Coronavirus e “democrazie” anti-migranti

31 Mar

di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 38 — Commenti esteri
Sui media internazionali è diffusa l’idea che in numerosi paesi, alcuni anche della UE, i leader stiano sfruttando la pandemia per erodere i fondamenti della democrazia. Ecco alcuni stralci dalla stampa straniera.
In un articolo dell’Independent la politologa americana Erica Frantz dichiara: “Queste crisi sono più rischiose per le democrazie di qualsiasi altra cosa. Vedo queste crisi come opportunità per i governi di far passare leggi liberticide. Dobbiamo davvero prestare attenzione agli eventi di crisi che possono essere utilizzati per minare la democrazia”.

Un concetto simile è espresso dal premio Pulitzer Ann Applebaum su The Atlantic del 23 marzo in un articolo dal titolo: “I governanti  vedono un’opportunità ”. Sommario: “In tutto il mondo, i governanti  stanno usando la pandemia come scusa per estendere il potere. E il pubblico li segue”. A proposito di Israele, scrive che Netanyahu, ancora primo ministro nonostante abbia perso le recenti elezioni, ha emanato un decreto di emergenza che gli consente di rimandare l’inizio del suo processo penale e che impedisce al neoeletto parlamento israeliano, in cui l’opposizione ha la maggioranza, la convocazione (ma quest’ultima misura è stata respinta dalla Corte suprema). Inoltre si è attribuito enormi nuovi poteri di sorveglianza senza alcuna supervisione. Le istituzioni e le tattiche normalmente utilizzate per seguire le tracce dei terroristi verranno ora utilizzate per monitorare la conformità alla quarantena, seguire l’attività e il movimento dei cittadini e tenere traccia delle loro temperature e dello stato di salute. Una parte della popolazione israeliana non accetterà le misure, ma finché gli israeliani avranno paura, un’altra parte lo farà.

Un articolo del Guardian del 23 marzo dal titolo :” L’Ungheria prende in considerazione  un disegno di legge che consentirebbe a Orbán di governare per decreto” afferma che questa settimana il parlamento ungherese prenderà in considerazione un disegno di legge di emergenza che conferirebbe al primo ministro Viktor Orbán il potere di governare per decreto, senza una chiara data di scadenza [la legge è stata approvata il 30 marzo (ndr)]. Il disegno di legge ha l’obiettivo di  estendere lo stato di emergenza per il coronavirus e potrebbe anche vedere persone incarcerate per aver diffuso informazioni ritenute false. Il portavoce di Orbán ha affermato che la mancanza di una chiara data di scadenza è giustificata dal fatto che se i parlamentari si ammalassero la sedute non potrebbero aver luogo; e che i tentativi di presentare il disegno di legge come una minaccia per i media liberi sono stati “di parte e irresponsabili”.

Non sono esenti da critiche Trump e Johnson e le troviamo in un altro articolo del Guardian del 24 marzo. Titolo: ”I poteri del tempo di guerra a causa del coronavirus potrebbero ferire la nostra democrazia – senza tenerci al sicuro”. Negli Stati Uniti Trump, costretto a riconoscere finalmente la realtà, sta iniziando a vedere il potenziale politico della crisi. In un recente discorso, ha affermato: “Mi vedo come, in un certo senso, un presidente in tempo di guerra”.

Cosa sia questa “presidenza in tempo di guerra” potremo vederlo nei poteri di emergenza che il Dipartimento di Giustizia ha “tranquillamente chiesto” al Congresso. La maggior parte coinvolge, ovviamente, poteri per limitare ulteriormente l’immigrazione.  Include anche la richiesta di conferire al giudice capo il potere di trattenere le persone a tempo indeterminato senza processo, il che, è la paura dei critici, potrebbe significare la sospensione dell’habeas corpus. Per prevenire un altro Patriot Act (voluto da Bush dopo l’11 settembre) ogni nuova “misura di emergenza” dovrebbe essere valutata individualmente sulla base di tre domande chiare: (1) qual è il suo contributo alla lotta contro il coronavirus; (2) quali sono le sue conseguenze negative per la democrazia liberale; (3) quando verrà abolita la misura di emergenza. Se una di queste domande non può ricevere una risposta adeguata, la misura dovrebbe essere respinta.

Nel Regno Unito, dove la risposta del governo conservatore finora ha mostrato una negligenza quasi criminale, Boris Johnson ha fatto approvare una draconiana “legge coronavirus”, che, tra l’altro, conferisce ai funzionari di polizia e dell’immigrazione ampi poteri per arrestare le persone sospettate di essere contagiate dal coronavirus – questo potrebbe rendere innocenti inglesi di origine cinese obiettivi di repressione statale in un modo simile a quello in cui le misure post 11 settembre presero di mira innocenti musulmani britannici.

Una nota a parte merita la posizione di Putin.

Il presidente russo Vladimir Putin ha dovuto rinviare  il voto popolare sulle modifiche costituzionali a causa del coronavirus. Gli emendamenti che gli consentirebbero di rimanere al Cremlino per altri due mandati fino al 2036, sono stati già approvati dal Parlamento e dalla Corte Costituzionale. Mancava il voto popolare fissato per il 22 aprile. Almeno in questo caso l’epidemia non ha fornito a Putin l’alibi per estendere ulteriormente il suo potere, ma l’ha costretto a modificare i piani.

 

https://www.independent.co.uk/news/health/coronavirus-us-cases-government-pandemic-democracy-covid-19-a9407011.html
https://www.theguardian.com/world/2020/mar/23/hungary-to-consider-bill-that-would-allow-orban-to-rule-by-decree
https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2020/03/when-disease-comes-leaders-grab-more-power/608560/
https://www.theguardian.com/commentisfree/2020/mar/24/wartime-coronavirus-powers-state-of-emergency

UMANITA’ TRADITA

30 Mar

di Alessandro Pinervi, classicista – Migranti e Sviluppo n. 38

“Ora tra le donne di Lidia risplende
come, al tramonto del sole,
la luna dalle rosee dita,
che sovrasta ogni stella, diffonde
ugualmente la sua luce, sul mare salmastro e sui campi fioriti”
(Saffo, fr. 96 Voigt, vv. 6-11 – trad. B. Gentili)

