La Napoli borbonica: capitale parassita, regno impoverito

16 Apr

(da Gaetano Filangieri, La scienza della legislazione, 3a ed., Napoli 1784; estratto in Il Sud nella storia d’Italia, a cura di Rosario Villari, Roma-Bari, Laterza, 1961, ed. del 1975, pp. 13-23)

Filangieri scrive del rapporto città-campagna: le cause che ingrandiscono le capitali a spese delle campagne possono essere necessarie o “abusive”. Fra le cause necessarie egli annovera le spese per gli organi governativi, il fasto del sovrano e quelle dei ceti ricchi che soggiornano nella capitale. Filangieri vede un primo rimedio nella libertà di commercio e di esportazione. Un secondo rimedio sta nel non impedire “la moltiplicazione del numero dei proprietari” terrieri. “A misura che in una nazione cresce il numero dei proprietari si diminuisce il numero dei grandi possessori, i quali fanno non solo, come si è osservato, la rovina della popolazione, ma anche dell’agricoltura, sia per l’abuso che fanno dei terreni sia per le ricchezze e per gli uomini che richiamano nelle capitali” (p. 17).

Un altro rimedio sta nella creazione “di molte manifatture nell’interno dello Stato”, e “tutto quello che giova ad accrescere la circolazione interna, le strade pubbliche, i canali di comunicazione, ecc. (p. 18-19).

Quanto alle cause “abusive”, la prima è l’appellarsi dei tribunali periferici ai tribunali della capitale. Esso spreca enormi ricchezze e mantiene una quantità di avvocati “che vi consumano la quinta parte delle ricchezze della nazione”. Si dovrebbero mettere i tribunali d’appello nelle province (p. 19-20).

Un’altra causa “abusiva” è data dai “privilegi” di classe. Se ci dev’essere una classe “più favorita delle altre, questa parzialità dovrebbe cadere in favore di quella che più merita, della più utile, cioè della produttrice”. Altri rimedi a questi mali dovrebbero essere gli asili, in tutte le province, per i poveri, i trovatelli, i malati di mente, gli invalidi, ecc.

Senza questi rimedi [che i Borboni realizzarono solo in piccolissima parte e molto più tardi], conclude l’autore, la capitale diventa una “corteccia lusinghiera di un pomo verminoso” (p. 22).

Nel presentare queste pagine di Filangieri, Rosario Villari scrive che i riformatori napoletani del Settecento videro l’aumento demografico di Napoli come un fatto negativo. “Centro di consumo e di concentrazione della grossa rendita fondiaria, Napoli vive a spese delle campagne e dell’economia agricola, ingrandita da masse di contadini che la miseria, dovuta al peso della rendita parassitaria ed alla prevalenza della grande proprietà terriera, spinge verso i centri urbani, dove perdono la loro funzione di ‘produttori’ per assumere quella di ‘servitori’ o ‘mendicanti’; l’ingrandimento della capitale e la concentrazione della ricchezza in un solo punto della nazione (nati in gran parte dagli squilibri esistenti nelle campagne e specialmente dalla ‘riunione di molte proprietà nell’istesse mani’) soffocano e impoveriscono a loro volta le fonti stesse di quella ricchezza, le campagne, l’agricoltura” (p. 12).

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Dai diritti naturali ai diritti della Natura

