Dove prendere i soldi per lo sviluppo

5 Mar

di Cosimo Perrotta – I temi dello sviluppo, marzo 2018

E’ scomparso Andrea Ginzburg, studioso di profondo rigore, grande cultura e analisi raffinate. Era anche un uomo molto affabile e schivo. Era figlio di due grandi esponenti della cultura del Novecento, Leone e Natalia Ginzburg. “Sviluppo Felice” ha avuto l’onore di averlo fra i suoi autori.

Oggi il progresso tecnologico è talmente rapido ed esteso, e il capitale umano complessivo così grande che la produttività del lavoro è altissima. Le società più avanzate sono in grado di produrre tutto ciò che consumano impiegando una quota sempre più ridotta della forza di lavoro disponibile. Ma questo progresso non viene governato e sta producendo effetti perversi, innanzitutto un’enorme disoccupazione. L’ingente ricchezza prodotta si distribuisce in modo sempre più diseguale. Accanto a una società privilegiata o protetta, ne cresce un’altra disoccupata, sfruttata e povera.

Enrico Moretti, che insegna Economia a Berkeley e ha grande successo mediatico, sostiene che l’aumento della disoccupazione dovuto al progresso tecnologico è solo un inganno ottico. Quel progresso crea nuovi posti di lavoro in altri settori (La nuova geografia del lavoro, Mondadori 2013). In verità, quella tesi fu espressa già due secoli fa da Ricardo, il quale poi ammise che il progresso tecnico può creare gravi e prolungati disagi sociali (Principi di Economia politica, 1821, cap. 31).

Tanto più lo fa oggi che il mercato tradizionale è saturo. Il welfare state aveva garantito i consumi essenziali a tutti. Da allora non c’è sviluppo che non sia basato su consumi nuovi, non ripetitivi, e di qualità sempre più alta. Essi sono in gran parte beni pubblici o legati a un aumento dell’istruzione e della ricerca. Ma solo lo stato è in grado di avviare questi nuovi investimenti; e lo ha sempre fatto nei passaggi cruciali dello sviluppo – sebbene l’ideologia dominante lo ignori. Lo ha fatto persino in USA (vedi Mariana Mazzucato, Lo stato innovatore, Laterza, 2014).

Da molto tempo la mancanza di una politica di sviluppo ha portato alla crisi degli investimenti. Una gran parte dei capitali va verso i paesi emergenti; o finisce nella speculazione immobiliare o finanziaria; oppure viene nascosta nei paradisi fiscali. Ciò ha distorto il meccanismo di sviluppo, facendo dilagare rendite e privilegi. Per questo, più cresce la ricchezza sociale più aumentano i poveri e gli sfruttati. Si può – si deve – diminuire l’orario di lavoro per tutti (non troppo rapidamente, per via della concorrenza estera). Ma è un rimedio parziale.

In Italia la situazione è ancor più grave, essendo il parassitismo più radicato che altrove. Perché lo stato non investe nei nuovi settori strategici? Perché oggi la società è ricca ma lo stato è povero. E’ questo il vero inganno ottico. Non è la società ad essere povera ma lo stato, perché riceve pochi introiti. Gran parte della ricchezza prodotta viene intascata – anche se con forti disuguaglianze interne – dai vari gruppi protetti, che vanno dai super-ricchi fino agli occupati stabili. Essi arrivano a circa la metà della popolazione. In questi gruppi si annidano estese forme di elusione ed evasione fiscale, e di rendite improduttive.

Secondo i neo-liberisti, tagliare le tasse ai ricchi porta a maggiori investimenti, ma non è vero. Da Reagan fino a Trump, quei tagli hanno solo gonfiato la speculazione e i paradisi fiscali. Ma è anche sbagliato credere che basti ridurre le tasse alle imprese (e chiudere un occhio sul lavoro nero o assistito) per riavviare lo sviluppo. L’unico effetto duraturo è di impoverire ancor più sia lo stato che i lavoratori. Gli investimenti languono comunque se le aspettative di vendita sono negative.