Il frammento illustra i rapporti tra Grecia e Asia minore (in particolare la Lidia) al tempo di Saffo: la poetessa ricorda una fanciulla, Arignota, che è stata nel suo tiaso ed ora è tornata in patria. Erano dunque rapporti pacifici, di scambio culturale, ben diversi da quelli di oggi. Lesbo, che tra i secoli VII-VI a.C. si è distinta per una tradizione poetica d’eccezione e ha dato i natali a Saffo di Ereso e ad Alceo di Mitilene, a cui si associano figure leggendarie come il cantore Arione di Metimna, che avrebbe inventato il ditirambo, Terpandro di Antissa, che introdusse la lira a sette corde e fondò una scuola musicale, lo storico Ellanico, i filosofi Teofrasto ed Ermarco, i cui maestri, rispettivamente Aristotele ed Epicuro, soggiornarono sull’isola, patisce oggi la feroce soppressione dei valori civili e culturali, ereditati dall’antichità, a scapito dei “dannati di Lesbo”. I frammenti di Saffo, inoltre, testimoniano che furono allieve della poetessa Anattoria e Attide di Mileto, Gongila di Colofone, Eunica di Salamina, per cui è possibile affermare che anticamente a Lesbo giungevano fanciulle liberamente da città lontane per frequentare il tiaso saffico, acquisirne il modello paideutico, ossia educativo, apprendere forme di arte e di poesia prima di essere avviate al matrimonio e abbandonare la “confraternita” (secondo uno dei significati del termine thiasos). Ma oggi a Lesbo la porta dell’Europa, sottolinea Stefania Mascetti, “resta chiusa per i migranti”. L’inferno di Moria offende lo spirito della fraternitas, tradisce il valore educativo dell’amore, non quello omoerotico femminile, erroneamente interpretato e, come testimonia Plutarco (Vita di Licurgo 18, 9), ammesso anche nella Sparta arcaica, ma affettivo e paideutico.
La decisione del governo turco di aprire i confini ai migranti provenienti dalla Siria ha scatenato un massiccio esodo di disperati dalla Turchia verso Lesbo e un’ondata di violenze da parte di esponenti di “Alba Dorata”. Il 1° marzo scorso la popolazione dell’isola ha tentato di bloccare alcune imbarcazioni con profughi a bordo e ha aggredito i giornalisti e gli operatori delle Ong presenti al momento dello sbarco. Inoltre, un video ritrae la guardia costiera greca su una motovedetta al largo di Kos che sperona un gommone ricolmo di profughi, spara in acqua e con un forcone colpisce alcuni migranti che tentano disperatamente di salire sulla motovedetta.
“Ora, poiché arrivi nella nostra città e nel nostro paese,
non ti mancherà una veste o cos’altro
è giusto ottenere arrivando da supplice sventurato”
(Omero, Odissea VI, vv. 191-193 – trad. G. A. Privitera)

Il migrante tende le braccia, chiede aiuto, spera, ma invano, di incontrare una fanciulla “dalle candide braccia” che possa accoglierlo, come accade a Odisseo salvato da Nausicaa. Ma oggi nelle acque di Lesbo si consuma impietosamente il tradimento di uno dei più importanti istituti dell’antica Grecia, la xenia (“ospitalità”), dovere vincolante, che trascendeva i confini della comunità di appartenenza e stabiliva rapporti di amicizia fra individui di comunità lontane, in grado di far desistere dalla battaglia il condottiero dei Lici, Glauco, e il greco Diomede che, riconosciutisi sul campo come “ospiti antichi per parte di padre” (Omero, Iliade VI, v. 215), rinunciarono a scontrarsi e si scambiarono l’armatura.
“Ma costui è un infelice, qui arrivato ramingo,
che ora ha bisogno di cure: mendicanti e stranieri
sono mandati da Zeus. Il dono sia piccolo e caro.
Ancelle, date all’ospite cibo e bevanda,
fategli il bagno nel fiume, dove c’è riparo dal vento”
(Omero, Odissea VI, vv. 206-210 – trad. G. A. Privitera)
Odisseo riceve cure, cibo, un riparo, il migrante, supplice, tende le braccia, non incontra Nausicaa, il suo “dono” è un colpo di forcone che mira a spezzargli le mani e infrangere il sogno di salvezza.
“Straniero, non è mio costume offendere un ospite
neppure se arriva uno meno di te: ospiti e poveri vengono
tutti da Zeus. Il dono è piccolo e caro
da parte nostra.”
(Omero, Odissea XIV, vv. 56-59 – trad. G. A. Privitera)
“Ogni volta che l’uomo incontra l’altro gli si presentano tre possibilità: fargli guerra, ritirarsi dietro un muro, aprire un dialogo”, ricorda Ryszard Kapuściński. Ma nell’Egeo i Greci, al contrario di Eumeo che accoglie Odisseo e osserva le regole dell’ospitalità, “fanno guerra” all’altro, lo considerano barbaros (“non greco”), non xenos (“ospite/straniero”), rinnegano la propria cultura e la propria storia.

La sanità pubblica, quando ce n’è bisogno

25 Mar

di Lavinia Bifulco, Stefano Neri, Angelo Salento* 25-3-2020
il documento (da il manifesto 17 marzo 2020)
La mortificazione di tutta l’economia della vita quotidiana sta esponendo il corpo sociale a rischi straordinari
Al pari di tutto ciò che conta, la sanità (pubblica) si vede quando non ce n’è abbastanza: nell’emergenza, diventano chiare le sue virtù ed emergono i suoi limiti, esiti di orientamenti di lungo corso.
Innanzitutto, la tendenza a sacrificare la medicina di base e le attività di prevenzione e igiene pubblica a vantaggio dell’enfasi consumeristica sulle prestazioni di diagnosi e cura individuali. La spesa per l’assistenza collettiva in ambiente di vita e di lavoro è pari appena al 4% del totale della spesa per i livelli essenziali di assistenza (Lea). In secondo luogo, la tendenza al disinvestimento, su cui ha pesato l’ingiunzione dell’austerity. In linea con gli altri paesi mediterranei, l’Italia ha circa 3 posti letto ogni mille abitanti – erano quasi il doppio nel 1997 – a fronte degli 8 della Germania. In terzo luogo, la penalizzazione del lavoro sanitario. Fra il 2008 e il 2017 il personale sanitario è stato ridotto di 42mila unità (6,2%), l’età media è passata da 43 anni nel 2001 a 51 nel 2017 (e oltre il 50% dei medici ha più di 55 anni). Nel periodo 2018-2025, è previsto un ammanco di circa 16.700 medici, con le punte più alte in medicina di emergenza, pediatria, anestesia, rianimazione e terapia intensiva (stime Anaao-Assomed). In quarto luogo, la tendenza alla privatizzazione e alla finanziarizzazione, non soltanto con l’outsourcing di prestazioni in convenzione, ma anche con la promozione fiscale dei fondi sanitari integrativi, strumenti di intermediazione assicurativa che – valuta la Fondazione Gimbe – hanno inflazionato le prestazioni superflue. Infine, ma non da ultimo, la regionalizzazione, che ha frammentato il sistema sanitario in segmenti difficili da coordinare e strutturalmente inadatti a ridurre le disuguaglianze territoriali. I 3 posti letto medi per mille abitanti su scala nazionale, ad esempio, sono 3,3 nel Friuli ma 2,5 in Calabria. Senza dire dell’inefficacia del governo regionale della prevenzione.
La sanità, tuttavia, non è l’unico settore esposto oggi a un «effetto-verità». Nell’emergenza, salta agli occhi la straordinaria importanza di tutte le attività che «non si possono fermare», ovvero dell’intera economia fondamentale: la produzione e distribuzione alimentare, i servizi di cura, l’istruzione, i trasporti pubblici e le infrastrutture stradali, l’amministrazione pubblica, le telecomunicazioni, la distribuzione dell’acqua, dell’energia e del gas, il trattamento dei rifiuti. È uno spazio economico indispensabile, perequativo e anticiclico, che permette la riproduzione della società e occupa circa il 40% della forza-lavoro su scala continentale, con un repertorio di competenze impressionante per varietà e qualità.
Costruito fra l’epoca del «socialismo municipale» ottocentesco e i «trent’anni gloriosi», quest’insieme di attività negli ultimi trent’anni è stato attraversato da processi che ne hanno indebolito la capacità. Non si tratta soltanto dei tagli lineari pretesi dal regime di austerity nell’Europa mediterranea. Nell’intera Europa le attività fondamentali, intrinsecamente inadatte alla produzione di alti profitti e rendimenti, sono state reinterpretate come aree di business altamente remunerative. Paradossalmente trascurate da un pensiero economico tutto concentrato su tradables, innovazione tecnologica e competitività, sono diventate attraenti per gli investitori privati e per un ceto manageriale di orientamento finanziario. Privatizzazioni, outsourcing e tagli lineari hanno portato disorganizzazione e fragilità all’economia della vita quotidiana, inasprendo le disuguaglianze, esponendo il corpo sociale a rischi ordinari e straordinari. L’emergenza sanitaria presenterà un conto pesantissimo, e questa volta il collasso è interno all’economia reale.
La sfida che si prospetta è di ordine politico, perché le scelte che si faranno incideranno in maniera diretta sulla stratificazione sociale e sulla qualità della vita dei più. L’Europa ha un’occasione per rimettere in piedi la vita economica e le sue istituzioni restituendo centralità e forza all’economia fondamentale.
Non c’è una ricetta da seguire, ma si può convenire su alcuni principi di riferimento: (a) in quanto infrastruttura della vita collettiva, l’economia fondamentale non può essere assimilata all’economia dei tradables [beni e servizi scambiambili, ndr] e deve essere sottratta agli imperativi di redditività; (b) deve essere riportata nella sfera del diritto pubblico, quand’anche non interamente nella proprietà pubblica; (c) dev’essere finanziata attraverso un sistema fiscale radicalmente progressivo, che disincentivi l’estrazione di rendita e che non può essere surrogato dal filantropismo privato e dalla «finanza sociale»; (d) occorre promuovere l’auto-organizzazione economica, il mutualismo e l’azione sociale diretta delle comunità locali, che sono importanti serbatoi di innovazione, e tuttavia (e) bisogna prendere atto che il futuro dell’economia fondamentale – a cominciare dai dispositivi di salute pubblica – non si gioca interamente su scala locale, ma domanda forme di coordinamento e di finanziamento nazionale e internazionale.
È quanto basta per costruire un nuovo quadro di alleanze politiche fra le forze progressiste europee, investendo sulla possibilità che la crisi sanitaria lasci spazio non già a una domanda di autoritarismo, ma a un nuovo «spirito del ’45»: alla convinzione che sia indispensabile una piattaforma collettiva a garanzia del benessere di ciascuno.
* Gli autori aderiscono al Collettivo per l’economia fondamentale che ha pubblicato per Einaudi «Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana».

