Avviso pausa estiva

18 Lug

Le pubblicazioni riprenderanno il 9 settembre. Buone vacanze da Sviluppo Felice.

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“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/

Il ministro della malafede e i conti dell’Inps

8 Lug

di Cosimo Perrotta

Il ministro dell’Interno, anziché controllare le migrazioni, ne impedisce il controllo. Il suo calcolo è questo: quanto meno l’immigrazione viene regolata tanto più aumenta il senso di pericolo, creato ad arte da lui. Quindi sarà maggiore l’odio che riesce a suscitare, e il consenso elettorale per lui.

A questo servono il clamore dei porti chiusi alle Ong ma aperti di soppiatto ai barchini dei trafficanti; il taglio dei fondi agli Sprar; il rigetto del 90% delle domande di asilo per motivi umanitari; la frottola del rimandarli indietro; l’imposizione ai Centri di accoglienza di espellere chi rifiuta offerte di lavoro superiore ai 3mila euro annui (vedi Tito Boeri su Repubblica del 5 luglio). Il risultato è che, mentre gli arrivi sono diminuiti di quasi il 90%, gli irregolari aumentano, e nel 2020 arriveranno a 700mila.

E’ un vero tradimento del proprio ruolo istituzionale; da ministro dell’ordine a ministro del disordine; da ministro della sicurezza a ministro dell’insicurezza permanente. Tutto serve alla rappresentazione farsesca dei nemici alle porte, e di lui che salva la civiltà italiana (lui?), come Orbán e Kaczyński salvano la civiltà europea (?).

Salvini rifiuta Timmermans come capo della Commissione Europea. Eppure Timmermans è l’avversario dell’austerity, contro la quale il governo italiano si scaglia ogni giorno. E’ stato un errore? No, perché in realtà Salvini non vuole trovare intese con l’Europa, vuole comunque lo scontro (che gli porta voti).

Egli ottiene da Malta uno scambio senza senso tra i 40 naufraghi del veliero Alex e altri 40 immigrati che stanno a Malta. Il veliero, piccolo e stracarico, non ce la farebbe ad arrivare fino a Malta, così la Marina si offre di prendere i migranti e portarli lì. Ma Salvini lo impedisce; dopo di che accusa la Marina di scarsa collaborazione e accusa Alex di non voler andare a Malta. Per la stessa ragione, il ministro rifiuta la proposta di Seehofer di accordarsi per portare in Germania e in Europa i naufraghi che arrivano nei porti italiani. Allo stesso modo, mesi fa, rifiutò la modifica dell’accordo di Dublino, che impone ai profughi sbarcati in Italia di restare qui.

Il ministro della malafede consente in silenzio gli sbarchi in Italia organizzati dai trafficanti, ma poi fa molto chiasso contro i salvataggi in mare fatti dalle Ong, falsifica i fatti e accusa le Ong di essere trafficanti di uomini. Come ha già fatto con “il derby tra fascisti e antifascisti”, il ministro riduce tutto a un’immonda contesa fra “stare con gli italiani” (cioè con lui) o stare con i migranti e le Ong, che secondo lui delinquono.

Ma il ministro falsifica anche in grande. Ha creato un buco spaventoso nei conti Inps con il pensionamento anticipato della quota 100, ma impedisce la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, che porterebbe all’Inps nuovi fondi. Spieghiamo ai fedeli di Salvini qual è il problema.

Il calo demografico in Italia sembra ormai irreversibile. Nel 2004 i nuovi nati erano oltre 562mila, nel 2018 meno di 440mila. Dal 2006 i decessi sopravanzano le nascite sempre più. Nel 2018 sono arrivati a quasi 200mila in più. A ciò si aggiungono gli italiani espatriati: quasi 215mila nel solo 2018 (dati Istat del 3 luglio).

Inoltre, siamo il paese più longevo al mondo, dopo il Giappone; dunque, la popolazione non solo diminuisce ma invecchia, e quindi lavora sempre meno. L’aumento della popolazione lavorativa, appena proclamato dall’Istat, non è vero; risulta solo se si considerano fra gli occupati regolari anche quelli che hanno lavorato per 4 ore in un mese. Ma l’estendersi del lavoro precario, saltuario e mal pagato non risolve certo il problema dei contributi Inps. Dunque, il divario fra contributi previdenziali, pagati da chi lavora, e pensioni erogate cresce. I primi diminuiscono, le seconde aumentano.

