I Nobel per l’economia 2019: come alleviare la povertà

11 Nov

di Piero Rizzo

Il premio Nobel per l’economia 2019 è stato conferito a tre accademici USA: Abhijit Banerjee
e Esther Duflo (del MIT) e Michael Kremer (Harvard) “per il loro approccio sperimentale per alleviare la povertà globale”.
Anche se negli ultimi decenni si sono fatti dei progressi, la povertà globale riguarda ancora oltre 700 milioni di persone. Cinque milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie facilmente curabili. La grande maggioranza di bambini nei paesi a basso e medio reddito abbandona la scuola senza alfabetizzazione di base e capacità di calcolo.
“La ricerca condotta dai vincitori di quest’anno ha notevolmente migliorato la nostra capacità di combattere la povertà globale. In soli due decenni il loro nuovo approccio basato sugli esperimenti ha trasformato l’economia dello sviluppo “ ha dichiarato la Royal Swedish Academy.
Quest’anno, ed è una novità, il riconoscimento si basa sulla progettazione, attuazione e controllo di una serie di esperimenti condotti sul campo. Riportiamo alcuni dei risultati ottenuti con le ricerche dei Nobel.

Istruzione
Nei paesi a basso reddito i libri di testo sono scarsi e i bambini spesso vanno a scuola affamati. I risultati migliorerebbero se avessero accesso a più libri di testo? O sarebbe più efficace dare loro pasti scolastici gratuiti? Per rispondere a questo tipo di domande, a metà degli anni ’90, Michael Kremer e collaboratori hanno fatto ricerche nel Kenya occidentale rurale.
I primi esperimenti hanno dimostrato che né più libri di testo né pasti scolastici gratuiti incidono sull’apprendimento. Da esperimenti successivi è risultato che il problema principale non è la mancanza di risorse ma il fatto che l’insegnamento non corrisponde ai bisogni degli alunni.
Alla luce di questi risultati Banerjee, Duflo e collaboratori hanno studiato programmi di tutoraggio correttivo in due città indiane. A Mumbai e Vadodara alcuni assistenti didattici sostenevano i bambini con bisogni speciali. Le scuole sono state suddivise in modo casuale in diversi gruppi, consentendo ai ricercatori di misurare in modo credibile gli effetti degli assistenti didattici.
Il sostegno mirato agli alunni deboli ha avuto forti effetti positivi, anche a medio termine. Lo studio è stato l’inizio di un processo interattivo, in cui i nuovi risultati della ricerca sono andati di pari passo con programmi sempre più vasti per sostenere gli alunni. Tali programmi hanno ora raggiunto oltre 100.000 scuole indiane.
In altri esperimenti il focus è stato spostato sulla mancanza di incentivi e responsabilità per gli insegnanti, che crea un forte assenteismo. Per aumentarne la motivazione, gli insegnanti sono stati assunti con contratti a breve termine con la clausola di estenderne il periodo a chi avesse ottenuto risultati positivi. Gli alunni che avevano insegnanti con questo tipo di contratto conseguivano nei test risultati migliori, mentre la riduzione del numero di alunni per insegnante a tempo indeterminato non aveva effetti significativi.
Salute
Una questione importante è se le medicine e l’assistenza sanitaria debbano essere pagate e, in tal caso, quanto dovrebbero costare. Kremer ha condotto un’indagine per stabilire come il prezzo influenzi la domanda di pillole contro le infezioni parassitarie. Ha scoperto che il 75% dei genitori ha dato ai figli le pillole finché erano gratuite. Solo il 18% ha continuato quando è stato introdotto il costo di meno di un dollaro USA. Ulteriori esperimenti hanno portato alla stessa conclusione: i poveri sono molto sensibili ai prezzi se si tratta di investimenti nell’assistenza sanitaria preventiva.
La bassa qualità del servizio è un’altra spiegazione del perché le famiglie povere investano così poco in misure preventive. Ad esempio, il personale delle vaccinazioni è spesso assente dal lavoro. Banerjee e Duflo hanno indagato se le cliniche mobili di vaccinazione, col personale sempre sul posto, avrebbero risolto il problema. I tassi di vaccinazione sono triplicati, passando dal 6% al 18%. Il tasso aumenta ulteriormente al 39%, se le famiglie ricevono un sacco di lenticchie quando vaccinano i figli.
Credito
Esperimenti sul campo sono stati utilizzati per valutare l’efficacia dei microcrediti. Banerjee e Duflo hanno trovato che ad Hyderabad il microcredito aveva effetti positivi limitati sugli investimenti delle piccole imprese esistenti e nessun effetto sui consumi o su altri indicatori di sviluppo.
In chiusura, qualche considerazione. Per la cosiddetta cooperazione allo sviluppo i paesi sviluppati hanno erogato negli ultimi decenni 2 trilioni di dollari ai paesi poveri. Ma quella cifra include gli aiuti per gli armamenti, quelli per l’estrazione di minerali portati in Occidente, ecc. Secondo il Nobel per l’economia, Angus Deaton, questo fiume di danaro ha ritardato lo sviluppo, perché ha puntellato il potere degli autocrati di turno e ha favorito la corruzione. Ora che altri Nobel hanno tracciato il percorso, è auspicabile che si cambi registro .

