Lo sviluppo ineguale di Samir Amin

1 Ott

di Riccardo EvangelistaSocietà, 1 ottobre 2018

Risultati immagini per Samir Amin«La periferia non può raggiungere il modello capitalistico, bensì è costretta a superarlo». Con queste parole, a metà tra una sentenza e un grido di speranza, si chiude Lo sviluppo ineguale, del 1973, di Samir Amin, economista egiziano scomparso lo scorso 12 agosto a 86 anni.
Nonostante sia poco noto al grande pubblico, Amin è stato tra i grandi intellettuali dei nostri tempi, capace di tratteggiare una teoria dello sviluppo allo stesso tempo radicale e rigorosa, libera dai residui eurocentrici. Confluiscono a vario titolo nel suo pensiero le teorie di Marx, Luxemburg, Baran e Sweezy e della scuola dipendentista latinoamericana.
La teoria di Amin è olistica, nel senso che analizza il funzionamento del modo di produzione capitalistico e le sue tendenze storiche. Ha come momento critico iniziale il modello di sviluppo keynesiano dei paesi industrializzati nel secondo dopoguerra, che riversa parte degli aumenti di produttività nei salari per garantire la crescita. In esso l’armonia tra investimenti e consumo si corrode perché il tasso di crescita della produttività deve, nel medio periodo, superare quello dei salari, per garantire un tasso di accumulazione elevato. Ne deriva una tendenza al sottoconsumo e la comparsa di surplus finanziario inutilizzato. Da qui la possibilità di una crisi globale che scaturisce dal centro del sistema. Ad avviso di Amin, la prima soluzione escogitata, definita interna, è stato il tentativo di assorbimento del surplus attraverso una spesa pubblica in deficit anche nella forma dello sperpero, purché in grado di aumentare i tassi di profitto.
Essendo però l’intervento pubblico incapace di assorbire completamente l’eccedenza, per i vincoli macroeconomici, è necessaria una soluzione esterna alla stagnazione, attraverso cui il tasso di accumulazione dei paesi industrializzati possa essere sostenuto proprio dalla condizione di arretratezza dei paesi poveri.
Il principio del processo, che riecheggia ma anche arricchisce le tesi della scuola dipendentista latinoamericana e in particolare di Andre Gunder Frank, è il cosiddetto drenaggio di surplus. I capitali vengono esportati nelle periferie, dove i salari sono più bassi, e poi ritrasferiti nei paesi d’origine. Nel modello di Amin la condizione di arretratezza diventa quindi una soluzione, per quanto sempre transitoria, al declino del modello capitalistico: garantisce a un tempo prodotti a basso costo da esportare (in modo da contenere i salari reali del centro) e tassi di profitto più alti.
In questo senso i paesi poveri non rappresentano tanto nuovi mercati per i prodotti dei paesi ricchi, ma diventano la condizione necessaria affinché l’accumulazione capitalistica possa continuare. Amin ritiene che il modello di sviluppo della periferia sia orientato all’esportazione e non sostenuto dalla domanda interna. I salari dei settori moderni sono infatti mantenuti bassi grazie a un processo di semi-proletarizzazione dei lavoratori dei settori tradizionali, non del tutto integrati nell’economia monetaria grazie all’uso di piccole porzioni di terra coltivabile che permette loro di ricevere salari ben al di sotto del livello di sussistenza.
In questa lettura non c’è spazio per soluzioni riformiste o per tecnicismi funzionali alla conservazione degli assetti di potere. Il problema del sottosviluppo, ci mette in guardia Amin, è strutturale, nel senso che dipende dalla natura stessa dell’accumulazione capitalistica mondiale. In altri termini, i paesi arretrati non sono tali perché poco integrati nell’economia mondiale, al contrario è proprio l’integrazione nelle relazioni economiche internazionali a generare l’arretratezza.
Da una tale analisi deriva la sua più nota e controversa proposta politica, elaborata a partire dagli anni Settanta: lo sganciamento. Per rompere le catene del sottosviluppo è necessario spezzare anche il legame di tipo capitalistico tra il centro e la periferia. Amin non ha dato ricette universali, ma è stato attento sostenitore dei tentativi di emancipazione economica del secondo Novecento. Che siano la Cina di Mao o le variegate esperienze del socialismo africano o, ma con più scetticismo, i recenti tentativi di nazionalizzazione latinoamericani e le lotte indigene, il principio di fondo è lo sganciamento. Esso non implica una sola strada, ma necessita di soluzioni creative. Allo stesso modo, il socialismo, da lui sempre auspicato, non può definirsi a partire da un modello predefinito, ma rappresenta un percorso da costruire, tra difficoltà e clamorosi passi indietro della storia. Imprescindibile rimane l’obiettivo: domandarci che tipo di società vogliamo e di quale mondo abbiamo preso, più o meno consapevolmente, le parti. In questo Amin è stato categorico: oggi è impossibile essere neutrali.

 

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Una Risposta to “Lo sviluppo ineguale di Samir Amin”

  1. GABRIELE PASTRELLO 1 ottobre 2018 a 09:00 #

    SI MA L’INFLAZIONE E’ LA VARIAZIONE DEI PREZZI. QUNDI IL SENSO DEL RAGIONAMENTO NON PUO’ PRESCINDERNE A FAVORE DEL PURO NUMERO. IN OGNI CASO NEL FARE QUELLA DIFFERENZA C’E COMUNQUE QUALCOSA DI FASULLO. PERCHE’ E’ ASSOLUTAMENTE OVVIO CHE SE ANCHE CI SONO STATE VARIAZIONI DEL 100% UN INDICE DI INFLAZIONE NON SARA’ MAI IL 100% PERCHE’ I BASKET NON CONTENGONO SOLO QUEI BENI. QUINDI DIRE CHE L’INFLAZIONE NON E’ STAT AL 100% E’ OVVIO E AL TEMPO STESSO FUORVIANTE. LE QUESTIONI DA DOMANDARE SONO: QUANTO HA INCISO IL CAMBIO FALSO SUI BENI DI CONSUMO. 2) IN QUANTI ANNI QUESTO SHOCK E’ STATO RIASSORBITO? QUATO E’ STATA LA PERDITA CUMULATA DI POTERE D’ACQUISTO? QUANTO SAREBBE STATA SE QUELLO SHOCK INIZIALE NON CI FOSSE STATO? I PAPER SI PNGONO QUESTE DOMANDE. DA QUELLO CHE DICI DIREI PROPRIO DI NO. ALTRIMENTI MI AVRESTI RISPOSTO IN ALTRO MODO. QUINDI QUANDO VEDO UN PAPERE CHE MI FA CALCOLI SOFISTICATI E INCOMPRENSIBILI PER CONCLUDERE GLORIOSAMENTE CHE NON E’ VERO CHE CI SIA STATA INFLAZIONE PRODOTTA DALL’INTERVENTO ABNORME DEL SETTORE DI INTERMEDIAZIONE COMMERCIALE IO MI SENTO PRESO PER IL CULO. E TU CI CREDI.

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