Spesso si dice che questo divario scomparirebbe se ci fosse una politica di sostegno alle famiglie con figli, come nei paesi più avanzati d’Europa. Questo è vero solo in parte. Il calo demografico in Italia ha due cause diverse. Certo, la mancanza del sostegno pubblico scoraggia le famiglie dal fare figli. Ma c’è anche una causa opposta: l’aumento del reddito porta sempre le famiglie a decidere di fare meno figli, per difendere il proprio benessere.

Questa seconda causa è ineliminabile. E’ propria delle società sviluppate, e può essere compensata in un solo mondo: accogliendo nuovi lavoratori che fanno più figli e pagano i contributi degli anziani. Parliamo ovviamente degli immigrati (secondo Confindustria, ne servono 170mila in più all’anno); i quali vanno accolti, regolarizzati e controllati. Vanno sottoposti, come tutti, a diritti e doveri, e non criminalizzati a prescindere.

Oggi moltissimi immigrati lavorano in nero, fra badanti, colf, raccoglitori di frutta, operai di fabbrica o di cantiere, addetti al piccolo commercio e ai servizi. Ai loro datori di lavoro, il ministro della malafede va benissimo, perché li esonera da ogni controllo effettivo; in più, aizza l’opinione pubblica contro i migranti, e quindi li tiene sotto ricatto. Se questi lavoratori venissero regolarizzati il buco previdenziale sarebbe notevolmente alleggerito.

Il lavoro improduttivo: un’idea di lungo percorso

1 Lug

di José Luis Ramos Gorostiza (1)
Recensione a Cosimo Perrotta, Unproductive Labour in Political Economy: the History of an Idea, London-New York, Routledge, 2018 (da Iberian Journal of the History of Economic Thought, 5(2) 2018, pp. 155-56; traduz. dallo spagnolo). (2)