https://www.nobelprize.org/prizes/economic-sciences/2019/summary/

https://www.nobelprize.org/uploads/2019/10/popular-economicsciencesprize2019-2.pdf

La rotta balcanica

4 Nov

il documento (da Chang.org)

di Lorena Fornasir (Trieste) 22 ott. 2019

Una lettera da Ahmad
Da quando è iniziata la rotta balcanica, fatta da persone che fuggono da guerre e devastazione per trovare rifugio in Europa, mi sono trovata di fronte a corpi esausti, affamati, assetati, feriti, senza scarpe. E ho deciso semplicemente di scendere in strada ad aiutarli, offrendo il mio aiuto da volontaria al confine tra Bosnia e Croazia.
Sono stati tanti i ragazzi che ho incontrato in questi mesi. Ragazzi catturati dalla polizia croata e torturati: sui nostri confini di terra si sta consumando una tragedia umanitaria, fatta di campi di concentramento e di discariche umane. Ho deciso di raccogliere alcune delle loro testimonianze, e di farmi portavoce delle loro storie e delle loro esperienze. Questa è una lettera scritta raccogliendo le voci di alcuni di loro. Non posso usare i loro veri nomi, perché la loro vita è a rischio. Ma è importante che si sappia cosa stanno vivendo, affinché si conosca l’inferno presente a pochi chilometri da noi, e affinché possiamo tutti unire le forze per fermarlo. Vi lascio leggere le parole che questi ragazzi, sotto il nome di “Ahmad”, rivolgono a tutti voi.

“Mi chiamo Ahmad, ho 19 anni e vengo dal Pakistan. 
Sono stato catturato nei boschi della Croazia vicino ad una grande strada e la polizia mi ha portato in un garage dove sono stato rinchiuso con altre persone per 3 notti e due giorni, senza mangiare e senza bere.
Credevo di morire soffocato perché là dentro mancava l’aria ed eravamo immersi nell’odore della urina e delle feci. I bambini piccoli piangevano. Quando ci hanno fatto uscire eravamo tutti sfiniti. Ci hanno picchiati e poi portati verso il confine con la Bosnia. Così credevo. Invece mi hanno consegnato ad una squadra speciale con la maschera nera. Uno di questi poliziotti ha arroventato una barra di ferro e poi mi ha bruciato la gamba.

Il dolore mi ha fatto svenire. Quando mi sono ripreso sentivo una voce che mi urlava: “Alzati, sbrigati, vattene o ti uccido. Se provi di nuovo ad entrare in questi boschi di ammazzo, hai capito? Ti ammazzo”. Ora ho tanta paura, di notte il mio cervello gira e rigira attorno a questa scena. Rivivo ogni minuto. Sento ancora l’odore della mia carne bruciata. Perché mi è stato fatto questo? Se la polizia ti cattura ok, se ti deporta ok, se dà fuoco al tuo zaino ok, se butta via il tuo cibo ok, ma perché picchiarci in questo modo? Perché rompere i nostri cellulari? Perché bruciarmi la gamba e togliermi le scarpe?Non conosco cosa vuole il destino da me. Prima ha preso la mia famiglia, poi questo viaggio tremendo.

Avevo 17 anni quando sono partito e il destino mi dava lezioni ogni giorno. Ora questa violenza. Non so cosa posso fare ora. Il mio cervello è bloccato. Vorrei anche uccidermi. Mi sento morto dentro, non posso vivere in un mondo di odio.Anche questi poliziotti hanno bisogno di imparare l’umanità. Noi siamo umani, non siamo bestie.”

