I vari miti sul Sud e la loro funzione di occultamento

18 Giu

i miti del Sud di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per miti sul Sud italiaNell’articolo del mese scorso abbiamo visto che il regno del Sud si costruisce sulla sconfitta delle città mercantili autonome, sul dominio finanziario e commerciale (di tipo coloniale) dei mercanti del Nord e sullo sfruttamento disumano dei contadini da parte dei feudatari (1).

Questo blocco dello sviluppo si perpetuò, quasi immobile, per otto secoli. Le città meridionali mostrano ancora oggi i segni dell’alleanza tra sovrano, mercanti del Nord e feudatari; sia nella toponomastica, dove appaiono i nomi delle grandi famiglie mercantili del Nord, sia nella fitta presenza di castelli e palazzi signorili, con gli stemmi nobiliari degli agrari. 

A difesa di questa struttura sorsero i miti di occultamento, che nascosero la perversa alleanza a danno dei ceti popolari. Il primo mito è quello di un Sud privilegiato dai doni della natura, dei cui frutti abbondanti il popolo godeva. Esso fu creato sin dall’inizio dagli intellettuali di corte, come ha spiegato Benedetto Croce (2). Fu consolidato dagli europei del Settecento che facevano il “gran tour” in Italia, con i loro pregiudizi già pronti, e che nel Sud erano ospiti dei proprietari locali. Goethe, scrisse che il Sud d’Italia era fornito dalla natura di tanta abbondanza che gli uomini non avevano bisogno di affaticarsi (3).

Il messaggio di questo mito è chiaro: il popolo sta bene, e ogni cambiamento sarebbe nocivo. Una simile manipolazione, che capovolge addirittura la verità, può sembrare incredibile. In realtà è molto frequente nella storia del potere (perdonate il volo pindarico, ma è lo stesso messaggio che fa passare in questi giorni il ministro Salvini, quando dichiara che per gli immigrati “è finita la pacchia”). Al mito credettero persino (in parte) i meridionalisti; e poi gli uomini del Risorgimento.

Nell’Ottocento si diffuse appunto una variante del mito: il Sud, ricco per natura, era impoverito dal malgoverno borbonico. Una volta liberato dai Borboni, il Sud sarebbe rinato spontaneamente. In realtà i sovrani borbonici, come quell precedenti, si limitavano a sostenere le classi ricche e le loro angherie, ma la struttura oppressiva si era costruita ben prima ed era molto più radicata.

Una volta cacciati i Borboni, l’illusione risorgimentale svanì. Adesso a chi si poteva dare la colpa se il Sud non rinasceva? Non certo ai latifondisti meridionali, che ormai affollavano il parlamento italiano ed erano la riserva di voti di qualsiasi governo. In cambio del loro appoggio ai governi, gli agrari del Sud riuscirono a impedire ancora una volta lo sviluppo del Sud, mantenendo il proprio dominio.

La colpa era – ecco pronto l’altro mito – proprio dei contadini e degli artigiani meridionali, cioè delle vittime di quel blocco sociale (l’espressione è di Gramsci) primitivo e oppressivo! I meridionali furono dichiarati biologicamente incapaci di cultura e di lavoro, in primis dai socialisti positivisti del Nord; da Lombroso, con i suoi studi razziali, fino a Prampolini, il fondatore delle cooperative rosse, che affermò che l’Italia si divide in nordici e sudici.

Soltanto nel 1904 Giustino Fortunato demolì finalmente il mito del Sud come giardino dell’Eden. Egli dimostrò che una gran parte della struttura idrogeologica meridionale era poco fertile e poco adatta allo sviluppo agricolo (4). La nuova impostazione fece giustizia di tutti i miti precedenti. Croce impedì anche che si affermasse una sorta di determinismo geografico. Se i fatti fossero spiegati solo da un dato naturale, egli osservò con ironia, la storia dovrebbero farla gli agronomi (5).

Dunque il campo era libero per la nascita di un’altra narrazione mitologica sulle cause dell’arretratezza del Sud (tutto, pur di evitare la fatica della ricostruzione dei processi storici reali). Fu così che il mito anti-borbonico si capovolse nel mito neo-borbonico: responsabile dell’arretratezza era l’unità d’Italia, che aveva abbattuto il regno prospero e felice dei Borboni. Un’altra corbelleria pronta a nascondere la realtà.

