Commento a C. Perrotta, “Il capitalismo è ancora progressivo?” – seconda parte

24 Nov

di Salvatore Rizzello – 24 XI 2020

Tra gli aspetti più rilevanti contenuti in Is Capitalism Still Progressive?, C. Perrotta evidenzia la centralità dello Stato nel promuovere, sostenere e organizzare lo sviluppo capitalistico. Questa ruolo non ha riguardato solo le fasi iniziali dell’industrializzazione, come spesso si ritiene, ma è sempre stato presente in tutti i paesi e continua a essere svolto. Ciò ha garantito la crescita, favorendo imprenditorialità e innovazione, e consentito anche la diffusione di ricchezza e benessere, pure dopo periodi di gravi crisi mondiali (New Deal, Welfare State).
Contestualmente, però, gli Stati europei hanno anche promosso e guidato le politiche coloniali e neo-coloniali. Facendosi principali interpreti dell’idea che gli altri popoli fossero incapaci di auto-gestirsi per raggiungere la “civilizzazione”, essi hanno effettuato politiche di sfruttamento, rapina, violenze e genocidi. La meticolosa ricostruzione storica e i dati accuratamente riportati respingono l’idea che l’espansione del capitalismo derivasse dalla pacifica estensione del mercato a livello mondiale. Così pure è smentita la legge dei vantaggi comparati di D. Ricardo, secondo cui, se ogni paese si specializza solo nella produzione dei beni che gli costano meno, ognuno ha un reciproco vantaggio nello scambio con gli altri. In realtà, élite capitaliste e monopoli, con il sostegno dei governi, hanno mantenuto la divisione internazionale del lavoro creata dal colonialismo, costringendo i paesi poveri a esportare soprattutto materie prime.
Anche in seguito all’emancipazione, la dominazione occidentale è proseguita con il neo-colonialismo, con il controllo di commerci e finanza, e alleanze con regimi locali corrotti e spesso illiberali. Continua così tuttora lo sfruttamento di risorse naturali e la distruzione della vecchia economia di sussistenza, anche mediante il dumping sui prodotti agricoli da parte delle aziende occidentali, che esportano sottocosto i loro prodotti. Effetti negativi ha comportato anche la “globalizzazione”, con l’abbassamento dei dazi doganali a sfavore dei paesi più deboli. Parallelamente è stata imposta la monocoltura, sovente accompagnata da carestie, inquinamento, epidemie e la conseguente espulsione di masse di poveri verso città cresciute caoticamente a dismisura.
Le stesse politiche della Banca Mondiale e del FMI non aiutano a superare queste condizioni di sottosviluppo, anzi le aggravano. I loro prestiti sono condizionati al risanamento dei bilanci che finisce con l’intaccare la spesa sociale e non le rendite. E’ evidente come un tale squilibrio inneschi flussi migratori incontrollati, con esiti spesso drammatici.
Da questo quadro appare chiaro come il capitalismo abbia tradito le sue promesse di benessere diffuso, democrazia e contenimento delle disuguaglianze, per dirla con F. Hirsch (I limiti sociali allo sviluppo, 1976), opportunamente ricordato dall’autore, con l’amara constatazione che anche nei paesi a capitalismo avanzato sono in aumento disoccupazione, inoccupazione, precarietà, malessere, arbitrii, prepotenze, povertà, disuguaglianze, inquinamento e perfino sottosviluppo e semi-schiavitù.
Certo non aiuta a uscire da questa crisi sistemica il ribaltamento dei rapporti tra economia e democrazia, con la seconda sempre più subordinata alla prima. Nel libro, a proposito di questo rapporto, vengono illustrati tre modelli: quello europeo, che “almeno a parole” si ispira agli ideali democratici dell’Illuminismo; quello paternalistico (come in Cina) senza democrazia, ma che permette il perseguimento del self-interest, sotto il rigido controllo statale; e quello neo-liberista/populista, che è democratico solo sul piano formale, ma di fatto pratica un regime antidemocratico.
Lo strisciante, ma purtroppo progressivo, scivolamento di un numero crescente di paesi dal primo al terzo modello non invita all’ottimismo, perché non può far altro che acuire disparità e squilibri, in entrambe le realtà: sottosviluppate e avanzate.
Solo smettendo di essere culturalmente subalterni al neoliberismo (e contenendo le derive populiste), gli Stati e gli organismi sovranazionali possono invertire la tendenza e innescare processi virtuosi di politiche di crescita capitalistica, di risanamento dell’ambiente e mettere in atto un grande piano di sostegno per i paesi poveri, da cui necessariamente passa la ripresa dello sviluppo dei paesi occidentali. Questo programma dovrebbe seguire la logica del “Piano Marshall”, che, concepito per la ripresa in Europa dopo la seconda guerra mondiale, comportò grandi benefici anche per gli USA. Dovrebbe attivare soprattutto i giovani occidentali e quelli dei paesi sottosviluppati con investimenti in capitale umano per lo sviluppo di nuova agricoltura, creazione di moderne infrastrutture, riciclo dei rifiuti, realizzazione di spazi urbani adeguati, presidi sanitari evoluti, potenziamento delle strutture amministrative e lotta alla corruzione. Il costo complessivo per attuare un piano di questo tipo sarebbe ben inferiore a quello di non realizzarlo, considerati i disastri economici, politici e ambientali in corso, che intaccano direttamente il benessere e la nostra civiltà.

Sta per uscire la versione italiana del libro qui commentato: Cosimo Perrotta, Il capitalismo è ancora progressivo?, Firenze University Press.