 

I migranti e l’ipocrisia di Macron

28 Ott

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri N° 33
a cura di Piero Rizzo
L’articolo selezionato per questo mese è stato pubblicato dal Financial Times il 19 settembre con il titolo:”La linea dura di Macron sulla migrazione allarma i gruppi dei diritti umani” e sottotitolo: “Il presidente francese si aliena i liberal spingendo per i voti dell’estrema destra”.
Sullo stesso argomento ha dedicato un articolo anche The Telegraph dal titolo molto più severo:
“L’approccio di Macron alla migrazione è un modello (masterclass) di ipocrisia”.
In un incontro con i parlamentari del suo partito il Presidente ha sostenuto che il governo deve porre fine all’attuale approccio “permissivo” al problema migrazione per evitare una deriva verso l’estrema destra.
Riportiamo ampi stralci liberamente tradotti e in calce brevi considerazioni.
Una spinta del presidente Macron a inasprire le politiche sull’immigrazione per ridurre l’afflusso di stranieri, ha allarmato i gruppi per i diritti umani e sconcertato la sinistra del suo partito centrista “La République en Marche”. Questa settimana a una riunione dei parlamentari Macron ha dichiarato che era giunto il momento di affrontare una questione cruciale della politica francese ed essere estremamente fermi nell’applicazione delle norme in materia di asilo.
“I flussi di migranti verso l’Europa non sono mai stati così bassi, mentre le richieste di asilo in Francia non sono mai state così elevate”, ha affermato. A volte mostriamo un volto umanitario e ci comportiamo in maniera troppo permissiva.
“La domanda è se vogliamo essere o meno un partito della borghesia. I borghesi non hanno problemi con l’immigrazione, mentre li ha la classe operaia. La sinistra non ha voluto affrontare questo problema per decenni, con la conseguenza che appartenenti alla classe operaia si sono spostati verso l’estrema destra. ”
I gruppi per i diritti umani hanno criticato pubblicamente l’approccio di Macron e 15 membri del suo partito hanno pubblicato una dichiarazione congiunta lamentando che il problema dei migranti economici – a differenza di quelli che sfuggono alla persecuzione politica – è stato strumentalizzato da “coloro che vogliono enfatizzare i sentimenti di rifiuto nei confronti degli stranieri e dell’Islam e ingenerare odio per tutti i cittadini di fede musulmana ”.
Cyrille de Billy, segretario generale del gruppo non governativo “la Cimade”, che fornisce assistenza legale ai richiedenti asilo, ha affermato che la Francia ha già indurito le sue politiche negli ultimi anni e che l’ultimo messaggio “non ci sembra un ottimo segno ”.
C’è l’obbligo legale di considerare ogni caso individualmente, ha ribadito, ed è sbagliato riservare lo stesso trattamento alle persone sulla base della nazionalità o della situazione geopolitica del loro paese.
Brevi considerazioni.
L’episodio narrato nell’articolo ha avuto luogo alcuni giorni prima dell’accordo di Malta (cui ha partecipato anche la Francia) sul quale il commento del ministro Lamorgese è stato: “Primo passo concreto per un approccio di vera azione comune europea”, e quello del presidente Conte: : “Non accetteremo alcun meccanismo che possa risultare incentivante per nuovi arrivi”. Vasto programma verrebbe da dire.
E’ opinione largamente diffusa che l’accordo sia stato un premio all’Italia perché si è liberata dal “barbaro” lasciando il posto a un governo filo-europeo. Vogliamo sperare che quando l’effetto Salvini sarà sbiadito, non si torni allo status quo. Il livello di ipocrisia della Francia che, nel momento in cui si dichiara favorevole all’idea di frontiere aperte, discretamente chiude le proprie, qualche dubbio lo fa venire.

E’ tempo di agire per non lasciare indietro nessun minore

21 Ott

il documento

di Gitta Trauernicht

I minori senza cure parentali o a rischio di perderle sono una macchia sulla coscienza europea

Un minore su 10 nel mondo vive senza cure dei genitori o rischia di perderle e di restare indietro. Questi minori sono trascurati, abbandonati (…) e diventano invisibili.

Con i nuovi commissari europei in procinto di entrare in carica, questa è un’occasione importante per l’UE per raggiungere un progresso storico per i diritti dei minori, in Europa e nel mondo. C’è molto in gioco. Milioni di minori nel mondo vivono e sono accuditi negli istituti, nonostante le prove che questa sistemazione ha effetti dannosi per la crescita sul piano sociale, psicologico, emozionale e fisico. Un rapporto presentato poco fa all’Assemblea generale ONU mette in chiaro che centinaia di migliaia di minori che vivono negli istituti sono di fatto privati della libertà.

La Convenzione ONU sui diritti dei minori ha ridotto la mortalità infantile e ha migliorato l’accesso all’istruzione primaria, ma il problema della cura dei bambini senza genitori resta. Il documento “Linee guida per una cura alternativa dei minori”, del 2009, illustra i passi da fare per fornire cura e servizi a questi bambini. Ma c’è poca consapevolezza tra i governi della necessità di applicare queste indicazioni.

