Iniziativa dei cittadini europei per il Reddito di base incondizionato

4 Lug

di Emanuele Murra

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Spett.le Redazione,

mentre in Italia il reddito di cittadinanza è stato uno dei principali temi di confronto nelle scorse elezioni politiche, al di là delle Alpi si dava avvio ad un processo che potrebbe rivelarsi decisivo per la costruzione dell’Europa dei cittadini e dei diritti sociali: l’iniziativa dei cittadini europei per il reddito di base incondizionato.

Il diritto di iniziativa popolare è un istituto giuridico nuovo, definito dal Trattato di Lisbona, il quale stabilisce che i cittadini europei possono presentare alla Commissione Europea delle proposte atte ad indirizzarne le decisioni. L’iter previsto è il seguente: sette cittadini di altrettanti stati europei presentano una proposta alla Commissione, la quale entro due mesi risponde sull’ammissibilità (e cioè se la questione posta è congrua con le competenze attribuite dai trattati alla Commissione stessa). Ottenuto parere favorevole si può dar seguito alla raccolta di firme: in un anno è necessario raggiungere un milione di sottoscrizioni complessive in almeno un quarto dei Paesi aderenti alla UE (dunque, al momento, in almeno sette Paesi). È possibile effettuare la raccolta firme sia elettronicamente, su una piattaforma predisposta dalla stessa Commissione, o nella più tradizionale modalità cartacea.

Il 2013 è stato dichiarato dall’Unione anno dei cittadini europei. In questo contesto riveste ancora più significato la volontà di dare il via ad un percorso che, garantendo il reddito dei cittadini europei al di sopra di una determinata soglia (una soglia che permetta a ciascuno una vita libera e dignitosa), potrà dare un significato sostanziale a questa cittadinanza continentale, proseguendo quel cammino che sin dal principio si è voluto configurare come integrazione non solo di mercati, merci e servizi, ma anche di popoli e persone.

Nello specifico, l’iniziativa europea per il reddito di base incondizionato chiede alla Commissione di valutare la fattibilità del reddito di base e i suoi effetti sulla povertà. La Commissione ha dato parere favorevole il 14 gennaio scorso, e il comitato promotore ha ora un anno di tempo per raggiungere l’obiettivo di un milione di firme. A quel punto la Commissione europea sarà tenuta a valutare con attenzione la proposta, elaborare possibili progetti attuativi, programmare un’audizione al Parlamento Europeo.

Cos’è il reddito di base, e perché sottoscrivere la European Citizens Initiative (ECI)? Il reddito di base consiste in un reddito versato da una comunità politica ai suoi membri su base individuale, in modo universale ed incondizionato. In pratica ogni cittadino europeo, indipendentemente dalle condizioni personali, riceverebbe un reddito che si sommerebbe ad ogni altro reddito a sua disposizione. Disoccupato o occupato, benestante o in stato di necessità, questo reddito spetterebbe a ciascuno come inalienabile diritto di cittadinanza.

Anche se può sembrare contro-intuitivo, una policy quale quella del reddito di base, che non necessita di controlli preventivi, permette di evitare molti e dispendiosi passaggi burocratici, che oggi assorbono buona parte delle risorse messe a disposizione per gli obiettivi socioeconomici che si è deciso di perseguire. Riguardo alla copertura finanziaria, una parte verrebbe proprio dalla razionalizzazione delle prestazioni in denaro esistenti e dal risparmio sui costi gestionali. Il resto potrebbe essere finanziato, a dire dei proponenti, attraverso tasse più incisive sulle transazioni finanziare e le attività inquinanti. Il reddito di base non è proposto come sostituto dello stato sociale dei singoli Paesi, ma ne rappresenta un’integrazione: una base economica sicura, comune a tutta l’UE, e completata dai singoli sistemi nazionali di protezione sociale.

L’accesso a sufficiente cibo, a indumenti ed abitazione, istruzione di base e protezione sanitaria, sono da tempo considerati fondamentali diritti umani. Fino a non poco tempo fa le politiche atte a garantirli puntavano sulla realizzazione della piena occupazione che, offrendo a tutti un reddito da lavoro, forniva i mezzi per venire incontro ai bisogni fondamentali di ciascuno. Il modello economico ed il livello di sviluppo tecnologico odierni richiedono, e richiederanno, sempre meno lavoro, col triste corollario di una disoccupazione involontaria impossibile da assorbire. Il problema principiale diviene così come garantire a tutti i mezzi economici per cibo, indumenti, abitazione, istruzione, spese mediche al di là della società del lavoro e della piena occupazione.