Commento a C. Perrotta, “Il capitalismo è ancora progressivo?” – prima parte

23 Nov

di Salvatore Rizzello* – 23 XI 2020

La trasformazione dei capitali in rendite è una delle maggiori cause dell’aumento delle disuguaglianze ed è il fenomeno che più contraddice la logica capitalistica. Il trasferimento della ricchezza immobilizzata nelle rendite verso investimenti in capitale umano consentirebbe al sistema di superare l’attuale crisi. Si può sintetizzare così la tesi di fondo di Is Capitalism Still Progressive? An Historical Approach, di Cosimo Perrotta, appena pubblicato per i tipi di Palgrave-MacMillan, nella collana “Pivot”. 
Attraverso un’accurata ricostruzione storica della nascita e dell’evoluzione del capitalismo fino ai nostri giorni, solidamente suffragata da molti dati, dettagliate fonti e un’ampia analisi comparata a livello internazionale, il libro riporta alla luce alcuni aspetti “dimenticati”, ma imprescindibili per comprendere i limiti del capitalismo contemporaneo.  
Ad esempio, viene smentita la convinzione diffusa che la produttività dipenda dal contenimento dei salari a favore della crescita dei profitti. Ciò non è avvenuto con il welfare state, quando gli alti salari garantirono un aumento della produttività e del progresso tecnico. Analogamente accadde nei decenni antecedenti la rivoluzione industriale della seconda metà del Settecento. Gli economisti inglesi dell’epoca sostenevano che gli alti salari non riducevano i profitti, ma, rendendo i lavoratori più motivati, miglioravano la qualità del lavoro e incrementavano produttività e potere di acquisto. Durante il welfare state le politiche di aumento salariale giocarono un ruolo cruciale nel superamento della crisi da sottoconsumo. Garantirono al contempo una crescita dei profitti e ridussero le rendite. A partire dagli anni Settanta, la situazione si è rovesciata. C’è stata una progressiva contrazione di salari e redditi dei ceti non protetti a favore dei profitti, ma con un’espansione ancora maggiore delle rendite, in particolare di quelle della speculazione finanziaria. 
Il libro sfata in modo efficace anche alcuni miti celebrativi del capitalismo. Tra questi, viene smentita l’idea che il progresso economico sia sempre portatore di progresso civile. Si pensi alle conquiste coloniali o al fatto che il capitalismo convive anche con regimi antidemocratici, talvolta sanguinari, in cui emergono nuove forme di schiavitù peggiori di quelli dell’antichità (come quella minorile), di fatto tollerate dal sistema nel suo insieme. 
Un altro mito è quello del mercato che si autoregola. Si dimostra al contrario come, lasciato da solo, il mercato tenda a consolidare profonde forme di disuguaglianza, a cristallizzare posizioni di potere (rendite) e ad autodistruggersi.  Lo Stato ha quindi un ruolo imprescindibile per tutelare la concorrenza, ma il contenimento del suo peso da parte di lobby che sovrastano il potere politico a favore dei loro interessi privati è tra le cause principali della riduzione dei redditi dei ceti medi, della crescente disoccupazione e precarizzazione del lavoro e dei difformi livelli di sviluppo. Tutto questo è alla base di tragici avvenimenti diffusi a livello globale, quali l’emigrazione, la crisi della coesione sociale e la distruzione dell’ambiente. 
Malgrado un quadro così preoccupante, questo non è l’ennesimo libro sulla fine del capitalismo e sul suo superamento. Al contrario, il libro sostiene che il capitalismo, inteso come processo di investimento di ricchezza per generarne una maggiore quantità, ha indubbiamente garantito “un progresso fondamentale dell’evoluzione umana”. Considerati però gli effetti contraddittori e talvolta dannosi dell’economia mondiale contemporanea, l’interrogativo del titolo, se il capitalismo sia o meno ancora portatore di progresso (sottinteso, non solo economico, ma anche civile e sociale), è la domanda cruciale per individuare un’efficace strada di cambiamento di rotta. Il percorso indicato non è certamente quello fallimentare delle economie pianificate e neppure quello suggerito dai più recenti modelli di economia circolare, che limitano il concetto di ricchezza ai beni materiali, come hanno fatto in passato anche i teorici dello stato stazionario. 
La convincente e ben supportata soluzione consiste nell’estensione dei consumi culturali, che determinano la crescita del capitale umano, vero fattore di produttività sociale. Ne consegue una crescita più generale della società, non più solo mediante l’investimento specifico per il profitto, ma anche con l’espansione del lavoro non-profit, soprattutto nella sfera dei servizi alla persona e all’educazione. In tal modo si ripristina la supremazia dell’interesse generale pubblico e si salvaguarda l’interesse privato, attraverso l’incremento degli investimenti in capitale umano (ricerca, istruzione, arte), l’estensione della produzione immateriale, la non ripetitività nei consumi, la riduzione delle disuguaglianze e un maggiore rispetto per l’ambiente.
Con lo spostamento di risorse dalle rendite all’investimento in capitale umano, il capitalismo è in grado di riproporre la sua capacità di sviluppo e progresso anche nella dimensione più distintiva della natura umana, quella culturale. 

  • Prof. ordinario di Economia politica all’Univ. del Piemonte Orientale

La seconda parte di questo articolo esce domani

Mai più stragi nel Mediterraneo!

18 Nov

Edizione straordinaria 18 nov. 2020

Petizione al Governo Italiano, alla Commissione Europea, al Parlamento Europeo, al Consiglio d’Europa: 
Basta! Mai più stragi nel Mediterraneo!


La normativa attualmente in vigore nei vari stati europei sull’immigrazione continua a limitare fortemente l’accesso, il transito e la sosta delle Organizzazioni non governative nel mare Mediterraneo, rendendo così ardui e difficilissimi i soccorsi in mare di migliaia di persone disperate. Le conseguenze di tali ingiuste normative (che si pongono peraltro in contrasto col diritto internazionale che disciplina questa materia) provocano un grave indebolimento del sistema di ricerca e salvataggio, così condannando un numero crescente di profughi e migranti alla terribile (e certamente evitabile) morte in mare, dopo essere riusciti miracolosamente a sfuggire alle atrocità e torture delle milizie libiche in campi di inumana detenzione.
Negli ultimi giorni abbiamo dovuto assistere alle terribili immagini di naufragi lungo il tratto di mare nel tratto tra la Libia e l’Italia, costringendoci alla visione dello struggente dolore di una giovane madre alla quale il mare ha strappato il figlioletto di sei mesi a causa del colpevole ritardo col quale sono stati resi possibili i doverosi soccorsi. Una ennesima vergognosa tragedia che poteva e doveva essere evitata! Assistiamo attoniti alla violazione sistematica del diritto internazionale e dei più elementari principi di civiltà giuridica che regolano il soccorso in mare, che è formalmente riconosciuto a livello universale, come diritto-dovere inviolabile.
Mentre la Magistratura scagiona i comandanti delle navi delle Ong impegnate in quel mare, accusati frettolosamente di reati inesistenti, le stragi si susseguono e, ciò che più sbigottisce, è il tentativo di delegittimare l’opera dei volontari soccorritori nel tentativo di assimilare la loro meritoria attività ad azioni illecite da impedire e sanzionare!
Siamo consapevoli delle enormi difficoltà che il mondo intero è chiamato a fronteggiare per via della dilagante pandemia e tuttavia, per la gravità delle ripetute violazione dei diritti fondamentali delle persone, riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e dalla Convenzione internazionale in difesa dei diritti dei bambini, non è tollerabile che i governi nazionali e l’Europa assistano immobili a stragi di così grave entità! 