In Europa i minori poveri stanno aumentando, a causa della crisi economica e delle politiche di austerità. Almeno 25 milioni di minori nella UE sono a rischio povertà o esclusione sociale. Questa situazione è semplicemente inaccettabile per la UE, che è fiera di proteggere i diritti fondamentali e di promuovere la giustizia sociale e si candida a guidare la lotta mondiale contro povertà e ineguaglianza.

La UE deve riconoscere che investire nei minori significa investire nella società futura. Le soluzioni sono pronte, è solo questione di scelta politica. Innanzitutto il Parlamento europeo e la Commissione europea devono appoggiare con impegno l’adozione delle Garanzie per i minori da parte del Consiglio europeo. Questo schema è decisivo nella lotta contro la povertà dei minori.

Ciò assicurerebbe che ogni minore povero in Europa abbia accesso ai sevizi basilari – inclusi cure sanitarie, istruzione, cure parentali, abitazioni decenti e nutrimento adeguato – come parte di un piano integrato europeo.

Secondo: il nuovo bilancio UE per i prossimi 7 anni deve prevedere maggiori investimenti per sostituire la cura negli istituti con protezioni diverse, preventive e di qualità. (…) Inoltre bisogna prevedere investimenti per gli interventi tempestivi a sostegno delle famiglie, per prevenire separazioni non necessarie dai bambini e procurare una serie di opzioni alternative. I minori devono essere ascoltati nelle decisioni che influenzano la loro vita per adeguare gli interventi ai bisogni individuali. Inoltre i minori, quando diventano maggiorenni hanno bisogno di un sostegno finalizzato, sociale ed economico, per entrare nella vita adulta.

Quest’anno, oltre all’ingresso dei nuovi dirigenti europei, cade il 30mo anniversario della Convenzione ONU sui diritti dei minori e il decimo delle Linee guida per la protezione alternativa dei minori. Inoltre si sta trattando per una nuova risoluzione ONU sulla cura dei minori non protetti. Questa può essere una grande occasione per i politici UE di stabilire una tappa fondamentale sui diritti dei minori.

Un’alleanza delle sei maggiori organizzazioni per la cura dei minori, “Joining Forces”, recentemente ha fatto un appello per una seconda rivoluzione sui diritti dei minori, chiamando i governi e la comunità mondiale a far proprie tutte le parti della Convenzione e investire in servizi per i minori.

Non possiamo lasciare indietro un solo minore. (…)

(tradotto da Social Europe, 10 ottobre 2019)

I posti di lavoro offerti che restano vacanti: l’illusione ottica

7 Ott

 

di Cosimo Perrotta (7/X/2019)

I media del 6-7 ottobre riportano i dati della ricerca di Excelsior e Unioncamere sui contratti di lavoro offerti dalle imprese che rimangono scoperti. I posti scoperti stanno crescendo e sono arrivati alla cifra rilevante di 1,2 milioni. Questo appare strano in presenza di una disoccupazione molto vicina al 10% (31% quella giovanile e quasi 52% quella giovanile al Sud).

La ricerca suggerisce – come ha già fatto altre volte – che la causa maggiore di questa anomalia sta nella carente o distorta formazione professionale, innanzitutto quella della scuola, che non prepara ragazzi con le competenze tecniche necessarie. Tanto è vero, si dice, che restano vacanti soprattutto offerte di lavori specializzati, come analisti e progettisti di software, programmatori, saldatori, insegnanti di lingue, cuochi (ma si noti che in cima alla lista dei posti vacanti ci sono anche camerieri e baristi). Infatti, alcuni posti restano vacanti per mancanza di candidati, altri perché i candidati mostrano di essere incompetenti.

Che questa sia una causa importante non c’è dubbio. Le riforme della scuola negli ultimi 30 anni, con innovazioni scriteriate, hanno fatto di tutto per abolire la preparazione ai mestieri negli istituti professionali (che erano nati proprio a questo scopo) e la preparazione tecnica negli istituti tecnici industriali. Il risultato è che i ragazzi sono demotivati nello studio, che non dà loro un’identità professionale; e gli insegnanti sono demotivati e disorientati nell’insegnamento.

D’altra parte la formazione pubblica di nuovo tipo (informatica, robotica, biotecnologie, organizzazione), soprattutto a livelli medio-bassi, non esiste. Non solo non esiste nella scuola, ma non viene fatta nemmeno dai costosi apparati – ben poco produttivi – della formazione regionale.

Detto questo, però, vanno evitate le spiegazioni semplici, perché il fenomeno ha cause molteplici. Innanzitutto è probabile che molti dei contratti offerti non siano invitanti, o per la bassa retribuzione o – soprattutto – perché si tratta di contratti a termine (che stanno aumentando). La prova sta nel fatto che nel Nord ogni 100 disoccupati ci sono 84 posti di lavoro che restano scoperti, mentre nel Sud i posti scoperti ogni 100 disoccupati sono solo 18. Come si spiega questa fortissima differenza? Non certo perché la formazione nel Sud sia migliore.