9 Apr

di Maurizia Pierri – aprile 2018
Nel post “E’ possibile parlare di sviluppo se il pianeta sta morendo?”, del febbraio scorso, ho evidenziato che una delle grandi sfide di oggi è quella dei cambiamenti climatici. Qualunque strategia si voglia adottare, non si può prescindere dagli strumenti propri del diritto, siano essi di soft law (non direttamente vincolanti) o di hard law (cogenti).
Prima ancora, però, è necessario cambiare prospettiva sul rapporto tra Uomo e Natura, come rappresentato dal Diritto. E’ noto il contributo del giusnaturalismo e la teoria dei diritti naturali, come prerogativa dell’essere umano. I governi devono tutelare, questi diritti (1). Questa teoria permea l’esperienza costituzionale europea e statunitense dalla fine del XVII secolo. D’altra parte, il principio personalista (2) pone l’individuo al centro del sistema di diritti e libertà. Esso risente fortemente dell’opzione giusnaturalista del costituzionalismo liberale, ma anche di una visione cristiana sul ruolo centrale dell’uomo nel Creato. Nella tradizione costituzionale occidentale, il rapporto tra Uomo e Natura è ricostruito in termini strumentali: la Natura è al servizio del’Uomo, ed è oggetto di tutela soltanto in quanto funzionale al suo benessere.
Il rispetto della Natura si dissolve nel concetto di tutela dell’Ambiente, non in quanto tale ma in quanto bene strumentale rispetto alla salute dell’Uomo. Questa cornice giuridica ha consentito uno sfruttamento pressoché illimitato delle risorse naturali, con le conseguenze catastrofiche che vediamo oggi, e che non sono sfuggite agli studiosi del diritto. Negli ultimi anni c’è stato un rinnovamento del paradigma costituzionale in alcuni paesi della Comunità Andina delle Nazioni: Ecuador e Bolivia in primis. Le Carte fondamentali di questi Paesi, modificate rispettivamente nel 2008 e nel 2009, rispecchiano una visione nuova: “nuevo consitucionalismo” (3), che si ispira a valori ctoni ancestrali. Aspetti fondamentali di questo cambiamento sono i concetti di sumak kawsay, in lingua quechua, e suma qamaña, in aymara, cioè buen vivir o vivir bien, che indicano l’essere in armonia con la collettività e con la natura. La sfera privata e quella comunitaria, la sfera materiale e quella spirituale, sono concepite come interdipendenti (formula assai diversa dal benessere o welfare di matrice utilitarista delle politiche sociali europee). Il rinnovamento costituzionale ha investito il ruolo dell’Uomo nei confronti della Natura: l’antropocentrismo liberale occidentale è stato sostituito da una prospettiva cosmogonica, in cui l’uomo è componente e non protagonista dell’ordine delle cose. In questo sistema, che è strettamente correlato ad una concezione religiosa politeista e animista, l’uomo deve interagire con le altre componenti naturali rispettandone l’essenza, le finalità, l’evoluzione: il mondo naturale è intriso di sacralità e dunque non può essere violato o strumentalizzato. La Natura diventa soggetto di diritti, in primo luogo quello a vedere rispettata la sua esistenza, il mantenimento e la rigenerazione dei suoi cicli vitali, della sua struttura, funzioni, processi evolutivi. La conseguenza di questo radicale cambiamento di prospettiva è un salto di qualità: dall’ambientalismo all’ecologismo più profondo.
Il rapporto simbiotico dell’uomo con l’ambiente abilita il cittadino a rivendicare i diritti della Terra. E’ questo il vero elemento di rottura con la tradizione giuridica occidentale: l’Uomo agisce per reclamare il rispetto di un diritto, non proprio, ma altrui (il diritto della Natura ad essere salvaguardata). L’art. 71 della costituzione dell’Ecuador per esempio riconosce a tutti (persone, comunità, popolazioni, nazionalità) la titolarità a reclamare nei confronti della pubblica autorità il rispetto dei diritti della natura. Intorno a questo aspetto, la titolarità ad attivare una azione di reclamo, si sta sviluppando un dibattito dottrinale molto importante, anche per le suggestioni che possono derivarne sul diritto alla salubrità dell’ambiente. Il mainstream del costituzionalismo ecologista, a partire dal celebre scritto di Stone “Should Trees Have Standing? Toward Legal Rights for Natural Objects” del 1972, si sta rafforzando e tenta di dare dignità a temi che il diritto riteneva marginali: tutela della biodiversità e dell’agro-biodiversità, tutela dei boschi e delle foreste, diritto ad una alimentazione diversificata. Sono diritti della persona ma non è possibile assicurarli se prima non si tutelano i diritti della Natura.

(1) Vedi Le basi filosofiche del costituzionalismo, a cura di A. Barbera, Laterza, Bari-Roma, 1997, spec. pagg. 1-42.

(2) E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma, 1949.

(3) La rivista Diritto pubblico comparato ed europeo, 2012-II, ha pubblicato gli scritti di numerosi studiosi italiani e latino americani. Tra questi, vedi G. Rolla, “La nuova identità costituzionale latinoamericana nel bicentenario dell’indipendenza” (pp. 326-41) e M. Petters Melo, “Neoconsitucionalismo e nuevo consitucionalismo in America latina” (pp. 342-54).

Distopia e povertà nel mondo

3 Apr

di David F. Ruccio
da Real World Economics Review Blog, 29 gennaio 2018

(Ruccio riporta un grafico della Banca Mondiale dove risulta, fra l’altro, che 6,9 milioni di europei, 3,3 milioni di abitanti negli USA, e in tutto 13,8 milioni nei paesi sviluppati vivono con 4 dollari al giorno o meno).