Gli innegabili problemi connessi al fenomeno migratorio e le conseguenze economiche e sociali che impediscono ragionevolmente di accettare una immigrazione senza regole e limiti , non possono e non potranno mai minimamente giustificare misure repressive, da un lato del tutto inutili a contenere gli arrivi di migliaia di disperati, e dall’altro capaci solo di provocare assurde e terribili morti di un numero incredibile di persone in fuga dalla fame, guerra, persecuzioni e povertà.
Sulla base di tali considerazioni, chiediamo al Governo Italiano ed alle Istituzioni europee di adottare i necessari non più rinviabili provvedimenti urgenti ed idonei ad arrestare le stragi di esseri umani nel Mediterraneo, rimuovendo le inaccettabili norme della legislazione nazionale e continentale in vigore che ostacolano e di fatto impediscono i doverosi e necessari soccorsi in mare da parte di qualsiasi persona o organizzazione umanitaria!

Promotori:Alberto Maritati, Responsabile Puglia di Movimento EuropeoPier Virgilio Dastoli, Presidente Movimento Europeo in ItaliaStefania Gualtieri, Segretaria Generale di Fondazione Emmanuel – Don Francesco Tarantini per le Migrazioni e il Sud del Mondo – ONGCosimo Perrotta e Vincenzo Fischetti, Presidenti di Humanfirst.itAndrea Pignataro, Presidente di Terzo Millennio –  Laboratorio di Umana SolidarietàMatteo Pagliara, Presidente Camera a Sud/ Crocevia

Tra i firmatari:
Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia
Carlo Salvemini, Sindaco di Lecce
Stefano Minerva, Presidente Amministrazione Provinciale di Lecce

e alcune centinaia di firme da tutta Italia

I promotori sono stati ricevuti dal Prefetto di Lecce, dott.ssa Maria Rosa Trio, che inoltrerà l’appello al Governo. L’appello è stato inoltrato agli organi europei

 La raccolta firme prosegue sulla piattaforma http://www.change.org

Polanyi, Sahlins e i paradossi del capitalismo

16 Nov

di Riccardo Evangelista 

Da anni ormai introvabili nelle librerie, per una ben augurante coincidenza lo scorso ottobre sono stati ripubblicati in italiano La sussistenza dell’uomo. Il ruolo dell’economia nelle società antiche, opera postuma di Karl Polanyi (Einaudi, 1977) riedita da Mimesis, e L’economia dell’età della pietra. Scarsità e abbondanza nelle società primitive, di Marshall Sahlins (che risale al 1972), riproposto da Elèuthera. I testi, molto diversi per linguaggio e struttura narrativa, condividono gli ambiziosi obiettivi di fondo: dimostrare, attraverso gli strumenti dell’antropologia, le derive paradossali della società di mercato e i fondamenti etnocentrici dell’economia politica convenzionale, «scienza che studia il comportamento umano come relazione tra fini e mezzi scarsi suscettibili di usi alternativi».
La sussistenza dell’uomo è il risultato del lavoro quasi filologico svolto dagli allievi (in particolare Harry W. Pearson), che hanno riorganizzato gli appunti, non sempre decifrabili, e composto quello che si può definire il testamento scientifico di Polanyi. Proprio Pearson sottolinea come il suo maestro fosse mosso dalla «convinzione che la storia anteriore alla comparsa del mercato offriva molte indicazioni a favore delle possibilità che multiformi istituzioni sociali, politiche e culturali della società tornassero a decidere il destino dell’umanità». Su queste basi, Polanyi si unisce a Sahlins in una critica radicale a un’intera mentalità, quella economicistica. Scrive dunque Polanyi: «avendo assolutizzato il movente del guadagno economico nella pratica, l’uomo perde la capacità di tornare a relativizzarlo mentalmente. La sua immaginazione è costretta entro vincoli che ne limitano le capacità». Aver stabilito «un’uguaglianza fra l’economia umana e la sua forma di mercato» e ritenuto che «l’azione economica fosse naturale per l’uomo e quindi non avesse bisogno di spiegazioni» è un clamoroso «errore logico», che Sahlins porta alla luce ne L’economia dell’età della pietra
Comunemente, esordisce l’antropologo statunitense, gli economisti descrivono le società primitive come estremamente povere, i cui membri occupano la quasi totalità del loro tempo nell’affannosa ricerca di cibo. La bassa produttività, dovuta a una tecnologia elementare, le condannerebbe all’inedia, alla stagnazione, insomma ai tormenti fisici e morali. In realtà, nota Sahlins, esse sono delle «originarie società opulente», in cui solo una minima parte della giornata è dedicata per scelta al lavoro (in media 2 o 3 ore), non esiste la fame (se non nella forma collettiva della carestia) in quanto la fitta rete di relazioni sociali e i processi redistributivi lo impediscono. Per di più, l’approvvigionamento calorico pro/capite e la varietà dei cibi garantiscono una dieta più che adeguata. In generale, prevale un sottoutilizzo delle risorse: nessuno pensa di cogliere frutti o pescare pesci in eccesso, o di lavorare più del dovuto per accumulare ricchezze materiali che toglierebbero tempo ad attività ludiche o religiose e minaccerebbero la coesione del gruppo. 
Come spiegare il paradosso che economie a bassa produttività non conoscano la povertà, a differenza delle moderne società industriali? In che senso si possono addirittura definire opulente? Sahlins non rievoca il mito del buon selvaggio, ma mette in evidenza come gli obiettivi e i bisogni delle società primitive siano «qualitativamente definiti nei termini di un sistema di vita, più che quantitativamente come ricchezza astratta». Lo scambio di beni, ad esempio, «incorporando un dato coefficiente di socievolezza, è incomprensibile nei suoi termini materiali a prescindere dai suoi termini sociali». I processi economici, in altri termini, sono culturalmente definiti, assumendo senso a partire dalle istituzioni in cui sono immersi. In conclusione, non esiste una motivazione universale e quindi naturale dell’agire economico: la massimizzazione dell’utilità individuale non è altro che «un aspetto organizzativo della nostra economia».
La sussistenza dell’uomo e L’economia dell’età della pietra aprono una breccia irreparabile nella teoria economica dominante e affondano il colpo nel paradosso originario della società di mercato: costituendosi sulla base della scarsità, non può eliminarla, ma anzi deve reificarla. Da questo vicolo cieco deriva la sua disfunzione più clamorosa: nonostante l’impressionante aumento della ricchezza prodotta negli ultimi tre secoli, permane il problema della povertà e della marginalità sociale, che le economie primitive, “oziose e inefficienti”, avevano brillantemente risolto.