La crisi economica del 2008 ha fatto ricomparire nel linguaggio colloquiale – articoli di stampa, conversazioni radiofoniche o discorsi informali – espressioni come “attività improduttive”, “sterili” o “parassitarie”. Simili espressioni, di significato molto vago, rinviavano tuttavia, sia pure alla lontana, a un concetto molto radicato nell’ambito professionale delle idee economiche: il lavoro improduttivo. Questo eccellente libro rintraccia precisamente questa idea e i concetti ad essa associati lungo la storia del pensiero economico, dai primi abbozzi fino alla recente crisi economica. E lo fa in modo esaustivo e rigoroso, ma mantenendo allo stesso tempo un’ammirevole chiarezza.
Quest’ultima è un grande merito, data l’enorme quantità di approcci e di sfumature che fanno del tema un complesso terreno paludoso. L’autore, Cosimo Perrotta, è stato professore all’Università del Salento, in Italia, ed è uno dei maggiori esperti europei nell’ambito della storia del pensiero economico. Questo libro è in realtà frutto di un impegno di lunga lena, essendo la continuazione di un suo libro precedente: Consumption as an Investment: I. The Fear of Goods from Hesiod to Adam Smith, Routledge, 2004.
La questione del lavoro improduttivo sparì dal patrimonio concettuale degli economisti della corrente principale, poiché questi finirono con l’intendere la ricchezza come la somma dei redditi individuali. Tuttavia dal secolo XVI al XIX questo problema ebbe un posto rilevante nella riflessione economica. Gli autori di allora concepivano la ricchezza sociale come l’insieme delle risorse pubbliche e private di una nazione, quindi tendevano a credere che il lavoro improduttivo non contribuisse all’aumento della ricchezza sociale né aiutasse ad avere un maggiore sviluppo futuro. Essi pensavano a un lavoratore che produceva meno ricchezza, o al massima la stessa, di quella che consumava. Per loro, l’economia non era un mera serie di scambi fra individui, bensì l’organizzazione della società per produrre la ricchezza sociale.
Sebbene fosse Petty quello che, nel secolo XVII, analizzò per primo l’idea del lavoro improduttivo con una certa attenzione, saranno i fisiocratici e soprattutto Smith a spingere definitivamente all’uso del concetto, a costo di renderlo più restrittivo e rigido. Come segnala il prof. Perrotta nelle conclusioni finali, fra gli economisti dell’illuminismo la nozione del lavoro improduttivo era legata alla relazione fra due fattori chiave della crescita: il consumo e l’aumento della produttività. Tuttavia, eccetto che in Smith, mancava ancora un’analisi del processo di accumulazione del capitale.
Saranno gli autori classici ad esaminare in dettaglio l’influenza del consumo dei lavoratori sulla accumulazione (il che comportava il problema delle crisi) e la crescita della ricchezza immateriale (legato all’aumento del capitale umano e al conseguente aumento della produttività). Tuttavia entrambe le analisi si fermarono a causa della loro limitata concezione dei salari e della ricchezza (associati soprattutto ai beni materiali). In seguito, l’idea del lavoro improduttivo continuerà soltanto dentro le correnti eterodosse, finché i neo-classici la bandirono definitivamente e assunsero il reddito come unica misura della produttività (ritenendo che il lavoro esiste solo se procura una remunerazione o ricompensa al lavoratore).
Allo stesso tempo, proprio gli economisti neo-classici avrebbero trovato nell’idea dell’investimento in capitale umano un potente strumento per interpretare la connessione tra aumento del consumo e aumento della produttività. Tuttavia, applicandola solo al livello individuale, essi lasciarono da parte la sua potenziale capacità di decifrare i complessi problemi dell’accumulazione del capitale e di individuare cause e rimedi delle crisi economiche.
Nella parte finale del lavoro (capitoli XIX-XXI), il prof. Perrotta conclude che sarebbe utile recuperare l’idea dell’impiego produttivo del capitale e del lavoro, delimitandola entro un spazio concettuale adeguato, per migliorarne la capacità esplicativa. Egli ritiene, che la tendenza delle economie sviluppate seguita all’apogeo del welfare state si debba alla saturazione. In sostanza, invece di aprire nuovi campi di investimento legati al capitale umano, ai beni collettivi e alle infrastrutture, l’insistere negli investimenti in settori già saturi ha portato ad una situazione di maggiore disoccupazione, sfruttamento del lavoro, povertà e disuguaglianza.
In definitiva siamo davanti a un lavoro di alta qualità, piena di idee stimolanti che, nonostante l’adozione di una prospettiva storica e il dispiegamento di un’enorme erudizione, non rinunzia a collegarsi al presente e ai problemi più attuali. Anzi, l’analisi della evoluzione storica delle idee su lavoro e consumo produttivo finisce col riferirsi ad altri problemi fondamentali come la accumulazione del capitale, le crisi economiche, il progresso tecnico, il capitale umano, ecc. Il libro, quindi, non solo interessa tutti gli specialisti di storia del pensiero economico e di economia del lavoro, ma può anche interessare gli economisti in generale e gli studiosi di scienza politica e di filosofia sociale.

(1) Universidad Complutense, Madrid.
(2) Proprio ieri è arrivata la notizia che il libro qui esaminato ha ricevuto il Premio Ernest Lluch della Asociación Española de Historia Económica (nota redazionale).

