Origini medievali dell’arretratezza del Sud

22 Mag

Risultati immagini per sud medievale dipintoFinora, per sfatare il falso mito del Sud borbonico ricco e sviluppato, abbiamo dato qualche esempio con le analisi di Rosario Villari (1961), poi degli storici degli anni Settanta, infine con Gaetano Filangieri (1784). Ma adesso – prima di riprendere a parlare dei grandi meridionalisti che smentiscono quel mito – conviene inquadrare il problema nel suo contesto storico.

L’arretratezza del Sud d’Italia, cioè la sua esclusione dallo sviluppo economico e dalla società moderna, inizia nel cuore del medioevo (sono del tutto infondate le credenze di coloro che collocano l’inizio del processo nel Seicento o al momento dell’unificazione dell’Italia o addirittura negli anni Settanta del Novecento). Si ricorderà che il primo segno della nascita di un’economia nuova fu dato dalle città marinare italiane, e che le prime fra queste – a parte Venezia – erano meridionali (Gaeta, Napoli, Trani, Messina, le cittadine del golfo di Amalfi). Sopra tutte emergeva Amalfi stessa, che dominò il commercio italiano nei secoli IX e X, attraverso gli scambi con Bisanzio e la presenza in tutti i porti del Mediterraneo orientale.

Ma si trattava di un commercio di beni di lusso (prodotti appunto da Bisanzio) per i nobili feudali. Nel mentre Venezia commerciava in beni essenziali con le già fiorenti città della Val Padana. I traffici meridionali non suscitarono la produzione artigianale locale, né modernizzarono la poverissima agricoltura del Sud. Nel Nord, ricco di acqua e fertile, le campagne si liberarono dal giogo feudale, prosperarono e alimentarono il commercio; mentre nel Sud – montuoso, geograficamente disarticolato, arido e poco fertile, con pochissimi fiumi e tanti torrenti distruttivi – la produzione intristì e produsse solo un po’ di rendite per i rapaci feudatari.

Le città marinare meridionali, dunque, nacquero deboli, senza capacità di cambiare l’economia. Esse furono oppresse e infine distrutte dai feudatari locali, dalla concorrenza crescente delle città marinare del Nord (Amalfi fu distrutta due volte da Pisa nel secolo XII), e infine dai sovrani del regno del Sud. Il Sud era già unificato alla fine del XII secolo. I suoi sovrani sin dall’inizio non rappresentarono la variegata popolazione meridionale, la quale non aveva una sua identità (vi si parlavano le lingue più diverse: greco, latino, arabo, e non c’era una cultura comune). Questi sovrani si sentivano dei conquistatori, e non pensarono certo a creare una nuova cultura unificante. Neanche il grande Federico II lo fece, ostacolato com’era dal suo sogno imperiale e dall’ostilità accanita del papato.

Sin dall’inizio, quindi, i sovrani del Sud oppressero le città con tasse esose e combatterono la loro autonomia. Essi temevano che le città fossero indipendenti dal potere del re. Il risultato fu che le città deperirono, i loro commerci verso l’esterno scomparvero e i feudatari parassitari rimasero soli a controllare la produzione (che restò soltanto agricola). I feudi, sia laici che ecclesiastici, finirono col dominare le città (sempre più imbarbarite dalle lotte fra nobili) e tennero sotto scacco il sovrano, al quale non pagavano le tasse. I sovrani – per finanziare l’esercito, la nascente burocrazia e i loro sogni di conquista – dovettero ricorrere ai prestiti dei ricchi mercanti esteri (quelli interni ormai erano spariti).

Questi mercanti venivano soprattutto dalle grandi città commerciali del Centro-Nord d’Italia: Siena, Bergamo, Lucca, Milano, ecc., e soprattutto Firenze, Genova e Venezia. In cambio o in pegno dei loro prestiti essi ottennero il controllo di tutte le attività industriali, commerciali, bancarie e finanziarie del regno, comprese l’esazione delle tasse e il controllo del bilancio statale. Si stabilì di fatto una dominazione economica che non aveva niente da invidiare al colonialismo dell’età moderna.

Tutte queste cose emergono con chiarezza dalle analisi dei migliori storici del Sud medioevale, almeno secondo la nostra ricostruzione (1). E i meridionalisti – da Serra (1613) fino agli autori degli anni Settanta del Novecento (Compagna, Galasso, Graziani, Giannola, ecc. – erano del tutto consapevoli di questa origine dell’arretratezza meridionale.

Per novecento anni c’è un’impressionante continuità nell’assetto pre-moderno del Sud e nel dominio parassitario della grande proprietà terriera. Questo immobilismo arriva fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. La conseguenza fu di escludere il Mezzogiorno da tutto il lunghissimo processo di formazione, non solo dell’economia moderna, ma anche dello stato moderno, col suo corredo di cultura, valori civici, rispetto delle regole e garanzie. Il Sud arriva, non solo all’unificazione d’Italia, ma persino alla nascita dell’Italia repubblicana con la cultura del familismo amorale, ostile alla società moderna e ai suoi valori.

(1) Vedi Cosimo Perrotta, “Medioevo. Lo sviluppo soffocato sul nascere”: cap. 2 di L’arretratezza del Mezzogiorno, a cura di C. Perrotta e C. Sunna, Milano: Bruno Mondadori, 2012.

C.P.

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