Come  Angus Deaton ci ricorda, quelli che lottano per sopravvivere in condizioni di povertà estrema non si trovano soltanto “di là”, nel terzo mondo. Nonostante l’accento posto dalla campagna, sponsorizzata dalla Banca Mondiale, per sradicare la povertà estrema e i continui appelli a favore dei bisognosi dei paesi poveri, una larga parte – circa 14 milioni di persone – vive nei paesi ricchi (solo in USA, 5,3 milioni).
Esiste una condanna peggiore delle istituzioni economiche contemporanee, sia nel Nord che nel Sud del mondo? Ma non è tutto. Stiamo parlando di centinaia di milioni di persone che vivono con appena o con meno di $ 1,9 al giorno! Questa è la cifra ufficiale della Banca Mondiale, aggiornata negli ultimi anni, rispetto alle cifre precedenti di $ 1 e 1,25. Se vediamo questo numeri in prospettive, si vede che il loro livello è davvero basso.
Innanzitutto, secondo il recente studio di Robert C. Allen (“Absolute Poverty: When Necessity Displaces Desire”, American Economic Review 2017, 107(12): 3690–3721), 1,90 dollari al giorno per la gente del terzo mondo copre un paniere di consumo alimentare, una serie di beni non alimentari e il costo dell’abitazione. Ma il diavolo, come sempre, sta nei dettagli. Stiamo parlando, per il cibo, di 2.100 calorie al giorno (abbastanza per assicurare, oltre al minimo vitale, “una maggiore quantità di energia per fare il lavoro necessario a sostenere la società e per allevare dei figli”), più il cibo – fondamentalmente, grasso animale e verdure – per procurare la dose giornaliera di vitamine di vario tipo e minerali (ferro, B12, folato, B1, niacina, vitamina C). Questo per il cibo (1).
Esso comprende anche vari articoli non alimentari, come benzina, luce, vestiti e sapone; ma non l’istruzione, le cure mediche e simili. Infine una disponibilità per l’abitazione che ammonta ad appena 3 mq a persona (2). Calcolate il totale di queste spese (…) e troverete una soglia di povertà per il terzo mondo così bassa da raggiungere appena gli 1,90 dollari al dì. Ma l’economia mondiale di oggi, per come è organizzata, non assicura nemmeno questa misera somma a centinaia di milioni di persone.
Il secondo modo di mettere in prospettiva questo dato è di ricalcolarlo per la gente dei paesi ricchi. Allen lo ha fatto. Per gli USA, viene fuori che esso è di circa 4 dollari al dì … (3). Cioè stiamo parlando di circa 1.460 dollari l’anno per un individuo o di 5.840 dollari per una famiglia di 4 persone (4). Il modo in cui l’economia USA è organizzata costringe 4 milioni di persone a vivere con meno di 4 dollari al giorno. Considerate che cosa rappresentano questi numeri – 1,90 per il terzo mondo e 4 dollari per i paesi ricchi – e vedrete che viviamo in una distopia, o incubo economico.

(1) Quindi in Sri Lanka la dieta basilare consisterebbe, a persona per anno, in 140,16 kg di riso, 49 kg di fagioli e lenticchie, 35 kg di uova, 4 kg di olio, e 45 kg di spinaci, cavolfiori o noccioline.
(2) Come ammette lo stesso Allen, “per gli standard dei paesi ricchi, questo rappresenta un sovraffollamento estremo, e spesso illegale. Persino gli appartamenti di New York suddivisi illegalmente offrono 5-10 mq a persona”.
(3) Nei paesi del terzo mondo, circa due terzi della spesa va al cibo, un quarto a beni non alimentari, e il 5-10% all’abitazione. Negli USA la quota per il cibo scende a un quarto, e la spesa per la casa esplode fino a metà o più del reddito.
(4) Il limite ufficiale di povertà in USA è $ 34,40 al giorno per un individuo, cioè $ 12.752 all’anno. In base a questa misura, 43,1 milioni di americani (12,7%) vivono in povertà.

 

Un caso disperato

26 Mar

Migranti e Sviluppo – La scheda n. 16 (marzo 2018)

I giornali del 19 e 20 marzo scorso riportano la vicenda della nave Open Arms della Ong spagnola Proactiva. Questa, di fronte all’intimazione e alle minacce armate della Guardia costiera libica, si è rifiutata coraggiosamente di consegnare i 150 naufraghi che aveva appena salvato a 70 miglia dalla costa libica, cioè in acque internazionali. Si noti che la Libia, la cui Guardia costiera è finanziata dall’Italia, non ha mai definito la propria area di competenza per i salvataggi. In compenso cerca di impedire i salvataggi degli altri. Dopo un lungo inseguimento, la nave spagnola è riuscita a sbarcare a Malta un bambino che era in condizioni gravissime, e poi ha atteso ben 30 ore che l’Italia le desse il permesso di sbarcare i naufraghi a Pozzallo (Ragusa).