Il criterio egualitario della cittadinanza che soggiace all’idea di un reddito di base universale ed incondizionato rappresenta un possibile sentiero, un sentiero che questa iniziativa chiede di esplorare, con attenzione e senza pregiudizio. Due minuti del proprio tempo sono sufficienti per accedere alla piattaforma telematica e sottoscrivere la petizione, entrando a far parte di quel gruppo crescente di cittadini europei che ritiene i diritti e la dignità delle persone non sacrificabili agli interessi economici; un gruppo che crede fermamente ad un futuro di solidarietà per l’Unione europea e al ruolo che il reddito di base può avere nel costruirlo.

 

LINK

Per firmare la petizione:

http://basicincome2013.eu/ubi/it/firmare-liniziativa/

Cos’è il basic income:

http://basicincome.org/bien/aboutbasicincome.html

Cos’è l’iniziativa europea per un reddito di base:

http://basicincome2013.eu/ubi/it/

Cos’è il diritto di iniziativa dei cittadini europei:

http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_d’iniziativa_dei_cittadini_europei

Il video di lancio della campagna per l’ECI-UBI:

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=t5YyGHHuabw

 

Altri link utili:

Basic Income Earth Network http://basicincome.org/bien/

Basic Income Network Italia http://www.bin-italia.org/

Notizie dal mondo sul Basic Income http://binews.org/

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5 Risposte to “Iniziativa dei cittadini europei per il Reddito di base incondizionato”

  1. Cosimo Perrotta 9 luglio 2013 a 12:26 #

    Nonostante gli autorevoli appoggi ricevuti, il progetto di un reddito “per tutti” mi sembra un’idea del tutto impraticabile e anche ingiusta. Ogni cittadino europeo riceverebbe un reddito “che si sommerebbe ad ogni altro reddito a sua disposizione”, che sia “disoccupato o occupato, benestante o in stato di necessità”. Vogliamo sostituire a una società di lavoratori una società di mantenuti? E poi, chi li manterrebbe? In questo caso l’assistenza universale sottrae risorse a chi ha più bisogno e crea ingiustizie. L’argomento che il denaro deriverebbe, in parte, dal risparmio per i controlli “burocratici” che si evitano, non ha senso. E’ come dire che la tassazione non dev’essere progressiva (cioè proporzionale al reddito) per evitare le spese di controllo sui redditi. Ne possiamo riparlare quando la povertà nel mondo sarà stata eliminata?
    Cosimo Perrotta

  2. Nello De Padova 1 agosto 2013 a 17:53 #

    “Il modello economico ed il livello di sviluppo tecnologico odierni richiedono, e richiederanno, sempre meno lavoro, col triste corollario di una disoccupazione involontaria impossibile da assorbire. Il problema principiale diviene così come garantire a tutti i mezzi economici per cibo, indumenti, abitazione, istruzione, spese mediche al di là della società del lavoro e della piena occupazione.” …….. a meno che non si incentivino enormemente tutte le forme di part time e si penalizzi altrettanto pesantemente chi lavora (e guadagna) “troppo”. LAVORARE MENO, GUADAGNARE MENO, ESSERE PIU’ RICCHI!!! D’altra parte alla fine questo reddito di base dovrebbe essere pagato comunque da qualcuno: i pochi che lavorano. E allora tanto vale che uno invece che lavorare per tanto ed essere tassato tanto perchè parte del suo reddito lordo vada a chi non lavora, è meglio che lavori (e guadagni) meno ed il suo lavoro lo faccia (ed incassi il relativo reddito) quancun altro

  3. Emanuele Murra 13 settembre 2013 a 13:30 #

    Lasciando momentaneamente da parte il problema delle difficoltà connesse al finanziamento, vorrei concentrarmi sulla questione della ‘giustizia’ posta dall’intervento del prof. Cosimo Perrotta, e sul problema dei ‘lavoratori che pagano per i non lavoratori’ dell’intervento di Nello de Padova.