La frottola dei buoni per i bordelli

24 Giu

a cura di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 30

Per il numero di questo mese abbiamo scelto un articolo della CNN del 16-5-2019 il cui titolo sembra un po’ bizzarro: “Buoni del sesso per i migranti? La verità dietro le false storie dell’Europa”. E’ purtroppo un ennesimo esempio del livello di manipolazione cui si giunge per alimentare il sentimento anti-immigrati.
Un politico nazionalista e personaggio televisivo greco, Kyriakos Velopoulos, ha dichiarato che Il governo tedesco offre ai migranti buoni gratuiti per le prostitute, e che il governo greco potrebbe seguire l’esempio. I migranti in Germania riceverebbero “buoni gratuiti per i bordelli per non stuprare i nativi”. L’affermazione circola da decine di giorni anche online e riguarda sia la Germania che l’Austria.
In realtà, nessuno di questi paesi sta dando buoni sessuali ai migranti. Gli analisti dei contenuti dei social media In vista delle elezioni del Parlamento europeo, hanno sostenuto che alcuni politici populisti stavano sfruttando le idee sbagliate che gli elettori hanno in merito all’UE, per spingere la disinformazione su temi caldi come l’immigrazione.
Velopoulos, fondatore del partito politico greco “La soluzione greca”, in marzo dichiarò sul canale di Alert TV: “In Germania, i migranti siriani o afghani ricevono un coupon due volte a settimana, vanno al bordello, fanno il lavoro e se ne vanno via”. “Questa è l’Europa che non mi piace”. Egli ha messo in guardia che “tra poco, diciamo nel 2021, i greci potrebbero vedere il loro governo che dà ai migranti buoni gratuiti per andare nei bordelli di Omonia Square” di Atene. “E anche questo sarà pagato dai cittadini greci”.
I commenti di Velopoulos arrivavano mentre la Grecia emergeva da quasi 10 anni di austerità, dove “i politici populisti che approfittano delle continue difficoltà riescono ancora a esercitare una forte attrazione sugli elettori”, ha detto il giornalista Thanos Sitistas Epachtitis, che in origine aveva smentito i commenti di Velopoulos sul sito Ellinka Hoaxes.
La storia dei coupon sessuali, inventata, “cerca di sfruttare, manipolare e esacerbare il sentimento anti-immigrazione esistente in Grecia”, ha detto Lamprini Rori, docente di politica presso l’Università di Exeter e portavoce della rete accademica “Gruppo specializzato in politica greca”.
La docente ha indicato un sondaggio del 2018, condotto dall’istituto di ricerca Dianeosis, secondo cui oltre il 72% dei greci ritiene che ci siano più crimini a causa dell’aumento dei migranti. La crisi finanziaria greca del 2010, accompagnata da un brusco aumento dei rifugiati, aveva creato “un cocktail velenoso per i sentimenti anti-immigrati”.
La Germania, che ha adottato una posizione pro-immigrazione dopo la crisi dei rifugiati del 2015 e ha supervisionato il piano di salvataggio finanziario e le misure di austerità della Grecia, è diventata un comodo “capro espiatorio” in questi tipi di storie, ha detto Rori.
La storia del bordello mette anche in luce la percezione della decadenza morale dell’Europa, ha detto Epachtitis. I greci “hanno sentimenti molto forti nei confronti della religione e sono disposti ad ascoltare quei politici che promettono di preservarli”, ha aggiunto.
Brevi considerazioni finali
Quest’ articolo ci ha suggerito due riflessioni: sui migranti, come sugli “untori” di manzoniana memoria, si può sparare qualsiasi stupidaggine e ci sarà sempre qualcuno che ci crederà o che farà finta di crederci. Come accade non di rado, anche in questo caso la realtà ha superato la fantasia.

“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)

“Umane belve”, animali e profitto – I

10 Giu

di Anna Pellanda
Il profitto inteso come guadagno dell’imprenditore una volta detratti i costi di produzione (“profitto residuale”) da sempre ha dovuto difendersi dalla concorrenza di mercato, in genere facendo leva sulla grande dimensione che pratica prezzi bassissimi (“prezzi predatori”) sbaragliando i piccoli produttori, oppure ottenendo concessioni legali che consentono forme monopolistiche di produzione e vendita dei prodotti. Tra gli allevatori di bestiame, e non solo, il dilemma è sempre stato: o grandi o protetti. Oggigiorno hanno entrambe queste caratteristiche gli allevamenti intensivi di dimensioni sconfinate e tutelati dalla legislazione anti-concorrenza. Negli Stati Uniti questi connotati hanno il volto delle dieci multinazionali della carne, le “dieci sorelle dell’agroalimentare”: ABF, Coca-Cola, Danone, G.M., Kellogg’s, Mars, Mondolez, Nestlè, PepsiCo, Unilever.
E sempre negli Stati Uniti sono nati gli allevamenti intensivi quando a Chicago, negli anni 60/70 del 1800, sono stati inventati per i mattatoi la catena di montaggio su nastri trasportatori e le celle frigorifere per il trasporto degli animali uccisi (1). E’ qui che: “Nella grande catena della vita, il bovino era stato ulteriormente declassato: desacralizzata, oltre che smembrata, questa icona della fertilità soprannaturale fu trasformata dai grandi sacerdoti dell’efficienza- Gustavus Swift, Phillip Armour e tutti gli altri- in un fattore di produzione standardizzato” (2).
Negli allevamenti intensivi gli animali sono infatti macchine da sfruttare il più intensamente possibile. Sembra il coronamento della tesi cartesiana dell’animale senz’anima, ingranaggio di un meccanismo utile solo all’uomo. La teoria economica traduce questa visione in termini tecnici usando l’analisi costi/benefici il cui concetto portante è la riduzione maggiore possibile dei costi per ottenere benefici più alti possibile. Si raggiunge questo obiettivo facendo leva sulle economie di scala, a loro volta basate sulla grande dimensione, e sul progresso tecnico. Nella realtà degli allevamenti intensivi la dimensione sconfinata si concretizza utilizzando capannoni sterminati dove vengono stipate migliaia di animali in spazi così angusti che possono a malapena stare in piedi ma dove (incoraggiati anche da luci fortissime che simulano il giorno) mangiano in continuazione per aumentare il loro peso e produrre “carne da reddito”. In questi ambienti manca l’aria, la luce naturale e la lettiera è costituita da deiezioni mai rimosse e fonte di piaghe e infezioni. I vitelli, tolti alle madri dopo tre o quattro giorni dalla nascita, nei primi allevamenti intensivi erano tenuti in condizioni talmente barbare da indurre la Commissione Europea a prendere provvedimenti per migliorarle almeno in parte (3). Altri esempi di allevamento intensivo riguardano i suini, gli ovini, i pesci e i polli. Scegliendo di considerare gli allevamenti di polli si nota che la grande dimensione consente di tenervi anche decine di migliaia di individui tenuti al buio e in spazi corrispondenti a un foglio A4 per animale (quindi 17 o 22 polli per metro quadro). Le lettiere non vengono cambiate e si impregnano dell’ ammoniaca degli escrementi provocando infiammazioni cutanee, dolorose deformazioni alle zampe, a volte anche paralisi. Non potendosi spostare fino alle mangiatoie alcuni muoiono di fame e sete. L’abbattimento avviene dopo 38-40 giorni dalla nascita ovvero appena raggiunto il peso conveniente Queste condizioni producono intossicazioni alimentari dovute a batteri quali la salmonellosi e infezioni da Campylobacter e la stessa influenza aviaria (4). Queste orribili condizioni provocano stress e aggressività tra i polli tanto che si taglia loro il becco senza anestesia (cfr. pag. 18 di questo saggio). Parimenti si taglia la coda ai maialini perché non si feriscano tra loro.