La causa è che nel Nord, con una disoccupazione che è meno del 6%, i giovani hanno maggiori possibilità di scelta, e i più capaci spesso emigrano, trovando all’estero contratti molto migliori. Nel Sud invece, con un’altissima disoccupazione, i giovani devono accontentarsi di quello che trovano. Né il fenomeno si può risolvere dicendo ai disoccupati del Sud di andare al Nord a occupare i posti vacanti. Se i contratti danno paghe misere e temporanee, come farebbero questi giovani meridionali a mantenersi fuori di casa?

Ma quel che più conta è il processo profondo della trasformazione del lavoro in Occidente. C’è un progressivo spostarsi del lavoro dalle mansioni materiali a quelle immateriali. Questo è una fenomeno inevitabile in tutte le economie ad alto sviluppo. Qui il disprezzo del lavoro manuale che viene lamentato – a volte a ragione – non c’entra niente. C’entra il passaggio da una produzione prevalentemente industriale ad una prevalentemente di servizi e di attività quaternarie (scuola, ricerca, attività culturali).

La maggior parte dei giovani europei, sia per la formazione ricevuta sia per il tenore di vita delle loro famiglie, non può accontentarsi di lavori materiali molto inferiori alla formazione ricevuta e al reddito atteso. Che senso avrebbe accettare lavori materiali, mal pagati, dopo vent’anni di istruzione? Che investimento sarebbe questo?

Il relativo abbandono dei lavori materiali da parte dei giovani europei è inevitabile. La domanda di lavori di questo tipo può essere benissimo soddisfatta dagli immigrati, che hanno un livello medio di istruzione inferiore e una capacità di adattamento enormemente maggiore a causa del loro estremo bisogno di lavorare.

La soluzione quindi non sarebbe affatto difficile. Ancora una volta i processi reali spingono verso soluzioni razionali, che le istituzioni e la classe dirigente non riescono a vedere. Tanto è vero che la risposta dei governi occidentali all’immigrazione clandestina è di selezionare gli immigrati, accogliendo quelli ad alta qualificazione e mandando via quelli poco qualificati. Il motivo sarebbe che i primi contribuiscono allo sviluppo e non pesano sulla collettività, per gli altri varrebbe il contrario.

Naturalmente questa assurda strategia non risolverebbe affatto il problema dei posti vacanti, ma lo aggraverebbe. Bisogna invece usare le risorse umane e finanziarie destinate alla formazione per i lavori materiali (risorse che adesso sono in eccesso) per istruire non solo gli europei che prendono quella strada ma anche gli immigrati.

“Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”

23 Set

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 32
a cura di Piero Rizzo

Per la ripresa delle pubblicazioni della pagina Commenti Esteri dopo la pausa estiva abbiamo scelto l’articolo del Guardian del 15/08/2019, che recensisce il libro di Peter Gatrell “Lo sconvolgimento dell’Europa – Come le migrazioni hanno rimodellato l’Europa”.
L’autore chiude il suo articolo con un virgolettato tratto dal libro: “Abbiamo chiesto braccia e invece abbiamo ricevuto persone”. E’ ciò che ha risposto un giornalista svizzero a chi gli chiedeva un commento sui migranti italiani nel suo paese a metà degli anni ’60. Questa frase, così densa di significato, spiega più e meglio di fiumi di parole dedicati all’argomento da dove nascono i maggiori problemi sulle migrazioni. Fino a quando gli immigrati si alzano alle tre per mungere le vacche o per fare il pane, fino a quando raccolgono i pomodori della Capitanata a tre euro all’ora, fino a quando fanno da badanti ai nostri anziani sono bene accetti. Ma quando avanzano le “irricevibili” pretese che venga rispettata la loro la dignità e riconosciuti i loro diritti, allora il registro cambia completamente.
Riportiamo alcuni passi liberamente tradotti:
Ciò che risalta maggiormente nella storia delle migrazioni in Europa è che essa è una storia di va e vieni, non solo di arrivi. Le idee sulla casa e l’appartenenza sono costantemente modellate dal tipo di regime, dal capitale e dall’interazione umana quotidiana. Ci sono i migranti di etnia tedesca, “affamati, spaventati, sospettosi, stupiti”, espulsi dall’Europa orientale alla fine della guerra, che arrivano in un paese in cui la maggior parte non ha mai messo piede prima. O i coloni britannici di ritorno che negli anni ’60 decidono di preferire l’Algarve del Portogallo a Blighty, perché l’alcool a buon prezzo, i servitori e il clima caldo ricordano loro il Rajastan.
È anche una storia di forti contrasti, di sradicamenti violenti e viaggi ordinari che continuano ancora oggi. Gli “Eurostars” dei benestanti – banchieri e specialisti dell’IT che vivono in un paese dell’UE e lavorano in un altro – si incrociano con immigrati “illegali” come i migranti ucraini, che si lamentano del fatto che la caduta del comunismo ha semplicemente sostituito la cortina di ferro con il “drappo di velluto” del controllo delle frontiere.
Gatrell teme che la situazione attuale stia cominciando ad assomigliare al “violento periodo di pace” degli anni immediatamente successivi al 1945, quando milioni di persone furono sradicati, molte di esse languirono per anni nei campi di “sfollati” o furono raccolte e scartate dagli Stati secondo la loro utilità economica. A proposito della recente repressione dei richiedenti asilo, egli scrive: ”Mentre l’arcipelago di campi e centri di detenzione si diffonde in tutto il continente, i padri fondatori – molti dei quali hanno avuto esperienza diretta della persecuzione nazista – sicuramente si stanno rivoltando nelle loro tombe per quello che i loro successori stanno facendo in nome dell’Europa ”.
Chiudiamo con quanto ha dichiarato Obama in una intervista a El Pais di qualche anno fa.
“Dobbiamo rifiutare la mentalità del “noi” contro “loro” che alcuni politici cinici stanno cercando di diffondere. Dobbiamo rimanere fedeli ai valori duraturi che definiscono le nostre diverse e vivaci società e che sono tra le maggiori fonti della nostra forza: il nostro impegno per la democrazia pluralista, l’inclusione e la tolleranza.”