Lieto fine? Neanche per sogno. Ecco che interviene l’intemerato Zuccaro; quello che un anno fa dichiarò, senza alcuna prova, che alcune Ong “potevano” essere colluse con gli scafisti; provocò un’ondata di infondati sospetti sulle Ong e il calo drammatico dei finanziamenti privati che le tengono attive. Il procuratore di Catania, con sprezzo del ridicolo, sequestra la nave spagnola e accusa i responsabili di “associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina”. Secondo lui la nave doveva consegnare i naufraghi ai libici (con le risapute nefaste conseguenze per i profughi) oppure doveva cercare di sbarcarli a Malta (la quale, com’è noto, si sarebbe rifiutata di prenderli).

Gli avvocati degli accusati replicano che non può esistere un reato di solidarietà. Il 24 marzo ci sono state in Italia e in Spagna diverse manifestazioni sull’episodio con lo slogan “Salvare vite non è un delitto”. Ma, a quanto sembra, Zuccaro non è d’accordo.

C.P.

Sull’emigrazione, Macron non convince il New York Times

26 Mar

di Piero Rizzo
Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 16
Il 22 e il 25 febbraio il New York Times ha pubblicato due articoli, non propriamente elogiativi, sulle iniziative della Francia riguardo all’immigrazione.
Il primo parla di una proposta di legge il cui obiettivo dichiarato è di rendere più difficile la vita a chi entra in Francia illegalmente. Nel presentare la proposta, il ministro degli esteri Gerard Collomb non ha fatto mistero che il vero obiettivo è di sottrarre alla destra l’argomento. Sulla questione migrazione la sfida di Marine Le Pen fa ancora paura. Nella legge si dispone che i migranti debbano fare la richiesta di asilo in tempi più brevi degli attuali e che il tempo disponibile per l’appello, se la richiesta è respinta, venga dimezzato.
E’ quasi certo che la legge verrà approvata. Macron ha una larga maggioranza in parlamento, e più del 60% dei francesi è convinto che in Francia ci siano troppi immigrati. Lo scorso anno c’è stato il record dei richiedenti asilo: 100 mila. La reazione a sinistra e dei gruppi umanitari è stata molto forte. A chi dice che la Francia adotterà le stesse procedure delle nazioni vicine, si ribatte che nella “Patria dei diritti dell’uomo” non può avere cittadinanza una simile legge.
Il titolo dell’altro articolo riassume bene il significato dell’operazione francese in Africa: “All’avamposto francese nell’hub migranti africano. L’asilo per pochi eletti”. A Niamey (Niger) vengono intervistati i richiedenti asilo. Molti vengono dal’Eritrea e dalla Somalia. Se hanno i requisiti, i benefici sono enormi: biglietto aereo gratuito per la Francia, alloggio gratuito, permesso di soggiorno e lezioni di francese gratuite.
Sembrerebbe la tanto evocata creazione dei cosiddetti corridoi umanitari. Ma è solo un’operazione di facciata. “Politicamente enorme”, ha detto Giuseppe Loprete, capo ufficio dell’agenzia delle Nazioni Unite in Niger. Ma in termini numerici è irrilevante. Il vero obiettivo è di mantenere i potenziali migranti a distanza.
Si sta mettendo in atto la politica sempre enunciata da Macron: non possiamo accogliere tutti. Dobbiamo distinguere i migranti economici dai rifugiati ed accogliere solo quest’ultimi. “E’ una politica senza cuore”, ha affermato Mauro Armanino, un prete italiano della cattedrale di Namey, ed è “dubbio il principio etico alla base di questa scelta”.
A parere di chi scrive, operazioni di piccolo cabotaggio di questo tipo non portano lontano. Per affrontare in maniera adeguata il problema migrazione sarebbe necessaria la collaborazione di tutti gli Stati europei e l’apertura su larga scala di corridoi umanitari. Tra l’altro i migranti, con le loro rimesse, oltre a migliorare le condizioni di vita dei loro familiari, favoriscono lo sviluppo delle economie più arretrate.
Ma finché saranno in molti a credere che l’Europa, a causa dell’immigrazione, stia distruggendo la sua civiltà, c’è poco da farsi illusioni.

