Pepe Mujica: «Giovani, abbiate paura. O non vi salverete dalle disuguaglianze e dall’olocausto ecologico»

17 Set

Risultati immagini per Pepe MujicaL’ex presidente dell’Uruguay, in visita in Italia, racconta le sue idee su crisi e democrazia, migrazioni e demografia, lavoro e innovazione. Un’agenda per la sinistra che verrà? «Il populismo è una sciocchezza intellettuale, il nome che diamo a quel che non ci piace»

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Tratto da Linkiesta 3/set/2018

«Oggi forse dovremmo avere quella paura di un nuovo conflitto mondiale, quello che spinse gli americani ad aiutare l’Europa col piano Marshall. Forse quella paura servirebbe per aiutare l’Africa, servirebbe per ridurre le disuguaglianze».
Di José Alberto Mujica Cordano, in arte Pepe, si può dire tutto, fuorché che sia banale. 83 anni, Pepe Mujica ha un passato da guerrigliero Tupamaro, poi è stato senatore, e presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Soprattutto, però, è stato il “presidente più povero del mondo”. Popolare in tutto il pianeta per il suo stipendio di 800 euro, per la sua rinuncia a vivere nei palazzi presidenziali, per il suo look trasandato, per le coraggiose e radicali politiche che ha portato avanti durante la sua presidenza – legalizzazione della cannabis, matrimoni omosessuali –
Mujica è il termine di paragone per eccellenza ovunque vi sia una sinistra (o una politica) in crisi.L’Italia non fa eccezione. E le sale stracolme di spettatori curiosi e adoranti, di interviste, di incontri politici – da Maurizio Martina a Beppe Grillo – per il tour di conferenze di presentazione della sua biografia “Una pecora nera al potere” (Lumi, 2016), sono lì a dimostrarlo: «Io giro il mondo a fare conferenze, per questo, per svegliare le coscienze. Non mi pagano, e io non chiedo soldi, perché non ne ho bisogno. Nudo sono arrivato, e nudo me ne andrò.
Lo faccio perché la gioventù pensi al mondo di domani», spiega Mujica durante uno di questi incontri, l’ultimo, quello organizzato dalla Fim-Cisl a Milano, un dibattito pubblico col segretario nazionale Marco Bentivogli.Si parte dall’immigrazione, e l’Uruguay è carne viva per l’Europa intollerante di oggi. L’emigrazione italiana in Uruguay iniziò nel 1879 e terminò nel 1930 e portò nel Paese sudamericano 90.000 persone, in prevalenza maschi adulti: «Nel primo censimento del Paese, risultò che c’era più gente che parlava italiano che gente che parlasse spagnolo, nella zona del Rio della Plata», ricorda Mujica.
Oggi, però, l’Europa che migrava alza i muri: «L’uomo è un animale con poca memoria, si dimentica spesso della propria storia – continua l’ex presidente uruguaiano -. Si dimentica che tutti discendiamo dall’Africa, in quanto homo sapiens. E si dimentica pure che in Italia e in Europa ci sono state guerre, che l’Europa è stata povera e che per questo gli europei sono migrati più di chiunque altro, nel corso dei secoli. L’ha fatto anche mia nonna, che veniva da una famiglia di contadini, a pochi chilometri da Genova, sulla montagna, per fondare una colonia in Uruguay.
Era tutto sangue dei poveri, perché sono i poveri che fanno molti figli. Abbiamo dimenticato pure questo. Che eravamo poveri e che facevamo figli. Abbiamo dimenticato, mentre lo ascoltiamo, o lo balliamo, che la tristezza del tango era il dolore di chi era emigrato. Perché allora non c’era internet, e migrare voleva dire andarsene per sempre, rompere legami famigliari, amicizie, lasciarsi tutto alle spalle».È un oblio, questo, che ha delle conseguenze: « L’Europa oggi è vecchia e in pace, non è più povera e fa pochi figli – ricorda Mujica -.
E oltre al passato si sta dimenticando il proprio futuro. Ad esempio, si sta dimenticando che non riuscirà a reggere il peso della propria previdenza sociale, se continuerà a diventare sempre più vecchia. E si sta dimenticando dei legami che ha con il resto del mondo, chiudendosi in se stessa». L’Europa non rimanere da sola, si accalora Mujica: «Nel momento in cui l’America abbandona il campo del libero mercato e la Cina avanza, l’Europa deve giocare un ruolo nel mondo, non può più chiudersi in se stessa». Non può ma lo fa. Sospinta da una volontà popolare che chiede ai propri governi di ergere muri non solo contro i migranti, bensì contro tutta la modernità, avvertita come una minaccia.
Ecco allora Trump, la Brexit e l’emergere dei cosiddetti movimenti populisti, etichetta che Mujica rifiuta in toto: «È una sciocchezza intellettuale, una parola che si usa per qualsiasi cosa non ci piaccia», spiega. In questo, va detto, le sue idee non divergono granché dall’agenda del Movimento Cinque Stelle: pauperismo, democrazia digitale, critica al capitalismo grande attenzione ai temi dell’ecologia sono i pilastri su cui si fonda l’agenda politica di Pepe Mujica.