Il razzismo contro i bambini

16 Set

Il primo – e speriamo, ultimo – governo razzista dell’Italia repubblicana ha prodotto disastri di costume che vanno molto al di là della sua durata, anche perché l’imbarbarimento era cominciato già da qualche anno, ad opera della Lega soprattutto.

Citiamo solo qualcuna delle mille gravi violenze razziste che si perpetrano tuttora contro i bambini più piccoli, in particolare quelli di origine africana. Ai primi di novembre 2018, a Prima Pagina (Radio 3) un genitore intervenne per dire che la sua bambina nera, di 3 anni, si nascondeva la faccia davanti agli estranei, perché un compagno d’asilo gli aveva detto che aveva il colore della cacca.

Il 2 settembre, la rubrica di Iacona Presa Diretta, su Rai 3, ha documentato le violenze verbali contro alcuni bambini molto piccoli da parte dei loro compagni. Attenzione: questi bambini alla fine hanno introiettato la violenza, tanto da dire che i loro compagni hanno ragione ad insultarli, perché loro sono neri.

Il 6 settembre scorso (notizia della stampa del 7) un bruto di Cosenza ha tirato un calcio all’addome a un bambino marocchino di 3 anni (tre) che si era avvicinato alla carrozzina di sua figlia. Il piccolo ha fatto un volo di due metri, e solo l’intervento del fratello 14enne, che ha ricevuto gli altri calci, lo ha salvato. Il bambino continuava a disperarsi, e chiedeva continuamente al padre che cosa avesse fatto di male.

Il bruto di Cosenza e i genitori di bambini bianchi che instillano queste idee ai loro piccoli sono dei poveri handicappati culturali, plasmati dalla propaganda razzista. Ma considerate i danni irreparabili che stanno provocando. I traumi provocati da queste aggressioni, fisiche o verbali, segneranno per sempre questi piccoli con un marchio di infelicità e di disadattamento.

Giustamente i loro padri stanno considerando seriamente di andar via, anche se lo fanno dopo anni di sforzi – che devono essere stati molto duri – per raggiungere un lavoro sicuro e una casa. Questi traumi individuali diventano molto presto traumi culturali collettivi; favoriscono il risentimento etnico; preparano le lotte di religione o etniche.

Per fortuna ci sono tante persone che si sforzano di rasserenare queste vittime, di integrarle, di difendere i loro diritti. Ma la strada è lunga e difficile. Ci vuole una reazione forte della cosiddetta opinione pubblica. Attenti alle conseguenze lontane di queste aggressioni; alla banalità del male così ben descritta da Hannah Arendt. Nessuno credeva che si sarebbe arrivati al genocidio sistematico degli ebrei.

