Minsky: salario sociale, disoccupazione e lo stato come datore di lavoro

2 Lug

Risultati immagini per salario socialedi Cédric Durand e Dany LangSocietà
La Grande Recessione del 2007 si è trasformata in Europa in disastro sociale. In Francia, la politica di Hollande comprendeva un rigore di bilancio senza precedenti (in 5 anni, tagli di 60 miliardi), la “golden rule” europea che limita il disavanzo strutturale allo 0,5% del PIL, l’offerta alle imprese 20 miliardi sotto forma di crediti di imposta e maggiore flessibilità sul mercato del lavoro. Un orientamento neoliberista.L’uscita dalla crisi di tipo deflazionista, propugnata dalle élites europee, può soltanto condurre a una lunga e dolorosa recessione. Il settore privato ha bisogno di liberarsi dai propri debiti. Se, in più, lo Stato riduce periodicamente la spesa, la depressione può solo peggiorare. Per 4 anni, le previsioni della “Troika” (Commissione Europea, BCE e FMI) sono state contraddette dai fatti, e un recente del Fondo Monetario lo riconosce. Inizialmente, il FMI riteneva che una riduzione della spesa pubblica di 1 euro facesse calare il PIL solo di 0,5 euro, salvo poi realizzare che il calo sarebbe stato tra 0,9 e 1,7 euro (1).
Quindi non è possibile spostare verso il basso la curva di disoccupazione. Eppure non c’è nulla di “naturale” nella piaga della disoccupazione.
I limiti del rilancio degli investimenti
Hyman Minsky è l’economista più osannato dall’inizio della crisi finanziaria. Dall’agosto 2007, il “Wall Street Journal” è il suo maggior sostenitore (2). Ai margini del mondo accademico, Minsky aveva spiegato come la finanza generi cicli violenti e destabilizzanti. Vedi il suo articolo del 1973, “The Strategy of Economic Policy and Income Distribution” (3), in cui Minsky individua due strategie anti-disoccupazione. Per una, “la crescita economia è desiderabile e il tasso di crescita è determinato dal ritmo degli investimenti privati”. Questi ultimi sono “il modo migliore per raggiungere la piena occupazione”. Pertanto, le aspettative di profitto devono tornare a puntare verso l’alto, per riavviare il processo di accumulazione.
Tutto ciò implica sgravi fiscali su investimenti e appalti pubblici (tipicamente, in armamenti o opere pubbliche) e sussidi al settore edilizio o alla Ricerca e Sviluppo. Ma secondo Minsky questa strategia aumenta la quota di reddito destinata al capitale, promuove relazioni finanziarie instabili, accresce le disparità retributive, diffonde il consumismo e potrebbe indurre inflazione. Oggi andrebbe aggiunto che queste politiche si scontrano con i limiti della crescita capitalista. L’esaurirsi del dinamismo industriale nei Paesi sviluppati, l’aumentata domanda di servizi prodotti da persone per le persone (salute, tempo libero, educazione, ecc.) e il peggioramento delle condizioni ambientali manifestano una tendenza secolare a una crescita più lenta della produttività (4). Ciò richiede un ripensamento delle dinamiche industriali.
Lavoro pubblico centrato sulle capacità dei disoccupati
La strategia anti-disoccupazione di Minsky si basa su un’occupazione pubblica. Il principio cardine è l’idea di Stato come Datore di Lavoro di Ultima Istanza (ELR: employer of last resort). Secondo questo approccio, sostenuto dalla Modern Monetary Theory, lo Stato – o le autorità locali – dovrebbero offrire un’occupazione a tutti quelli disposti ad accettarla a un salario pubblico di base o al di sopra di esso, secondo le qualifiche richieste per svolgere il lavoro offerto.
Lo Stato “prende i disoccupati così come sono, adattando i posti di lavoro alle loro capacità”, ma non si tratta di workfare. Ciò non implica l’obbligo di lavorare; non rimpiazza, bensì integra gli attuali sussidi di disoccupazione e i programmi di assistenza sociale. L’impiego è in attività ad alta intensità di manodopera, che producono utilità immediate per la collettività, specie nell’assistenza ad anziani, bambini e malati, nei miglioramenti urbani (spazi verdi, mediazione sociale, restauro di immobili, ecc.), ripristino ambientale, attività scolastiche e iniziative artistiche. In queste attività la pressione per aumenti di produttività è debole o nulla. Come sottolinea Minsky, l’obiettivo è “un migliore impiego delle attuali capacità” piuttosto che un loro incremento.
Lo scontro fiscale con il capitale
Una tassazione fortemente redistributiva finanzierebbe questi nuovi posti di lavoro; e ciò condurrebbe a una “parziale, veloce eutanasia dei rentier”. Dunque, non c’è “nessun bisogno di stimolare gli investimenti (…). Possono così essere introdotte imposte di successione realmente progressive ed efficaci”. E le imposte sui profitti “non hanno più bisogno di essere determinate dalla necessità dei flussi di cassa aziendali” (5). Da più di tre decenni la maggior parte dei profitti non è stata reinvestita, bensì distribuita agli azionisti (6). A differenza di una politica di rilancio indiscriminata, la politica ELR è rivolta ai disoccupati, i quali non solo rappresentano i soggetti che più ne necessitano, ma costituiscono anche capacità produttiva inutilizzata.
Dato l’immenso spreco umano e sociale della disoccupazione, che cosa impedisce ai governi di adottare politiche ELR? La risposta è che la competitività è preferita dal mondo degli affari. Se incentrata sui costi, essa si basa sulla compressione dei salari o sulla riduzione delle imposte pagate dalle imprese, e punta a rilanciare investimenti e occupazione grazie ai maggiori profitti. Se orientata verso la fascia alta del mercato, essa indirizza la spesa pubblica a sostenere innovazione e formazione, per incrementare la produttività. In entrambi i casi, la strategia dipende dall’apprezzamento del capitale in un contesto altamente competitivo, dove i benefici attesi vanno a scapito dei partner commerciali.
Invece la strategia ELR modifica l’integrazione economica. Inoltre bisogna prevenire la fuga dei capitali e stabilizzare le importazioni, deprezzando il tasso di cambio o con il contingentamento.
Si dovrebbe finanziare il debito pubblico con i risparmi delle famiglie in tutti i Paesi che attuano questa politica, e la Banca centrale dovrebbe garantire i titoli emessi. Bisogna porre barriere al libero scambio e orientare l’attività economica verso la produzione del valore d’uso e la conservazione della biosfera. Tutto ciò comporta misure per ridurre il circuito di produzione e negoziare accordi che stabiliscano i prezzi nel medio periodo, specie per le materie prime e gli alimenti.
(da Global Labour Column. Traduz. di Federica Colasanti in sbilanciamoci.info, 8/1/2018. Sintesi)

(1) Olivier Blanchard and Daniel Leigh, “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers”, IMF Working Paper, 13/1, January 2013.
(2) Justin Lahart, “In Time of Tumult, Obscure Economist Gains Currency”, Wall Street Journal, August 18, 2007
(3) In Hyman P. Minsky Archive, Paper 353.
(4) Robert J. Gordon, “Is U.S. Economic Growth Over? Faltering Innovation Confronts the Six Headwinds”, NBER Working Paper 18315, August 2012.
(5) Minsky, Hyman P., op. cit., p. 100.
(6) Engelbert Stockhammer, “Some Stylized Facts on the Finance-Dominated Accumulation Regime”, Working Papers 142, Political Economy Research Institute, Un. of Massachusetts at Amherst, 2007.

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