Il problema delle identità fra locali e migranti

25 Mar

di Sergio Salvatore
Sintesi della relazione tenuta all’Università del Salento (7/11/2018) per il Ciclo di seminari “L’Europa e le migrazioni internazionali”
Sembrerebbe che in Europa – e non solo in Europa, se si guarda a ciò che accade dall’altra parte dell’Atlantico – un’ondata di irrazionalità ha profondamente influenzato il modo in cui l’opinione pubblica approccia le faccende politiche e istituzionali. Più il discorso delle forze populiste è confuso, irrealistico, ideologicamente violento, chiuso alle ragioni degli altri, privo di prospettiva temporale, in contrasto con i valori democratici, universalistici e umanitari alla base della Weltanschauung occidentale, più è attraente, e più è in grado di determinare l’agenda politica e lo scenario emotivo collettivo. Dalla primavera scorsa, quando i populisti sono saliti al potere in Italia, gli episodi di criminalità razziale in tale paese sono aumentati drammaticamente – alcune persone sono state prese a fucilate semplicemente per il colore della loro pelle. Ora, le persone sono più o meno le stesse dell’anno scorso; ciò che è cambiato è il sentimento diffuso, la sensazione di essere in guerra contro un nemico incombente (migranti, Rom, …) e il conseguente senso di normalità e impunità associati alla reazione violenta contro quelli che sono considerati nemici.
In realtà, è difficile negare che nella maggior parte dei paesi occidentali molte persone sembrano indirizzare le proprie preferenze politiche in modo incoerente con i propri interessi. Allo stesso tempo, sembra abbastanza chiaro che ciò che rende appetibili le affermazioni e le azioni populiste e anti-migranti non è la loro capacità di risolvere problemi ma la loro abilità a sintonizzarsi e rispecchiare i sentimenti di frustrazione e rabbia diffusi tra ampi strati di società. Le persone domandano reazioni, non soluzioni.
Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che si tratti solo di una mancanza di razionalità. La gente non è improvvisamente impazzita. Come la febbre è sintomo della malattia ma anche il modo con cui il corpo cerca di curare se stesso, allo stesso modo il crescente sostegno alle forze populiste va considerato il modo di soddisfare una domanda profonda che non trova altro modo di essere raccolta.
Se si dà un’occhiata più da vicino al discorso populista si possono individuare al suo nocciolo due elementi intrecciati. Da un lato, il discorso populista è intrinsecamente paranoide – si basa sul ed è intessuto del riferimento ad un nemico. L’élite è il bersaglio principale: il populismo si nutre dell’evocazione dell’élite cattiva che cospira per i propri oscuri ed illegittimi interessi a scapito dei “giusti” (il popolo, mitica ed idealizzata controparte). Di solito, la categoria dei nemici viene ulteriormente ampliata, includendo, a seconda dei casi, migranti e/o musulmani e/o altri paesi e/o le istituzioni europee e così via. Dall’altro lato, il populismo è caratterizzato dalla proposta di politiche di corto respiro che sovrappongono obiettivi e metodi/strategie – vale a dire: politiche che traducono direttamente il risultato che si intende raggiungere in ciò che viene fatto. Un tipico esempio, ampiamente analizzato, di questa confusione tra obiettivi e metodi è fornito dalle politiche economiche populiste adottate in diversi paesi latinoamericani: la difesa del potere d’acquisto del popolo e la lotta all’inflazione, che dovrebbe essere l’obiettivo della politica economica, sono trasformate nel contenuto dell’intervento (cioè, nel metodo), ad esempio nei termini dell’imposizione per legge del blocco dei prezzi. L’effetto di tale tipo di interventi è un miglioramento momentaneo ed effimero, seguito dall’aumento dell’inflazione e dal peggioramento dell’economia, dunque da un ulteriore aggravamento delle condizioni dei segmenti più poveri della società – vale a dire: di coloro che costituiscono i beneficiari della politica. In breve, i populisti non risolvono i problemi, soddisfano il desiderio delle persone di credere che le cose possano cambiare e possano essere affrontate in modo rapido e giusto. Il populismo è stato definito la politica della speranza.
Ciò che è dunque necessario è riconoscere che il sostegno alle forze populiste non dipende da quanto tali forze siano in grado di affrontare efficacemente i problemi; riflette piuttosto la capacità del discorso populista di soddisfare la domanda di identità delle persone – cioè, il senso di “noità” nutrito dalla percezione di un nemico minaccioso da cui difendersi – e di capacitazione – cioè, il sentimento che è possibile cambiare lo stato delle cose, facendo sì che il bene vinca sul male.
Solitamente, tale riconoscimento è la base di critiche rivolte sia ai populisti – accusati di essere incompetenti, demagogici, dediti alla propaganda – che alle persone che li trovano attraenti – accusati di essere irrazionali, ingenui, privi non solo di senso civico ma anche di umanità.
Simili critiche possono avere anche un effetto consolatorio per chi le formula; ma rappresentano una strategia totalmente inefficace, se l’obiettivo è di mettere un argine contro l’attuale sfaldamento delle istituzioni democratiche e dei valori universalistici su cui le società occidentali sono fondate. La domanda di identità e capacitazione non può essere sradicata come se fosse un’epidemia di colera. Il fatto che questa domanda sia espressa in modo sbagliato non rende la domanda sbagliata. Al contrario, mentre è vero che le soluzioni proposte dai politici populisti sono inefficaci e spesso controproducenti, è anche vero che quando una soluzione controproducente attecchisce, significa che la domanda cui essa prova a dare risposta è tanto profonda, quanto indisponibili sono le alternative.
Ciò che è assolutamente necessario è capire le ragioni che alimentano una tale domanda, che cosa l’ha resa così forte rispetto anche al recente passato e quali modi alternativi di soddisfarla possono essere individuati – modi che devono essere sia competitivi rispetto alla sirena del populismo che capaci di far progredire il progetto democratico nel tempo della globalizzazione (1).

(1) Sergio Salvatore è professore ordinario di Psicologia dinamica all’Un. del Salento.

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