In Italia, ancora l’anno scorso molti guardavano con fastidio chi temeva un’involuzione antidemocratica. I maîtres a penser e gli speaker dei telegiornali, di fronte allo stillicidio di aggressioni fisiche contro gli immigrati che arrivavano ogni giorno al disonor delle cronache, si chiedevano pensosi se si potesse dire che l’Italia è un paese razzista. E concludevano che no, non si poteva. Sarebbe bastato dire che ci sono razzisti e non razzisti, vero? Intanto, appena ieri (14-15 settembre), al raduno di Pontida, Gad Lerner è stato insultato come “non italiano” ed “ebreo”; un deputato leghista ha insultato pesantemente il Capo dello stato e qualche giornalista è stato aggredito. L’altro ieri la contestazione del nuovo governo davanti a Montecitorio annoverava tanti saluti fascisti. E così via.

Naturalmente, come abbiamo scritto più volte, l’unico modo per vincere queste degenerazioni è rilanciare l’occupazione e i diritti del lavoro. Ma non vanno sottovalutate le conseguenze di lungo periodo; ancora oggi combattiamo con i cascami del fascismo e del nazismo di un secolo fa. Se si tollera il razzismo contro i bambini, si piantano i semi dell’odio futuro.

(C.P.)

La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)

9 Set

 

Già nel 2013 Thomas Piketty aveva fornito una magistrale spiegazione dell’involuzione economica italiana. Per quel che ne sappiamo, questa descrizione non è stata ripresa né dagli studiosi né – tanto meno – dagli “opinion makers”, anche se dovrebbe essere la base di ogni discussione sulla crisi economica (e non solo economica) dell’Italia. Naturalmente, ci sono stati negli anni alcuni studiosi (pochi) che hanno adombrato tesi simili, ma le loro analisi sono cadute nel silenzio.

Dunque Piketty parla della tendenza dei paesi ricchi a trasformare una parte crescente della ricchezza in rendita, e scrive:

“Il caso dell’Italia è particolarmente chiaro. La ricchezza pubblica netta negli anni Settanta era leggermente positiva, poi diventò leggermente negativa negli anni Ottanta mentre cresceva un grande debito pubblico. Alla fine, la ricchezza pubblica diminuì per un ammontare quasi uguale al reddito netto medio di un anno del periodo 1970-2010. Allo stesso tempo, la ricchezza privata italiana aumentò dall’equivalente di due anni e mezzo di reddito nazionale, nel 1970, a quello di quasi sette anni di reddito nel 2010: un aumento che equivale a circa quattro anni e mezzo di reddito nazionale.

In altri termini, il calo della ricchezza pubblica rappresentava fra un quinto ed un quarto dell’aumento della ricchezza privata – una quota non trascurabile. In effetti, la ricchezza nazionale italiana crebbe in modo significativo, dall’equivalente di circa due anni e mezzo del reddito nazionale (1970) a circa sei anni (2010), ma questo aumento fu più basso di quello della ricchezza privata. L’eccezionale crescita di questa fu in qualche modo ingannevole, dato che circa un quarto di tale crescita consisteva nell’aumento del debito che una parte della popolazione italiana doveva all’altra parte. Invece di pagare le tasse per sanare i conti pubblici, gli italiani – o meglio quelli che avevano i mezzi per farlo – prestavano soldi al governo comprando titoli o beni pubblici; i quali andavano ad accrescere la loro ricchezza privata senza che crescesse la ricchezza nazionale.

In realtà, nonostante un tasso di risparmio privato molto alto (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale in Italia era meno del 10% del reddito nazionale nel periodo 1970-2010. Cioè, più di un terzo del risparmio privato era assorbito dal deficit pubblico. Una tendenza simile c’è in tutti i paesi ricchi, ma in generale è meno estrema che in Italia: in molti paesi il risparmio pubblico era negativo (il che significa che l’investimento pubblico era inferiore al deficit pubblico: i governi investivano meno denaro di quanto ne prendevano in prestito oppure usavano il denaro preso in prestito per pagare le spese correnti). In Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti i deficit pubblici sopravanzavano in media gli investimenti pubblici di un equivalente del 2-3 % del reddito nazionale nel periodo 1970-2010; ma in Italia la percentuale era più di 6.

In tutti i paesi ricchi, il risparmio negativo e la conseguente diminuzione della ricchezza pubblica, erano dovuti per una parte significativa all’aumento della ricchezza privata (tra un decimo e un quarto, a seconda del paese). Quindi, sebbene non fosse questa la causa principale dell’aumento della ricchezza privata, non dobbiamo trascurare questo fenomeno” (1).

Possiamo riassumere in termini più spicci il pensiero di Piketty: una buona parte dei ceti medio-alti italiani, dagli anni Settanta in poi, invece di pagare le tasse dovute, evade o elude il pagamento, in tutto o in parte. In conseguenza di ciò, il deficit dello stato aumenta. Lo stato quindi è costretto a vendere titoli pubblici a interessi più alti, accrescendo il proprio debito. A questo punto, gli evasori impiegano il denaro sottratto ai pagamenti fiscali per acquistare i titoli pubblici e si arricchiscono a spese dei contribuenti che pagano le tasse. Fin qui, Piketty.

