La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)

9 Set

 

Già nel 2013 Thomas Piketty aveva fornito una magistrale spiegazione dell’involuzione economica italiana. Per quel che ne sappiamo, questa descrizione non è stata ripresa né dagli studiosi né – tanto meno – dagli “opinion makers”, anche se dovrebbe essere la base di ogni discussione sulla crisi economica (e non solo economica) dell’Italia. Naturalmente, ci sono stati negli anni alcuni studiosi (pochi) che hanno adombrato tesi simili, ma le loro analisi sono cadute nel silenzio.

Dunque Piketty parla della tendenza dei paesi ricchi a trasformare una parte crescente della ricchezza in rendita, e scrive:

“Il caso dell’Italia è particolarmente chiaro. La ricchezza pubblica netta negli anni Settanta era leggermente positiva, poi diventò leggermente negativa negli anni Ottanta mentre cresceva un grande debito pubblico. Alla fine, la ricchezza pubblica diminuì per un ammontare quasi uguale al reddito netto medio di un anno del periodo 1970-2010. Allo stesso tempo, la ricchezza privata italiana aumentò dall’equivalente di due anni e mezzo di reddito nazionale, nel 1970, a quello di quasi sette anni di reddito nel 2010: un aumento che equivale a circa quattro anni e mezzo di reddito nazionale.

In altri termini, il calo della ricchezza pubblica rappresentava fra un quinto ed un quarto dell’aumento della ricchezza privata – una quota non trascurabile. In effetti, la ricchezza nazionale italiana crebbe in modo significativo, dall’equivalente di circa due anni e mezzo del reddito nazionale (1970) a circa sei anni (2010), ma questo aumento fu più basso di quello della ricchezza privata. L’eccezionale crescita di questa fu in qualche modo ingannevole, dato che circa un quarto di tale crescita consisteva nell’aumento del debito che una parte della popolazione italiana doveva all’altra parte. Invece di pagare le tasse per sanare i conti pubblici, gli italiani – o meglio quelli che avevano i mezzi per farlo – prestavano soldi al governo comprando titoli o beni pubblici; i quali andavano ad accrescere la loro ricchezza privata senza che crescesse la ricchezza nazionale.

In realtà, nonostante un tasso di risparmio privato molto alto (circa il 15% del reddito nazionale), il risparmio nazionale in Italia era meno del 10% del reddito nazionale nel periodo 1970-2010. Cioè, più di un terzo del risparmio privato era assorbito dal deficit pubblico. Una tendenza simile c’è in tutti i paesi ricchi, ma in generale è meno estrema che in Italia: in molti paesi il risparmio pubblico era negativo (il che significa che l’investimento pubblico era inferiore al deficit pubblico: i governi investivano meno denaro di quanto ne prendevano in prestito oppure usavano il denaro preso in prestito per pagare le spese correnti). In Francia, Regno Unito, Germania e Stati Uniti i deficit pubblici sopravanzavano in media gli investimenti pubblici di un equivalente del 2-3 % del reddito nazionale nel periodo 1970-2010; ma in Italia la percentuale era più di 6.

In tutti i paesi ricchi, il risparmio negativo e la conseguente diminuzione della ricchezza pubblica, erano dovuti per una parte significativa all’aumento della ricchezza privata (tra un decimo e un quarto, a seconda del paese). Quindi, sebbene non fosse questa la causa principale dell’aumento della ricchezza privata, non dobbiamo trascurare questo fenomeno” (1).

Possiamo riassumere in termini più spicci il pensiero di Piketty: una buona parte dei ceti medio-alti italiani, dagli anni Settanta in poi, invece di pagare le tasse dovute, evade o elude il pagamento, in tutto o in parte. In conseguenza di ciò, il deficit dello stato aumenta. Lo stato quindi è costretto a vendere titoli pubblici a interessi più alti, accrescendo il proprio debito. A questo punto, gli evasori impiegano il denaro sottratto ai pagamenti fiscali per acquistare i titoli pubblici e si arricchiscono a spese dei contribuenti che pagano le tasse. Fin qui, Piketty.

Perché, infine, questa tendenza parassitaria – che blocca il nostro sviluppo e fa emigrare i nostri giovani migliori – è più forte in Italia? Perché da noi lo stato è impopolare da sempre; molto spesso a ragione. Ma questa impopolarità non è servita alle vere vittime della cattiva amministrazione (i ceti popolari e i ceti medi produttivi) per riscattarsi. E’ servita invece ai ceti privilegiati e in vario modo parassitari per arricchirsi. Insomma, siamo quasi come l’Argentina.   (C.P.)

(1) Thomas Piketty, Capital in the Twenty-First Century, Harvard U.P.: Cambridge MA – London, 2014, pp. 184-85 (ediz. originaria francese: 2013).

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Una Risposta to “La crisi economica italiana fu spiegata da Piketty (ma nessuno se n’è accorto)”

  1. Giuseppe Spedicato 9 settembre 2019 a 16:53 #

    Grazie Professore, ottima lettura della realtà italiana.

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