La storia fa bene all’ambiente

4 Mag

di Luigi Guerrieri

Il 22 aprile è stata celebrata la Giornata della Terra, istituita dall’ONU e iniziata il 22 aprile 1970.
Intorno alla metà degli anni ’60 era già drammaticamente visibile l’impatto umano sugli ecosistemi terrestri. Vi avevano contribuito diversi fattori, antichi e recenti. Fra i primi, il più importante, la rivoluzione industriale in atto nel vecchio continente già da due secoli; fra i secondi, le guerre del ’900 (particolarmente distruttive dell’ambiente), l’estensione del modello industriale europeo a tutto il mondo, gli esperimenti nucleari, la ricostruzione economica dei Paesi devastati dalla guerra. I “Trenta Gloriosi” (1945-1975) e la “Grande Accelerazione” hanno avuto costi ambientali altissimi.
L’ambiente e la pace, quindi, erano in cima all’agenda dei movimenti giovanili e studenteschi di quegli anni. Anche allora i giovani avevano visto prima ma, nella società della ragione, neanche allora vennero ascoltati.
Adesso, nessuno può dire: “io non sapevo”. Tutti sapevano. E tutti sanno. Prevale l’indifferenza. Mentre scrivo queste righe e celebriamo la festa della Liberazione, mi vengono in mente le parole di quel giovane partigiano nella sua ultima lettera ai familiari: “Ricordate che tutto è successo perché non volevate saperne”.
Chi dimentica la storia è destinato a riviverne i momenti peggiori. Un giorno, spero non lontano, grazie ai giovani celebreremo la liberazione dai falsi miti che imprigionano le nostre esistenze. Primo fra tutti, quello della crescita infinita su un pianeta finito.
L’ONU nel 1972 convocò a Stoccolma la prima Conferenza sul clima. Quello stesso anno, il Club di Roma, in collaborazione col MIT di Boston, pubblicava I limiti dello sviluppo. Da allora gli istituti di ricerca sul clima proliferarono. Fra i tanti, il World Watch Institute fondato da Lester R. Brown nel 1974 e il Wuppertal Institute fondato nel 1991. Di grande prestigio anche gli scienziati isolati (in tutti i sensi): Nicolas Georgescu- Roegen, Barry Commoner, James O’Connor, Paul Crutzen, Ilya Prigogine e tanti altri. Grazie all’ONU uscirono il Rapporto Bruntland (1987), il Protocollo di Montreal (1987), L’Agenda 21 (Rio 1992), il Protocollo di Kyoto (1997) e così via.
Tutti questi studi concordavano su un punto: la pressione antropica aveva assunto dimensioni abnormi, molto prossima alla soglia di guardia, superata la quale si sarebbero aperti scenari raccapriccianti. L’azione del sole da benefica si sarebbe trasformata in venefica, la qualità dell’aria, dell’acqua e della terra si sarebbe deteriorata, innescando processi incontrollabili che avrebbero reso problematica la vita sulla Terra. Continuando a considerare il pianeta una dispensa inesauribile e una discarica senza fondo, l’umanità avrebbe presto fatto i conti con scarsità di risorse, cambiamenti climatici, pandemie.
Mentre i governi ignoravano il problema, le reazioni del mondo accademico furono feroci: cassandre, catastrofisti, reazionari, intellettuali snob, uccelli del malaugurio, nemici del progresso, primitivisti e via di seguito.
Eppure, è successo tutto esattamente così. Ma nonostante questo, c’è ancora chi nega l’evidenza. In testa alla lista, ancora i governi dei Paesi inquinatori storici (quelli del benessere), che più si ostinano a fare la guerra al pianeta più consenso ricevono dai loro concittadini. Il populismo non si spiega soltanto con la disperazione dei ceti schiacciati dalla crisi del capitalismo storico, ormai afflitto dalla “stagnazione secolare”. Si spiega anche con la difesa dei privilegi della “società signorile di massa”. Questo è un problema spesso ignorato che mette in discussione le stesse basi materiali della nostra democrazia.
Il capitalismo, una volta globalizzato, si è rivelato insostenibile per gli elementi vitali e incompatibile con il diritto alla vita di tutti i popoli del mondo. Per quanto armati di ottimismo della volontà, il pessimismo dell’intelligenza ci suggerisce che sciogliere questi nodi sarà tremendamente difficile. Ma la nostra condizione non ci lascia alternative. Spero che la scienza ci dia una mano.
Nell’attesa, mi chiedo: ma doveva proprio succedere il finimondo per accorgerci che il nostro destino è comune e per convincerci che al punto in cui siamo giunti non è più possibile distinguere fra la nostra salute individuale e la salute del pianeta, fra la nostra pace interiore e la pace nel mondo? Ma questo non era già chiaro mezzo secolo fa? La storia mi dice che i giovani di cinquant’anni fa lo hanno urlato in tutte le piazze del mondo, ricevendo in premio manganellate, piombo e lacrimogeni. Bastava ricordarsene. Non lo abbiamo fatto e ci siamo ammalati, se non di COVID 19, almeno di paura.
Azzardo una previsione: diventeremo tutti ambientalisti. Speriamo che quando accadrà non sia troppo tardi. E che chi sta oggi a guardare non dia ai giovani di domani lezioni di ambientalismo. La storia della Resistenza e del ’68 mi dice che questa non sarebbe una novità.

2 Risposte to “La storia fa bene all’ambiente”

  1. adepadova 4 maggio 2020 a 13:12 #

    I giovani di 50 anni fa sono quelli che oggi rischiano più di altri di lasciarci la pelle, ma sono anche quelli che dopo la contestazione si sono fatti trasportare in questo vortice insensato (quando non ne sono stati gli artefici).

    La speranza è che i giovani di oggi non commettano gli stessi errori, anche se temo che siano molti pochi quelli che hanno la fortuna di studiare la storia per essere consapevoli di quegli errori.

  2. Antonio Giuseppe Pasanisi 5 maggio 2020 a 14:43 #

    Articolo molto interessante per la lucida disamina delle cause di lungo periodo dell’attuale crisi pandemica. Da insegnante di lettere delle scuole superiori, ritengo che il dialogo con le giovani generazioni, in riferimento alle tematiche ambientali, rappresenti la principale sfida educativa del nostro prossimo futuro. Del resto, una parte significativa di studentesse e studenti ha già dato dimostrazione, nel corso delle manifestazioni “Friday for future” dei mesi scorsi, di avere a cuore le sorti del nostro pianeta.

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