Sfruttare meglio i poveri attraverso le divisioni razziali

4 Giu

di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per divisioni razzialiIn un eccellente articolo su Politico (1), Joshua Zeitz passa in rassegna le ricerche fatte sulle politiche USA tese a rafforzare lo sfruttamento attraverso la discriminazione verso i neri. La questione fu impostata da W.E.B. Du Bois (Black Reconstruction, 1935), il quale analizzò l’atteggiamento degli operai bianchi. Questi accettavano un pesante sfruttamento (salari molto bassi e cattive condizioni di lavoro), uguale a quello dei neri, in cambio di un compenso: essere ritenuti superiori agli stessi neri.

In questo caso, spiegava Du Bois, la gratificazione psicologica era superiore all’oppressione subita. L’essere bianco (whiteness) era considerato un valore superiore, che faceva sopportare la povertà e lo sfruttamento.

Negli anni Novanta, altri studiosi approfondirono il problema descritto da Du Bois, chiedendosi se la discriminazione razziale avesse effetti meramente culturali, senza influenza sulla situazione economica. Questi studi dimostrarono che in effetti, come lo stesso Du Bois aveva implicitamente riconosciuto, la discriminazione comportava anche una serie di vantaggi economici, pur se non riguardavano il salario.

I bianchi poveri tenevano molto a distinguersi per evitare di essere relegati fra i non cittadini, come i neri o i recenti immigrati. In origine, la cittadinanza era riconosciuta soltanto ai bianchi, ma diventava incerta al fondo della scala sociale. Nel Novecento la cittadinanza assicurava ancora la precedenza nell’essere assunti per lavori che non fossero di pura manovalanza. La garanzia statale presso le banche per la concessione dei mutui per l’acquisto della casa veniva concessa di fatto solo ai bianchi. I neri erano costretti ad affittare le case, ma i proprietari bianchi degli edifici lasciavano che questi diventassero fatiscenti, e ciò isolava ancor più le famiglie nere, relegandole nei ghetti.

I sindacati operai, e quindi la difesa dei diritti sul lavoro, erano preclusi di fatto ai lavoratori neri. Soltanto quando il lungo sviluppo economico del dopoguerra entrò in crisi i neri furono ammessi sia nelle case dei suburbi che nei posti di lavoro specializzati dell’industria, abbandonati dai bianchi.

La stessa politica di discriminazione minuta e sistematica, spiega Zeitz, viene adesso rilanciata da Trump, attraverso politiche come il permesso di inquinare gli ambienti degradati abitati dai neri; il rincaro delle cure sanitarie; la facilità di acquisto delle armi, di cui molto spesso sono vittime i neri. Tutto questo ha rilanciato l’invito implicito ai bianchi di dare il primato alle differenze razziali su quelle di classe anche sul piano elettorale. Fin qui Zeitz.

Direi che lo stesso meccanismo si ritrova in ogni caso di discriminazione razziale o anche semplicemente sociale. I dahlit (intoccabili) in India, gli immigrati in qualsiasi paese – compresi, a turno, irlandesi, ebrei, polacchi e italiani negli USA dell’Otto-Novecento – sono il meccanismo di compensazione che permette alle classi immediatamente superiori di accettare la loro povertà.

 in generale l’elemento psicologico e culturale si integra con quello economico. La discriminazione razziale, linguistica, religiosa, ecc. è un efficace strumento usato dalle classi che hanno un maggior potere, economico e culturale, per difendere i propri privilegi. Lo scontento dei ceti inferiori nei confronti di quelli superiori viene dirottato contro i ceti ancora più bassi e trasformato in ostilità verso questi ultimi.

Dunque la difesa dei propri privilegi rispetto ai ceti inferiori si confonde con la ricerca di un capro espiatorio per le proprie frustrazioni. Si pensi alla decadenza dei ceti medi negli anni venti del Novecento, che favorì l’avvento del fascismo. Quei ceti erano terrorizzati dal pericolo di essere rigettati all’interno della classe operaia.

Tutto ciò spiega molto bene quello che sta succedendo oggi in Europa con l’afflusso dei migranti. La sofferenza per la massiccia disoccupazione dei lavoratori manuali si sta trasformando in odio verso l’immigrato. A questo punto è impossibile distinguere tra la volontà di difendersi dalla – vera o presunta – concorrenza dei migranti sul mercato del lavoro e la ricerca  semplicistica di un nemico a cui imputare il proprio malessere.

Quel che è certo è che, mentre i ceti impoveriti vengono spinti all’assalto degli immigrati, prosperano i ceti privilegiati che assorbono parassitariamente una parte crescente della ricchezza sociale. Si è creata una piramide, alla cui base ci sono migranti e ceti locali impoveriti; al vertice ingrassano gli speculatori finanziari, i grandi evasori fiscali e i managers apicali, i detentori di grandi patrimoni; e in mezzo c’è una selva di ceti che cercano di spingere i sottostanti ancora più in basso.

(1) Joshua Zeitz, “Does the White Working Class Really Vote Against Its Own Interest?”, Politico Magazine, Dec.31, 2017.

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