Epidemia e welfare state

24 Mar

di Mario Pianta, prof. ordinario di Politica economica – il documento 24-3-2020
M. Pianta ha pubblicato “Le conseguenze economiche del coronavirus” (Sbilanciamoci del 13 marzo 2020, tutto dedicato all’analisi sociale dell’epidemia) con questa premessa: “… Riscopriamo che la salute è un bene pubblico globale, che la sanità pubblica e il welfare state sono attività fondamentali, alternative al mercato, che ci aspetta una seria crisi dell’economia, della finanza e dell’Europa”. Pubblichiamo qui il paragrafo 2 dell’articolo.
Il welfare state, la responsabilità pubblica per i bisogni essenziali, è un modello alternativo al mercato: è un modello che funziona
Nella risposta all’epidemia di coronavirus nei paesi più coinvolti un ruolo chiave è stato svolto dal sistema della sanità pubblica. Un sistema che si fonda su una visione della salute come diritto fondamentale che dev’essere assicurato dallo stato attraverso la fornitura di servizi pubblici universali pensati per soddisfare i bisogni, fuori dalle logiche di mercato che vedono imprese private vendere merci per un profitto. Questo modello non riguarda solo la sanità ma tutto il welfare state costruito a partire dalle riforme radicali dei laburisti inglesi nell’immediato dopoguerra. Estesosi, con varianti significative, soprattutto in Europa, il welfare state resta strettamente associato al ‘modello sociale’ europeo: sanità, scuola, università, previdenza, assistenza e altre attività essenziali sono servizi forniti e finanziati in misura prevalente dall’intervento pubblico.
I tre decenni di politiche neoliberiste hanno seriamente ridimensionato il modello di welfare state: le privatizzazioni e i tagli di spesa hanno costretto le agenzie pubbliche a ridimensionare le proprie attività, perdendo a volte universalità, efficacia e qualità dei servizi. Le attività di imprese private si sono moltiplicate, a partire dagli ambiti più profittevoli, come le pensioni, la sanità e le università private. Varie ondate di ‘contro-riforme’ hanno spinto le agenzie pubbliche a comportarsi sempre più come imprese private – nella previdenza fondata sul sistema contributivo, nelle ‘Aziende sanitarie locali’, nella gestione di scuola e università. Finanziamenti ridotti, blocco del turnover del personale, pressioni per ‘far pagare’ gli utenti hanno reso molti servizi di welfare più simili alla produzione di merci vendute sul mercato a ‘clienti’ in grado di pagare. È stata l’‘universalizzazione’ del mercato capitalistico, presentato come unico modello capace di offrire merci e servizi, assicurando abbondanza ed efficienza.
L’epidemia ha mostrato che quel modello di mercato globale non solo crea minacce alla salute, ma è del tutto impotente nel dare risposte all’emergenza e alla tutela della salute. La sanità privata è del tutto irrilevante di fronte all’epidemia. È fondamentale ora riconoscere che il mercato deve fare molti passi indietro – nell’azione delle imprese come nelle politiche realizzate dai governi – e il welfare state deve tornare in primo piano, con la sua natura di modello di organizzazione della società e della produzione di servizi alternativo alla logica del mercato capitalistico.
Il welfare non è un ‘costo’ per il sistema economico privato, è un sistema parallelo che produce beni e servizi pubblici e assicura la riproduzione sociale in base a diritti e a bisogni, anziché alla capacità di spesa. È quello che produce la qualità sociale e ambientale che il Prodotto interno lordo (Pil) – fondato sul valore delle merci – non è in grado di misurare (Armiento, 2018). Esattamente le stesse considerazioni valgono per la qualità ambientale e per la necessità di un intervento pubblico in quell’ambito.
La conseguenza naturale di quest’analisi è che va rifinanziata in modo massiccio – attraverso una tassazione più progressiva di redditi e patrimoni e, se necessario, attraverso una spesa in deficit – tutta l’azione pubblica – sanità, scuola, università, ricerca, previdenza, assistenza, ambiente. Un obiettivo ragionevole per l’Italia è di arrivare agli standard nord-europei in termini di spesa per abitante e di qualità dei servizi. Il welfare state potrebbe diventare il motore di uno sviluppo ad alta qualità sociale e ambientalmente sostenibile.
L’intervento pubblico, tuttavia, non si deve limitare alla fornitura dei servizi di welfare. Deve indirizzare le traiettorie di sviluppo dell’economia e dei mercati, assicurando la coerenza tra comportamenti delle imprese e gli obiettivi sanitari, sociali e ambientali sopra ricordati. I dibattiti sul ritorno della politica industriale e sul ‘Green Deal’ europeo hanno aperto un nuovo spazio di azione delle politiche nazionali ed europee. C’è un consenso crescente sull’espansione del ruolo dello stato e dell’azione pubblica nell’economia e nella società. Un esempio importante è fornito dalle proposte di Mariana Mazzucato sullo ‘Stato innovatore’ (Mazzucato, 2014) e sulla (quasi) nazionalizzazione dell’industria farmaceutica (Mazzucato, 2020).
Sarebbe illusorio pensare che, passata l’epidemia, l’economia possa tornare come prima. Tra gli effetti dell’emergenza c’è l’esigenza di ripensare produzioni e consumi alla luce delle esigenze della salute e della sostenibilità ambientale. Un’altra crisi sanitaria che riceve pochissima attenzione in Italia è quella delle morti e degli infortuni sul lavoro; occorre spostarsi verso un sistema produttivo di maggior qualità, capace di provocare meno danni alla salute di lavoratori e cittadini.
In effetti, il sistema della salute e del welfare può diventare uno dei motori dello sviluppo dell’economia. Nell’attuale dibattito sul ritorno delle politiche industriali abbiamo proposto di individuare tre aree prioritarie in cui concentrare ricerca e investimenti pubblici e privati per sviluppare “buone” produzioni: ambiente e sostenibilità, conoscenza e tecnologie dell’informazione e comunicazione, e salute, welfare e attività assistenziali:
“L’Europa è un continente che invecchia ma è dotato dei migliori sistemi sanitari al mondo, sviluppati sulla base di una concezione della sanità come servizio pubblico. Gli avanzamenti nel sistema di assistenza, nella strumentazione medica, nelle biotecnologie, nella genetica e nella ricerca farmacologica devono essere finanziati e regolamentati con attenzione alle possibili conseguenze etiche e sociali (come nel caso degli organismi geneticamente modificati, della clonazione, dell’accesso ai farmaci nei paesi in via di sviluppo, etc.). Le politiche possono essere indirizzate a affrontare i problemi dell’invecchiamento della popolazione, al miglioramento dei servizi di welfare, a ridurre le disuguaglianze nella salute. Possono rilanciare la fornitura pubblica dei servizi, prevedere la partecipazione da parte dei cittadini e delle organizzazioni non profit, con la possibilità di forme di auto-organizzazione delle comunità” (Pianta, 2018).
In Europa e in Italia una politica di questo tipo è possibile, utilizzando strumenti istituzionali, competenze e risorse esistenti. Una politica per il cambiamento del sistema produttivo può orientare le attività economiche verso la tutela della salute e del welfare e verso una ‘politica industriale verde’ (Pianta et al., 2016, Lucchese e Pianta, 2020).
Riferimenti bibliografici
Armiento, M. (2018). “The Sustainable Welfare Index: Towards a Threshold Effect for Italy”. In Ecological Economics, 152, pp. 296–309.
Lucchese, M, e Pianta, M. (2016) Europe’s alternative: a Green Industrial Policy …,
https://ideas.repec.org/p/pra/mprapa/98705.html
Mazzucato, M. (2014). Lo stato innovatore. Roma-Bari: Laterza.
Mazzucato, M., Li, H.L., Darzi, A. (2020). “Is it time to nationalise the pharmaceutical industry?”, In BMJ, 368: https://www.bmj.com/content/368/bmj.m769
Pianta, M., Lucchese, M., Nascia, L. (2016). What is to be produced? The making of a new industrial policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.
Pianta, M. (2018). Produrre. In G. Battiston e G. Marcon (a cura di), La sinistra che verrà. Roma: Minimumfax.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – II parte

