Liberarsi del neoliberismo

11 Mag

(Per un nuovo tipo di sviluppo – 1)
di Cosimo Perrotta

La pandemia sta mettendo a nudo le gravi distorsioni delle politiche neoliberiste. Quando nacque, agli inizi degli anni Ottanta, il neoliberismo aveva tre obbiettivi: smantellare lo “stato sociale”, cioè il sistema di garanzie per i ceti più bassi e i lavoratori; introdurre la deregulation, cioè liberare i ceti più alti e le imprese dalle norme che impediscono i comportamenti antisociali; proteggere (proprio attraverso lo stato!) i privilegi dei più ricchi.

L’argomento principe dei neoliberisti era che lo stato è per sua natura inefficiente, perché non agisce in regime di concorrenza (dove dovrebbe prevalere il più meritevole). Per loro, la spesa pubblica è improduttiva e va contenuta il più possibile. Perciò, disse Reagan, “lo stato non è la soluzione, è il problema”.

Quest’idea si diffuse facilmente, anche nella sinistra, come reazione alle deviazioni dello stato sociale (eccesso di assistenzialismo, uso politico della spesa pubblica, controlli di produttività assenti). Ma il rimedio è stato peggiore del male. Il neoliberismo ha imposto allo stato di privatizzare i suoi servizi e, quando non poteva farlo, di imitare il mercato. In Italia ospedali e scuole sono diventati aziende (che cosa c’entri il profitto con l’istruzione e la sanità pubbliche è un mistero).

In tutti i paesi la privatizzazione dei grandi servizi pubblici ha accresciuto – anziché diminuire – la spesa statale ed ha peggiorato i servizi. Le imprese private che li hanno rilevati, foraggiate dallo stato, sono diventate un modello di parassitismo, contrabbandato per mercato concorrenziale. Per di più, con un abile gioco di prestigio, si è presentato il conseguente eccesso di spesa pubblica come conferma che lo stato spende troppo, e ciò ha giustificato tagli ancora più drastici nell’apparato pubblico e ulteriori privatizzazioni. In questa follia c’è una logica: accrescere il potere dei politici che decidono quali imprese private favorire. Tutto ciò ha esteso la corruzione ed ha aumentato l’opacità delle decisioni istituzionali, a danno della democrazia.

Il risultato è che l’economia occidentale ristagna e le varie corporazioni impediscono di toccare i privilegi costituiti (alla faccia della concorrenza). La disoccupazione dilaga, sia perché la manifattura occidentale si sposta verso i paesi emergenti (dove trova salari più bassi e normative più lasche) sia perché l’economia digitale distrugge molti più posti di lavoro di quanti non ne crei. Grazie alla disoccupazione, lo sfruttamento del lavoro, soprattutto giovanile, si è aggravato e ha fatto crescere le disuguaglianze in modo mostruoso.

L’1% più ricco del mondo possiede più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. In Italia il patrimonio dell’1% più ricco è uguale a quello complessivo del 70% più povero (1). Lo stesso processo cumulativo che allarga le disuguaglianze fra i gruppi sociali avviene fra gli stati. Le economie più forti si arricchiscono grazie allo spread (il divario di valore dei titoli di stato) a spese delle economie più deboli.

Oltre a smantellare il servizio pubblico, si è smantellata la normativa che frenava i comportamenti anti-sociali delle imprese e dei più ricchi. Sono cresciuti enormemente l’evasione e la fuga dei capitali verso i paradisi fiscali, l’uso dei combustibili fossili, lo scempio del territorio, l’avvelenamento dell’ambiente, i consumi che favoriscono il riscaldamento globale. Tutti gli esperti confermano che le sempre più frequenti epidemie derivano dalla distruzione dell’ambiente attraverso i grandi allevamenti (2), la deforestazione, la riduzione dell’habitat non antropizzato.

Infine è stata imposta una tassazione di tipo regressivo: più si è ricchi più bassa è la percentuale di tasse da pagare. Warren Buffet e Bill Gates hanno lamentato il fatto che le loro segretarie pagano in percentuale più tasse di loro. L’argomento ipocrita a sostegno delle tasse regressive è che il reddito dei più ricchi si traduce in maggiori investimenti e occupazione per tutti: fattore trickle down (3). Niente di più falso. I ricchi impiegano quasi tutti i loro capitali nella speculazione finanziaria o immobiliare (4).

