Commenti esteri N° 19

26 Giu

a cura di Piero RizzoMigranti e Sviluppo, giugno 2018

“Tre anni fa, la Germania era ammirata a livello mondiale per la sua cultura dell’accoglienza, le immagini delle stazioni ferroviarie di Monaco viaggiavano in tutto il mondo”, ha detto Dräxler. “Cosa è successo di quella cultura? Ora c’è solo paura dei rifugiati “.
Questa è la conclusione di un articolo del Guardian del 21 maggio scorso, dal titolo: ” la Germania istituisce centri di detenzione di massa per i richiedenti asilo”. Lo scopo è di accelerare la deportazione dei richiedenti asilo cui viene negato il permesso di soggiorno. In precedenza i nuovi arrivati venivano distribuiti in tutto in paese.
Qual è il vero scopo di questa operazione? Il tentativo del governo di Angela Merkel di rovesciare la strategia per mettere un argine all’ondata di populismo. Riportiamo, liberamente tradotti, alcuni stralci dell’articolo.
I centri di detenzione di massa “anchor” (acronimo di arrivo, decisione, rimpatrio) che il ministero degli interni tedesco vuole istituire in tutto il paese, alimenteranno le tensioni tra residenti e migranti, affermano le organizzazioni umanitarie.
Attraverso di essi si vuole inviare il messaggio agli aspiranti migranti che essi hanno poche possibilità di rimanere, ha detto Daniel Waidelich, membro del governo dell’Alta Baviera. Da settembre 2015, il centro di Manching ha effettuato 1.000 deportazioni, mentre 2.500 detenuti sono partiti volontariamente.
I critici dicono che i nuovi centri creano difficoltà ai detenuti che hanno possibilità di ottenere asilo: non possono incominciare ad integrarsi nella società.
“L’integrazione è come un tavolo a quattro gambe”, ha detto Willi Dräxler dell’associazione umanitaria Caritas. “La lingua, i contatti con la comunità locale, un lavoro e una casa sono tutti ingredienti vitali. Se togli una gamba, il tavolo barcollerà. All’interno di questi centri di transito l’integrazione non si sta verificando”.
All’interno dei centri, la frustrazione per le lunghe attese spesso è al punto di ebollizione. “Non ci viene detto perché siamo qui”, ha detto Kelvi Batin, originario della Nigeria. “Sarebbe meglio se ci dicessero subito appena arrivati che non possiamo rimanere”.
Durante un recente tour dei media nei locali, un gruppo di nigeriani ha inscenato una protesta improvvisata, cantando “Vogliamo la nostra libertà” e sollevando cartelli fatti a mano con le scritte: “Siamo stanchi di vivere nei campi. Per favore, abbiamo bisogno di esser trasferiti”.
Brevi considerazioni da parte nostra.
Che il problema immigrati sia al primo posto nell’agenda dei più grandi paesi europei è del tutto evidente. Altrettanto evidente è che simili sono le soluzioni velleitarie che si cerca di adottare. Queste misure come i tentativi di spostare parte del problema in Africa sono solo fumo negli occhi con la speranza di porre un argine alla cosiddetta deriva populista.
Più volte sulle pagine di questo blog è stata ribadita la necessità di inserire gli immigrati nel mondo del lavoro nel più breve tempo possibile. Lasciarli inoperosi per lunghi tempi nei centri di identificazione ed espulsione, oltre ad essere disumanizzante, può essere anche controproducente (come riportato nell’articolo).
Purtroppo, vista la presente situazione politica, le considerazioni appena fatte sono da ascrivere tra i pii desideri.

https://www.theguardian.com/world/2018/may/21/germany-to-roll-out-mass-holding-centres-for-asylum-seekershttps://www.theguardian.com/world/2018/may/21/germany-to-roll-out-mass-holding-centres-for-asylum-seekers

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