(1) RIFKIN, J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (1992), Milano, Mondadori 2001, pp. 136-143. Rifkin ripercorre la storia di queste innovazioni tecnologiche messe in opera tra Detroit e Chicago dai cinque più grandi imprenditori della carne: Hammond, Swift, i due Armour e Morris alle pp. 131-135. Ai mattatoi di Chicago si è ispirato Henry Ford quando ha introdotto la catena di montaggio per la costruzione delle sue automobili. Come egli stesso ricorda: “L’idea ci venne in generale dai carrelli sui binari che i macellai di Chicago usano per distribuire le parti dei manzi”, FORD, H. (in collaborazione con CROWDER,S.), La mia vita e la mia opera (1925), Milano, La Salamandra, 1980, p.93
(2) RIFKIN, J., op.cit., pag. 138
(3) Regolamenti comunitari 91/629 CEE e 97/2/EC e D.Legs. 7/7/2011, n. 126, art.6; cfr. COZZI, G.— GOTTARDO, F., “Il nuovo sistema di allevamento del vitello a carne bianca”, in Atti della Società Italiana di Buiatria, vol. 37, 2005, pp. 441-454
(4) Sito del CIWF: http://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne//allevamento-intensivo
(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).

continua lunedì 17 giugno

Oltre i confini per evitare la barbarie

3 Giu

di Cosimo Perrotta

(pubblicato oggi sul Quotidiano di Puglia – Dopo la dichiarazione del Presidente della Camera sulla festa della Repubblica, dedichiamo a lui questo articolo)

Si è concluso da poco all’Università del Salento un ciclo di seminari sulle migrazioni, organizzato da Humanfirst. I docenti che hanno svolto le relazioni generali, molto approfondite, erano di diverse discipline e ciò ha accresciuto il loro interesse.

C’è un concetto che possa collegare queste riflessioni e dare loro un senso unitario? Forse sì; è il concetto del confine. Sembra che la delimitazione del gruppo e delle sue dinamiche (la fiducia riposta, la soddisfazione dei bisogni, la solidarietà interna, i doveri e i diritti) accompagni gli uomini sin dall’inizio. Con la delimitazione, si è creata una dialettica amico-nemico; una tensione fra chi è dentro (la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, lo stato, la nazione, ecc.) e chi è fuori. Sembra quindi che la nostra identità dipenda da questo confine.