24 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo – 24-3-2020

L’Europa è attualmente il principale focolaio nel mondo ma la distribuzione geografica è disomogenea. L’Italia è il Paese europeo più precocemente colpito e con il numero più alto sia di malati sia di morti. Spagna, Germania, Francia hanno lo stesso ordine di grandezza (decine di migliaia) di malati dell’Italia ma differiscono per numero di decessi dichiarati: 4.825 in Italia e 1.753, 93, 562 rispettivamente negli altri tre Paesi. I Paesi del Nord Europa hanno finora registrato poco più di 1.000 casi e poco più di 10 decessi ciascuno. È impossibile allo stato attuale stabilire quanto queste differenze siano attribuibili a modalità diverse di classificare e di contare e quanto all’efficacia delle azioni di contenimento, di prevenzione e di trattamento messe in atto Per ora è da registrare l’assenza di strategie di contenimento dell’epidemia concordate tra i Paesi dell’EU.

La Cina e la Corea del Sud – già esperte di lotta ai Corona virus per aver subito una grave epidemia di SARS nel 2002 – hanno con successo adottato la strategia di Soppressione ricorrendo tempestivamente (caratteristica essenziale) e con un enorme sforzo organizzativo: a) al riconoscimento e isolamento dei casi anche solo blandamente sospetti, b) alla ricerca dei contatti e al loro collocamento in quarantena domiciliare, c) al largo uso del test per la ricerca del virus nei contagiati, nei contatti e in altri gruppi ritenuti a rischio, d) al distanziamento sociale (rigido in Cina, mirato in Sud Corea).

In Italia si sono fatti oltre 258.402 test (il numero più alto al mondo dopo quello della Corea), sono stati isolati i malati e posti in quarantena i contatti e da due settimane vige un distanziamento sociale, via via più rigido, sull’intero territorio nazionale. Le misure di contenimento adottate sono simili a quelle della repubblica sud-coreana, l’esordio dell’epidemia è stato quasi coincidente nei due Paesi, le rispettive popolazioni hanno dimensioni analoghe, entrambi hanno un ordinamento democratico. Eppure gli esiti sono molto diversi: in Corea sono stati registrati, a oggi, “solo” 6.799 casi e 102 morti (5), frequenze molto inferiori alle nostre. La spiegazione più plausibile di questa differenza risiede nella piena consapevolezza delle azioni da intraprendere e nella tempestività con cui i coreani le hanno attuate.

In Italia subiamo gli effetti di incertezze, ritardi, ambiguità delle comunicazioni, conflittualità istituzionali, sottodimensionamento di un – sia pure eccellente – servizio sanitario. La reazione all’epidemia non è stata lucida, completa e immediata; è sembrata piuttosto svolgersi, un passo alla volta, inseguendo l’evolversi della situazione. È più facile criticare che governare, non c’è dubbio; infatti, non intendiamo sottolineare colpe ma contribuire a migliorare l’azione.

Su The Lancet (6) Hellewell afferma che “la finestra temporale per contrastare in modo efficace un’epidemia è molto stretta: quando il numero di casi iniziali è cresciuto fino a 40, la probabilità di insuccesso di qualsiasi azione di contenimento è dell’80%, anche se si fosse riusciti a rintracciare e a isolare l’80% dei contatti”. Inoltre, adottare politiche di contenimento nel proprio territorio ha scarso valore se la stessa cosa non accade nei territori contigui. L’editoriale dell’ultimo numero di Nature (7) ci ricorda che “l’azione coordinata di tutti è l’interesse di ciascuno”. Invece vediamo che alcuni negano che l’epidemia esista, altri tramano per comprare i diritti esclusivi del futuro vaccino; alcuni vogliono lasciare che l’epidemia faccia il suo corso, altri vogliono che ogni singolo cittadino si sottoponga al test del virus. E questa eterogeneità non riguarda solo le macro aree del pianeta; essa agisce su ogni scala fino a differenziare la condotta dei sindaci dei paesini più sperduti.

