Gli sfollati e il Covid-19

28 Apr

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, Commenti esteri n° 39

Il 30 marzo la Ong “Refugees International” ha pubblicato un rapporto col titolo: “COVID-19 e gli sfollati”.
Tutte le maggiori testate internazionali lo hanno commentato con titoli allarmanti; tra tutti, l’Economist: “I campi profughi del mondo sono un disastro da coronavirus annunciato” e il Time : “I rifugiati Rohingya aspettano una nuova minaccia mortale: il Coronavirus”.
Il Rapporto, molto corposo, esamina le condizioni della maggior parte dei campi profughi nel mondo. Una sintesi molto efficace è stata fatta dal Washington Post in un articolo dal titolo: “I 70 milioni di sfollati del mondo affrontano il disastro del coronavirus …”, di cui riportiamo ampi stralci liberamente tradotti.
I 70 milioni di sfollati del mondo – i rifugiati, i richiedenti asilo e quelli sradicati dalla guerra e da altre crisi – sono tra i più vulnerabili alla diffusione del nuovo coronavirus e i meno in grado di combatterlo.
Diversi fattori hanno contribuito a creare una bomba a orologeria da virus: sovraffollamento e mancanza di un riparo di base; gli aiuti che hanno rallentato e in alcuni casi si sono fermati del tutto durante la crisi; insieme all’assenza di cure mediche e servizi igienico-sanitari di base, secondo “Refugees International”.
L’Ong afferma che un fallimento nella protezione dei rifugiati minaccerà le società in generale, mentre “molte nazioni guardano al loro interno per cercare di proteggere i propri cittadini”.
Il rapporto ha messo in dubbio l’efficacia delle chiusure delle frontiere nel prevenire la diffusione della malattia, che è ora presente nella maggior parte dei paesi, e ha osservato che tali chiusure minacciano la catena di approvvigionamento umanitario che mantiene in vita le popolazioni di rifugiati.
“La portata e la velocità della pandemia sottolineano quanto profondamente siano interconnesse le popolazioni del mondo”, afferma il rapporto. Esso ha sottolineato quattro fattori che rendono i rifugiati particolarmente vulnerabili alla diffusione del virus, tra cui la densità di popolazione nei campi formali e informali, dove “più famiglie sono spesso costrette a condividere lo stesso bagno, le stesse strutture di cottura – sempre che vi abbiano accesso”.
In Europa, con milioni di rifugiati e richiedenti asilo dal Medio Oriente e dall’Africa, un numero crescente di paesi ha sospeso i servizi di asilo. In Grecia 40.000 richiedenti asilo sono “intrappolati nelle Isole Egee” in “condizioni spaventose” con “cure mediche ridotte al minimo” e “senza acqua corrente, rendendo impossibile il lavaggio frequente delle mani”.
Le Ong hanno sospeso le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo per coloro che tentano di attraversare la Libia devastata dalla guerra.
“Nel frattempo, leader e politici nazionalisti in tutta la regione, comprese Italia e Spagna”, i due principali centri di diffusione della malattia in Europa, “stanno sfruttando l’epidemia per la retorica e le politiche xenofobe, anti-rifugiati”.
In Medio Oriente, ci sono almeno 12 milioni di rifugiati e sfollati interni in Iraq, Siria, Libano e Turchia. L’OMS ha avvertito che in Siria, con milioni di sfollati nei campi, un impatto “catastrofico” è solo una questione di tempo.
Per quel che riguarda le Americhe, il rapporto è critico sia con il Messico, dove c’è “l’assenza delle garanzie più elementari per mitigare” la diffusione, sia per le misure insufficienti del Brasile.
Gli Stati Uniti che hanno disposto la chiusura obbligatoria dei porti e delle frontiere in risposta al coronavirus, vengono invitati a revocare le restrizioni ai richiedenti asilo per consentire loro di essere identificati e rilasciati sulla parola nel paese, piuttosto che essere lasciati in campi e centri di detenzione non sicuri.

Brevi considerazioni

In questi giorni si parla spesso di eroi con riferimento agli operatori sanitari che, spesso privi di adeguate protezioni, perdono la vita per adempiere al loro dovere. Ebbene vorremmo includere nella categoria anche gli operatori delle Ong che (anche loro a rischio della vita), cercano di alleviare per quanto è possibile le condizioni di vita sub-umane in cui versano i rifugiati nei campi profughi.
A Trump che aveva dichiarato: “Non possiamo avere una cura (blocco dell’economia, ndr) peggiore del male (un milione di morti in più, ndr)”, il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha replicato:”Non attribuiremo alla vita umana un valore in dollari”. Ebbene per i migranti che, per usare le parole di papa Francesco, sono il simbolo degli “scartati della Terra”, questo è stato sempre fatto e il valore attribuito loro è vicino allo zero. Salvo poi leggere sul Sole 24 ore che, per la carenza di mani straniere, più di un quarto del “Made in Italy a tavola” è a rischio.

https://www.washingtonpost.com/national-security/worlds-70-million-displaced-people-face-a-coronavirus-disaster-report-says/2020/03/30/fdefc9ba-7220-11ea-85cb-8670579b863d_story.html
https://www.refugeesinternational.org/reports/2020/3/29/covid-19-and-the-displaced-addressing-the-threat-of-the-novel-coronavirus-in-humanitarian-emergencies

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