Nobel per l’economia: un format d’asta che abbassa i costi per tutti

9 Nov

a cura di Piero Rizzo
Paul R. Milgrom e Robert B. Wilson, dell’Università di Stanford hanno vinto il Nobel per l’economia 2020.
Ho letto le sintetiche motivazioni del prestigioso riconoscimento “per i miglioramenti alla teoria delle aste” con un certo scetticismo. Da profano, pensavo che in una fase di sfide planetarie (crisi climatiche, migrazioni, pandemie, ecc.) in cui l’economia ha un ruolo centrale, questo premio denotasse uno scollamento dalla realtà.
Ma nella relazione illustrativa c’è la risposta implicita alla mia perplessità: le aste sono dappertutto e riguardano tutti noi a qualsiasi livello. Ad esempio, il mercato dell’elettricità, le radiofrequenze per le telecomunicazioni, le quote di emissioni degli inquinanti vengono assegnati tramite aste.
Con le loro ricerche Milgrom e Wilson hanno conseguito due importanti risultati:
–hanno migliorato la teoria delle aste e “decrittato” i format esistenti
–hanno sviluppato nuovi format che sono stati adottati in tutto il mondo
Da sempre le persone vendono qualcosa al miglior offerente o l’acquistano da chi fa l’offerta più conveniente. Già nell’antica Roma gli usurai mettevano all’asta i beni confiscati ai debitori che non riuscivano a pagare i debiti. Attualmente passano di mano nelle aste giornaliere oggetti per valori astronomici come titoli, minerali, energia o anche appalti pubblici come quelli per la raccolta dei rifiuti.
Per un lungo periodo sono stati dominanti due format di aste abbastanza semplici: quello inglese nel quale le offerte crescono fino a quando non c’è un vincitore, e quello olandese nel quale viene fissato un prezzo di apertura alto che viene man mano ridotto finché non si trova un offerente.
Col tempo il campo di applicazione delle aste si è esteso a casi sempre più complessi come gli slot negli aeroporti o le frequenze radio e parallelamente è cresciuta la complessità dei meccanismi delle aste. Per questo motivo negli anni ’60 William Vickrey, anche lui insignito del premio Nobel, ha elaborato per primo la “teoria delle aste”.
Egli analizzò il caso in cui i beni o servizi messi all’asta hanno valore solo per i privati. Ciò significa che i valori attribuiti dagli offerenti sono indipendenti l’uno dall’altro: in pratica il valore dell’oggetto dipende dalle valutazioni degli altri offerenti. Ma i valori completamente privati sono un caso limite. La maggior parte degli oggetti d’asta – come titoli, proprietà, diritti di estrazione – hanno un valore comune considerevole, il che significa che una parte del valore è uguale per tutti i potenziali offerenti.
Inoltre ogni offerente dispone di diverse informazioni private sul carattere dell’oggetto. Gli offerenti quindi corrono il rischio che gli altri abbiano informazioni migliori sul valore vero. Ciò porta al noto fenomeno che va sotto il nome della “maledizione del vincitore”. Il vincitore dell’asta resta col dubbio di aver sopravvalutato il valore dell’oggetto e di aver quindi fatto un cattivo affare.
Robert Wilson è stato il primo a creare un framework per l’analisi di aste con valori comuni, e a descrivere come si comportano gli offerenti in tali circostanze. Negli anni ’60-’70, egli ha descritto la strategia di offerta ottimale in un’asta in cui al primo prezzo il valore reale è incerto ma alla fine è uguale per tutti. I partecipanti faranno un’offerta inferiore alla loro migliore stima del valore, per evitare di fare un brutto affare e quindi essere afflitti dalla maledizione del vincitore, cioè di pagare troppo e perderci.
Paul Milgrom ha formulato una teoria valida non solo per i valori comuni, ma anche per quelli privati. Egli ha analizzato le strategie di offerta in una serie di format ben noti, dimostrando che un format darà al venditore entrate più elevate quando gli offerenti sanno di più sui valori stimati.
Milgrom e Wilson non si sono dedicati solo alla teoria fondamentale delle aste. Hanno anche inventato format nuovi in quanto quelli esistenti non erano adeguati a situazioni complesse. Il più famoso è il “Simultaneous Multiple-Round Auction” (SMRA) (asta multipla simultanea). “Partendo da prezzi bassi e consentendo ripetute offerte, l’asta riduce i problemi causati dall’incertezza e la maledizione del vincitore”.
La loro notorietà deriva in buona parte dal successo che ha avuto nel 1994 l’asta delle radiofrequenze indetta dalle autorità statunitensi, utilizzando per la prima volta il format SMRA. II nuovi format di aste sono un bell’esempio di come i principi teorici siano stati la base per le applicazioni nel mondo reale. Essi si sono diffusi in tutto il mondo con grande beneficio per l’intera società.
Anche i Nobel dello scorso anno Abhijit Banerjee ed Esther Duflo hanno abbinato agli studi teorici un approccio sperimentale. L’obbiettivo era “alleviare la povertà globale”.

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2020/press-release/https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2020/popular-information/

La “tragedia dell’orizzonte” (seconda parte)

2 Nov

di Michele Carducci – 3-11-2020
(per la prima parte, vedi il post del 14-9-2020)

Se il quadro dell’emergenza ecosistemica e climatica ci costringe a una inedita restrizione temporale di programmazione e decisione (abbiamo poco tempo per decidere bene), che cosa si può fare? Come uscire dalle contraddizioni consegnateci dall’era fossile? Le vie prospettate sono fondamentalmente due, tra loro ben diverse, ancorché convergenti nella premessa che le sostiene.