Eppure basterebbe essere d’accordo su pochi punti: imparare da chi ha già avuto il problema; predisporrei piani di azione basati sulle prove di efficacia; agire tempestivamente; seguire le indicazioni delle agenzie internazionali di riferimento per dare uniformità agli interventi.
La globalizzazione ci ha procurato il danno, solo un’azione globalizzata può darci il rimedio.

(5) https://www.worldometers.info/coronavirus/country/south-korea/
(6) Joel Hellewell et al. Lancet Glob Health 2020; 8: e488–96 Published Online February 28, 2020 https://doi.org/10.1016/ S2214-109X(20)30074-7
(7) COVID-19: what science advisers must do now; Nature, Vol 579, 9 March 2020, 319-20.

CoViD 19: globalizzazione certa dei danni e incerta dei rimedi – I parte

23 Mar

 

di Luigi Bisanti, epidemiologo

Il virus SARS-COV-2 non esisteva in natura fino a qualche mese fa e perciò è sconosciuto al sistema immunitario di tutti gli umani. Del virus e della malattia che determina, la Coronavirus (COVID-19), sappiamo ancora troppo poco. I caratteri principali possiamo riassumerli così:
il virus si diffonde molto velocemente da persona a persona attraverso le particelle di vapor d’acqua e di saliva emesse dalla bocca;
la rapidissima espansione geografia dell’epidemia riflette la globalizzazione di produzioni, commerci e altre attività (il virus viaggia con le persone);
i bambini e i giovani adulti sono più resistenti alla malattia, gli anziani e i soggetti con patologie multiple sono più suscettibili;
un individuo infetto diventa contagioso poco prima dell’esordio dei sintomi;
il più temibile sviluppo di COVID-19 è una polmonite interstiziale atipica che compromette gli scambi gassosi tra gli alveoli polmonari e il flusso sanguigno;
non sono ancora disponibili farmaci efficaci contro il virus;
sono in corso nel mondo ricerche per trovare un vaccino; la sua produzione su larga scala richiede 12-18 mesi ma alcuni scienziati cinesi sostengono che un loro vaccino sarà pronto molto prima;

in Italia dall’inizio dell’epidemia (21 febbraio) a oggi (22 marzo) sono stati eseguiti 258.402 tamponi per la ricerca del virus; sono risultati positivi al test 59.138 soggetti, di questi 12% è guarito e 9% è morto; 80% dei deceduti ha più di 70 anni;
dei restanti 46.638 soggetti attualmente in osservazione, 51% ha manifestato solo sintomi simil-influenzali lievi o non nessun sintomo ed è attualmente in isolamento domiciliare, 43% ha sintomi respiratori che hanno richiesto ospedalizzazione, 6% sono pazienti critici trattati nelle unità di terapia intensiva . (1)

Tra le molte cose che ancora non sappiamo, due hanno una particolare rilevanza per contrastare l’epidemia:
non sappiamo se COVID-19 conferisce un’immunità definitiva (come succede per il morbillo e la poliomielite) o di lunga durata (come per la pertosse) o di breve durata (come per l’influenza);
è certo il contagio da soggetti portatori sani (infetti mai sintomatici) ma non sappiamo quanto diffusa sia questa modalità subdola di trasmissione.

Per interrompere, attenuare o prevenire l’epidemia di una malattia infettiva bisogna fare il deserto intorno all’agente patogeno, sottraendo ad esso i soggetti suscettibili. In mancanza del vaccino bisogna tenere lontani i contagiati dai suscettibili (isolamento dei contagiati e quarantena dei contatti) oppure i suscettibili dai contagiati limitando la mobilità dei primi (distanziamento sociale). Queste due modalità, con le loro varianti, sono state variamente combinate in due strategie: la Soppressione e la Mitigazione.

La Soppressione ha per obiettivo l’eliminazione o la drastica riduzione del virus. Un primo risultato, se la strategia ha successo, è che si riduce la pressione dei contagiati sulle strutture sanitarie, ma si allunga la durata dell’epidemia. Il risultato finale è la virtuale (ma non reale) eliminazione del virus dalla popolazione che, in attesa del vaccino, dovrà continuare ad essere sottoposta a sorveglianza per l’identificazione precoce di nuovi focolai interni e dei soggetti infetti esterni. Con la Soppressione, infatti, si ottiene la drastica riduzione del virus circolante ma la popolazione rimane suscettibile all’infezione.

Con la Mitigazione ci si propone di diminuire l’intensità dell’onda epidemica, lasciandola però correre fino al suo esaurimento. Il presupposto teorico della Mitigazione è che, avendo protetto i gruppi a rischio e lasciando però che più del 60-80% della popolazione venga infettato, essa acquisirà un’immunità specifica nell’arco di qualche mese e non avrà bisogno, perciò, di ricorrere alla vaccinazione.

Gli Stati uniti d’America e il Regno unito hanno esitato a lungo prima di arrendersi alla necessità di contrastare l’epidemia. Inizialmente Graham Medley, consulente scientifico del primo ministro, ha detto: “Dobbiamo procurarci ciò che è noto come immunità di gregge. Il solo modo per farlo, in assenza di vaccino, è lasciare che la maggioranza della popolazione si infetti. … Una bella, grande epidemia”. (2) Il primo ministro britannico ha avvisato: “Molte più famiglie perderanno anzitempo i loro cari”. (3) Un gruppo di lavoro molto qualificato dell’Imperial College di Londra costituito ad hoc per sviluppare modelli di simulazione degli effetti delle strategie di contenimento dell’epidemia, dice in un rapporto (4) che, se la strategia di Mitigazione proposta dal governo britannico venisse applicata, verrebbero a morte per COVID-19 circa 250.000 soggetti in UK e circa 1.1 milioni di soggetti negli USA. Di Mitigazione non si parla più e in entrambi i Paesi sono state tardivamente avviate – o sono ancora in attesa di avvio – modalità di contenimento dell’epidemia.

(1) I dati sull’Italia sono desunti dal sito del Ministero della Salute: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5351&area=nuovoCoronavirus&menu=vuoto

