma anche di umanità.
Simili critiche possono avere anche un effetto consolatorio per chi le formula; ma rappresentano una strategia totalmente inefficace, se l’obiettivo è di mettere un argine contro l’attuale sfaldamento delle istituzioni democratiche e dei valori universalistici su cui le società occidentali sono fondate. La domanda di identità e capacitazione non può essere sradicata come se fosse un’epidemia di colera. Il fatto che questa domanda sia espressa in modo sbagliato non rende la domanda sbagliata. Al contrario, mentre è vero che le soluzioni proposte dai politici populisti sono inefficaci e spesso controproducenti, è anche vero che quando una soluzione controproducente attecchisce, significa che la domanda cui essa prova a dare risposta è tanto profonda, quanto indisponibili sono le alternative.
Ciò che è assolutamente necessario è capire le ragioni che alimentano una tale domanda, che cosa l’ha resa così forte rispetto anche al recente passato e quali modi alternativi di soddisfarla possono essere individuati – modi che devono essere sia competitivi rispetto alla sirena del populismo che capaci di far progredire il progetto democratico nel tempo della globalizzazione (1).

(1) Sergio Salvatore è professore ordinario di Psicologia dinamica all’Un. del Salento.

Le voci che abbiamo in comune – Un glossario dell’amministrazione condivisa

19 Mar

Con grande piacere segnaliamo “Le voci che abbiamo in comune” pubblicato da Labsus (Laboratorio per la sussidierità) un Glossario dell’amministrazione condivisa, con 34 fra i termini più usati per parlare dell’amministrazione condivisa dei beni comuni.
 La  redazione di Labsus le ha chiamate Voci perché sono termini, lemmi, parole, ma anche perché danno suono a concetti astratti che ritengono fondamentali per rendere agibile e praticabile la loro idea di cittadinanza. Un’idea che è essenziale rivalutare per migliorare la qualità della vita in comune.

Scarica gratuitamente 
Voci in comune

LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’

11 Mar

 

di Renato Chahinian
Il benessere di comunità, inteso come insieme di fattori oggettivi e soggettivi che migliorano la nostra vita, rappresenta il fine ultimo di ogni comunità, anche se spesso viene concepito in maniera diversa.

Il benessere individuale e quello collettivo un tempo erano considerati separatamente, e generalmente valutati in conflitto: dovevamo sacrificare il nostro benessere personale per conseguire un benessere collettivo. Oggi essi tendono ad essere unificati, perché la soggettività individuale (se opportunamente indirizzata) determina anche benefici collettivi. Infatti, il lavoro individuale è fattore di sviluppo per l’intera collettività; e il benessere collettivo migliora ogni benessere individuale (ad es., un miglioramento della sanità si riflette sulla salute di tutti i cittadini).

L’accettazione di tali principi comporta tuttavia una rilevante crescita della complessità del sistema, in quanto i fattori di benessere (oggettivo e soggettivo) aumentano, mentre crescono le relazioni (sinergiche o contrastanti) tra loro.

La teoria dello sviluppo sostenibile è sorta nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento, in ambito ONU. Essa partiva dalle negative previsioni sulla sorte delle future generazioni, a causa di una crescita economica squilibrata, di tensioni sociali non governabili e di un ambiente in crescente degrado. Questa teoria ha individuato alcune condizioni generali di sviluppo equilibrato, per noi e per le future generazioni, in tre ambiti che coprono le nostre aspettative di benessere: economico, sociale e ambientale. Ciò semplifica il problema del benessere individuale e collettivo, in quanto tutte le nostre attività possono essere riferite ad una di queste tre categorie. Comunque ciascuna attività ha relazioni dirette o indirette con tutti e tre gli ambiti.

Ogni attività economica ha un impatto anche nel sociale e nell’ambiente in cui opera; ogni iniziativa sociale ha dei riflessi economici ed ambientali; ogni intervento sull’ambiente comporta problemi economici ed impatti sociali. Ma proprio queste relazioni possono essere in sinergia od in contrasto tra loro e pertanto gli scettici (coloro che notano soltanto i contrasti) ritengono che non si possa conseguire lo sviluppo sostenibile e ripiegano su un obiettivo di decrescita che definiscono felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali. Ma saremmo anche più poveri e dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione).

Se invece scopriamo e realizziamo le relazioni positive tra i fattori economici, sociali ed ambientali, possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile e mirare ad uno sviluppo felice consistente in un miglioramento economico, sociale ed ambientale da parte di tutti, conseguendo così anche la coincidenza di benessere individuale e collettivo. Purtroppo, la strada per arrivare ad un simile obiettivo non è facile, anche perché gli stessi principi dell’ONU, pur ampiamente declinati in obiettivi ed indicatori da raggiungere, non hanno approfondito abbastanza l’aspetto delle interconnessioni tra le diverse tipologie di intervento e quindi i rischi di raggiungere un obiettivo peggiorando un altro sono molti. Tuttavia l’analisi teorica più recente ha già individuato numerose soluzioni generali ed applicative al problema degli effetti contrastanti. Indichiamo qui le principali.

Innanzi tutto sono importanti i requisiti del capitale umano. Se la forza lavoro è più competente e più determinata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, riuscirà a realizzare iniziative migliori in ogni aspetto dell’attività in cui opera e si preoccuperà di valutarne gli effetti. In particolare è essenziale la formazione iniziale in ogni lavoro e la formazione continua di aggiornamento ed approfondimento per tutto l’arco dell’attività lavorativa. Soltanto così ogni operazione potrà divenire razionale ed innovativa, e potrà creare il massimo vantaggio derivante da ogni aspetto del progresso scientifico ed organizzativo maturato sino a quel momento.

Ma si deve anche tener conto degli effetti congiunti dei tre gruppi integrati di fattori.
Sotto l’aspetto economico, le valutazioni di ogni investimento devono essere effettuate in un’ottica di lungo termine e così si possono scartare tutti gli impieghi di capitale che a breve producono rendimenti elevatissimi, ma che possono essere rischiosissimi a lunga scadenza. Questo, perché prospettano perdite rilevanti dovute a: crisi speculative nel settore, rivendicazioni sociali, disastri ecologici, tassazioni aggiuntive per fini sociali o ambientali.

Con riferimento all’aspetto sociale, ogni iniziativa in favore della società deve essere svolta in maniera economicamente valida e rispettosa dell’ambiente. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, ogni intervento di miglioramento ecologico deve pure tener conto dei suoi costi economici (attraverso l’analisi costi-benefici) e degli effetti sociali conseguenti, per evitare le protezioni ambientali che vanno ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati.