Sul lavoro degli immigrati

23 Apr

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di Aldo Randazzo
Migranti e Sviluppo – Lavoro e Accoglienza n. 17 (aprile 2018)
L’inserimento lavorativo è il primo passaggio del processo d’integrazione degli immigrati. Su tale questione non credo possano esservi opinioni contrarie. Il problema è sul come vi si arriva e ciò che è bene fare prima, dal momento dell’accoglienza.Due sono gli aspetti su cui prestare attenzione:
Il lavoro non può essere gratuito. Non è dignitoso né per chi lo presta né per chi lo dà. Il valore (anche sociale) del lavoro è strettamente legato ad una retribuzione, altrimenti è lavoro volontario e in quanto tale è una libera scelta.
Esistono in Italia, già oggi, molte forme di precariato che interessano i nostri concittadini. È bene non estenderle, sia per evitare nuove modalità di sfruttamento, sia per non alimentare conflitti tra lavoratori (o disperati) che inevitabilmente entrerebbero, più di quanto oggi non accada, in competizione tra loro.
È vero che la vista di persone che bighellonano per tanti mesi o anni dà fastidio e genera insicurezza ma credo vada cercato un diverso ordine di priorità ai problemi. Va riconosciuto inoltre che il tema è di forte impatto politico e come tale dà luogo ad atteggiamenti ipocriti e contrasti strumentalmente generati. Un approccio razionale è indispensabile
In primo luogo, è stato detto più volte, le migrazioni contemporanee sono un fatto strutturale e, per quanto limitabile, incontrovertibile. A meno di non voler lasciare morire le persone in mare (cosa che dovrebbe offendere la coscienza di ognuno) queste vanno soccorse e accolte.
In secondo luogo, deve essere riconosciuto che, per molteplici ragione già note, dopo l’accoglienza solo una minima parte di queste persone può essere ricondotta nei paesi di partenza. A questo punto è necessario prendere atto che l’accoglienza è solo il primo momento di una fase più lunga e complessa che è quella dell’integrazione.
Tentando pertanto di stilare una scala di priorità le questioni possono essere così enumerate:
Predisporre centri dignitosi per l’accoglienza e attivare percorsi per una prima fase di inserimento (corsi di italiano, educazione civica, attività interattive tra i migranti, ecc.). L’impegno dovrebbe essere tale da occupare interamente le giornate.
Limitare al massimo il periodo di accoglienza riconoscendo in pochi mesi lo stato di rifugiato, asilo, ecc.
Sanare tutte le situazioni di irregolarità di quelle persone che si trovano sul nostro territorio (si stima siano circa 500 mila) e ai quali va dato permesso di soggiorno (a meno di delinquenti che sono detenuti o che dovrebbero avere una specifica vigilanza).
Ricevuti i permessi, le persone migranti dovrebbero essere prese in carico dai “Centri per l’impiego” per l’avviamento al lavoro.
Le considerazioni finora svolte non tengono conto della legislazione attualmente in vigore che è frammentata, confusa e contraddittoria, non in sintonia con il percorso tracciato. Per questo è necessario liberarsi di ipocrisie e strumentalizzazioni prima accennate. È necessario inoltre un maggiore coordinamento in tutto il processo che deve essere istituzionalizzato e liberato da troppe attività volontarie che se pure apprezzabili in assenza di un coordinamento sono dispersive.
Concludendo, ciò che va resa più celere è la prima fase del processo di integrazione: il riconoscimento del permesso di soggiorno. Per il dopo vanno attivati i Centri per l’impiego e l’Agenzia nazionale per l’occupazione. Va da sé che debba essere modificata la legislazione. Non mi pare che attualmente questi istituti abbiano obblighi verso gli immigrati.

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