Il neoliberismo dunque ci lascia un’economia e una coesione sociale in rovina e la democrazia in pericolo. Molti oggi affermano che dopo la crisi saremo più solidali e più aperti all’intervento dello stato. Non ne sarei così sicuro. Gli interventi statali nella crisi finanziaria del 2008 non ci insegnarono niente, anzi si accentuarono l’egoismo sociale e il degenerare della concorrenza economica in bullismo.

Ma non si può abbattere il vecchio se non si costruisce il nuovo (Gramsci). L’epidemia ci aiuterà a cambiare tipo di sviluppo solo a condizione che si faccia una vera battaglia culturale (per capire che cosa vogliamo) e sociale (per costringere i governi ad attuarlo).
(1) Rapporto Oxfam 2020, online.

(2) Rob Wallace, Big Farms Make Big Flu, New York: Monthly Review Press.

(3) Gianni Vaggi, Development, London-New York: Palgrave-MacMillan, 2018, passim.

(4) Gabriel Zucman, The Hidden Wealth of Nations, Chicago Univ. Press, 2013, cap. 3 e 5.

Una Risposta to “Liberarsi del neoliberismo”

  1. Nicolò Addario 11 maggio 2020 a 10:23 #

    Sono in totale disaccordo. L’alternativa al neoliberismo non è lo statalismo assistenzialista (che crea solo debiti, clientele, tutte cose che pagano i soliti noti). La storia non insegna nulla? Inoltre sono accuse troppo generiche. In Europa di neoliberismo se ne è visto assai poco. In Italia, poi, proprio non ce n’è. Per fare un esempio una città come Milano è ancora dipendente da una corporazione di tassisti che rifiutano di aumentare la disponibilità di taxi. Più volte mi è capitato di dover andare in macchina all’aeroporto perché mancavano taxi liberi. Con una spesa enorme per il posteggio. Quanto alla sanità, la Lombardia ha seguito il Modello Formigoni (non certo un liberista), perché questo dava e dà da mangiare alle clientele (molte delle quali legate ad ambienti cattolici). Nel resto d’Italia questo è assai meno vero. Mentre è vero che non abbiamo un debito pubblico che supera il PIL da circa trenta anni, un’economia dove dominano i piccoli e piccolissimi imprenditori con una spiccata tendenza a non investire. In tutto questo di liberismo non c’è nulla: ci sono solo politiche di soldi a pioggia senza alto criteri che quello del consenso (dalla mancata spending review a quota cento, dal reddito di cittadinanza ai soldi buttati in spese improduttive, per non parlare dei miliardi stanziati e non spesi perché bloccati da una burocrazia pletorica, altamente inefficiente e irresponsabile).
    Forse si confonde la globalizzazione con il neoliberismo. Vogliamo tornare all’autarchia e ai nazionalismi che hanno provocato due guerre mondiali? Se l’attuale globalizzazione è deregolata ciò dipende dal fatto che mentre sul piano della cultura, della scienza, dell’economia e della finanza si sono formati dei sistemi mondiali, sul piano della politica siamo rimasti agli Stati-Nazione. Le difficoltà dell’Unione Europea sono tutte qui. Mentre Stati Uniti e Cina sono paesi abbastanza grandi da reggere (ma non si sa ancora per quanto tempo) questa discrasia tra politica e resto della società, non così è per i paesi Europei. E’ peraltro vero che tra Nord e Sud d’Europa si sono create grandi differenze, che però riguardano soprattutto i modi con cui il Sud spende i suoi soldi (presi a prestito). Non mi risulta che in Germania o nei paesi scandinavi i sistemi di welfare siano stati smantellati. Anzi mi risulta il contrario.
    Quando certi economisti parlano di neoliberismo (ma i tempi di Reagan sono finiti da molti anni) hanno in realtà solo una caso concreto cui riferirsi: gli USA. Ma perché parlarne come di una situazione universale? Ripeto il problema vero è che i singoli Stati-Nazione sono di fatto sorpassati dalla globalizzazione. Fermare la globalizzazione è come opporsi alle maree. Si può solo regolarle, sfruttarne le opportunità che offrono ecc. E per fare questo si deve andare verso la formazione di unità politiche sovranazionali (anche per motivi strategici). Non ha senso tornare a contrapporre Stato e mercato.

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