(2) http://www.thelancet.com Vol. 395, March 21, 2020

(3) NEJM March 20, 2020 DOI: 10.1056/NEJMp2005755

(4) Imperial College COVID-19, DOI: https://doi.org/10.25561/77482

Il Green Deal europeo – II parte

23 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
il documento (brani da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, dir. Carlo Cottarelli, 28-2-2020)
I possibili effetti economici e sociali del Green Deal
Quanto agli effetti sulla crescita, di solito si afferma che per avere effetti positivi occorre che gli investimenti siano aggiuntivi. … Se invece sono sostitutivi, si dice di solito che l’effetto sulla crescita è nullo. Usando lo stesso criterio di giudizio, si sarebbe indotti a concludere che l’effetto degli investimenti verdi sia pressoché pari a zero. Guardando però le cose più da vicino non è detto che ciò sia sempre vero, dal momento che i nuovi investimenti potrebbero essere più produttivi di quelli che si sono fatti fino ad ora.
Secondo una lettura ottimista, il Green Deal potrebbe agire da stimolo alla crescita, un po’ come accadde con il grande ciclo dei beni di consumo durevoli che spinse lo sviluppo dell’Italia e di tanti altri paesi nei primi decenni del dopoguerra: nuovi prodotti – come lavatrici, televisioni e automobili – hanno attivato una domanda di massa e dunque lo sviluppo di nuove imprese e di nuovi settori produttivi. Non c’è dubbio peraltro che già oggi stiamo assistendo ad un grande sviluppo dei settori verdi – energie rinnovabili e prodotti a maggiore efficienza energetica, soprattutto per l’edilizia – cui corrisponde una domanda crescente di prodotti finanziari verdi da parte degli investitori istituzionali e dei risparmiatori.  Fa parte di questa lettura ottimistica l’idea che il Green Deal sia strettamente legato all’altro asse strategico di sviluppo individuato dalla Commissione, ossia la digitalizzazione. In questa visione, il nesso con la digitalizzazione è cruciale dal momento che dalle nuove tecnologie è lecito attendersi notevoli aumenti della produttività delle nostre economie. Per fare un esempio, si potrebbe immaginare che i fondi della PAC vengano utilizzati per l’attivazione di tecnologie digitali in agricoltura, che in concreto potrebbe significare l’acquisto di sensori (Internet of Things) che siano in grado di ottimizzare l’utilizzo di acqua, di fertilizzanti, di anticrittogamici ecc. Ad esempio, consideriamo l’utilizzo dei pesticidi nell’agricoltura. Come è noto, attualmente, gli antiparassitari vengono distribuiti sui campi in maniera estensiva, addirittura in certi casi con elicotteri, senza una valutazione puntuale delle quantità realmente necessarie. In tante zone d’Italia si è riscontrato per questo un calo del numero delle api, insetti fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, con conseguenze negative sulla produttività dell’agricoltura stessa. È qui che potrebbe entrare in gioco il binomio tra trasformazione digitale e transizione ecologica: una proposta, ad esempio, potrebbe essere quella di utilizzare dei droni in grado di individuare le zone dei campi che realmente necessitano di essere trattate con pesticidi, in modo da ottimizzarne l’utilizzo evitando, allo stesso tempo, effetti collaterali negativi sull’equilibrio della natura.
Secondo una lettura meno ottimista, il reindirizzamento in senso “verde” delle risorse rappresenta un vincolo aggiuntivo, che rende più difficile conseguire gli obiettivi che ci si è prefissati con i diversi programmi UE.  Ad esempio, si può supporre che oggi i fondi regionali siano utilizzati per finanziare i progetti che si ritiene possano avere il massimo impatto in termini di riduzione dei divari di sviluppo. Naturalmente questo avviene già oggi fra mille difficoltà sia di ordine tecnico (è molto difficile valutare quali siano gli investimenti più efficienti) sia di ordine politico e burocratico. L’argomento dei pessimisti è che, alle tante difficoltà oggi esistenti, se ne aggiungerebbe un’altra, legata all’esigenza di stabilire se un dato investimento può essere classificato come “verde” in base alla nuova tassonomia green. Più in generale, l’intuizione economica è che mettendo un vincolo aggiuntivo alla massimizzazione della crescita economica (quale risulta dalla combinazione delle forze del mercato e delle politiche), il risultato sia subottimale. Il che non significa ovviamente che tale vincolo non sia necessario per mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Significa però che, nel nome dell’obiettivo climatico, si sacrifica, in qualche misura, quello della crescita.
Quanto agli effetti sociali del Green Deal… verosimilmente, si chiederà ai paesi di rinunciare abbastanza rapidamente alle politiche che sono classificate come dannose per l’ambiente, tra cui vi sono gli sconti sui carburanti a favore di autotrasportatori, agricoltori e pescatori. In Italia, sappiamo come questi cambiamenti siano tanto necessari quanto impopolari con le categorie interessate. I fondi europei potrebbero essere utilizzati per compensare queste categorie, nel qual caso si faciliterebbe la transizione. …
L’unica innovazione nel bilancio UE proposta dalla Commissione è il Just Transition Fund (7,5 miliardi di euro tra il 2021 al 2027), che … implicherà complessivamente la mobilitazione di 100 miliardi di euro circa dal 2021 al 2027 (circa 143 miliardi in 10 anni). L’obiettivo … è quello di supportare le regioni dell’Unione che sono destinate a subire le maggiori ripercussioni dalla transizione ambientale. …….
Coerentemente con i criteri di allocazione, i paesi con alti tassi di emissioni di anidride carbonica, come Polonia e Germania, ricevono quote molto alte del JTF (rispettivamente 2.000 e 877 miliardi), mentre paesi come Italia e Francia, con minori tassi di emissioni e con bassi livelli di occupazione in industrie inquinanti, avranno allocazioni ben modeste (pari a, rispettivamente, 364 e 402 milioni).
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OGGI STESSO E NEI PROSSIMI DUE GIORNI PUBBLICHEREMO I PRIMI INTERVENTI DEL DOSSIER SPECIALE “CORONAVIRUS”: approfondimenti di Luigi Bisanti, epidemiologo; Mario Pianta, economista; Angelo Salento e altri, sociologi.

Il Green Deal europeo – I parte

16 Mar

di Beatrice Bonini e Giampaolo Galli
(da Osservatorio Conti Pubblici Italiani, diretto da Carlo Cottarelli, 28 febbraio 2020)
il documento 16/3/2020
La nuova Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen ha messo al centro della propria azione la questione del cambiamento climatico, visto come una necessità imprescindibile alla luce delle analisi scientifiche, ma anche come uno strumento per il rilancio dell’economia europea. L’obiettivo, estremamente ambizioso, è quello di azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050 e a questo fine la Commissione ha annunciato che renderà più stringenti gli obiettivi di riduzione delle emissioni per il prossimo decennio. Uno strumento essenziale per raggiungere gli obiettivi è il “Sustainable Europe Investment Plan” che prevede di mobilitare, tramite il budget dell’UE e altri strumenti associati ad esso, almeno 1.000 miliardi di euro in investimenti sostenibili, sia pubblici che privati, nell’arco dei prossimi 10 anni. Secondo la Commissione, questo piano è solo una parte, circa un terzo, di ciò che sarebbe necessario per conseguire l’obiettivo delle neutralità climatica. Per ora non è stata formulata alcuna ipotesi su come possano essere mobilitati i restanti due terzi. In questa nota ci soffermiamo perciò sugli oltre 1.000 miliardi di cui trattano i documenti della Commissione e cerchiamo di capire in cosa consista effettivamente il “Green New Deal”, da dove vengano risorse tanto ingenti – si noti che l’intero bilancio europeo per il prossimo settennio è nell’ordine di poco più di mille miliardi – e quali effetti potranno avere sulla crescita economica.
Il piano di investimenti: cosa c’è di nuovo
In base al documento pubblicato dalla Commissione il 14 gennaio scorso, il finanziamento previsto per la transizione “verde” sarà costituito dal 25 per cento del budget UE, dal 30 per cento delle garanzie del programma InvestEU (cioè la nuova versione del piano dell’ex presidente della Commissione, Junker) e da risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che dovrebbe diventare una sorta di “Banca Europea del clima”. In aggiunta a queste tre principali fonti, vi saranno il cofinanziamento nazionale dei singoli stati membri attraverso i Fondi strutturali e d’investimento europei (ESIF), investimenti pubblici e privati, e i fondi dell’Emission Trading System – il sistema di concessioni di emissioni di gas serra dell’UE, parte integrante delle politiche europee di carbon pricing.
Tutte queste non sono risorse stanziate ex novo, ma sono essenzialmente delle riconversioni di fondi preesistenti a cui viene data una finalizzazione “verde …………

I grandi investimenti proposti non sono dunque aggiuntivi rispetto ai precedenti piani, ma sono altre tipologie di investimento ottenute grazie al riorientamento di fondi già esistenti e inizialmente pensati per altri obiettivi. …. Verrebbero reindirizzati agli obiettivi del Green Deal il 30 per cento dei Fondi di Coesione e del Fondo di Sviluppo Regionale, il 40 per cento della PAC (Politica Agricola Comune), il 60 per cento dei fondi per le infrastrutture (il cosiddetto Connecting Europe), ecc. Si noti che questa allocazione di fondi non è esaustiva e non consente di ricostruire il quadro completo per arrivare ai 503 miliardi del budget UE [che fanno] parte dello European Green Deal Investment Plan.
…………..

