Amazzonia: la tragedia del bene comune

12 Mar

Gli economisti chiamano “tragedia dei beni comuni” la tendenza dei cittadini a sfruttare le risorse pubbliche a fini privati fino ad estinguerle o a comprometterne la funzionalità. Applicato all’Amazzonia (7 milioni di kmq, distribuiti su 9 paesi) questo fenomeno si configura davvero come una tragedia senza fine.

Nella sua visita in Perù di fine gennaio 2018, papa Francesco ha condannato duramente la devastazione ambientale dell’Amazzonia che si traduce anche in devastazione umana (1). Il meccanismo è noto fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando apparvero sulla stampa le prime denunce, fatte dai gesuiti, dell’eccidio di villaggi indigeni amazzonici (ad es. si regalavano ai bambini zollette di zucchero avvelenato) per lasciare libero il terreno allo sfruttamento. Questi fenomeni si sono ingranditi sempre più. Lo sfruttamento intensivo delle foreste toglie l’habitat vitale alle tribù indigene e le condanna a una rapida estinzione.

In che cosa consiste questo sfruttamento? Nel prelievo forsennato del legname per il mercato europeo; la coltivazione di beni alimentari per la Cina; la sostituzione della foresta col pascolo per i bovini e la carne degli USA; lo sfruttamento incontrollato di acque e miniere. Questi processi trovano la complicità dei governanti corrotti in Brasile, Perù, Colombia, ecc. I latifondisti e proprietari terrieri si sono coalizzati in un blocco sociale (rurales), del quale fanno parte anche quelli che sfruttano illegalmente le miniere e i garimpeiros. Questi ultimi dragano i fiumi alla ricerca di oro usando il mercurio; il quale inquina le acque, distrugge la fauna ittica e i terreni, avvelena le fonti di sopravvivenza degli indios.

Daniele Mastrogiacomo racconta (2) che in Brasile ci sono appena 30 guardie forestali che dovrebbero proteggere 4 milioni di ettari. Una volta queste guardie avevano sequestrato le barche di garimpeiros e taglialegna illegali, ma questi incendiarono gli uffici dell’agenzia per l’ambiente, si ripresero le barche e hanno continuato il loro scempio (3).

Alla potentissima lobby dei rurales si aggiunge quella delle esportazioni. In Brasile, all’inizio di questo secolo la deforestazione si era ridotta del 70%, grazie alla limitazione dello sfruttamento dei terreni amazzonici imposta dalle presidenze Lula e Roussef; ma poi lo sfruttamento è ripreso in modo incontrollato. Il Brasile è tornato ad essere il più grande esportatore mondiale di zucchero, pollo, caffè, ecc. Temer, il presidente brasiliano accusato di corruzione conclamata, ha evitato l’impeachment grazie al permesso dato alle lobby di riprendere lo sfruttamento incondizionato dell’Amazzonia. Una situazione simile c’è in Perù, dove il papa ha protestato, e negli altri paesi amazzonici.

I latifondisti (152 imprese posseggono 40 milioni di ettari), le aziende agricole e le decine di migliaia di piccoli contadini hanno bruciato finora circa 500mila km quadrati di foresta (il 10% di tutta l’Amazzonia). L’esportazione di legname pregiato produce lo stesso effetto, perché trasforma la foresta in pantani e terre sterili. Le grandi dighe idroelettriche, come quella di Tucurui, la più grande, hanno distrutto centinaia di migliaia di ettari di vegetazione, che marcisce sotto le acque ed emette gas velenosi (4). In un solo anno (agosto 2105-luglio 2016) sono stati abbattuti 8mila km quadrati di foreste, pari a 135 volte la superficie di Manhattan (5).

Bisogna ricordare che l’Amazzonia è la più grande sede di biodiversità e la più grande fonte di ossigeno del pianeta. Si pensa che ospiti circa 60.000 specie di piante, alcuni milioni di specie di insetti, 3.000 specie di pesci, 1.300 specie di uccelli (si pensa che un quinto di tutti gli uccelli viva nella foresta amazzonica), 430 specie di mammiferi e altrettante di anfibi, e 380 specie di rettili (Wikipedia). La sua distruzione forsennata porterà il clima e l’ambiente terrestre al collasso.

Le miniere di ferro, uranio, bauxite, ecc., sono sfruttate senza controllo dalle multinazionali. Il 90% dei nuovi scavi avviene al di fuori delle concessioni governative e l’area disboscata illegalmente è 12 volte più grande di quella disboscata legalmente (6).
Di fronte a questa situazione, la Norvegia ha dimezzato i suoi aiuti economici al Fondo per l’Amazzonia del 2017 e minaccia di sospendere gli stanziamenti del 2018 e 2019 (7).

Vedi i media del 10-20 gennaio scorso.
Vedi la Repubblica del 20/1/18.
3) V. i ripetuti appelli di Avaaz; e l’appello degli scienziati sul clima (sbilanciamoci.info del 24/11/17).
4) V. Scheda di Elena Lorenzini e Francesca Ramponi in http://www.icponte.gov.it/ipertesti/america_meridionale/foresta.htm).
5) Lorenzo Brenna, “L’amazzonia è sempre più spoglia”, Lifetime, 2/12/2016 online.
6) Le Scienze, “Le attività minerarie distruggono l’Amazzonia”, 20/10/2017 online.
7) Rafael Marcoccia, “La distruzione dell’Amazzonia (e nostra)“, Terre d’America, online, 1 luglio 2017.

 

 

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