Ad esempio, giuristi e politologi (Nuzzo, Carducci, Pisanò) hanno spiegato che la nascita stessa del diritto avviene soltanto se riferita ad un territorio delimitato o ad un popolo specifico. Il che esclude tutto ciò che sta all’esterno. Grazie a questo, gli europei hanno potuto discriminare e opprimere i popoli colonizzati. Perché i diritti universali (diritti umani) diventino concreti, anche se fra mille limitazioni, bisogna arrivare ai nostri giorni. Ma la stessa dinamica emerge nelle riflessioni di sociologi, filosofi, psicologi (Longo, Ciniero, Colombo, Salvatore). Il senso di appartenenza e l’identità collettiva sono necessari alla sopravvivenza sia delle comunità sia degli individui che ne fanno parte. E’ proprio l’altro, l’estraneo, quello che costituisce la nostra identità, definendola in negativo.

Dalla riflessione di geografi ed economisti (Pollice, Giuranno, Perrotta, Sunna, Giaccari) ricaviamo un altro tassello di questo mosaico: il confine identitario, per quanto necessario, non è fisso, è mobile. Ci sono una serie di processi che continuamente demoliscono i vecchi confini per crearne di nuovi. Gli spostamenti umani, la formazione degli imperi, la colonizzazione, la conquista di nuovi mercati e le multinazionali, e le migrazioni, appunto, sono tutti fenomeni complessi che tendono a distruggere il confine ma poi lo confermano in forme nuove.

Ovviamente, all’interno della stessa comunità, definita dall’esclusione degli altri, si creano altri confini, che dividono la comunità in classi, caste, gruppi di vario genere; che innescano continuamente meccanismi di privilegio e di oppressione, discriminazioni, disuguaglianze.

Questa è la nostra storia; fatta di avanzamenti materiali raggiunti a patto di escludere qualcuno, di progresso culturale pagato con l’oppressione e l’aggressione verso altri. Oggi però sembra che siamo arrivati a un punto di crisi radicale di questa dialettica, insieme umana e disumana. Le migrazioni imponenti verso i paesi ricchi del mondo sono il segno più evidente di questa crisi.

Attingiamo ancora alle relazioni di quei seminari; comprese le relazioni sulla realtà locale dei migranti in Puglia, che hanno rivelato una vasta gamma di nazionalità presenti (alcune analizzate dai linguisti Nichil, Perrone e Montinaro) e tantissime iniziative di solidarietà). Il progresso economico ha creato la globalizzazione dell’economia e delle comunicazioni. Tuttavia, anche la globalizzazione si basa sull’esclusione. Ha promosso i paesi emergenti ma ha impoverito ancor più i paesi più poveri. Nei paesi ricchi, ha fatto progredire i ceti già garantiti e protetti, ma ha aggravato la povertà e la disoccupazione dei ceti meno istruiti e meno dinamici.

La globalizzazione ha creato violente dislocazioni di ricchezza e di conoscenza, e disuguaglianze scandalose. Essa sta scacciando i giovani dei paesi poveri dalle loro terre – con le guerre interne e il traffico di armi, la desertificazione, il land-grabbing, la distruzione dell’economia locale attraverso il dumping, la rapina delle risorse – e li spinge verso i paesi ricchi.

A questo punto, i ceti popolari dell’Occidente sono facile preda dei ciurmadori che, per poterli sfruttare meglio o per avvantaggiarsene politicamente, additano loro i migranti come causa dei loro mali. Soli e impauriti, essi si sfogano contro i falsi nemici, quelli oltre il confine. E non si rendono conto che il loro vero nemico è tutto all’interno: è quella parte privilegiata che resiste a qualunque forma di redistribuzione della ricchezza, anche alla più blanda o alla più doverosa, come il pagamento delle tasse.

C’è quindi un doppio tipo di razzismo. C’è quello di chi non vuol perdere i propri privilegi, si serve delle badanti o del lavoro – legale o illegale – degli immigrati, ma poi aizza i ceti popolari contro di loro. E poi c’è quello dei diseredati, privati non solo dei redditi e del lavoro ma anche della cultura; che diventano schiavi delle fake news fabbricate ad arte. I diseredati locali cercano di ritrovare la loro identità nei simboli atavici (la croce, il rosario) e nell’odio del diverso.

