Il secondo Olocausto

21 Gen

documento di HumanfirstMigranti e Sviluppo n. 25 (gennaio 2019)
Venerdì scorso 117 migranti sono annegati per omesso soccorso al largo della Libia (dai giornali del 20 gennaio). Torna di nuovo l’angoscia per queste continue stragi, che si potrebbero evitare. Non sono – come afferma il ministro dell’interno – dovute alle Ong, che incoraggerebbero gli imbarchi. Le stesse Ong hanno già risposto che, senza la loro presenza, le morti in mare sarebbero ancora maggiori; e che i migranti partono comunque, spinti dalla disperazione e dalla paura della violenza.

E’ vero ciò che ormai dicono in molti, è un secondo olocausto. Naturalmente, ci sono enormi differenze con il genocidio nazista degli ebrei, l’abiezione dell’uomo. Ma c’è un elemento comune: l’indifferenza dei governi e di gran parte dell’opinione pubblica italiana ed europea per questa strage degli innocenti che va avanti da decenni.

Non si saprà mai quanti sono i morti annegati nel Mediterraneo. Due anni fa un articolo  parlava di 30mila morti negli ultimi 15 anni (1). Ma già negli anni Ottanta filtravano mezze notizie sul ritrovamento in mare, da parte dei pescatori, di corpi umani. Lo stesso articolo dice che il 60 % di questi annegati rimane senza nome. I loro nomi non interessano nella civile Europa.

La sciagurata politica del governo, non solo priva l’Italia di un apporto lavorativo che solo gli immigrati possono dare, e che è sempre più necessario e urgente, ma sta facendo aumentare i morti in mare, con percentuali che superano il 10% degli imbarcati. E’ la politica dei porti chiusi, dei mille ostacoli posti alle Ong, del fingere di non sentire gli appelli disperati che arrivano dai gommoni via radio o cellulare, del lugubre rimpallo di responsabilità fra Malta, Italia, Europa e Libia.

Con in più il tragico errore di incaricare dei soccorsi la Libia, porto franco dei trafficanti di uomini, di scafisti, ricattatori e torturatori di ogni tipo. Molti migranti hanno detto: “Meglio la morte che tornare in Libia”. In realtà, noi non paghiamo la Libia perché salvi i migranti ma perché ce li tolga da sotto gli occhi quando muoiono. Ogni tanto l’Europa si commuove, per poche ore. Per qualche donna o bambino che capita da morto sotto l’obbiettivo. Ma poi tutto finisce lì.

Il Corriere della Sera del 18 gennaio ha ripreso una notizia del libro di Cristina Cattaneo, medico legale che sta esaminando i resti dei naufraghi (2). Fra questi c’è un ragazzo migrante, di circa 14 anni, morto nel naufragio del 18 aprile 2015, dove annegarono – si stima – circa mille persone. Egli, da morto, non ha potuto avere nemmeno un nome.

Il ragazzo aveva cucita nei vestiti – come fanno spesso i migranti per le cose più care – la pagella scolastica con i voti conseguiti. Probabilmente era desideroso di entrare in una società, quella europea, dove normalmente non si è schiacciati dalla miseria o dalla violenza; una società che esamina e premia il merito, e accoglie chi desidera migliorarsi. Voleva mostrare che anche lui meritava di stare in quella società – abbellita dai suoi desideri – e voleva continuare a studiare e poi lavorare, per dare il suo contributo.

Non cercava la pacchia e non era un terrorista. La sua colpa era di disturbare tanti italiani ed europei, impegnati a farsi selfie e a scegliere le scarpe all’ultima moda. Come i “vu cumprà” delle spiagge, che “disturbano” i bagnanti.

“Dobbiamo pensare prima agli italiani poveri”, dichiara il governo. In realtà i poveri in Italia sono accresciuti dalle politiche miopi, che incoraggiano la stagnazione negando gli investimenti pubblici e respingendo i lavoratori migranti. Di fatto, questo governo non pensa agli italiani poveri; quello è solo un pretesto per respingere gli immigrati.

Humanfirst  21/1/2019

(1) Marco Sarti, art. su Linkiesta online del 17/3/2017.

(2) Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, R. Cortina ed., 2018.

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