“Umane belve”, animali e profitto – II

17 Giu

di Anna Pellanda – 17-6-2019
Per quanto riguarda il progresso tecnico, altra leva su cui poggia sia l’analisi costi/benefici sia la sua applicazione pratica, esso negli allevamenti intensivi, dopo le grandi innovazioni di Chicago dell’Ottocento, non registra importanti rinnovamenti oltre alla mungitura meccanica e alla distribuzione dei mangimi sui nastri scorrevoli delle mangiatoie. Questo non vuol dire che non vi si ricorra perché esso è indispensabile per ridurre i costi medi di produzione (5) ma che lo si adotta in altra veste: quella farmacologica. I farmaci negli allevamenti intensivi sono indispensabili perché, dato l’obiettivo di rapidissimo ingrasso cui sono costretti gli animali, si somministrano loro ormoni della crescita e data la loro promiscuità, possibile causa di contagio di infezioni e malattie, li si tratta con antibiotici sempre più potenti. Il progresso tecnico negli allevamenti intensivi è progresso farmacologico e di ricerca scientifica; quest’ultima in Israele è riuscita a creare pollame senza piume per risparmiare spazio nelle gabbie e nello spiumaggio mentre negli Stati Uniti ha già ottenuto la clonazione dei polli, venduti come cibo sicuro nei supermercati (6).
Sia la grande dimensione che il progresso tecnico riescono ad abbassare i costi economici degli allevamenti intensivi ma non quelli sociali. E’ questo il problema definito delle diseconomie interne ed esterne che sono prodotte dagli allevamenti intensivi; le interne consistono nelle terribili condizioni di vita cui sono costretti gli animali e i lavoratori; gli animali come si è appena visto sono imbottiti di farmaci e violentati nel loro naturale modo di vivere, mentre i lavoratori, in genere senza alcuna qualifica, sono reclutati tra “stranieri clandestini” e “ poveracci immigrati da poco”, sono mal pagati (massimo otto euro l’ora) e passibili di licenziamento immediato se protestano o chiedono il rispetto dei diritti legali. Foer denuncia che le “sistematiche violazioni dei diritti umani inducono spesso gli addetti a sfogare la loro frustrazione sugli animali. Alcuni sono chiaramente sadici nel senso letterale del termine” (7).
A queste diseconomie interne si accompagnano quelle esterne che ricadono sull’ambiente e la salute umana. L’aria e l’acqua sono infatti inquinate dalle emissioni e deiezioni degli animali. La FAO stima che l’allevamento del bestiame causi il 60% delle emissioni di ammoniaca; a loro volta le deiezioni degli animali, non smaltite come una volta mediante i pascoli bensì convogliate da nastri trasportatori in pozze stagnanti all’esterno dei capannoni, riversano azoto e fosforo nei fiumi e nei mari che riescono a raggiungere specie se piove. Effetto serra e piogge acide sono riconducibili agli allevamenti intensivi ma anche la deforestazione è ad essi imputabile. In Brasile si distrugge la foresta amazzonica a ritmi spaventosi e in Argentina ogni anno si radono al suolo 200.000 ettari di bosco per far posto a coltivazioni di soia e olio di palma che costituiscono i più comuni mangimi degli animali chiusi nei capannoni. Essendo queste colture infestate dai parassiti, l’uso di pesticidi e diserbanti è diffusissimo. La soia che, anche se trattata chimicamente, potrebbe sfamare intere popolazioni denutrite (più di un miliardo nel mondo) va invece data agli animali che non conoscono né pascoli né foraggio.
Tutto questo sistema di allevamento consente a pochi oligopolisti di ricavare ingentissimi profitti oltre a tutto sbandierando la grande ipocrisia di produrre carne a basso prezzo per favorire i consumatori. Il prezzo economico è in effetti basso ma altissimo è quello sociale come si è appena visto. Finora si è indicato come è possibile agli allevatori “intensivi” produrre a costi bassi con le economie di scala, ovvero lo sfruttamento degli animali e dei lavoratori, e con il progresso farmacologico, nel totale disinteresse per l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute umana) e al tempo stesso guadagnare elevati profitti. Ma gli alti profitti hanno anche un’altra fonte? La risposta viene dai consumatori e dalla loro domanda di carne ad “elasticità” positiva.

(5) Più meccanizzato è l’allevamento del bestiame e meno lavoratori si devono impiegare e retribuire. Sembra sia sufficiente un lavoratore per “accudire”(!) cento polli. I dati su salari, orari e mansioni degli addetti sia agli allevamenti intensivi che ai mattatoi sono di difficile reperimento.
(6) LYMBERY, P., OAKESHOTT, I., Farmageddon, Il vero prezzo della carne economica (2014), Roma, Nutrimenti Srl, 2015, pp.334-336, 340-341.
(7) FOER, J. S., Se niente importa (2010), Parma, Guanda Editore, 6 edizioni 2011-2013, pp. 114-115, 248, 272.

(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).
(la prima parte è stata pubblicata lunedì 10 giugno)

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