Perché, infine, questa tendenza parassitaria – che blocca il nostro sviluppo e fa emigrare i nostri giovani migliori – è più forte in Italia? Perché da noi lo stato è impopolare da sempre; molto spesso a ragione. Ma questa impopolarità non è servita alle vere vittime della cattiva amministrazione (i ceti popolari e i ceti medi produttivi) per riscattarsi. E’ servita invece ai ceti privilegiati e in vario modo parassitari per arricchirsi. Insomma, siamo quasi come l’Argentina.   (C.P.)

(1) Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Harvard U.P.: Cambridge MA – London, 2014, pp. 184-85 (ediz. originaria francese: 2013).

Avviso pausa estiva

18 Lug

Le pubblicazioni riprenderanno il 9 settembre. Buone vacanze da Sviluppo Felice.

“È un crimine mostrare compassione verso i migranti?”

15 Lug

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo n. 31, Commenti esteri
Questo è il titolo dell’articolo del Guardian del 17 giugno 2019 che abbiamo selezionato per questo numero. L’interrogativo ce lo poniamo da alcuni anni, non solo in Italia – dove Salvini voleva infliggere una multa da 3.500 a 5.500 euro per ogni migrante trasportato da una nave in modo illegale – ma in tutto il mondo occidentale. Uno studio recente di Open Democracy ha scoperto che più di 250 persone in 14 paesi sono state arrestate, accusate o indagate nell’ambito di una serie di leggi emanate negli ultimi cinque anni, per aver sostenuto i migranti.

E questo in civilissime nazioni come Svizzera, Danimarca, Francia. Oltre agli Stati Uniti, dove una giuria non ha potuto raggiungere un verdetto contro Scott Daniel Warren, arrestato nel 2018 per aver dato acqua, cibo e alloggio a due migranti che avevano attraversato il confine con il Messico. Warren è membro del gruppo Non Più Morti, un’organizzazione fondata nel 2004 per fermare la strage di migranti che si verifica nel fatale deserto di Sonora in Arizona.

Ma il loro lavoro è ora in pericolo. Mentre la maggior parte degli americani è consapevole che Trump ha aumentato il controllo delle frontiere da quando è entrato in carica, pochi probabilmente si rendono conto che i migranti non sono gli unici presi di mira dalla sua amministrazione. Le nuove linee guida emesse dall’allora procuratore generale Jeff Sessions nel 2017 impongono ai pubblici ministeri di dare la priorità a “qualsiasi caso che riguardi il trasporto illegale o l’accoglienza di stranieri”.
In tutto il mondo occidentale i governi stanno militarizzando i confini per sbarrare l’ingresso ai migranti e stanno perseguendo gli operatori umanitari. Il volontario britannico Tom Ciotkowski è attualmente sotto processo in Francia. L’estate scorsa stava filmando la polizia francese che controllava l’identità dei volontari che distribuivano cibo ai rifugiati e ai migranti a Calais. Quando ha osservato un ufficiale di polizia che spintonava e prendeva a calci un volontario, Ciotkowski ha protestato ed è stato a sua volta spintonato e poi arrestato.

Poi c’è il caso del capitano della nave tedesca Pia Klemp, che attualmente è incriminata in Italia. Klemp rischia fino a 20 anni di prigione per favoreggiamento di immigrazione clandestina. I casi, in genere dolorosi, presentano a volte aspetti ridicoli. Il pastore svizzero Norbert Valley è stato arrestato nel bel mezzo di un servizio religioso per aver protetto un togolese a cui era stato negato l’asilo.

Populisti e nazionalisti diffameranno questi volontari umanitari come fiancheggiatori consapevoli o inconsapevoli dei trafficanti di esseri umani, ma semplicemente non è vero. Non c’è un briciolo di solide prove a sostegno di tale affermazione.
Chiudiamo con le parole di speranza con cui il Time chiude un articolo sullo stesso argomento dal titolo:“Come l’Europa ha trasformato la compassione in un crimine”: il tentativo non funziona. Piuttosto che servire a scoraggiare e intimidire, questi assurdi sforzi per reprimere la fondamentale decenza umana stanno avendo l’effetto opposto. Grazie al loro coraggio e alla loro perseveranza, pastori svizzeri, pensionati francesi, vigili del fuoco spagnoli e innumerevoli altri stanno opponendo resistenza e stanno dimostrando che lo spirito umanitario non si estinguerà facilmente.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2019/jun/16/humanitarian-activist-migrants-scott-warren#img-1
https://time.com/5433001/swiss-pastor-norbert-europe-compassion/