Flussi migratori e welfare state

15 Apr

di Michele G. Giuranno

Lo scopo di questo articolo è quello di richiamare alcuni concetti alla base del legame tra welfare state e flussi migratori.
Possiamo, innanzitutto, distinguere i flussi migratori interni, cioè tra le regioni di uno stesso paese, dai flussi esterni, cioè provenienti dall’estero o diretti verso l’estero. Per comprendere le implicazioni dei flussi migratori sullo stato sociale (e viceversa), occorre guardare a tali flussi come spostamenti di elettori, contribuenti e beneficiari dei beni e servizi forniti dallo stato. La prima differenza sostanziale tra i flussi migratori interni ed esterni riguarda il diritto di voto. I migranti provenienti dall’estero non hanno diritto di voto (sui temi che riguardano lo stato sociale), mentre i migranti interni mantengono tale diritto. Il luogo dove il diritto di voto è esercitato influenza i risultati elettorali nei collegi locali. Quando, ad esempio, le migrazioni interne contribuiscono ad aumentare il divario economico tra le regioni il mantenimento di livelli elevati di welfare diventa più difficile a causa dei conflitti politico-redistributivi derivanti da tale divario.
I flussi migratori internazionali spostano masse di consumatori di welfare e contribuenti che non partecipano alla formazione delle politiche pubbliche attraverso il voto. Questi flussi migratori possono essere spiegati dalle differenze nei livelli di spesa pubblica per il welfare state. Pertanto, i paesi caratterizzati da livelli di welfare elevati diventano veri e propri poli di attrazione per i cittadini che vivono in paesi con bassi livelli di welfare. Questo spinge i paesi con livelli elevati a regolamentare i flussi migratori allo scopo di proteggere il proprio livello di benessere sociale raggiunto. Si comprende, in questo modo, come nell’arco di un secolo il mondo occidentale sia passato da una situazione in cui i lavoratori potevano circolare liberamente a livello internazionale, mentre le merci erano soggette a forti limitazioni, ad una situazione paradossalmente inversa in cui le merci possono circolare pressoché liberamente mentre i lavoratori non possono farlo più.
La regolamentazione dei flussi migratori non è, quindi, priva di conflitti. Consideriamo, per esempio, il trade-off tra migrazioni regolari e irregolari. Secondo una tesi sostenuta da Milton Friedman, un paese come gli Stati Uniti farebbe bene ad accettare una gran numero di immigrati non regolari. L’immigrazione irregolare avrebbe il doppio vantaggio di soddisfare la domanda interna di lavoro non specializzato e, allo stesso tempo, di escludere i cittadini immigrati dai benefici del welfare state. Sempre secondo Friedman, infatti, gli immigrati, una volta regolarizzati, contribuirebbero meno dei lavoratori nativi al finanziamento della spesa pubblica e finirebbero, quindi, per beneficiare di un trasferimento netto attraverso il welfare state a spese dei lavoratori autoctoni.
Secondo altri studiosi, invece, i cosiddetti “invisibili”, come Etta Chiuri definì gli immigrati irregolari, non potendo accedere al mercato del lavoro legale, finiscono per fornire manodopera che alimenta il caporalato e le attività illegali basate sul lavoro nero. L’accesso al mercato del lavoro legale risanerebbe, invece, sacche crescenti di illegalità diffusa.
In Italia, la prima voce di spesa del welfare state è rappresentata dalle pensioni. Il nostro sistema pensionistico attraversa una lunghissima fase di transizione dal sistema retributivo al sistema contributivo puro, in cui lo stato funge da garante tra le generazioni. L’aumento della forza lavoro garantita dai migranti può avere effetti benefici sui conti previdenziali, tenuto conto dell’attuale andamento della popolazione italiana a piramide rovesciata, con i sessantenni che per la prima volta hanno superato i trentenni.
Per quanto riguarda le spese sanitarie l’aumento dei flussi migratori produce un aumento della spesa. Tuttavia, studi recenti mettono in evidenza come il saldo tra spese ed entrate tenda ad essere positivo per i contribuenti italiani, grazie alla giovanissima età degli immigrati che raggiungono il nostro territorio.
Esiste anche una relazione tra migrazione e istruzione pubblica. Dato il bassissimo tasso di natalità, i flussi migratori possono ridurre gli accorpamenti di classi scolastiche e scuole e il conseguente ridimensionamento del corpo docente e dell’offerta didattica.
L’impatto sul mercato del lavoro della regolarizzazione degli immigrati irregolari avrebbe un effetto negativo ed uno positivo. Più immigrati regolari potrebbero spingere verso il basso i salari dei lavoratori non specializzati, mentre le imprese sarebbero incentivate ad assumere di più e far rientrare alcune attività produttive svolte all’estero.
Un filone di ricerca molto interessante analizza come votano gli autoctoni quando gli immigrati non votano e cosa cambia, invece, quando gli immigrati acquisiscono il diritto di voto.
Consideriamo innanzitutto il caso in cui votano solo i nativi. Le politiche economiche che emergono dipendono dal tipo di flussi migratori che interessano un paese. I migranti possono essere, infatti, specializzati, cioè avere livelli elevati di istruzione, o non specializzati. Nel caso in cui un paese attragga prevalentemente immigrati specializzati, cioè lavoratori in grado di svolgere lavori di qualità con redditi superiori a quello mediano, l’elettorato si esprimerà a favore di un aumento dei livelli di welfare perché gli immigrati specializzati possono assicurare un contributo fiscale elevato. L’esatto contrario accade, invece, quando un paese è attraente prevalentemente per gli immigrati non specializzati. In questo caso, l’elettorato si esprimerà a favore di una riduzione dei livelli di welfare per gli stessi motivi espressi da Friedman.
Se le politiche redistributive implementate da un paese possono fungere da catalizzatore per i flussi migratori internazionali, esiste anche una certa preoccupazione su come gli immigrati, una volta giunti a destinazione ed acquisiti i diritti politici, tra cui il diritto di voto, possano influenzare nel lungo periodo gli equilibri elettorali e, quindi, le politiche economiche dello stato di destinazione. La teoria economica suggerisce che una massa di immigrati non specializzati (caso italiano) potrebbe spostate l’elettore mediano verso il basso, cioè verso livelli di reddito inferiori. Questo dovrebbe aumentare la domanda pubblica di welfare attraverso il voto.

(Questa è la sintesi della relazione tenuta dal prof. Giuranno il 12 dicembre scorso per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali” organizzato da Humanfirst con la collaborazione dell’Università del Salento)

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