Manca ancora una definizione delle politiche che concretamente verranno finanziate, o, al contrario, de-finanziate e disincentivate. Questo punto è ovviamente cruciale e al momento è pressoché impossibile dire se il riorientamento del bilancio sarà coerente con gli obiettivi dichiarati; si possono solo fare delle ipotesi circa gli effetti sulla crescita economica. Va anche detto che solo quando saranno chiare le politiche si potrà capire quali gruppi sociali ne trarranno vantaggio e quali, al contrario, verranno sfavoriti: data l’estrema ambizione del piano, si può solo immaginare che gli interessi penalizzati saranno tanti e si organizzeranno per far sentire la loro voce.
Attualmente, la Commissione sta discutendo della “tassonomia”, ossia un elenco di attività o settori che potranno essere considerati in linea con gli obiettivi ambientali. Si tratterebbe di un primo passo importante per arrivare poi a definire le politiche. Sarà infatti la tassonomia che verrà definita a stabilire quali politiche di investimento potranno essere definite “green” e quindi rientrare nel perimetro del Green Deal. Attualmente, il primo accordo di massima raggiunto da Parlamento, Commissione e Consiglio europeo chiarisce che il “bollino green” sarà garantito alle attività che presenteranno alcune caratteristiche come l’uso sostenibile e la protezione dell’acqua e delle risorse del mare, la prevenzione e il controllo dell’inquinamento, la mitigazione del cambiamento climatico ecc. Insomma, il dibattito è appena iniziato e ancora le prime disposizioni sono estremamente generiche …

“A Lesbo finisce l’Europa”

9 Mar

Pubblichiamo alcuni brani di articoli e dichiarazioni apparse sulla pagina facebook di Humanfirst 9/3/2020

A Lesbo finisce l’Europa
Annalisa Camilli, Internazionale 3 marzo 2020
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Sull’isola, che nel 2015 ha accolto migliaia di profughi siriani, l’atmosfera è cupa. … gruppi di autoproclamati vigilantes bloccano le auto dirette al centro di detenzione di Moria. Gruppi di uomini vestiti di nero prendono a sassate gli operatori umanitari e i giornalisti, distruggono le loro macchine prese a noleggio, che riconoscono dalla targa, aggrediscono i profughi che si muovono ormai solo in gruppo. Secondo gli attivisti, si tratta di militanti vicini ad Alba dorata, … Il gruppo neonazista, nato tra gli hooligans ad Atene negli anni novanta, ha sempre compiuto azioni contro gli immigrati nelle periferie delle città greche e ora sembra riprodurre le stesse tecniche anche sulle isole del mar Egeo, dove vivono 44mila profughi, senza che ci siano strutture e servizi adeguati per accoglierli. …
Il 1° marzo un centro di accoglienza nel nord dell’isola è stato dato alle fiamme da ignoti, molti attivisti per ragioni di sicurezza hanno sospeso le loro attività di sostegno ai profughi che a Lesbo sono ventimila, bloccati da mesi o addirittura da anni in attesa che la loro richiesta di asilo sia valutata. Lo stesso giorno alcuni manifestanti volevano impedire a un gommone carico di profughi di sbarcare sulla spiaggia di Thermis, proprio vicino all’Hotel Votsala che nel 2015 è stato uno dei centri nevralgici dell’accoglienza sull’isola. ……
“Non ho mai visto niente del genere”, assicura Efi Latsoudi, …. “Sono stata minacciata sotto gli occhi dei poliziotti”, continua, spiegando che tutti quelli che si avvicinano alle spiagge per aiutare i gommoni che arrivano dalla Turchia rischiano di essere aggrediti. …..
“Prima di aprire l’ospedale di Medici senza frontiere a Moria ogni mattina facciamo una riunione per valutare le condizioni di sicurezza, con lo stesso grado di allerta che usiamo di solito nelle zone di guerra”, racconta Marco Sandrone, coordinatore della missione … che definisce la situazione sull’isola “un far west”.

Ma il fatto che le organizzazioni non governative stiano sospendendo le loro attività per il timore di essere attaccate ha delle conseguenze drammatiche sulla condizione dei profughi che vivono sull’isola. …
Lesbo è sempre più una prigione a cielo aperto per ventimila persone tra cui settemila bambini, e dallo scorso settembre il governo greco trasferisce poche persone alla volta sulla terraferma. A causa delle proteste dei residenti, anche gli ultimi arrivati non sono trasportati nell’hotspot di Moria, come prevederebbe il protocollo. Ma sono lasciati a dormire all’addiaccio. A Skala Sikamia, nel nord dell’isola, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha allestito qualche tenda, ma alcuni hanno dovuto dormire sulla battigia, perché non c’erano posti per tutti. Si tratta soprattutto di famiglie di afgani che vivevano in Turchia da qualche anno. ……

“E’ una vergogna”
dichiarazione di Pietro Bartolo, eurodeputato, 5 marzo
Ho già scritto: quel che avviene al confine greco-turco è una vergogna. Il volto dell’Unione no, non può essere, solo quello della faccia feroce. Questo terribile gioco lo abbiamo già visto. La Grecia, certo, va aiutata. Ma noi insistiamo con la presidente della Commissione Von der Leyen: non ci piace per niente come sta reagendo alla nuova situazione. Io faccio una proposta concreta: perché la Commissione non si adopera, oggi, subito, per salvare da Lesbo alcune centinaia di bambini, specie quelli non accompagnati? Si aprano corridoi umanitari. Si mobilitino gli uffici, si interroghino gli Stati membri che sono disponibili. Intanto, tiriamo via dal fango e dall’orrore almeno i bambini!

La guerra alle spalle, i manganelli davanti: salviamo i profughi siriani coi corridoi umanitari
Davide Falcioni, fanpage.it 5 marzo

Non siamo costretti a stare a guardare quello che accade al confine tra Grecia e Turchia, dove migliaia di profughi siriani vengono respinti a manganellate. Possiamo promuovere l’apertura di corridoi umanitari nei comuni italiani. È già stato fatto, su proposta di un gruppo di cittadini, nelle Marche. E una famiglia siriana fuggita dalla guerra ha potuto ricominciare a vivere. …. Ciò è già possibile grazie al programma Corridoi Umanitari organizzato da Mediterranean Hope – FCEI (Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), Comunità di Sant’Egidio e Tavola Valdese. ….
Un esempio virtuoso di corridoio umanitario su base comunale esiste già ed è quello di Offida, città marchigiana di 5mila abitanti che la scorsa estate ha accolto una famiglia siriana partecipando – per la prima volta in Italia – al progetto di Mediterranean Hope. L’iniziativa è nata tra un gruppo di cittadini che nel 2016 si impegnarono per fronteggiare l’emergenza del terremoto (anche Offida ha subito danni) raccogliendo aiuti per conto delle Brigate di Solidarietà Attiva, che li ha poi distribuiti in tutto il vastissimo cratere. Ebbene, questo gruppo di offidani pensò di estendere la solidarietà dai terremotati ai richiedenti asilo e propose all’amministrazione comunale di partecipare al programma dei corridoi umanitari di Mediterranean Hope. …..