Lo stato deve ridurre le ormai mostruose disuguaglianze di reddito e di cultura, facendo pagare le multinazionali e i grandi evasori, controllando l’esportazione di capitali, e prosciugando l’evasione attraverso controlli e sanzioni automatici (ha i mezzi per farlo). Deve tassare rendite e proprietà in modo progressivo. E deve combattere le mille forme di parassitismo, dal rifiuto di controlli in tutto il pubblico impiego ai rimborsi pubblici eccessivi dati agli enti privati; da appalti, consulenze, privilegi, stipendi eccessivi, all’incertezza e ai ritardi enormi di burocrazia e magistratura. Questo è l’unico modo per fare una seria spending review: risparmio ed efficienza.

Il denaro così ricavato va impiegato nell’assistenza delle fasce deboli o precarie, nell’attuazione dell’obbligo scolastico, nell’istruzione informatica per tutti. Poi in un assegno di mantenimento degli attuali disoccupati o iper-sfruttati in cambio di lavoro sociale vero e monitorato. Ciò può sottrarre tanti giovani alla mafia e alla micro-criminalità, e liberare lo stato dal ricatto assistenzialistico.

Infine il denaro va impiegato – coinvolgendo le imprese private – in grandi investimenti per i nuovi bisogni: infrastrutture e servizi collettivi, come alta velocità, nuove reti di comunicazione, riassetto del territorio; scuola e ricerca di qualità; disinquinamento; case decenti per tutti, servizi alla persona, ecc.

Si dirà che queste politiche contro l’evasione fiscale e il parassitismo vengono invocate da 30 anni. Bene, è il momento di attuarle, perché dopo c’è solo il baratro.

 

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Una Risposta to “Dove prendere i soldi per lo sviluppo”

  1. Aldo Randazzo 16 marzo 2018 a 18:55 #

    Il welfare state realizzato in Italia è stato frutto della convergenza della cultura politica comunista, socialista e cattolica e delle sollecitazioni che provengono dalla stessa Costituzione. Come ricordato, l’ambito dell’impegno pubblico è stato vasto. Negli anni ’60 e ’70 tanta parte della popolazione italiana, in particolare nel Mezzogiorno, anche per i miglioramenti salariali seguenti all’”autunno caldo”, è uscita dalle profonde ristrettezze post belliche. A mio avviso, tuttavia, il dibattito ha riguardato marginalmente considerazioni economiche (peraltro si riteneva in quegli anni che la crescita dovesse essere robusta e ininterrotta) e principalmente la sfera dei diritti e del benessere sociale in particolare per le fasce più deboli. Per tali motivi, nel pensiero politico dominante, l’welfare state in Italia è rimasto relegato ad una funzione prettamente assistenziale. Di per sé ciò non sarebbe stato grave se non fossero intervenute nel tempo quelle gravi distorsioni gestionali, determinate dal sistema di potere politico, che hanno alimentato corruzione, clientelismo, sprechi, ecc. Quale conseguenza, l’apparato pubblico non dispone oggi di una catena di comando e controllo adeguata ad uno Stato moderno.

    Ammesso che sopraggiunga la volontà politica (oggi non alle viste), ridare efficienza ed efficacia alla spesa pubblica tanto dal lato degli investimenti quanto dal lato del welfare richiede diversi anni. Altrettanto tempo è richiesto per riorganizzare la macchina dello Stato al fine di assicurare entrate (fiscali, contributive, ecc.) certe. Ma ciò che è necessario e impellente è uscire dalle ambiguità. È bene affidarsi interamente al mercato, come suggeriscono i liberisti, liberandosi definitivamente di uno stato sociale parassitario e sprecone? O è meglio avviare la riorganizzazione dello Stato (e dei suoi apparati) per ridargli un ruolo attivo nelle politiche di sviluppo? Da questa questione prettamente politica passa oggi la differenza tra la Destra e la Sinistra. Se si sceglie, come auspicabile, la seconda strada, è necessario affrettarsi prima che il debito e i vincoli dell’Unione Europea riducano ulteriormente i margini di manovra. Politiche fiscali regressive e una spesa pubblica scriteriata e incontrollata soffocano oggi ogni margine di manovra per lo sviluppo e la crescita.

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