Un convegno su “Le migrazioni: occasione di sviluppo in Italia e in Africa”

26 Mar

Migranti e Sviluppo – Lavoro/Accoglienza n. 16 (marzo 2018)

Nel prossimo autunno (data probabile, 26-27 ottobre) Humanfirst – l’associazione che pubblica questo mensile insieme a Sviluppo Felice – sta programmando un convegno nazionale, da tenere a Lecce, dove saranno invitati a parlare i maggiori esperti italiani delle migrazioni attuali verso l’Italia, soprattutto docenti universitari, operatori Ong e rappresentanti di istituzioni.

Le ipotesi da verificare durante il convegno sono le seguenti:

Le migrazioni economiche avvengono quando l’economia ospitante ha bisogno di mano d’opera e le aree di provenienza hanno un iniziale sviluppo, che stimola i migranti a cercare una vita migliore. Queste migrazioni, come mostra l’esperienza storica, si possono regolare ma non fermare.

2. I migranti sono attratti verso l’Italia (e l’Europa) dall’invecchiamento della popolazione europea. L’aumento del benessere provoca sempre, oltre a una maggiore longevità, il calo della natalità (per la legge della transizione demografica).

3. I giovani locali non trovano conveniente svolgere i lavori elementari, sia per l’alto livello di studi raggiunto sia perché il lavoro disponibile è spesso precario e sottopagato. Disoccupazione e lavoro precario degli italiani rafforzano la denatalità.

4. I migranti in pericolo devono essere salvati ed accolti per rispetto dei diritti umani. L’Italia, con l’aiuto delle Ong internazionali, ha il merito di salvare e dare una prima accoglienza ai migranti che arrivano per mare. Ma, anche a causa di norme europee inadatte (tra cui l’accordo di Dublino), essa non organizza l’integrazione degli immigrati.

5. La mancata integrazione è la causa principale della paura e dell’ostilità suscitate dagli immigrati nella popolazione locale.

6. L’integrazione deve iniziare appena gli immigrati arrivano, anche se sono in attesa di identificazione, valutazione o espulsione. Questo è l’unico modo per controllare la loro presenza e renderla produttiva e non pericolosa. Gli immigrati devono contribuire da subito con il proprio lavoro gratuito, dato in cambio dell’ accoglienza, e con la frequenza ai corsi di italiano, civismo e attività professionali.

7. Con la stessa spesa attuale per l’accoglienza, o poco più, l’Italia può avviare gli immigrati all’integrazione e dare anche lavoro ad un gran numero di italiani che organizzano e attuano questi percorsi. Così la spesa diventa un investimento.

8. Un numero ancor più grande di italiani e di migranti di ritorno può trovare lavoro nei paesi africani d’origine. L’Italia – si spera, con l’aiuto dell’Europa – dovrebbe avviare un processo di sviluppo, che crei occupazione produttiva e allarghi il mercato dei prodotti interni di quei paesi.

9. Questa spesa – purché resti sotto il pieno controllo di chi la eroga – sarebbe un grande investimento, un “piano di sviluppo reciproco” su due livelli, che permette il controllo dell’emigrazione in Italia.

10. Solo questo permetterà di organizzare – in un modo che sia insieme umano ed efficace – i corridoi umanitari e il controllo delle vie dell’emigrazione clandestina.

 

La favola del Sud borbonico ricco e sviluppato

19 Mar

Gira per internet una tenacissima favola secondo cui, al momento dell’unificazione dell’Italia, il Sud dei Borboni sarebbe stato più ricco e sviluppato del Nord e che sarebbe diventato povero perché rapinato dal Nord dopo l’unità. E’ pur vero che all’ignoranza voluta e coltivata non c’è rimedio; ma ci si degni almeno di guardare i dati forniti da tutti (tutti) gli storici più accreditati.

Nel 1861, quando l’Italia fu unificata, lo stato borbonico aveva un PIL inferiore del 15-20% a quello del resto d’Italia. Il PIL agricolo era del 30% inferiore. Si tenga presente che il Sud era soprattutto un’economia agricola. Ma anche le risorse idrauliche, le opere pubbliche, i mercati urbani, le materie prime e giacimenti del Sud erano largamente inferiori (1).

Vera Zamagni ci ricorda che a ridosso dell’unificazione la produzione agricola per ettaro del Sud era un terzo di quella della Lombardia e la metà di quella del Piemonte (1857). La seta grezza prodotta nel Mezzogiorno era uguale a un quarto delle sole regioni Lombardia, Liguria e Piemonte. Rispetto alle stesse regioni, i fusi di cotone del Sud erano solo un quinto (1857); i telai di lana erano la metà (1866); i lavoratori metalmeccanici meno di metà (1861); e nel 1868 la produzione di carta era un quarto.

