“Umane belve”, animali e profitto – I

10 Giu

di Anna Pellanda
Il profitto inteso come guadagno dell’imprenditore una volta detratti i costi di produzione (“profitto residuale”) da sempre ha dovuto difendersi dalla concorrenza di mercato, in genere facendo leva sulla grande dimensione che pratica prezzi bassissimi (“prezzi predatori”) sbaragliando i piccoli produttori, oppure ottenendo concessioni legali che consentono forme monopolistiche di produzione e vendita dei prodotti. Tra gli allevatori di bestiame, e non solo, il dilemma è sempre stato: o grandi o protetti. Oggigiorno hanno entrambe queste caratteristiche gli allevamenti intensivi di dimensioni sconfinate e tutelati dalla legislazione anti-concorrenza. Negli Stati Uniti questi connotati hanno il volto delle dieci multinazionali della carne, le “dieci sorelle dell’agroalimentare”: ABF, Coca-Cola, Danone, G.M., Kellogg’s, Mars, Mondolez, Nestlè, PepsiCo, Unilever.
E sempre negli Stati Uniti sono nati gli allevamenti intensivi quando a Chicago, negli anni 60/70 del 1800, sono stati inventati per i mattatoi la catena di montaggio su nastri trasportatori e le celle frigorifere per il trasporto degli animali uccisi (1). E’ qui che: “Nella grande catena della vita, il bovino era stato ulteriormente declassato: desacralizzata, oltre che smembrata, questa icona della fertilità soprannaturale fu trasformata dai grandi sacerdoti dell’efficienza- Gustavus Swift, Phillip Armour e tutti gli altri- in un fattore di produzione standardizzato” (2).
Negli allevamenti intensivi gli animali sono infatti macchine da sfruttare il più intensamente possibile. Sembra il coronamento della tesi cartesiana dell’animale senz’anima, ingranaggio di un meccanismo utile solo all’uomo. La teoria economica traduce questa visione in termini tecnici usando l’analisi costi/benefici il cui concetto portante è la riduzione maggiore possibile dei costi per ottenere benefici più alti possibile. Si raggiunge questo obiettivo facendo leva sulle economie di scala, a loro volta basate sulla grande dimensione, e sul progresso tecnico. Nella realtà degli allevamenti intensivi la dimensione sconfinata si concretizza utilizzando capannoni sterminati dove vengono stipate migliaia di animali in spazi così angusti che possono a malapena stare in piedi ma dove (incoraggiati anche da luci fortissime che simulano il giorno) mangiano in continuazione per aumentare il loro peso e produrre “carne da reddito”. In questi ambienti manca l’aria, la luce naturale e la lettiera è costituita da deiezioni mai rimosse e fonte di piaghe e infezioni. I vitelli, tolti alle madri dopo tre o quattro giorni dalla nascita, nei primi allevamenti intensivi erano tenuti in condizioni talmente barbare da indurre la Commissione Europea a prendere provvedimenti per migliorarle almeno in parte (3). Altri esempi di allevamento intensivo riguardano i suini, gli ovini, i pesci e i polli. Scegliendo di considerare gli allevamenti di polli si nota che la grande dimensione consente di tenervi anche decine di migliaia di individui tenuti al buio e in spazi corrispondenti a un foglio A4 per animale (quindi 17 o 22 polli per metro quadro). Le lettiere non vengono cambiate e si impregnano dell’ ammoniaca degli escrementi provocando infiammazioni cutanee, dolorose deformazioni alle zampe, a volte anche paralisi. Non potendosi spostare fino alle mangiatoie alcuni muoiono di fame e sete. L’abbattimento avviene dopo 38-40 giorni dalla nascita ovvero appena raggiunto il peso conveniente Queste condizioni producono intossicazioni alimentari dovute a batteri quali la salmonellosi e infezioni da Campylobacter e la stessa influenza aviaria (4). Queste orribili condizioni provocano stress e aggressività tra i polli tanto che si taglia loro il becco senza anestesia (cfr. pag. 18 di questo saggio). Parimenti si taglia la coda ai maialini perché non si feriscano tra loro.

(1) RIFKIN, J., Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (1992), Milano, Mondadori 2001, pp. 136-143. Rifkin ripercorre la storia di queste innovazioni tecnologiche messe in opera tra Detroit e Chicago dai cinque più grandi imprenditori della carne: Hammond, Swift, i due Armour e Morris alle pp. 131-135. Ai mattatoi di Chicago si è ispirato Henry Ford quando ha introdotto la catena di montaggio per la costruzione delle sue automobili. Come egli stesso ricorda: “L’idea ci venne in generale dai carrelli sui binari che i macellai di Chicago usano per distribuire le parti dei manzi”, FORD, H. (in collaborazione con CROWDER,S.), La mia vita e la mia opera (1925), Milano, La Salamandra, 1980, p.93
(2) RIFKIN, J., op.cit., pag. 138
(3) Regolamenti comunitari 91/629 CEE e 97/2/EC e D.Legs. 7/7/2011, n. 126, art.6; cfr. COZZI, G.— GOTTARDO, F., “Il nuovo sistema di allevamento del vitello a carne bianca”, in Atti della Società Italiana di Buiatria, vol. 37, 2005, pp. 441-454
(4) Sito del CIWF: http://www.ciwf.it/animali/polli-da-carne//allevamento-intensivo
(da Anna PELLANDA, “Umane belve” e animali, Padova, CLEUP, 2019, capitoletto su “La ricerca del profitto economico”, pp. 35-41).

continua lunedì 17 giugno

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