Partiamo allora dalla premessa: l’assioma novecentesco «development first» recede di fronte all’urgenza «climate first». Questa inversione delle priorità è stata ufficializzata nel 2018, con la pubblicazione, sotto l’egida dell’ONU e sulla base di evidenze scientifiche planetarie, del Report speciale dell’IPCC (il Panel Intergovernativo sui Cambiamenti climatici) Global Warming 1,5°C. In quel documento, il «climate first» viene individuato anche nel termine temporale entro cui centrarlo: il 2030. Se entro quella data, le politiche di sviluppo non conseguiranno il risultato del controllo dell’aumento della temperatura globale entro e non oltre l’1,5°C, qualsiasi attività umana di produzione di beni e servizi diventerà “pericolosa” per la stabilità climatica, in altre parole alimenterà esternalità negative difficilmente controllabili o compensabili con strumenti monetari o tecnologici.

Ma il 2030 coincide anche con la scadenza di realizzazione dei 17 SDGs (Obiettivi di sviluppo sostenibile) ONU. Dunque la c.d. «Decade of Action» traccia il cammino per scongiurare il fallimento dello sviluppo sostenibile in tutte le sue declinazioni. La contrapposizione «climate first»/«development first» svanisce, giacché, senza lotta efficace e risolutiva al cambiamento climatico, qualsiasi sostenibilità di qualsiasi contenuto risulterà compromessa (1). Con questa premessa, che nessuno confuta o rigetta, come centrare il 2030 assurge a vera sfida.

Nel panorama comparato delle prassi e delle teorie, si riscontrano due percorsi:
la promozione di forme inedite di partecipazione cittadina a contenuto ecologico e climatico (si pensi alle assemblee popolari climatiche in Francia, alle innovative pratiche di democrazia partecipata in America latina, alle “comunità energetiche” in diverse parti d’Europa, ai “condomini ecologici”, all’economia civile e solidale, al “baratto ecologico”, alle pratiche di rappresentanza delle giovani generazioni e persino delle future generazioni);

la costruzione di un “Earth System Law“, ovvero una globalizzazione di regole, riferite non più soltanto alla lex mercatoria (funzionale al mercato e alla comunicazione), bensì alle leggi naturali dei “Planetary Boundaries” (ossia alle leggi dell’equilibrio termodinamico del pianeta Terra), nella considerazione che l’esigenza di questo equilibrio è presente in tutte le tradizioni culturali, religiose e giuridiche esistenti.

Il primo percorso è più semplice del secondo, in quanto attivabile con la buona volontà delle persone, quasi sempre senza la necessaria intermediazione di Governi e Stati. è anche, però, il meno risolutivo, rimanendo vittima di quella che è stata definita le “tirannia del localismo” (2): la constatazione che i positivi risultati locali possono essere infranti o neutralizzati da pessime decisioni nazionali, sovranazionali o globali. Nel contempo, esso offre straordinarie opportunità di “apprendimento” della responsabilità umana verso la natura e il clima, abituando alla “conversione ecologica” di ciascuno di noi. Infatti, solo nell’organizzazione decentralizzata ciascun soggetto umano “impara” le virtù, anche civiche e sociali, dell’ecologia, emancipandosi dalla figurazione neoliberale dell’individuo-“stakeholder”, esistente in quanto necessariamente e razionalmente “interessato” a qualcosa.

Il secondo percorso, l’unico capace di promuovere soluzioni globali a problemi globali, si scontra con gli ostacoli della cooperazione internazionale fra gli Stati (basti pensare alle posizioni contraddittorie di paesi come il Brasile, l’Australia, la Russia, per non parlare delle altalenanti vocazioni ambientali degli Stati Uniti). Del resto, esso, affidandosi alle fluttuazioni della rappresentanza politica (a differenza dei meccanismi di partecipazione dal basso), resta ingabbiato nella contingenza delle decisioni politiche. Non mancano, però, tentativi di strutturarlo attraverso metodi condivisi, fondati sui c.d. “nuovi mandati” del potere: si deve limitare il potere discrezionale della politica nell’uso delle risorse e dei servizi ecosistemici, imponendo il cosiddetto “mandato ecologico” (la natura non può essere oggetto di discrezionale sfruttamento per interessi solo umani ed economici) e la c.d. “riserva di scienza” (la politica deve tener conto delle acquisizioni della scienza e imporre alla legge e agli atti dei poteri pubblici la prova, attraverso motivazione verificabile pubblicamente, che le decisioni prese servano alla stabilità climatica che garantisce la vita sul pianeta). Bisogna introdurre la regola della non regressione ambientale (i livelli di tutela non possono mai peggiorare, ma solo migliorare); bisogna introdurre i diritti della natura (gli esseri viventi che hanno diritto a sopravvivere sono tutti, non solo gli umani) e del clima (senza stabilità climatica nessuna forma di vita è efficacemente garantita).

La concretizzazione di questi due percorsi è recente, ma in crescente aumento sono luoghi e soggetti, anche politici, che ne parlano e ne promuovono l’utilizzo. Il che fa ben sperare nell’incombenza della “tragedia dell’orizzonte”.

Cfr. Randers et al., Achieving the 17 Sustainable Development Goals within 9 Planetary Boundaries, e Vogt et al., Current Challenges to the Concept of Sustainability, entrambi in Global Sustainability, vol. 2, 2019).

(2) Lane-Corbett, The Tyranny of Localism, in Journal of Environmental Policy & Planning, 7, 2, 2005, 141-159).

Di imbrigliamenti e resistenze: donne sopravvissute alla tratta – 2a parte

27 Ott

di Francesca De Masi e Rosa Paolella

La ricostruzione del sé per le donne liberate dalla tratta
Il processo di ricostruzione del sé è molto faticoso: molte donne hanno delle serie ripercussioni per essere state trafficate e prostituite. Si tratta di danni gravi, brutali e a lungo termine, che hanno specificità di genere per la salute fisica, ginecologica e mentale (1). Private della loro fisicità e sessualità personale, che diventa pubblica, ossia modellata a un immaginario sessuale che è quello della “nostra” cultura, dei “nostri” uomini, la violenza che subiscono è un filo conduttore che si dipana in tutte le fasi del percorso. Parte dal Paese di origine, da cui le donne spesso fuggono da tentativi di matrimoni forzati o dall’oppressione sistematica nelle famiglie di origine. Continua nei Paesi di transito lungo il viaggio, dove le donne vengono esposte allo stupro in maniera sistematica e diventano oggetto di possesso nelle connection house in Libia. In queste case vengono costrette alla prostituzione con l’obiettivo di capitalizzare al massimo i loro corpi, sottoponendole a quella che sembra una vera e propria iniziazione della vita che le aspetterà una volta in Italia. Qui arrivano già sottoposte a quello stato di “soggezione continuativa” a cui fa riferimento l’art. 600 del codice penale, che configura il reato di “Riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù”. Nei Paesi di arrivo le donne diventano prima migranti irregolari, corpi negati ed invisibili; poi migranti in attesa di parere se siano meritevoli delle protezioni, e di essere quindi “autorizzate” a rimanere.

