Il lavoro è consentito a pochi immigrati

23 Apr

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Migranti e Sviluppo – la Scheda n. 17 (aprile 2018)

Appena arrivati in Italia, gli immigrati sono assistiti per la prima accoglienza. Subito dopo essi dovrebbero essere mesi in grado di contribuire al proprio mantenimento. Questa è necessario per la loro dignità e la loro integrazione con i locali. Ma ciò avviene solo per pochi di loro: quelli che entrano nei centri Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) che gestiscono la seconda accoglienza. Per tutti gli altri, lo stato di assistiti passivi si prolunga per anni, generando, in loro, frustrazione e tendenza alla clandestinità, e – in gran parte dell’opinione pubblica – l’accusa di parassitismo.

Lo Sprar prevede la collaborazione degli immigrati. Prima di essere codificati dalla legge, i centri Sprar sono nati dall’esperienza pratica e dal dialogo fra enti non-profit e istituzioni. Essi hanno quindi ben presente il problema di far lavorare gli immigrati accolti.

Scrive Fabio Colombo in “Il sistema di accoglienza dei migranti in Italia, spiegato per bene” (Le Nius, 27 agosto 2017) che gli Sprar forniscono: “beni e servizi di base: pulizia e igiene ambientale (svolti anche dagli ospiti in autogestione); vitto (colazione e due pasti principali, meglio se gestiti in autonomia dagli ospiti); attrezzature per la cucina; abbigliamento, biancheria e prodotti per l’igiene personale” ecc. (corsivi nostri). Gli Sprar forniscono anche ai singoli, oltre a facilitazioni per trasporti e telefono, pochi spiccioli al dì (da 1,5 a 3 euro).

Inoltre lo Sprar fornisce i servizi che consentono “di inserirsi in un sistema legale, sanitario, educativo, sociale; di imparare la lingua (…); di avere qualche chance lavorativa; di inserire i minori a scuola (…); di fare sport, o cultura. E consentono alla popolazione locale di conoscere queste persone”. L’autore nota che “Per fare tutto questo ci vuole personale” di vario tipo. Nel 2016, “il totale di persone [italiane] impiegate nei progetti SPRAR è stato di 8.505”. Quindi, quanto meglio è organizzata l’integrazione tanto maggiore è l’occupazione che si crea per gli italiani.

Al 1° aprile 2017 gli immigrati presenti nei 638 Sprar italiani erano solo 25.750, il 20% ca. Ma la percentuale diventa il 5% se la si rapporta ai ca. 500.000 immigrati non legalizzati sparsi in Italia; i quali, fra l’altro, non possono essere accolti o seguiti da nessuna struttura finanziata con denaro pubblico.
Il 78% degli immigrati sosta nei Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria) per mancanza di posti Sprar. I posti mancano perché solo mille comuni su 8mila hanno accettato gli Sprar. I comuni Sprar sono in proporzione molti di più nel Sud. Gli ospiti degli Sprar nel Sud sono oltre 12mila, più del doppio dei 6mila scarsi del Nord, il quale è ben più ricco e popoloso.
I Cas sono creati dallo Stato, non dai comuni. Da ciò, le frequenti lotte xenofobe in alcuni comuni del Nord contro le decisioni delle prefetture, nonostante che il Ministero degli Interni si impegni a non mandare più di 3 (tre) immigrati ogni mille abitanti! Mentre gli Sprar sono affidati solo a enti non-profit, I Cas possono essere affidati anche a enti di profitto. Essi ricevono in media, 35 euro a persona al dì.
I Cas dovrebbero essere strutture per soggiorni temporanei. Di fatto lo sono per soggiorni lunghi, come gli Sprar, ma senza i servizi di questi ultimi volti all’integrazione. La loro qualità non è codificata; ed essendo affidata all’ente gestore, è molto disuguale. Ci sono Cas che inseriscono gli ospiti nel lavoro e nei corsi come uno Sprar efficiente e altri dove dominano l’abuso e lo sfruttamento. Colombo osserva, in una delle risposte ai commenti, che le prefetture lavorano in emergenza e non possono guardare tanto per il sottile alla qualità degli appaltatori. Anche questo è dovuto al rifiuto della maggior parte dei comuni di creare centri Sprar.
I programmi Sprar stanno crescendo nel tempo, ma in modo troppo lento rispetto alle necessità. E’ evidente l’importanza dell’educazione culturale, che mostri che accogliere e integrare gli immigrati è vantaggioso per tutti.

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