Chi sono i greci che attaccano le Ong a Lesbo
Annalisa Camilli, Internazionale 6 marzo

“Sono greco e ogni greco deve difendere la sua patria, qui le Ong sono illegali, sono spie”. Kaliailis Evaggelos ha 67 anni ed è un albergatore di Lesbo, l’isola dell’Egeo diventata il simbolo dell’accoglienza durante il 2015, quando sono passati da qui un milione di profughi siriani, e dove oggi ci sono 22mila persone ammassate in un campo che potrebbe accoglierne tremila. Il 6 marzo Evaggelos è stato condannato dal tribunale di Mitilene a tre mesi di carcere con la condizionale insieme a un altro isolano, Kostas Alvanoupulos, per aver minacciato Efi Latsoudi, una delle figure più conosciute dell’isola, psicologa, coordinatrice del Pikpa solidarity camp, vincitrice nel 2016 del premio Nansen dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). ….. Uno dei sostenitori di Evaggelos si avvicina e chiede di essere intervistato: “Non siamo fascisti, siamo patrioti”. ……
“La situazione sull’isola è drammatica, non ho mai vissuto un livello così alto di violenza. Ed è una sensazione condivisa, ci sentiamo tutti minacciati, non ci possiamo muovere liberamente”, spiega Efi Latsoudi, che dopo le numerose minacce ricevute è sotto protezione. “Abbiamo portato questo caso in tribunale, perché si fermi il senso di impunità di queste persone. …”.
Il 5 marzo sono arrivati sull’isola cinque militanti tedeschi e austriaci di Generazione identitaria, tra cui Mario Muller, ….. è un movimento dell’estrema destra, suprematista bianco, nato in Francia nel 2013 e dal 2017 molto attivo anche in Italia con la campagna “Defend Europe” contro le Ong che partecipano ai soccorsi in mare dei migranti. …..

La selezione irrazionale dei migranti

2 Mar

di Cosimo Perrotta – 3/3/2020

Il 19-20 febbraio 2020 i media hanno diffuso la notizia della nuova politica del governo inglese sugli immigrati: saranno selezionati attraverso un meccanismo di punteggi. In pratica potranno entrare solo coloro che abbiano già un contratto di impiego di almeno 23mila sterline (27.500 euro circa) l’anno e conoscano l’inglese. Questo escluderebbe almeno il 70% degli attuali immigrati in Gran Bretagna. La Confindustria britannica è molto irritata da questo provvedimento, e qualche ragione ce l’ha, visto che interi settori della ristorazione, agricoltura, pesca, edilizia, assistenza alle persone rimarranno gravemente sguarniti.

Sebbene non così estremizzata, questa politica è stata già proclamata e in parte attuata da diversi paesi nel mondo, soprattutto anglosassoni, ed è invocata da molti “esperti”. Prescindiamo dalle considerazioni sociali e morali, che pure sarebbero doverose, e chiediamoci: economicamente, è una politica razionale? No, è proprio il contrario.

Le migrazioni attuali sono suscitate dal benessere dei paesi ricchi. Il benessere, alla lunga, produce tre fenomeni strettamente connessi tra loro: un’attesa di vita più alta, il calo della natalità e un periodo di istruzione più lungo (e quindi lo spostarsi dei giovani locali verso lavori a più alta qualificazione). Questi tre fattori convergono verso un’unica necessità delle economie opulente, che solo i migranti possono attualmente soddisfare: aumentare i lavoratori dei mestieri meno qualificati. Questi lavoratori devono essere, infatti, abbastanza giovani e abbastanza numerosi per pagare le pensioni degli anziani, che aumentano sempre più; si adattano a fare lavori che i giovani locali – avendo studiato a lungo – tendono ad evitare; hanno un tasso di prolificità molto più alto. La selezione alla Johnson impedisce tutte e tre queste soluzioni. Al contrario, essa aggrava l’invecchiamento, la denatalità e la carenza di lavoro non qualificato.

In punto di teoria, niente impedisce di pensare ad una società talmente avanzata che le mansioni non qualificate siano svolte attraverso la tecnologia, dove quindi i vecchi lavori elementari siano spariti (come lavare i piatti o riparare scarpe) o si siano trasformati in lavori specializzati (come molte mansioni della cura alla persona). Sarebbe quindi una società in cui non c’è bisogno della gran parte degli attuali lavori poco qualificati. Ma i paesi ricchi di oggi, non solo non sono ancora a questo punto di avanzamento, ma – per colpa della loro politica – stanno arretrando. Essi hanno bloccato l’evoluzione interna dei lavori.

I paesi ricchi, con la globalizzazione, hanno attuato una delocalizzazione accelerata della propria industria manifatturiera verso i paesi emergenti senza convertire il proprio lavoro verso la produzione immateriale. Inoltre, con la tolleranza versi i paradisi fiscali e l’evasione fiscale, questi paesi si sono privati dei capitali necessari alla formazione del capitale umano e alla diffusione ordinata delle tecnologie digitali. Hanno quindi allargato le sacche di disoccupazione nascosta, in cui è presente il lavoro poco produttivo degli “analfabeti” digitali. Il risultato di tutto questo è che il benessere continua a far avanzare i processi di invecchiamento e denatalità e fa permanere il bisogno di un lavoro non qualificato molto esteso.

Si dirà, ma perché allora molti paesi attuano o invocano politiche selettive degli immigrati, che facciano passare solo i più qualificati? Non è questa la prova che essi hanno ragione? Nient’affatto. La storia moderna è piena di politiche autolesioniste attuate per motivi ideologici, per xenofobia, razzismo, odio religioso, ecc. Nel 1492 la Spagna espulse i mori, già sconfitti, rovinando per sempre la propria agricoltura e distruggendo le raffinate tecniche arabe di irrigazione. Espulse anche gli ebrei, impoverendosi gravemente sul piano intellettuale ma anche sul piano mercantile e finanziario.

L’antisemitismo nazista e la Shoah, oltre che massimo esempio di abiezione morale, sono anche un monumentale caso di idiozia economica, in cui fior di professionisti e intellettuali venivano ridotti a schiavi affamati e ben poco produttivi. La stessa Brexit, l’ultimo frutto avvelenato di una tenace tradizione xenofoba in Europa, è stata la risposta economica controproducente ad un problema reale: la disoccupazione e il lavoro precario. E’ il populismo, bellezza.

C’è una sola possibilità che le politiche selettive dei migranti non siano così irrazionali come sembrano: che di fatto i lavori non qualificati vengano svolti da masse anonime di lavoratori illegali che non si vuole regolarizzare. Il loro status attuale, infatti, li rende più deboli e più disposti a farsi sfruttare a piacimento. Il tutto senza oneri per lo stato né sforzi di inclusione, organizzativi o culturali. Che ci sia questo nella mente del furbo Johnson?