«L’Europa oggi è vecchia e in pace, non è più povera e fa pochi figli. E oltre al passato si sta dimenticando il proprio futuro. Ad esempio, si sta dimenticando che non riuscirà a reggere il peso della propria previdenza sociale, se continuerà a diventare sempre più vecchia. E si sta dimenticando dei legami che ha con il resto del mondo, chiudendosi in se stessa»
L’ambiente, in particolare, è la sua grande ossessione: «La mia generazione è vissuta con lo spettro di un olocausto nucleare – spiega -, mentre quelle che verranno dopo di noi saranno terrorizzate dallo spettro di un olocausto ecologico. Siamo 7 miliardi e mezzo sulla terra, presto saremo 9 miliardi. Affinché chiunque possa vivere con gli standard di ricchezza occidentali, l’economia globale dovrebbe crescere duecento volte più di così. Ma al contrario dell’avidità umana, le risorse del pianeta sono limitate».
L’unica strada possibile, per Mujica, è quella di ripensare al nostro modello di sviluppo economico e umano. La parola magica si chiama sobrietà: «È la chiave di questa rivoluzione culturale. La crisi ecologica è conseguente alla miopia politica. Non possiamo pretendere che tutto il mondo viva con gli standard degli Stati Uniti o della Germania. E non possiamo accettare che la distanza tra i super ricchi e il resto del pianeta continui ad aumentare: dobbiamo per forza cambiare qualcosa nel nostro modo di vivere», spiega.In questo qualcosa da cambiare c’è anche il modo in cui intendiamo il lavoro.
Non qualcosa da cui emanciparci, come argomenta chi vorrebbe piena automazione e reddito di cittadinanza – dagli accelerazionisti californiani a Beppe Grillo – ma qualcosa per cui lottare, soprattutto oggi: «Tra le comunità antiche, la pena più grave dopo la morte, era l’esclusione dalla comunità – argomenta Mujica -. Anche oggi è così: chi è povero è alieno dalla comunità. Chi non lavora, vive sulle spalle di chi lavora. Vale per l’alta borghesia, vale per chi riceve un sussidio incondizionato. Non lavorare non è la soluzione.
La soluzione è che tutti lavorino un po’, per lasciare spazio e tempo libero alla felicità. Se nel futuro, l’intelligenza artificiale toglierà posti di lavoro e se accadrà saranno gli stessi capitalisti che daranno soldi alle persone per consumare, perché i robot non vanno al supermercato. Noi dovremo lottare affinché dalle vecchie professioni ne nascano di nuove, più creative, meno alienanti. Ma non possiamo essere solo consumatori, non possiamo perdere i nostri legami».
«La mia generazione è vissuta con lo spettro di un olocausto nucleare, mentre quelle che verranno dopo di noi saranno terrorizzate dallo spettro di un olocausto ecologico. Siamo 7 miliardi e mezzo sulla terra, presto saremo 9 miliardi. Affinché chiunque possa vivere con gli standard di ricchezza occidentali, l’economia globale dovrebbe crescere duecento volte più di così. Ma al contrario dell’avidità umana, le risorse del pianeta sono limitate».
Tutto è in crisi, secondo Mujica, perché «non siamo più il tempo che è stato, e non siamo ancora il tempo che verrà». La stessa democrazia rischia di cambiare connotati, spiega Mujica: «Ha ragione Churchill: è la miglior porcheria che ci siamo inventati.
Non è mai perfetta, non è mai terminata, non è mai vinta una volta per tutte. La democrazia è un’utopia, qualcosa per cui dobbiamo lottare sempre. Gli ateniesi esercitavano la democrazia con il sorteggio delle cariche pubbliche tra tutti i cittadini. Oggi noi lo facciamo coi parlamenti e i governi eletti. È un processo che non è mai finito, però. E gli strumenti digitali che stanno venendo avanti oggi possono aprire una nuova fase della nostra vita democratica», e la memoria corre all’intervista di Davide Casaleggio sulla prossima, potenziale obsolescenza dei parlamenti nazionali.
Il pubblico, in prevalenza vicino al Partito Democratico, applaude, ché coi guru funziona così. Mujica non si accorge delle contraddizioni tutte interne al dibattito politico italiano e tira dritto, nella sua critica al capitalismo moderno. Meglio, alle sue aberrazioni: «A renderci liberi è la nostra felicità, non continuare ad auto-convincerci di aver sempre più necessità, e di dover comprare qualcosa per soddisfarle. Questo non è essere liberi, ma essere prigionieri del nostro stato di necessità.
Perché quando compriamo, non compriamo coi soldi, ma col tempo che abbiamo usato per guadagnarli. Io sono libero quando sto con i figli, quando vado a pescare, quando scelgo. Più lo faccio, più sono libero e felice -, spiega Mujica – Ed è nel non accorgercene che noi stiamo buttando via la rivoluzione digitale: perché potrebbe darci lavori meno alienanti e più creativi» chiosa. E forse non sarà la prima cosa di cui dobbiamo aver paura, ma di sicuro è una di quelle di cui dobbiamo preoccuparci di più.
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