Tra le difficoltà vissute dalle donne vi è il forte senso di sradicamento (che riguarda tutti i migranti) dovuto all’allontanamento dalla comunità di origine, con la relativa perdita dei propri legami familiari. Ma per le donne sopravvissute alla tratta, a questo si aggiungono i sentimenti di colpa e di responsabilità dovuti alle pressioni che il racket degli sfruttatori esercita sulle famiglie per il pagamento del debito di viaggio.

La perdita del proprio posto e l’uscita dalla comunità comporta il venir meno di un tessuto in cui ci si riconosce reciprocamente come un “noi” nell’appartenenza e nella condivisione di luoghi e pratiche sociali. Sofri, a tal proposito, in un interessante articolo relativo ai richiedenti asilo (2), accosta la nozione di “displaced person” a quella di “spostato”, di persona “fuori posto” che non può “stare al posto suo” perché non ne ha più uno. Il contesto di accoglienza, sia quello dei vari centri che ospitano potenziali vittime di tratta sia in generale il contesto italiano, non riescono a ricreare una rete di sostegno valida che permetta alle donne accolte di “sentirsi al proprio posto”.
Ciò è dovuto in primis ai tempi lunghi previsti per ottenere i documenti, che relegano le donne in un tempo “non vissuto”. Un tempo di attesa in cui le aspettative di partenza si infrangono con una realtà difficile, con gli scogli della lingua italiana o con la difficoltà a individuare un percorso lavorativo o formativo. Un’altra difficoltà vissuta dalle donne è la ri-traumatizzazione cui vengono sottoposte nel dover continuamente raccontare la loro storia ai fini del riconoscimento delle protezioni. Non solo raccontare, ma farlo rispettando un canone di credibilità creato esternamente (ad esempio, fornendo quanti più dettagli possibili, rispettando l’ordine cronologico, ricordandosi tutte le date del viaggio, dell’arrivo, ecc.). Questo fa rivivere il trauma non già per elaborarlo ma per “viverci insieme”.

In questo contesto, il lavoro all’interno di una struttura anti-tratta è estremamente delicato e richiede uno sforzo immaginativo, da parte degli enti anti-tratta, al fine di creare un sistema che non sia opprimente ma di reale supporto all’autodeterminazione delle donne nei loro percorsi. È necessario anche un approccio antropologico, centrato sul rispetto e la conoscenza della provenienza culturale e geografica: spesso infatti le nozioni e la formazione degli operatori si scontrano con le credenze delle comunità d’origine che risultano essere più forti. È il caso ad esempio, per le donne nigeriane, del rito ju-ju cui vengono sottoposte prima della partenza con la funzione di sancire il patto di sangue tra la donna e la madame (la sfruttatrice) la cui rottura comporta maledizione, malattia o morte per la donna e per la sua famiglia. Tale rito determina uno stato di forte soggezione psicologica per le donne, rendendole ancora più vulnerabili e soggette allo sfruttamento ed ha un impatto a medio-lungo termine.

In casi come questo, minimizzare le loro convinzioni e proporre un modello esclusivamente basato sul pensiero occidentale non fa che allontanare le donne sopravvissute alla tratta dagli operatori e operatrici, creando dei gap incolmabili e minando quell’alleanza che appare invece necessaria nella costruzione della loro progettualità qui in Italia.

(1) European Commission, Study on the gender dimension of trafficking in human beings Final report, European Union, 2016, p. 182.

 (2)  A. Sofri, “DP, displaced person”, in “D”, n. 671, pp. 54-60 (http://www.metabasis.it/articoli/9/9_Croce.pdf).  

DI IMBRIGLIAMENTI E RESISTENZE: DONNE SOPRAVVISSUTE ALLA TRATTA – 1a parte

26 Ott

di Francesca De Masi e Rosa Paolella

Questo intervento di F. De Masi, vice-presidente di Be Free (fatto insieme con R. Paolella, resp. del Centro Antiviolenza di Be Free) era previsto negli incontri “I Venerdì di Diogene”, interrotti a causa del Covid.

Il lavoro di Be Free
Be free è una cooperativa di donne, nata nel 2007 per lottare contro la violenza maschile verso le donne, contro la tratta e le discriminazioni. Ha un’ottica fortemente improntata al genere, e parte dall’assunto che questi fenomeni non sono neutri, ma sono strettamente connessi ai rapporti di potere gerarchico tra uomini e donne, che permeano le nostre vite. Gli stessi fenomeni dipendono dalla strutturazione di ruoli sociali, i quali sono schiacciati su categorie di dominio (degli uomini) e subordinazione (delle donne), in cui all’essere donne viene attribuito uno status di mancanza, disvalore, inferiorità.

E’ nostra convinzione che violenza e discriminazione sono elementi strutturali, che quindi devono essere affrontati da tutta la società, dando priorità all’interesse e al protagonismo delle donne sopravvissute e alla tutela dei loro diritti umani.

Secondo la nostra metodologia, anche la tratta per lo sfruttamento della prostituzione va considerata una delle tante forme che la violenza contro le donne assume, ed è un fenomeno correlato al genere. Infatti, dal punto di vista quantitativo, più del 90% delle persone che cadono vittime di sfruttamento della prostituzione sono donne e bambine (1). Quanto alle cause le cause che lo alimentano, per citarne solo alcune, c’è la femminilizzazione della povertà, la violenza domestica, il mancato accesso al potere nelle comunità e la più generale disparità tra uomini e donne sul piano sociale , economico, di cure sanitarie, di accesso all’istruzione.