  • ad es. R. Lopez, Il commercio dell’Europa medievale: il Sud, cap. 5 di Postan e Mathias, cura, Storia economica di Cambridge, Vol. II, 1952, trad. Einaudi 1982. Ph. Jones, L’Italia, cap. 7 di M. Postan, cura, Storia economica di Cambridge, Vol. I, 1966, trad. Einaudi 1976. C. M. Cipolla, Storia economica dell’Europa. Il Medioevo, UTET, 1973. G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Einaudi, 1979. D. Abulafia, Le due Italie, 1977 e 1987, trad. Napoli, Guida, 1991. S. Tramontana, Il Mezzogiorno medievale, Roma, Carocci, 2000.
  • Croce, Storia del Regno di Napoli, 1924, Laterza, 1972, pp. 7-10.
  • W. Goethe, Viaggio in Italia, 1786-88, trad. Firenze, Sansoni, 1980, pp. 205-28.
  • Fortunato, La questione meridionale e la riforma tributaria, 1904, in Idem, Il Mezzogiorno e lo stato italiano. Discorsi politici, Firenze, Vallecchi, 1926, vol. II, pp. 305-75.
  • Croce, op. cit., pp. 250-53.
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4 Risposte to “I vari miti sul Sud e la loro funzione di occultamento”

  1. luigi borzacchini 18 giugno 2018 a 13:23 #

    In questa analisi e in quelle precedenti manca una analisi del tessuto culturale meridionale. Il sud fino al Cinquecento non mostra segni di arretratezza evidenti. I grandi naturalisti antiaristotelici (Telesio, Campanella, Bruno) erano meridionali, il grande filosofo scolastico san Tommaso era meridionale, la prima università medica fu a Salerno, e a Napoli Federico II creò una delle prime università. Anche dopo il Cinquecento la cultura meridionale ebbe grandi momenti (l’Illuminismo napoletano, G.B. Vico, la musica napoletana, il romanzo e il teatro siciliani e napoletani, orti botanici, etc.), ma si nota la completa assenza della nuova scienza algebrico-meccanica che segnerà la prima (indirettamente) e la seconda (direttamente) Rivoluzione Industriale. La nuova scienza crescerà nel Centro Europa, fino al centro Italia. Niente al sud. Perchè?

    • Redazione 2 luglio 2018 a 12:41 #

      Con questi argomenti si dovrebbe dire che il Sud non è mai stato arretrato. In tutti le aree arretrate del mondo sono cresciuti grandi geni e anche, isolate, grandi scuole (e questo vale anche per il pensiero scientifico nel Sud. Si pensi a Majorana e Caccioppoli). Ma la misura dell'arretratezza è
      data dallo stato dell’economia e dalla cultura dominante. C.P.

  2. Danilo 19 giugno 2018 a 10:37 #

    Lo storico Smith disse una volta che per comprendere meglio la storia di un paese era opportuno indagare sulla qualità della sua classe dirigente, come si è espressa nel lungo periodo. A parte la parentesi normanna, il sud è dipeso da potenze estere che avevano un solo interesse: prelevare la maggior quota possibile del suo surplus. Nessuna di esse ha mostrato di avere una cultura interventista in economia (soprattutto gli spagnoli) volta a migliorare la produttività del lavoro dei sudditi; e non avevano neppure l’interesse a muoversi in tal senso, per non far nascere possibili contrasti con la classe dirigente meridionale, portatrice anch’essa, col latifondo, della cultura della rendita.
    Per quanto riguarda lo sfruttamento dei lavoratori agricoli, questo era forte anche in G.B. dove però c’era un ceto dirigente, la Gentry, dotato di spirito imprenditoriale.
    Sarebbe interessante studiare le ragioni per cui lo spirito imprenditoriale si è formata in certi paesi e in certi periodi, e non in altri.

    • Redazione 2 luglio 2018 a 12:42 #

      La risposta la dà lo stesso Danilo. Lo spirito imprenditoriale non si può diffondere in un’economia basata sulla rendita, dove domina una mentalità parassitaria. C.P.

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