Capitalismo informatico e scienza

1 Giu


di Luigi Guerrieri 1 giugno 2020
Il capitalismo informatizzato ha un passato radioso davanti a sé: il medioevo è già tra noi. Archiviata “la grande trasformazione” (Polanyi) del secolo scorso, il capitalismo del XXI secolo non succhia più il surplus solo dal lavoro, ma dalle intere esistenze di ognuno di noi. Non è più solo la fabbrica il luogo dello sfruttamento e dell’alienazione ma tutta la società; il mondo intero è diventato un’immensa fabbrica vampirizzata.
Distrutti i polmoni di Gaia e sfiguratone il volto, ora il capitalismo globale, approfittando di governi complici, usa come clava le nuovissime tecnologie elettroniche, automatizza i nostri comportamenti futuri come fossero cosa sua, colonizza con il nostro stesso consenso la nostra vita in ogni suo aspetto, fino alla sfera intima degli affetti. Visti i precedenti, che cosa significhi questo, non solo in termini ecologici, ma anche umani e democratici, lo stiamo scoprendo con sgomento giorno dopo giorno.
Mentre la nostra società è lacerata da scandalose disuguaglianze e s’impone con urgenza un radicale cambiamento di paradigma, sottomettere la nostra libertà alla funzionalità della rete è stato tutt’uno con l’accettare i diktat della grande macchina informatizzata, che suonano così: seguire, essere fedeli, ubbidire ai protocolli. Abbiamo interiorizzato “il modello Singapore” (1) e lo “spirito Toyota” (2) e li abbiamo nascosti negli anfratti più nascosti delle nostre coscienze, fino a farne una nostra seconda natura. Non siamo più servi per costrizione, ma per nostra stessa scelta.
L’interazione fra fisica classica e capitalismo è andata avanti per quattro secoli. Il quel periodo la meccanica, sintesi felice di geometria e matematica applicate ai fenomeni del movimento, era il modello scientifico da seguire. Politica, economia, etica e filosofia ne furono profondamente influenzate. Nell’Europa delle grandi conquiste scientifiche e coloniali, umanesimo, illuminismo e positivismo hanno accompagnato questa cavalcata trionfante. Nel corso del tempo la definizione dell’economia come meccanica dell’utilità e dell’egoismo è stata ripetuta con tanta insistenza che è diventato un assioma indiscusso della nostra civiltà.
La seconda rivoluzione scientifica fra ‘800 e ‘900 non ha cambiato questa inerzia epistemologica: l’economia è rimasta legata al culto del numero e alla dittatura della dimensione, ricevuti in eredità dalla fisica classica. Oggi, voliamo senza avere le ali, vediamo l’invisibile, abbracciamo l’universo, ma lottiamo ossessionati dall’infinito su una navicella finita. L’economia non tiene ancora conto di questa semplice verità.
La fisica classica era un inganno. Descriveva in modo impreciso solo una piccola parte di ciò che accade in natura, cioè i fenomeni che cadono sotto i nostri sensi. L’economia è rimasta ferma a quel modello di scienza. Ma “la realtà non è come ci appare” (3). Radiazioni, magnetismo, elettricità, luce, calore, l’immensamente grande e l’infinitamente piccolo sfuggono all’occhio umano, sono probabilistici, contro-intuitivi, negano l’evidenza, sono “strani” (4). Nonostante molti capitoli dell’economia facciano parte del mondo che non vediamo, noi continuiamo a trattarli come se fossimo in grado di capirli e di dominarli. Ma oggi noi sappiamo che l’economia, nella sua interazione con l’ecosistema terrestre, non appartiene alla meccanica classica, bensì alla meccanica quantistica, alla chimica, alla biologia, alla fisica relativistica e alla termodinamica.
Il nostro errore è qui. Non abbiamo ancora saputo aggiornare l’economia alla scienza contemporanea, che è qualitativamente diversa dalla scienza classica. Pretendiamo di trattare il nuovo con strumenti vecchi. Nella sete insaziabile di profitto del capitale, nella dittatura del denaro, nei nostri miti del “di più”, del “più grande” e “dell’oltre” sono da ricercare le cause dei danni alla catena della vita, degli eventi estremi, dei cambiamenti climatici e di tutto ciò che ne consegue, salti di specie e pandemie comprese. Tutto è estremamente complesso. Gli economisti standard sono rimasti legati alla fisica classica e alle sue illusioni: la natura come oggetto, l’uomo come centro, il dominio come fine.
Mentre il capitalismo senza regole ha già modellato il mondo a sua immagine e pirateggia indisturbato negli oceani del web, il cadavere del vecchio contratto sociale tiene per i piedi il nuovo secolo, riducendo a nuova servitù il lavoro, fino a minacciare la nuda vita e i diritti. Abbiamo bisogno di esploratori coraggiosi capaci di mappare le terre incognite verso le quali ci sta trascinando il neo-liberismo selvaggio. Ma spetta a noi il compito di costruire un futuro possibile: adesso.

(1) Vedi Danilo Zolo, Da cittadini a sudditi, Ed. Punto Rosso, Milano, 2007.
(2) V. Taiichi Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino 2004 (1978).
(3) E’ il titolo del libro di Carlo Rovelli, Raffaello Cortina, Milano 2014.
(4) Richard P. Feynman, QED. La strana teoria della luce e della materia, Adelphi, Milano, 1989.

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