I servizi frontali, contro la violenza e contro la tratta, gestiti da Be free sono legati alla consapevolezza che non esiste alcuna “neutralità” nei fenomeni dell’immigrazione o della tratta di esseri umani. Questi sono connessi con la visione delle donne e con i ruoli di subordinazione che esse rivestono, in Italia come nelle altre parti del mondo.

Be Free e la tratta
Be free è parte del Progetto “Piano Regionale Anti-tratta Lazio”, guidato dalla Regione Lazio e finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
All’interno del progetto, la cooperativa ha diversi compiti:
svolge attività di emersione delle storie di tratta e sfruttamento sessuale, quando queste ultime sono ancora “indicibili”, “invisibili”, sommerse. Lo fa presso il CPR (Centro per il Rimpatrio) PONTE GALERIA, con uno sportello psico-sociale e legale a favore delle donne trattenute, e su segnalazione di CAS, SIPROIMI, Enti del privato sociale, Commissioni territoriali, ecc., nel caso siano rilevati degli “indicatori” di tratta, cioè degli elementi che facciano pensare alla possibilità che dietro i racconti , o i non-detti, delle donne ci sia una storia di tratta di esseri umani non ancora emersa;

gestisce una casa di fuga nel territorio regionale per donne sopravvissute alla tratta.

La casa di fuga di Be Free accoglie 5 donne, in fuga dal racket degli sfruttatori e in necessità di accoglienza e protezione, a prescindere dal possesso del permesso di soggiorno. Si prevede la permanenza per un periodo temporaneo, finalizzato all’identificazione di un percorso di sostegno ed emersione dal vissuto dello sfruttamento subito. L’ospitalità delle donne avviene in un ambiente protetto, fortemente improntato alla dimensione della comunità, e con grande attenzione alla riscoperta della propria identità e delle proprie risorse, attraverso la co-costruzione di una progettualità quotidiana improntata a regole condivise, basate sul rispetto di sé e delle altre ospiti.

International Labor Office e Walk Free Foundation, Global Estimates of Modern Slavery, 2017, pag. 39 https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2017/09/schiavitu.pdf

L’enciclica Fratelli tutti: fratellanza umana ed ecologia integrale

19 Ott

di Maurizia Pierri — 19-10-2020
La lettera enciclica Fratelli tutti del 3 ottobre 2020, come ha dichiarato il Pontefice, deve essere letta in stretta connessione con la precedente Laudato si’, del 18 giugno 2015. E’ infatti in linea, ed anzi approfondisce la sua proposta di una “ecologia integrale”, ossia una “ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda”. La sua proposta è indirizzata non solo ai cattolici ma “ad ogni persona che abita questo pianeta”, quindi ha natura politica nel senso più alto e nobile del termine. Secondo il Pontefice la crisi della “madre terra”, nella visione cattolica, del “creato”, è associata a quella dei soggetti più deboli: “non ci sono due crisi separate, una ambientale ed una sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (Ls 139). Si tratta di un concetto che, come sottolinea il cardinale Turkson (1), si è evoluto nell’alveo della Dottrina sociale della Chiesa, a partire da Leone XIII (Rerum novarum, 1891), poi con Giovanni XXIII, che ha introdotto l’idea di sviluppo integrale della persona (Mater et magistra, 1961), quindi con il Concilio Vaticano II e le encicliche Populorum Progressio (1967) e Octogesima Adveniens (1971) di Paolo VI , poi con la Centesimus annus di Giovanni Paolo II, che ha rafforzato il legame tra ambiente naturale ed umano, ed infine con la Caritas in veritate di Benedetto XVI, con l’idea che i doveri verso il creato derivano dai nostri doveri verso le persone. In questo solco, Papa Francesco riflette sulla impossibilità di separare la preoccupazione per la natura da quella per i poveri, per gli esclusi, per gli “scarti” della società. Solo una ecologia integrale produce una società ed uno sviluppo integrali, che “includono” e non emarginano i più deboli.
Il senso di responsabilità che deve guidare le persone, i gruppi sociali e quindi la politica, nel rapporto con l’ambiente, inteso come “casa comune”, è lo stesso che deve ispirare l’uomo rispetto al suo prossimo. In Fratelli tutti il tema viene sviscerato in modo incisivo, con un linguaggio che sfiora la (auto)denuncia, perché i termini utilizzati rinviano al dibattito politico contemporaneo e lacerano la comunità cattolica: accoglienza, integrazione, multiculturalismo, populismo, razzismo. Partendo da una riflessione sulla visita di San Francesco al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, il Pontefice si sofferma sulla dimensione universale dell’amore fraterno, sulla sua apertura a tutti, senza frontiere.
La fraternità universale è messa in pericolo da una serie di tendenze che la pandemia ha evidenziato: le ombre di un “mondo chiuso” si vanno allungando, il sogno di una integrazione europea, figlia dei conflitti mondiali, barcolla sotto i colpi dei nazionalismi e la cultura della globalizzazione crea una vicinanza solo effimera, strumentale ai grandi poteri economici e agli interessi delle regioni del mondo più forti.
Il Pontefice denuncia l’esistenza di una umanità “di scarto”, frutto della perdita di una coscienza storica, a cui i diritti fondamentali sembrano non estendersi: vecchi, donne, migranti. Su questi ultimi l’enciclica si sofferma particolarmente. Richiamando la parabola del buon Samaritano, il Papa espone la sua idea di accoglienza; formula proposte concrete, che eliminano ogni dubbio sulla prospettiva che la politica dovrebbe assumere sulle migrazioni (il fenomeno va considerato ormai strutturale e non episodico): “incrementare e semplificare la concessione di visti; adottare programmi di patrocinio privato e comunitario; aprire corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili; offrire un alloggio adeguato e decoroso; garantire la sicurezza personale e l’accesso ai servizi essenziali; assicurare un’adeguata assistenza consolare, il diritto ad avere sempre con sé i documenti personali di identità, un accesso imparziale alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari e la garanzia del necessario per la sussistenza vitale; dare loro libertà di movimento e possibilità di lavorare; proteggere i minorenni e assicurare ad essi l’accesso regolare all’educazione; prevedere programmi di custodia temporanea o di accoglienza; garantire la libertà religiosa; promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione” (Ft, 130).
L’approccio realista e politico dell’enciclica non mancherà di sollevare polemiche perché obbliga la politica e la comunità dei cattolici ad una assunzione di responsabilità, se davvero si vuole realizzare il sogno di “un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!