Nel 1859, nel regno borbonico c’erano 99 km di ferrovie (che comprendono anche i km della mitica ferrovia Napoli-Portici!), mentre nei soli Piemonte e Liguria ce n’erano 850. Nel 1863, il Sud aveva 1 km e mezzo circa di strade per abitante, in Lombardia erano 6 e mezzo. L’analfabetismo nel Sud colpiva l’87% della popolazione; nel Nord, il 54%. Nel 1861, il 90% dei bambini del Nord andava alla scuola primaria contro il 18% (diciotto) del Sud. Infine il Nord era in grado di mantenere15 abitanti per kmq in più del Sud; 60 in più nelle aree coltivate. Eckaus e Galasso riportano dati simili (2).

I nostri saccenti storici auto-nominati penseranno che almeno il dato generale sugli addetti all’industria dia loro ragione. Essi erano, all’unificazione, il 31% dei lavoratori nel Sud e il 25% nel Nord. Ma sbagliano ancora, perché – come spiegarono Paolo Sylos Labini e diversi altri storici veri, quelli del Sud erano soprattutto artigiani, che producevano oggetti di lusso per i latifondisti (3).

L’economia del Sud era talmente debole e arretrata che – come sempre avviene in questi casi – l’unificazione con un’economia molto più sviluppata distrusse la sua produzione primitiva (4). In primis la poca industria, addensata intorno a Napoli. Quest’industria era assistita dallo stato (oltre ad essere di tipo coloniale) e non resse la concorrenza sul mercato aperto. Non c’è dunque nessun complotto nella rovina della fabbrica di S. Leucio e altre simili.

La ricchezza di un’economia, come avvertiva Adamo Smith, non si misura con la quantità di denaro posseduto ma con il tenore di vita medio dei suoi abitanti. Il Sud borbonico era fatto di un pugno di latifondisti che possedevano quasi tutta la ricchezza del paese; un modesto nucleo di artigiani poveri; e un mare di contadini miseri e affamati. E’ vero, c’erano anche i cosiddetti galantuomini, cioè la piccola borghesia, fatta soprattutto di piccoli proprietari, e di professionisti clienti degli agrari. Sebbene economicamente insignificante, questo ceto era molto importante politicamente perché – per conto degli agrari – teneva buono il popolo con l’egemonia culturale e con la repressione. Esso impedì a lungo allo stato di creare strade, istituire scuole, favorire il commercio, tutte cose che potevano risvegliare nei contadini una volontà di migliorare e di non rassegnarsi. Ed è importante anche storicamente, perché è da loro che il Sud ha ereditato il costume del parassitismo (5).

C.P.

1) Vedi Valerio Castronovo, Storia d’Italia,, vol. IV, Tomo I. Torino, Einaudi, 1975, pp. 47-9. Dato confermato nell’ediz. del 2006 (pp. 10-20). Stefano Fenoaltea, “Lo sviluppo dell’industria dall’Unità alla Grande Guerra …”, in Storia economica d’Italia, a c. di P.L. Ciocca e G. Toniolo, vol. 3.1, Intesa-Laterza, 2003.

2) V. Vera Zamagni, Dalla periferia al centro … 1861-1981, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 40-41; Introduzione alla storia economica d’Italia, Bologna, il Mulino 2007, pp. 42-3. Richard Eckaus, “L’esistenza di differenze economiche tra Nord e Sud d’Italia al tempo dell’unificazione”, Moneta e Credito, n. 50, 1960, pp. 346-72. Giuseppe Galasso, Storia del Regno di Napoli, vol. VI, Torino: De Agostini, 2012, pp. 583-7, 593-4. V. anche Luciano Cafagna, Dualismo e sviluppo nella storia d’Italia, Venezia, Marsilio, 1989.

3) Sylos Labini, Scritti sul Mezzogiorno, pp. 163-88 (l’articolo è del 1963). Castronovo, op. cit., 1975, p. 48. Fenoaltea, op. cit., p. 193.

4) Vedi ad es. Santina Cutrona, “L’unificazione nazionale distorta”, in in L’arretratezza del Mezzogiorno, a c. di Cosimo Perrotta e Claudia Sunna, Milano, Bruno Mondadori, 2012, pp. 103-5.

