LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’

11 Mar

 

di Renato Chahinian
Il benessere di comunità, inteso come insieme di fattori oggettivi e soggettivi che migliorano la nostra vita, rappresenta il fine ultimo di ogni comunità, anche se spesso viene concepito in maniera diversa.

Il benessere individuale e quello collettivo un tempo erano considerati separatamente, e generalmente valutati in conflitto: dovevamo sacrificare il nostro benessere personale per conseguire un benessere collettivo. Oggi essi tendono ad essere unificati, perché la soggettività individuale (se opportunamente indirizzata) determina anche benefici collettivi. Infatti, il lavoro individuale è fattore di sviluppo per l’intera collettività; e il benessere collettivo migliora ogni benessere individuale (ad es., un miglioramento della sanità si riflette sulla salute di tutti i cittadini).

L’accettazione di tali principi comporta tuttavia una rilevante crescita della complessità del sistema, in quanto i fattori di benessere (oggettivo e soggettivo) aumentano, mentre crescono le relazioni (sinergiche o contrastanti) tra loro.

La teoria dello sviluppo sostenibile è sorta nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento, in ambito ONU. Essa partiva dalle negative previsioni sulla sorte delle future generazioni, a causa di una crescita economica squilibrata, di tensioni sociali non governabili e di un ambiente in crescente degrado. Questa teoria ha individuato alcune condizioni generali di sviluppo equilibrato, per noi e per le future generazioni, in tre ambiti che coprono le nostre aspettative di benessere: economico, sociale e ambientale. Ciò semplifica il problema del benessere individuale e collettivo, in quanto tutte le nostre attività possono essere riferite ad una di queste tre categorie. Comunque ciascuna attività ha relazioni dirette o indirette con tutti e tre gli ambiti.

Ogni attività economica ha un impatto anche nel sociale e nell’ambiente in cui opera; ogni iniziativa sociale ha dei riflessi economici ed ambientali; ogni intervento sull’ambiente comporta problemi economici ed impatti sociali. Ma proprio queste relazioni possono essere in sinergia od in contrasto tra loro e pertanto gli scettici (coloro che notano soltanto i contrasti) ritengono che non si possa conseguire lo sviluppo sostenibile e ripiegano su un obiettivo di decrescita che definiscono felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali. Ma saremmo anche più poveri e dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione).

Se invece scopriamo e realizziamo le relazioni positive tra i fattori economici, sociali ed ambientali, possiamo perseguire lo sviluppo sostenibile e mirare ad uno sviluppo felice consistente in un miglioramento economico, sociale ed ambientale da parte di tutti, conseguendo così anche la coincidenza di benessere individuale e collettivo. Purtroppo, la strada per arrivare ad un simile obiettivo non è facile, anche perché gli stessi principi dell’ONU, pur ampiamente declinati in obiettivi ed indicatori da raggiungere, non hanno approfondito abbastanza l’aspetto delle interconnessioni tra le diverse tipologie di intervento e quindi i rischi di raggiungere un obiettivo peggiorando un altro sono molti. Tuttavia l’analisi teorica più recente ha già individuato numerose soluzioni generali ed applicative al problema degli effetti contrastanti. Indichiamo qui le principali.

Innanzi tutto sono importanti i requisiti del capitale umano. Se la forza lavoro è più competente e più determinata nel raggiungimento degli obiettivi sostenibili, riuscirà a realizzare iniziative migliori in ogni aspetto dell’attività in cui opera e si preoccuperà di valutarne gli effetti. In particolare è essenziale la formazione iniziale in ogni lavoro e la formazione continua di aggiornamento ed approfondimento per tutto l’arco dell’attività lavorativa. Soltanto così ogni operazione potrà divenire razionale ed innovativa, e potrà creare il massimo vantaggio derivante da ogni aspetto del progresso scientifico ed organizzativo maturato sino a quel momento.