Questo violento – e impossibile – tentativo di tornare al passato significa che forse, proprio a cause della globalizzazione, non ci sono più confini da mettere in campo per dominare la gente. O si accetta il ritorno ai confini tribali o si riconosce l’altro come uguale a noi, come uomo, con gli stessi diritti e doveri.

Cause delle tendenze anti-immigrati

29 Mag

di Vera Messing e Bence Ságvári – Accademia delle Scienze di Ungheria
Migranti e Sviluppo – n. 29
Presentare le migrazioni esagerandone la minaccia è fondamentale per la narrazione populista. Molto dipende dalla percezione. I cittadini che si sentono responsabili di ciò che accade loro, e che si sentono in grado di cambiare gli avvenimenti, sono meno ostili verso i migranti. Essi si sentono meno minacciati se il loro ambiente sociale cambia. Quelli che ritengono che il governo e le altre istituzioni sono in grado di controllare i processi sociali ed economici – migrazione inclusa, sia come arrivi che come integrazione – tendono a vivere meno l’immigrazione come una minaccia.
La stessa integrazione ha un impatto positivo. Chi ritiene che i migranti siano responsabili essi stessi della propria integrazione si sentono meno minacciati e tendono meno a rifiutarli. La percezione che ci sono controlli – su cittadini, governo e migranti – influisce molto sull’atteggiamento verso i migranti.
Nella nostra analisi dei dati dello European Social Survey, una ricerca biennale, abbiamo constatato che non è la presenza di migranti in quanto tale … che genera sentimenti ostili. L’ostilità è maggiore in paesi con pochissimi immigrati. Analogamente, per l’individuo c’è una correlazione inversa fra il contatto personale con i migranti e il suo atteggiamento.
L’atteggiamento viene influenzato di più dai processi generali, come la fiducia reciproca e quella nelle istituzioni o nel governo, la percezione della coesione sociale e il senso di sicurezza … Quelli che rifiutano i migranti in modo estremo non differiscono dal resto della società se non per la percezione soggettiva del controllo del fenomeno. Essi sentono di avere difficoltà economiche, sono lontani dalla politica, non hanno fiducia e hanno valori individualistici e centrati sulla sicurezza.
La gente che si sente priva di potere politico, economicamente insicura e senza sostegno sociale è più propensa a diventare molto ostile verso i migranti.
Una tendenza simile appare nell’analisi della tendenza al cambiamento. I paesi in cui la gente ha più fiducia nelle istituzioni, ed è più soddisfatta dalla politica del governo, è più propensa ad accettare i migranti. Esiste un corpo di opinioni sorprendentemente stabile e neutrale su questo. Gli europei mediamente avvertono vantaggi e svantaggi delle migrazioni come uguali. Nemmeno la crisi del 2008 o l’ondata di arrivi del 2015 hanno cambiato in modo significativo questa percezione. Addirittura, dopo il 2015, il fenomeno è stato visto un po’ più con favore. Nei 20 paesi sottoposti allo European Social Survey, il rifiuto totale dei migranti è diminuito dal 15% del 2014-15 al 10% del 2016-17.
E’ vero però che l’Europa si è polarizzata. Nei paesi nordici, iberici, in Belgio, Francia e Germania l’accettazione dei migranti è rimasta uguale o è leggermente aumentata dal 2015; mente nei paesi ex-comunisti, dove l’atteggiamento verso i migranti era già largamente negativo, la gente si è spostata verso un rifiuto più duro. In questo, contano molto gli stati.
Ad esempio in Ungheria e Repubblica Ceca la percezione dei migranti è ugualmente negativa, ma il rifiuto incondizionato in Ungheria è doppio (62%, contro il 31% dei cechi). In Lituania e in Francia la percezione delle conseguenze delle migrazioni è simile, ma il rifiuto netto è molto diverso (25% in Lituania e 13% in Francia). …
Mentre le sinistre di diverse sfumature hanno un atteggiamento ugualmente favorevole verso i migranti, a destra, gli estremisti politici esprimono un rifiuto estremo dei migranti. In tutta Europa i partiti populisti di destra raccolgono la parte di popolazione che è molto ostile ai migranti. …
Inoltre, le norme politiche contano. L’Ungheria è il caso estremo. A causa della campagna governativa che demonizza migranti e rifugiati … l’atteggiamento anti-migranti è diventato così esteso che due terzi della popolazione esprimono un rifiuto totale pur trovandosi in un paese che ha forti carenze di offerta di lavoro e una forte emigrazione dei propri abitanti.
(traduzione parziale, da Social Europe del 28 maggio 2019)