5) V. i saggi di Anna Azzurra Gigante, “La mancata formazione del senso civico”, in L’arretratezza del Mezzogiorno, a c. di Cosimo Perrotta e Claudia Sunna, Milano, Bruno Mondadori, 2012, pp. 62-5.

 

Amazzonia: la tragedia del bene comune

12 Mar

Gli economisti chiamano “tragedia dei beni comuni” la tendenza dei cittadini a sfruttare le risorse pubbliche a fini privati fino ad estinguerle o a comprometterne la funzionalità. Applicato all’Amazzonia (7 milioni di kmq, distribuiti su 9 paesi) questo fenomeno si configura davvero come una tragedia senza fine.

Nella sua visita in Perù di fine gennaio 2018, papa Francesco ha condannato duramente la devastazione ambientale dell’Amazzonia che si traduce anche in devastazione umana (1). Il meccanismo è noto fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando apparvero sulla stampa le prime denunce, fatte dai gesuiti, dell’eccidio di villaggi indigeni amazzonici (ad es. si regalavano ai bambini zollette di zucchero avvelenato) per lasciare libero il terreno allo sfruttamento. Questi fenomeni si sono ingranditi sempre più. Lo sfruttamento intensivo delle foreste toglie l’habitat vitale alle tribù indigene e le condanna a una rapida estinzione.

In che cosa consiste questo sfruttamento? Nel prelievo forsennato del legname per il mercato europeo; la coltivazione di beni alimentari per la Cina; la sostituzione della foresta col pascolo per i bovini e la carne degli USA; lo sfruttamento incontrollato di acque e miniere. Questi processi trovano la complicità dei governanti corrotti in Brasile, Perù, Colombia, ecc. I latifondisti e proprietari terrieri si sono coalizzati in un blocco sociale (rurales), del quale fanno parte anche quelli che sfruttano illegalmente le miniere e i garimpeiros. Questi ultimi dragano i fiumi alla ricerca di oro usando il mercurio; il quale inquina le acque, distrugge la fauna ittica e i terreni, avvelena le fonti di sopravvivenza degli indios.

Daniele Mastrogiacomo racconta (2) che in Brasile ci sono appena 30 guardie forestali che dovrebbero proteggere 4 milioni di ettari. Una volta queste guardie avevano sequestrato le barche di garimpeiros e taglialegna illegali, ma questi incendiarono gli uffici dell’agenzia per l’ambiente, si ripresero le barche e hanno continuato il loro scempio (3).

Alla potentissima lobby dei rurales si aggiunge quella delle esportazioni. In Brasile, all’inizio di questo secolo la deforestazione si era ridotta del 70%, grazie alla limitazione dello sfruttamento dei terreni amazzonici imposta dalle presidenze Lula e Roussef; ma poi lo sfruttamento è ripreso in modo incontrollato. Il Brasile è tornato ad essere il più grande esportatore mondiale di zucchero, pollo, caffè, ecc. Temer, il presidente brasiliano accusato di corruzione conclamata, ha evitato l’impeachment grazie al permesso dato alle lobby di riprendere lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia. Una situazione simile c’è in Perù, dove il papa ha protestato, e negli altri paesi amazzonici.

I latifondisti (152 imprese posseggono 40 milioni di ettari), le aziende agricole e le decine di migliaia di piccoli contadini hanno bruciato finora circa 500mila km quadrati di foresta (il 10% di tutta l’Amazzonia). L’esportazione di legname pregiato produce lo stesso effetto, perché trasforma la foresta in pantani e terre sterili. Le grandi dighe idroelettriche, come quella di Tucurui, la più grande, hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di vegetazione, che marcisce sotto le acque ed emette gas velenosi (4). In un solo anno (agosto 2105-luglio 2016) sono stati abbattuti 8mila km quadrati di foreste, pari a 135 volte la superficie di Manhattan (5).

Bisogna ricordare che l’Amazzonia è la più grande sede di biodiversità e la più grande fonte di ossigeno del pianeta. Si pensa che ospiti circa 60.000 specie di piante, alcuni milioni di specie di insetti, 3.000 specie di pesci, 1.300 specie di uccelli (si pensa che un quinto di tutti gli uccelli viva nella foresta amazzonica), 430 specie di mammiferi e altrettante di anfibi, e 380 specie di rettili (Wikipedia). La sua distruzione forsennata porterà il clima e l’ambiente terrestre al collasso.

