Diritto al cibo e “diversità” ambientale

11 Giu

di Maurizia Pierri

Risultati immagini per Diritto al ciboNel 1976 Rozin teorizzò  il cosiddetto  “dilemma dell’onnivoro”,[1] che risale a Rousseau e Brillat-Savarin. Gli animali non onnivori non hanno dubbi su cosa mangiare; le loro preferenze sono geneticamente determinate e i loro sistemi digestivi sono in grado di assorbire tutto ciò di cui l’organismo ha bisogno da una piccola gamma di beni alimentari. Gli onnivori (come l’uomo), invece, devono dedicare tempo e riflessione per capire quali tra gli innumerevoli alimenti offerti dalla natura possano essere ingeriti senza rischio. Le loro scelte sono dettate dalla necessità di sopravvivere, dal gusto ma anche dalla cultura. Quest’ultima  codifica le regole di una dieta “prudente” con una serie complessa di tabù, rituali, ricette, norme e tradizioni. “Mangiare è una quotidiana riaffermazione di identità culturale”, come è stato detto. [2]

E’ ormai radicata una concezione del diritto al cibo; riferito alla sufficienza e all’adeguatezza. La prima evoca l’atto di nutrirsi (piuttosto che mangiare), a sua volta connesso al diritto alla sopravvivenza (più che alla vita n.d.r.). L’adeguatezza si riferisce agli elementi socio-culturali e alla dieta, per cui la diversità alimentare è necessaria.[3] Infatti l’impoverimento della diversità alimentare comporta un impoverimento del diritto al cibo sotto il profilo qualitativo e ne soffoca anche la dimensione culturale. 

Tutto ciò collega il diritto al cibo alla protezione dell’ambiente. La biodiversità è il presupposto della diversità alimentare. Questa, da un lato risponde alla necessità di adeguare la qualità del cibo (e quindi di tutelare la salute), dall’altro si riferisce alle scelte alimentari dettate dalla cultura. L’espressione “abitudini alimentari” (o foodways) si riferisce a tutto il processo alimentare umano: da come il cibo è scelto, acquisito e distribuito, a chi lo prepara, lo serve e lo mangia.[4] 

Dunque il tema del diritto al cibo si intreccia con quello della diversità alimentare e con la conservazione non solo della biodiversità ambientale ma anche dell’agro-biodiversità, cioè la diversità delle specie coltivate in agricoltura, la cui tutela è spesso prerogativa di particolari comunità. La diminuzione delle varietà vegetali deriva dall’abbandono, spontaneo o forzato, delle tecniche agricole locali, patrimonio di gruppi minoritari territoriali, che coltivano determinati prodotti. Questa tendenza impoverisce la diversità alimentare, ed ha un impatto sulla salute umana.[5]

 L’agro-biodiversità è la “varietà e variabilità di animali, piante e microrganismi che sono importanti per il cibo e l’agricoltura e che sono il risultato delle interazioni tra l’ambiente, le risorse genetiche e i sistemi di gestione e le pratiche usate dagli uomini”.[6] Per questo la domesticazione è stata definita “le fondamenta della biodiversità delle colture agrarie”.[7]

Oggi si è imposto un uso massivo delle coltivazioni vantaggiose per le imprese multinazionali, che ha impoverito il pianeta. Le prime evidenze sulla utilizzazione di piante ed animali per la coltivazione e l’allevamento datano tra i 10.000 ed i 14.000 anni fa. Ma solo una piccola frazione della diversità biologica esistente è stata addomesticata e contribuisce alla agricoltura mondiale. Appena 15 varietà di piante e 7 di animali sono responsabili del 90% degli alimenti consumati. Quindi, se in teoria la domesticazione non dovrebbe nuocere alla diversità biologica, di fatto l’ha impoverita.

Il depauperamento della biodiversità ed il suo effetto sulla salute è stato sottolineato dalla FAO. L’agricoltura moderna tende a standardizzare le specie di piante o di animali a vantaggio dell’efficienza produttiva.[8] Nell’ultimo secolo tre quarti della diversità genetica delle colture agricole e di molte varietà animali sono entrate in pericolo di estinzione o si sono già estinte. Si è invocato l’obiettivo di “Nutrire il pianeta” (uno degli obiettivi del millennio); ma la biodiversità è essenziale per sradicare la fame in modo permanente e per migliorare la qualità della vita.[9]

Nell’ultimo decennio il legame tra diritto al cibo e biodiversità è stato sottolineato, ad es., dalla Dichiarazione di Cordoba (2008), nel 60° anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Essa denunzia “la perdita della bio-diversità causata dalla espansione delle monocolture”. Nella lotta alla fame, il problema vero non è la scarsità di cibo ma la sua distribuzione iniqua nonché la sua qualità inadeguata. La malnutrizione non può essere contrastata con l’introduzione di colture massive a detrimento dei sistemi agricoli locali.

Dunque tutelare bio e agro-biodiversità, è necessario per garantire il diritto al cibo, non solo in termini quantitativi ma qualitativi.

[1] P. Rozin, The Selection of Foods by Rats, Humans, and Other Animals, chapter of Advances in the Study of Behavior, 6, 1976.

[2] P. Kittler, K. Sucher, M. Nelms, Food and Culture. Wadsworth, Belmont (CA), 2012, p. 4. 

[3] G. M. Almerico, “Food and Identity…”, J. of International Business and Cultural Studies, 8, 2014, p. 3.

[4] P.G. Kittler, K. P. Sucher, M. N. Nelms, Food and culture, Wadsworth, Belmont (CA), 2012,  p. 3.

[5] M. Monteduro, “Diritto dell’ambiente e diversità alimentare”, Rivista quadrimestrale di diritto dell’ambiente, 1, 2015, p. 111ss.

[6] FAO, Agricultural Biodiversity …, Background Paper 1, Maastricht. Sept. 1999, p. 4.

[7] O. Frankel, A. Brown, J. Burdon, The conservation of plant biodiversity, Cambridge, U.P., 1995, p. 40.

[8] FAO, Biodiversità: la nostra alimentazione ne dipende, Roma, 2004, ftp://ftp.fao.org/docrep/fao/006/y5418i/y5418i00.pdf . FAO, Coping with climate change. The roles of genetic resources for food and agriculture, Roma, 2015, http://www.fao.org/3/a-i3866e.pdf

[9] V. Risoluzione dell’Assemblea Generale, Sept. 2000, http://www.un.org/millennium/declaration/ares552e.pdf

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