L’isola di Samo, prigione dei rifugiati e vergogna dell’Europa

27 Mag

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n° 29
a cura di Piero Rizzo

Quest’anno la ricorrenza del terzo anniversario (20 marzo) dell’accordo UE-Turchia, per la gestione dei migranti sulla rotta balcanica, è passata un po’ in sordina. Eppure i drammi umani che ne sono derivati sono tutt’altro che irrilevanti. Ha scritto “The Nation”, uno dei più antichi settimanali statunitensi: “Samo rappresenta la crudeltà di un accordo tra Unione Europea e Turchia che ha lasciato circa 75mila richiedenti asilo in un limbo”. Concetto non meno severo è stato espresso dal “Guardian”: “Ciò che ha fatto [l’accordo] è condannare migliaia di persone a una vita di paura e limbo, l’esatto contrario dei valori che l’UE dice di custodire. In realtà è una macchia duratura sulla coscienza dell’Europa da parte di politici che a parole sostengono i valori universali incarnati dall’Acropoli”.

Riportiamo degli stralci liberamente tradotti dell’articolo di “The Nation” del 23 apr. u.s. il cui titolo è: “L’isola greca che divenne una prigione a cielo aperto per i rifugiati”.

Se l’obiettivo principale dell’operazione era quello di scoraggiare i richiedenti asilo dall’attraversare il mare, la strategia inizialmente sembrava funzionare: il numero di nuovi arrivi è inizialmente diminuito. Ma già nell’estate del 2018, stava di nuovo incominciando a salire. A partire dal 14 aprile di quest’anno, 9.233 richiedenti asilo sono sbarcati in Grecia, 1.444 a Samo, e molti altri dovrebbero arrivare quando il clima migliorerà.

Gli effetti dell’accordo sono particolarmente visibili nelle isole del Mar Egeo settentrionale come Samo, perché, essendo così vicine alla Turchia, attirano il maggior numero di rifugiati. Prima, le persone che arrivavano venivano trasferite sulla terraferma o in Europa in pochi giorni o settimane. Adesso, molti sono costretti ad aspettare sulle isole mesi o anche anni, perché nell’accordo si stabilisce che non possono lasciare le isole prima che la domanda di asilo sia stata accettata o meno.

La vita nel campo di Samo è stata sempre terribile, ma dopo l’accordo è peggiorata costantemente. L’estate scorsa, mentre la temperature saliva a 38°C, l’acqua scorreva solo per due ore al giorno, tutti i bagni erano rotti e il campo puzzava di fogna. In inverno, c’erano giorni in cui finiva il cibo, alcuni container erano così affollati che la gente dormiva sul pavimento, mentre forti piogge e venti si abbattevano sulle tende e i pochi effetti personali andavano giù per la collina in un fiume di fango. Le condizioni sono diventate così terrificanti che alla vigilia del terzo anniversario, Oxfam e altre 24 ONG hanno inviato una lettera ai leader dell’UE dicendo che l’accordo ha portato a politiche e pratiche in Grecia “miopi, insostenibili, inefficaci e pericolose.”

Per quanto preoccupanti, il razzismo, la mancanza di sicurezza e le pessime condizioni non sono tuttavia il problema più grande. Il vero problema è non sapere quando e se verrà concesso l’asilo e il permesso di lasciare l’isola, o se si sarà rimandati in Turchia, da dove si potrebbe addirittura essere riportati nel paese da cui si è fuggiti.

“Tutto ciò che facciamo è aspettare e tormentarci. Non possiamo fare piani, non abbiamo alcun controllo sul nostro futuro “, ha detto Zainab. “Vogliamo solo vivere una vita normale qui, non una vita lussuosa, solo una vita sicura. Vogliamo essere utili. Ma qui non possiamo fare niente per nessuno, nemmeno per noi stessi. ”

Chiudiamo con il sottotitolo dell’articolo del Guardian citato all’inizio. Secondo Amnesty, affermare che il trattato sulla migrazione ha avuto successo significa negare la realtà, data la terribile situazione delle persone intrappolate nelle isole greche.
https://www.thenation.com/article/samos-greece-refugee-hell/
https://www.theguardian.com/world/2019/mar/20/activists-project-refugees-welcome-on-acropolis-to-show-crisis-not-over