    Il rischio di una “sostituzione a una società di lavoratori di una società di mantenuti” è un’obiezione spesso rivolta alla proposta di una policy che sia incondizionata, e cioè sciolta da un test circa le intenzioni lavorative del ricevente. Ma in realtà nella società odierna non è affatto vero che esiste una società di lavoratori, cioè una società in cui la maggior parte dei suoi membri ottiene il necessario alla propria esistenza dal lavoro.
    E questo per due ordini di ragioni: innanzitutto alcuni soggetti, cioè coloro che possono contare su importanti risorse economiche/patrimoniali, hanno già la possibilità di fatto e di diritto di scegliere se vivere ‘da mantenuti’ o vivere del proprio lavoro. Esiste oggi cioè tra i cittadini una disparità consistente nell’imporre ad alcuni un obbligo di lavorare, pena il rifiuto di accedere a risorse necessarie per l’esistenza (anche per la maggior parte dei servizi del welfare è infatti necessario aver lavorato, essere in cerca di lavoro, accettarlo quando proposto – anche se non adatto alle proprie qualifiche – ovvero risultare inabili ad esso), mentre coloro che possono vantare risorse economiche di altro tipo non sono soggetti alla stessa forma di controllo sulle proprie scelte di vita da parte della burocrazia pubblica. Una situazione che poco mi sembra abbia a che vedere con la giustizia e con l’equità di trattamento, rendendo anzi maggiormente evidente l’esistenza di una distinzione dal punto di vista sociale tra cittadini di serie A, liberi di fare le proprie scelte, e cittadini di serie B che, dalla loro condizione di precarietà economica e dal tipo di requisiti oggi richiesti per accedere a quasi tutti i servizi di welfare, vedono le loro scelte di vita profondamente condizionate dalla mancanza di mezzi e dal controllo a cui le loro vite sono sottoposte dal potere burocratico.
    Il secondo ordine di ragioni – che almeno in parte viene incontro ai rilievi del secondo intervento – deriva dalla constatazione che nelle nostre società contemporanee un’ampia fetta della popolazione vive già di un reddito ‘di trasferimento’. Che si tratti di trasferimento intrafamiliare, aiuti informali di associazioni terze, sistema di protezione sociale pubblico, pensioni di anzianità e/o invalidità, sono molti coloro che a vario titolo percepiscono un reddito non da lavoro. Una sproporzione, quella tra lavoratori e non lavoratori, che in una prospettiva di ‘sviluppo sostenibile’, di tecnologie in continuo miglioramento con le quali produrre il necessario con sempre meno lavoro umano, è destinata a sbilanciarsi ancora di più verso i non lavoratori. Anche davanti alla diffusione del part time, o ad esso dovrebbe comunque associarsi un livello di stipendio simile a quello oggi dato ai lavoratori full time o si porrebbe comunque un problema di uno stipendio insufficiente. In tale prospettiva, si può ancora pensare che il solo reddito da lavoro potrà essere sufficiente a garantire condizioni di vita libera e dignitosa per tutti? L’organizzazione del lavoro basata sull’operaio non specializzato che lavorava 8 ore al giorno guadagnando a sufficienza per sé e i propri congiunti a carico, con un tasso di disoccupazione contenuto, è ormai alle nostre spalle ed è necessario individuare nuove modalità di redistribuzione della ricchezza.

    Il professore Perrotta chiude il suo intervento con una domanda impegnativa circa la compatibilità tra implementazione di un reddito di base e lotta alla povertà. È abbastanza pacifico, tra i sostenitori del basic income, che in società in cui manca un sufficiente network di servizi (insufficienza di cure mediche, bassa scolarizzazione, trasporti pubblici inefficienti, estesa malnutrizione) il reddito di base non può essere la risposta principale. Ma qui si sta parlando primariamente dell’Unione Europea. La mia contro-domanda in proposito è se, fatte salve le risorse investite nella sanità pubblica, nella scolarizzazione primaria, nel mantenere i trasporti pubblici a tariffe accessibili, si possa davvero sostenere che non sia poprio l’incertenzza del reddito uno dei principali elementi che contribuiscono a produrre e riprodurre la povertà in seno alle nostre opulenti società. La petizione che si è chiesto di firmare pone questa domanda alla Commissione Europea, sollecitando la realizzazione di studi indipendenti e approfonditi. I motivi per firmare risiedono dunque in un desiderio di capire meglio, di comprendere se strategie alternative a quelle attuali possano risultare più efficaci. Darsi una possibilità alternativa, pensare un welfare integrato a livello europeo, più snello, meno costoso e nello stesso tempo più efficace dell’attuale è un imperativo al quale nessuna istituzione pubblica può più sottrarsi.

    Emanuele Murra

  4. karin frisch 29 ottobre 2013 a 20:38 #

    auguro alle future generazioni una vita piena di affetti e relazioni…..perché finalmente si saranno potuti riapropriare del dono più prezioso….il tempo….perché non saranno più costretti di lavorare per ore ore per poi consumare per non sentire le frustrazioni. io credo che una vita migliore è possibile, partendo da un reddito BASE INCONDIZIONATO per tutti…. il lavoro acquisterà un altro valore, e soprattutto: i lavori meno amati, ma socialmente molto utili dovranno finalmente essere pagati davvero!!!!!!!!!! è a partire da un reddito minimo incondizionato che il lavoratore potrà sedersi al tavolo con il ‘datore’ di lavoro e trattare!!!!!!!!!

    • karin frisch 3 novembre 2013 a 13:54 #

      upps……….non minimo………..BASE INCONDIZIONATO !!!!!!!!!!!!!!!!!

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