Ma si deve anche tener conto degli effetti congiunti dei tre gruppi integrati di fattori.
Sotto l’aspetto economico, le valutazioni di ogni investimento devono essere effettuate in un’ottica di lungo termine e così si possono scartare tutti gli impieghi di capitale che a breve producono rendimenti elevatissimi, ma che possono essere rischiosissimi a lunga scadenza. Questo, perché prospettano perdite rilevanti dovute a: crisi speculative nel settore, rivendicazioni sociali, disastri ecologici, tassazioni aggiuntive per fini sociali o ambientali.

Con riferimento all’aspetto sociale, ogni iniziativa in favore della società deve essere svolta in maniera economicamente valida e rispettosa dell’ambiente. Per quanto riguarda l’aspetto ambientale, ogni intervento di miglioramento ecologico deve pure tener conto dei suoi costi economici (attraverso l’analisi costi-benefici) e degli effetti sociali conseguenti, per evitare le protezioni ambientali che vanno ad esclusivo beneficio di pochi privilegiati.

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3 Risposte to “LO SVILUPPO SOSTENIBILE PER IL BENESSERE DELLE COMUNITA’”

  1. adepadova 11 marzo 2019 a 20:25 #

    In questo articolo si sostiene che quanti fanno riferimento alla Decrescita Felice la definiscono “…… felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali…..” e che la Decrescita Felice ci renderebbe “…. anche più poveri….” ma ancora di più che se si attuasse un percorso di Decrescita felice “….. dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione)…..”

    Vorrei capire dove l’autore ha trovato, delle dichiarazioni in questo senso fatte da autori che si rifanno alla Decrescita Felice, atteso che invece ho vari riferimenti bibliografici utili a dimostrare che chi si occupa di questa materia teorizza (ma soprattutto può dimostrare con esperienze pratiche) che se si attuasse un percorso di Decrescita Felice, si aumenterebbe la diversità (che invece l’economia globalizzata vuole vuole ridurre standardizzando la vita di tutte le comunità umane), la ricchezza (ovviamente non secondo i parametri tipici del TantoAvere ma del BenEssere) di ciascuno e, soprattutto, si potenzierebbero i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (ed anche di progressi dell’epoca preindustriale scientemente osteggiati dall’attuale modello di sviluppo).

  2. Nello De Padova 13 marzo 2019 a 14:50 #

    Gentilissimo Renato Chahinian,

    perchè sostiene che quanti fanno riferimento alla Decrescita Felice la definiscono “…… felice soltanto per il fatto che ci renderebbe tutti uguali…..”?
    Ma soprattutto che la Decrescita Felice ci renderebbe “…. anche più poveri….” ma ancora di più che se si attuasse un percorso di Decrescita felice “….. dovremmo rinunciare a tutti i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (cioè dall’inizio dell’industrializzazione)…..”?

    Vorrei capire dove ha trovato delle dichiarazioni in questo senso fatte da autori che si rifanno alla Decrescita Felice, atteso che invece ho vari riferimenti bibliografici utili a dimostrare che chi si occupa di questa materia teorizza (ma soprattutto può dimostrare con esperienze pratiche) che se si attuasse un percorso di Decrescita Felice, si aumenterebbe la diversità (che invece l’economia globalizzata vuole vuole ridurre standardizzando la vita di tutte le comunità umane), la ricchezza (ovviamente non secondo i parametri tipici del TantoAvere ma del BenEssere) di ciascuno e, soprattutto, si potenzierebbero i benefici derivanti dal progresso degli ultimi 200 anni (ed anche di progressi dell’epoca preindustriale scientemente osteggiati dall’attuale modello di sviluppo).

  3. Nello De Padova 4 aprile 2019 a 12:35 #

    Prendo atto del fatto che l’autore di questo articolo non è interessato a giustificare le sue FALSE AFFERMAZIONI.

    Mi spiace solo che un sito che considero serio come questo gli dia spazio

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