E’ possibile parlare di sviluppo se il pianeta sta morendo?

12 Feb

di Maurizia Pierri     –     Ambiente: catastrofe o sviluppo – febbr. 2018

Risultati immagini per Economia del bene comune (Mondadori, 2017)In Economia del bene comune (Mondadori, 2017) il premio nobel Jean Tirole si interroga sulla sorte del bene comune e sul futuro dell’ economia capitalistica, messa in difficoltà da una crisi finanziaria globale che ha peggiorato le condizioni di milioni di persone e deteriorato il principio di pari dignità sociale. Egli individua, tra le grandi sfide che il nostro mondo dovrà affrontare e vincere al più presto, quella dei cambiamenti climatici e del loro impatto sull’ambiente.
Il livello e la temperatura del mare crescono, mettendo a rischio le isole e le coste ed alterando gli ecosistemi acquatici. Il clima delle aree temperate tende ad assumere caratteristiche da fascia intertropicale, con un aumento della frequenza di precipitazioni violente che si alternano a siccità estreme. Tutto questo avviene a causa delle emissioni di gas-serra che determinano una crescita della temperatura globale del pianeta. Secondo gli specialisti il limite massimo che il nostro mondo è ancora in grado di tollerare è un riscaldamento che varia da 1,5° a 2°; ma l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), nel rapporto di rilevazione del 2014, ha stimato che la temperatura media aumenterà prima della fine del XXI secolo fra i 2,5° e i 7,8°. Si tratta di livelli incompatibili con la sopravvivenza del pianeta per come noi lo conosciamo. Si noti che l’ IPCC è il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Esso fu istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dall’United Nations Environment Program (UNEP) per fornire ai governi di tutto il mondo una visione scientifica dello stato attuale delle conoscenze sul cambiamento climatico e sui suoi potenziali impatti ambientali e socio-economici.
Ed ecco la sfida: limitare l’aumento della temperatura alla soglia di tollerabilità, pur in un contesto mondiale di crescita demografica e della legittima aspettativa da parte dei paesi in via di sviluppo (India e Cina in primo luogo) di accedere ad un tenore di vita assimilabile ai canoni occidentali. Dunque occorre chiedersi se sia sostenibile l’attuale modello di sviluppo prettamente capitalistico a fronte della necessità di garantire la sopravvivenza del pianeta e se esistano efficaci strategie per monitorare e regolamentare la sostenibilità del modello. A queste domande è necessario dare una risposta, che non può essere l’attendismo, perché la responsabilità che abbiamo nei confronti delle future generazioni è enorme, come risultava evidente già nel rapporto “Our Common Future”, redatto nel 1987 dalla Commissione Brundtland. Quei rapporto definisce sviluppo sostenibile quello “… che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”.
Negli anni precedenti al rapporto Brundtland, altri economisti avevano posto in luce come la variabile ambientale potesse costituire un limite allo sviluppo. Nel 1970 il Club di Roma aveva commissionato al System Dynamics Group del Massachusetts Institute of Technology la costruzione di un modello matematico del sistema economico mondiale, sulla cui base effettuare una serie di simulazioni che tenessero conto di alcuni punti di crisi, come l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse. Il rapporto che ne scaturì, intitolato “The Limits to Growth”, e curato tra gli altri dai coniugi Meadows, catalizzò il dibattito sul rapporto tra crescita economica e ambiente, poiché dichiarava che il progresso economico avrebbe raggiunto nel lungo periodo un limite, nell’ipotesi in cui la crescita della popolazione mondiale, dell’inquinamento e della produzione di cibo, nonché l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse fossero proseguiti al ritmo dei decenni precedenti. A conferma di ciò, nel 1982 il “Global 2000 Report to the President”, commissionato dal presidente Carter e basato anch’esso su simulazioni delle tendenze di variabili demografiche, economiche e ambientali, arrivò a concludere che, se non si fossero manifestate inversioni di tendenza, nel 2000 il mondo sarebbe stato sovrappopolato, inquinato, ecologicamente instabile e che, nonostante la crescita del prodotto materiale, la popolazione mondiale sarebbe stata sotto molti aspetti più povera.
Quanto accade oggi sotto i nostri occhi era stato previsto e ha dato impulso ad un movimento internazionale che si è espresso in accordi e protocolli; ma sul piano pratico è prevalsa l’irresponsabilità. Oggi non è più possibile rinviare il problema. Nelle prossime occasioni cercheremo di dar conto della complessità ed interdisciplinarità del tema dell’ambiente, sempre restando nell’ottica dello sviluppo. Bisogna risvegliare le coscienze e speriamo che non sia troppo tardi.

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