Un futuro per l’Afghanistan

22 Nov

by Maria Alessandra Verrienti

Visitare oggi l’Afghanistan significa capire che trent’anni di guerra hanno distrutto le strutture statali: dall’anagrafe (solo il 6% dei nati viene registrato), alle scuole (ne mancano circa 30.000), a servizi basilari come la salute e le case. C’è una impasse fatta di corruzione nelle istituzioni, tradizioni culturali, predominio dei clan e dei signori della guerra in alcune zone e costanti attacchi dei talebani in altre.

L’Afghanistan è sull’orlo di una nuova, critica svolta: entro la fine del 2014 le forze internazionali avranno completato il ritiro dal paese. Le prospettive di questa transition phase non sono rosee,[1] ma ci sono iniziative che fanno capire il valore degli interventi di cooperazione internazionale.

Ho incontrato Justine Rubeka Mbabazi[2], giurista internazionale e direttrice della sede afgana di Global Rights, lo scorso settembre per un nuovo progetto di giustizia minorile da presentare alla Cooperazione Italiana.

Global Rights[3] e’ una organizzazione internazionale che lavora in Africa, Asia e America Latina per formare attivisti nel campo dei diritti umani. Si avvale di professionisti di calibro internazionale per dare un contributo al processo di democratizzazione e capacitazione della societa’ civile e delle istituzioni.

In Afghanistan Global Rights opera da dieci anni. Uno dei suoi progetti è il Practical Legal Education, realizzato in collaborazione con 5 università e alcune scuole coraniche del paese, che dà una formazione sulla teoria e l’applicazione pratica dei diritti umani. Gli studenti dell’ultimo anno di legge coinvolti seguono un corso semestrale di diritto penale, civile e di famiglia unito ai diritti umani. Il corso include visite a scene dei crimini, ai centri di detenzione, alle corti di giustizia, ai laboratori forensi ed ad altre istituzioni, come il Dipartimento di Investigazione Criminale. Il percorso formativo, disegnato dai consulenti esperti di Global Rights, viene tenuto da giuristi e giudici afgani tra i più preparati e vicini ad una cultura democratica. Una solida preparazione teorica accompagnata a simulazioni forensi permettono agli studenti di acquisire un’esperienza equivalente a circa 15 anni di attività legale.

I migliori 20 studenti di ogni università vengono inviati ogni anno come praticanti presso tutte le principali istituzioni del paese, dove nella maggioranza dei casi rimangono a lavorare. Ad oggi circa 2.140 studenti di legge hanno partecipato ai corsi di Global Rights e molti di loro lavorano nelle principali istituzioni, governative e non.

Una di loro, che ho intervistato, è Maria Bashir,[4] unica donna procuratore generale in Afghanistan, che lavora ad Herat con una scorta di 23 guardie del corpo che si alternano per garantirle protezione. Partecipò ad uno dei primi corsi di formazione organizzati da Global Rights. Da allora si batte per il pieno rispetto dei diritti delle donne del paese, ed è stata indicata nel 2011 dal Times tra le 100 donne più influenti al mondo.

Il recente caso di Malala, giovanissima attivista pakistana crivellata di colpi da un fondamentalista talebano,  poteva benissimo accadere in Afghanistan. Qui una ragazza che scappa da casa o che è vittima di un rapimento, viene accusata e arrestata per ‘crimini morali’, ossia comportamenti sociali non considerati conformi ai dettami dell’Islam. Le donne e le bambine che vivono nelle famiglie più tradizionali non hanno diritto ad esprimere il proprio parere sulla scelta dei propri futuri sposi, né ad opporsi alla decisione di questi ultimi di far loro indossare il burqa o di non lasciarle lavorare, di non poter continuare gli studi o non poter neanche uscire di casa. Sono queste le realtà di cui Maria Bashir si occupa quotidianamente.

Non tutti gli interventi delle organizzazioni internazionali sono validi. I 43 trilioni di dollari di aiuti ricevuti dall’Afghanistan dal 2001 ad oggi non sempre sono stati efficaci. Tuttavia l’attuale sfida della transizione è ardua e il sostegno alla società civile per la capacitazione e formazione dei giovani è una delle strade più valide per garantire un’inversione di tendenza nel futuro del paese.


[2] Figlia di rifugiati rwandesi, J. Mbabazi, fuggì nel 1994 dal suo paese in pieno conflitto per mettersi in salvo con i suoi cinque figli. Ha studiato e lavorato in Canada e poi in Rwanda, lavorando per la nuova costituzione, portando la questione di genere in primo piano. Oggi il Rwanda ha il primato mondiale di donne in parlamento (il 56%). Le donne sono il 30% al governo e il 70% dei giudici del paese.

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