L’idea perduta della spesa pubblica produttiva (commento a Panebianco)

7 Mag

di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per partitocraziaUn efficace articolo di Panebianco (Corriere della Sera, 30/4/2018) sostiene che, dopo la partitocrazia del periodo della guerra fredda, la democrazia italiana ha subito un’altra degenerazione nel senso opposto. Il potere politico e la “classe” politica sono andati in crisi, e vengono oggi dominati da due grandi “tecnostrutture”: i vertici delle varie magistrature e quelli della pubblica amministrazione.

Queste tecnostrutture, dice l’autore, gestiscono la società italiana perpetuandone l’immobilismo, e screditano ad ogni occasione la classe politica (fra l’altro, con la “grande bugia” che descrive l’Italia come molto più corrotta dei paesi simili ad essa). In questo modo, le tecnostrutture mantengono il loro predominio. Per lo stesso motivo, esse sono indifferenti, anzi ostili, all’economia di mercato, con la sua libera iniziativa, la concorrenza e il riconoscimento del merito individuale. Le tecnostrutture oppongono all’economia di mercato un moralismo qualunquista (ben impersonato dal Movimento 5 stelle, che l’autore considera un sottoprodotto di quelle stesse tecnostrutture).

Quello esaminato nell’articolo sembra un processo di degenerazione del quadro socio-politico italiano; simile a quello che noi, nel nostro piccolo, abbiamo spesso descritto come prevalenza delle rendite corporative e del parassitismo ad esse connesso. Ma Panebianco sembra scambiare la causa con l’effetto. Infatti non è la tecnostruttura che, in primis, impedisce il libero svolgersi dell’economia di mercato; è quest’ultima che non riesce a funzionare. Per questo essa cede spazio al corporativismo delle “tecnostrutture” grandi e piccole.

L’economia non funziona perché la politica non la governa. La politica ha come suo compito proprio di guidare il mercato, non solo dandogli delle regole e sorvegliando che siano rispettate, ma anche indicandogli le ragioni sociali del suo agire e incanalando le sue iniziative in una strategia di sviluppo nazionale. La debolezza della politica deriva proprio dal non saper svolgere questo compito, perché è ingannata dall’ideologia del mercato autosufficiente.

L’idea che l’economia di mercato sappia risolvere da sola tutti gli ostacoli al proprio sviluppo (i quali quindi verrebbero sempre dall’esterno) è sbagliata, e oggi gioca un ruolo perverso. La storia, al contrario, ci dice che in tutti i passaggi difficili dell’economia capitalista è stato necessario l’intervento dello stato; dal decollo di una nazione a una forte accelerazione dello sviluppo all’uscita da una crisi strutturale. L’intervento pubblico è necessario, non per sostituirsi all’iniziativa privata ma per sostenerla. Cioè, per promuovere gli investimenti, alzare la domanda attraverso l’assistenza ai più deboli, creare infrastrutture, estendere l’istruzione professionale e la scolarizzazione in genere, incoraggiare il progresso tecnico e la ricerca. Soprattutto, nel nostro caso, lo stato – come ha fatto in passato – deve aprire nuovi settori di espansione e di investimento, e incoraggiare la produzione di nuovi beni, che soddisfino i bisogni insoddisfatti.

Queste politiche ci farebbero uscire dalla crisi; ma esse richiedono un’espansione della spesa pubblica produttiva, non la sua riduzione. I nuovi investimenti dovrebbero essere finanziati dalla conversione, almeno parziale, degli attuali sprechi in spesa produttiva. Mi riferisco proprio agli sprechi gestiti e difesi dai vari potentati corporativi che Panebianco chiama le tecnostrutture. Il ceto politico si è condannato all’irrilevanza e al populismo proprio perché non ha saputo intraprendere questa politica di sviluppo. E non lo ha fatto perché è dominato dal verbo neo-liberista, secondo il quale la spesa pubblica in quanto tale è improduttiva, e quindi meno ce n’è meglio è.

La cosa curiosa è che i difensori di questa idea (vedi ad esempio gli articoli di Alesina e Giavazzi o di Ricolfi e di tanti altri) continuano a vestire i panni di minoritarie Cassandre inascoltate, quando il loro pensiero è così dominante che persino la sinistra ne è succuba. Con risultati devastanti. Per esempio, è ingannevole ridurre tutto il problemaalla contrapposizione fra domanda di assistenzialismo e non-politica neo-liberista. L’effetto peggiore di questa semplificazione è proprio quello di non fornire un’alternativa alla domanda di assistenzialismo; una domanda che viene posta di fatto da quella gran parte della società esclusa da ogni protezione e da ogni garanzia.

Il concetto di spesa pubblica produttiva è l’unica vera alternativa allo spreco; quello pubblico, dell’assistenzialismo o dei privilegi dei politici; quello privato, dell’evasione fiscale, della speculazione immobiliare o finanziaria, dei paradisi fiscali, dei privilegi corporativi; infine quello vastissimo della collusione fra decisioni pubbliche e clientele private, dagli appalti delle grandi opere,  alle “municipalizzate”, alle cliniche, scuole o università private, ecc.

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