(1) P.K. Turkson, “Una ecologia integrale per una società integrale”, in Colorare il mondo. L’ecologia integrale di Papa Francesco, ETS, Milano 2019, p. 52 ss.

Oltre l’età del capitalismo (seconda parte)

13 Ott

di Santa De Siena
La ristrutturazione neoliberista imposta dall’FMI e dalla Banca Mondiale (5), in nome del “libero scambio”, ha affinato le tecniche di acquisizione delle terre, le normative di esproprio e sottrazione dei beni, ed ha abbassato le barriere doganali con conseguenze devastanti. Processi economico-ecologici che non solo elevano il degrado, l’erosione, la desertificazione dei suoli con l’uso delle monocolture, ma procurano gravi perdite alle funzioni produttive degli ecosistemi. L’impoverimento e la tossicità dei terreni costringono migliaia di contadini ad abbandonare le proprie terre ed estendono la fame. Le “pratiche di espulsione” non riguardano solo le occupazioni militari dei territori, i conflitti etnici, ma anche guerre per il controllo delle risorse o dell’acqua, perdita di biodiversità, cambiamenti climatici, esaurimento di fonti energetiche ed estrazione di beni preziosi, fenomeni che creano “masse crescenti di sfollati, di migranti” mentre “avanza inarrestabile la distruzione di villaggi ed economie di piccole coltivazioni dirette che, a lungo andare, degradano in grandi distese di terre morte” (6).
Nell’attuale dialettica capitale-lavoro vanno inserite le questioni economico-ecologiche che connettono ambientalismo e lotta di classe globali che lascia convivere l’illusione delle libertà formali con le condizioni delle schiavitù salariate (7).
Perciò, è solo osservando il fenomeno migratorio da una prospettiva di ecologia-mondo e penetrando nel cuore del neoliberalismo globalizzato guidato dalla finanziarizzazione della vita che possiamo trovare la chiave di lettura dell’attuale crisi dell’occidente. Che è crisi globale e sistemica, ecologica, sociale, economica, culturale e politica: una crisi di civiltà. Crisi innescata dal Capitalocene, dal sistema di sviluppo neoliberista, dall’inflazionistica esplosione dei prezzi dei beni primari e dalle disuguaglianze. Ma è anche una crisi che meglio mette a nudo il carattere razzista, maschilista, entropico, energivoro e distruttivo del “capitalismo a buon mercato”, come l’ha definito Jason W. Moore, che ha causato la catastrofe del riscaldamento globale sfruttando le gratuità dei servizi resi dagli ecosistemi umani e naturali (8). Beni comuni di cui il capitalismo si è impossessato per alimentare un gigantesco sistema riproduttivo fondato sullo sviluppismo, sul mito della crescita/consumo a ogni costo.
L’Antropocene (9), l’era del dominio cultural-umanocentrico sulla natura, è stato il trionfo della violenza che ha antropizzato il pianeta, condannato a un regime di apartheid universale i popoli e saccheggiato gli ecosistemi. Ammetterne oggi la crisi – davanti allo scenario di un collasso planetario – significa riconoscere il fallimento del bio-capitalismo.
Per uscire dalla crisi di civiltà occorre abbandonare la logica maschilista, securitaria e identitaria, attivare processi trasformativi ecosistemici e cambiare radicalmente questo modello di società-mondo globalizzata del neoliberismo. Bisogna andare oltre l’Antropocene e dare vita a una civiltà della cura che ponga al centro la salvaguardia degli ecosistemi distrutti; offrire una capacità generativa ai conflitti e costruire una contro-narrazione eco-femminista capace di scardinare la logica maschilista e monoteista del mercato in modo da ricostruire le relazioni con la vita del vivente. Bisogna delegittimare le asimmetrie liberali che costruiscono lo stereotipo delle non-persone povere, richiedenti asilo che sottrarrebbero lavoro agli altri, ma decidere che siamo un’unica classe lavorativa, assoggettata alle stesse regole di mercato e alle logiche di potere e sfruttamento planetario. Paradossalmente, la «politica delle differenze» riproduce una gerarchizzazione dei diritti tra “cittadini illegali” e “cittadini legali”, tra lavoratori e lavoratrici migranti e non, e sfrutta i differenziali salariali e la gestione di nuovi confini nelle nuove forme di schiavitù del lavoro globale.
All’origine dei grandi flussi di mobilità globale c’è, infatti, la tendenza del capitale a catturare, orientare, controllare e dunque sfruttare la grande massa di forza-lavoro in un nuovo governo imperiale. Una razionalità programmata in grado di tessere le fila dei flussi che – secondo i rapporti delle principali agenzie Internazionali – non sarebbero affatto contrastatati o depotenziati, ma semmai incoraggiati e favoriti. Una «mobilità “umana” da governare» in termini di sapere-potere da gestire e come «elemento strategico centrale» del capitale umano da valorizzare (10).
In un mondo dominato dalla mobilità transnazionale e nel quale tutto è in transito, senza limiti spaziali e comunicativi, non si comprendono i confinamenti, le dicotomie, l’inutile ripartizione dello spazio che, come sosteneva G. Simmel, è sempre una caratterizzazione sociale. Va riconfigurato giuridicamente il principio di uno spazio legislativo in divenire per ripensare l’universale del diritto e dei diritti nello spazio pubblico ecosistemico globalizzato.

(5) J. Stiglitz, Bancarotta. L’economia globale in caduta libera, Einaudi, Torino 2013.
(6) S. Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Il Mulino, Bologna 2015, p. 92.
(7) A. Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano 2012.
(8) Il termine Capitalocene , l’età del capitale, è stato coniato dall’ecologista Andreas Malm per riferirsi al capitalismo come sistema di potere, capitale e natura.
(9) ll neologismo Antropocene definisce l’era geologica in cui l’ecosistema terrestre è stato fortemente condizionato dagli effetti dell’attività antropica. Diffuso dal biologo statunitense Eugene Stoermer e adottato nel 2000 da Paul Crutzen, premio Nobel della chimica atmosferica.
(10) Cfr. A. Vitale, Verso un ordine imperiale delle migrazioni, in G. Sivini (cura), Le migrazioni tra ordine imperiale e soggettività, Rubettino, Soveria Mannelli, 2005, 12.