Le miniere di ferro, uranio, bauxite, ecc., sono sfruttate senza controllo dalle multinazionali. Il 90% dei nuovi scavi avviene al di fuori delle concessioni governative e l’area disboscata illegalmente è 12 volte più grande di quella disboscata legalmente (6).
Di fronte a questa situazione, la Norvegia ha dimezzato i suoi aiuti economici al Fondo per l’Amazzonia del 2017 e minaccia di sospendere gli stanziamenti del 2018 e 2019 (7).

Vedi i media del 10-20 gennaio scorso.
Vedi la Repubblica del 20/1/18.
3) V. i ripetuti appelli di Avaaz; e l’appello degli scienziati sul clima (sbilanciamoci.info del 24/11/17).
4) V. Scheda di Elena Lorenzini e Francesca Ramponi in http://www.icponte.gov.it/ipertesti/america_meridionale/foresta.htm).
5) Lorenzo Brenna, “L’amazzonia è sempre più spoglia”, Lifetime, 2/12/2016 online.
6) Le Scienze, “Le attività minerarie distruggono l’Amazzonia”, 20/10/2017 online.
7) Rafael Marcoccia, “La distruzione dell’Amazzonia (e nostra)“, Terre d’America, online, 1 luglio 2017.

 

 

Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

Un trattato internazionale sull’emigrazione

26 Feb

di Piero Rizzo

Migranti e Sviluppo – Commenti esteri n. 15 (febbr. 2018)

Antonio Guterres, Segretario Generale dell’ONU, nel Guardian del 12 gennaio scorso,
parla per la prima volta di un trattato globale sulla migrazione che deve essere negoziato dai governi sotto l’auspicio delle Nazioni Unite. L’obbiettivo è di trasformare una fonte di abusi, di umiliazioni e di conflitti in un fattore di prosperità.
Gestire la migrazione – dice Guterres – è una delle sfide più difficili per la cooperazione internazionale nel nostro tempo. La migrazione favorisce la crescita economica, riduce le disuguaglianze e unisce società diverse. Tuttavia è anche una fonte di tensioni politiche e di tragedie umane. La maggioranza dei migranti vive e lavora legalmente. Ma una minoranza disperata mette a rischio la propria vita per entrare in paesi dove deve affrontare sospetti e abusi.
Quest’anno i governi negozieranno per la prima volta un accordo globale sulla migrazione per il tramite delle Nazioni Unite. Non imporrà alcun obbligo agli Stati. Ma è un’opportunità per contrastare i miti perniciosi sui migranti ed elaborare una visione comune sul problema.
Il mondo è rimasto scioccato dal recente video della CNN sui migranti venduti come schiavi. E’ scandaloso che ogni anno migliaia di migranti subiscano la stessa sorte senza che l’opinione pubblica ne sia informata. Oggi ci sono quasi sei milioni di migranti costretti ai lavori forzati, spesso nelle economie sviluppate.
Il trattato si deve basare su tre principi.
Il primo è riconoscere i benefici dell’immigrazione. Gli immigrati di norma non tolgono il lavoro ai lavoratori locali e in più i loro salari avvantaggiano sia i paesi che li ospitano sia quelli di origine.
Il secondo. Bisogna rafforzare lo stato di diritto nell’interesse proprio e dei migranti. Contro l’illegalità e gli abusi, i governi mettano in atto più corridoi legali per la migrazione.
Il terzo. C’è bisogno di maggiore cooperazione internazionale per proteggere i migranti, e di ristabilire il regime di protezione dei rifugiati in conformità alle leggi internazionali. Il destino di migliaia di persone che muoiono non è solo una tragedia umana, rappresenta anche un fallimento della politica.
Per parte nostra, notiamo che il successo di questo trattato incontrerà notevoli ostacoli. Si pensi a quanto scrive Houellebecq (“Credo che questa invasione sia organizzata dai Fratelli Musulmani che si avvalgono di mezzi finanziari provenienti da vari Stati. Non potendo fare una guerra all’Europa, possono preparare un’onda crescente di migranti e gradualmente sottomettere l’Europa”. Oppure si pensi alle dichiarazioni dei capi politici del gruppo di Visegrad, come Zeman, Kaczyński, Fico e Orban.
Ma anche nell’Europa dell’Ovest c’è molta ostilità. Si pensi all’articolo di Douglas Murray (dell’ Express) citato nell’11° numero di Migranti e Sviluppo, che concludeva: l’Europa sta andando dritta verso il suicidio e sta distruggendo la sua civiltà.
Come diceva Einstein è più facile rompere un atomo che un pregiudizio. Speriamo vivamente che l’ONU abbia successo. Non è retorico affermare che il suo sarebbe anche un successo di tutta l’umanità.
https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jan/11/migration-benefit-world-un-global-compact