Il partito personale e la democrazia

13 Nov

l’articolo 13-11-2017 di Oreste Massari

Risultati immagini per Il partito personale e la democraziaC’è un tipo di partito che mi pare del tutto in antitesi con i requisiti funzionali che la logica di funzionamento della democrazia richiede ai partiti politici, ed è il cosiddetto partito personale.

Le funzioni dei partiti sono molteplici e complesse, non sono riducibili e non sono esprimibili dalla singola personalità. Per tutti i teorici e gli studiosi dei partiti politici – da Edmond  Burke ad Antonio Gramsci, a Costantino Mortati a Giovanni Sartori – il partito è un organismo collettivo e collegiale che non si esaurisce né nei funzionari, né nelle oligarchie interne, né nel singolo leader.

Oggi si teorizza non solo “il partito del leader”, ma anche “il governo del leader”, sulla base dell’impossibilità di ricreare il vecchio partito di massa. Ma il partito del leader o il partito personale è un ossimoro. O c’è il partito che esprime anche un leader forte (sia pure tanto da controllare il partito per un certo tempo) o c’è un leader personale che ha fagocitato e annullato il partito. Il punto di discrimine è comunque la sorte del partito dopo la fine (politica o altro) del leader, se sopravviva o no. Se sopravvive allora, il partito è comunque istituzionalizzato e come tale non significa la fine del partito. A chi scrive pare esagerata l’enfasi che oggi si pone sul leader o sulla singola personalità (a parte il fatto che nella storia passata è sempre stato fortissimo il ruolo giocato dalle singole personalità, come ci insegnava il buon vecchio Plechanov). Ma ammettiamo pure che oggi è preminente la fase del partito del leader e dei partiti personali. Ma allora dobbiamo pensare ad altri strumenti e modalità di reggimento della comunità politica, compresa la regolamentazione legislativa dei partiti politici. Questi non possono più essere considerati puramente associazioni private di fatto, estranee al diritto pubblico. Essi svolgono funzioni pubbliche rilevanti, d’importanza pubblica, e come tali vanno riconosciuti, superando, per quanto ci riguarda, i limiti dell’art.49 della Costituzione[1]. Ma soprattutto, se si è affermato il partito (e il governo) del leader, allora dobbiamo ripensare la forma di governo parlamentare, e soprattutto di quella maggioritaria – e qui sta il collegamento tra partito politico e assetti istituzionali. Soprattutto, occorrerebbe sincronizzare la riforma della forma di governo – intesa sia direttamente con la modifica di norme costituzionale, con la regolamentazione legislativa dei partiti e con l’adeguamento dei regolamenti parlamentari,  sia indirettamente attraverso la riforma elettorale – ai partiti di fatto.

In più, ad aggravare i problemi che il partito personale pone, occorre considerare un’altra tendenza in atto, quella della democrazia diretta e al ricorso a forme di partecipazione sempre più dirette, come le primarie, i referendum, l’elezione diretta di alcune cariche monocratiche, ecc. Nell’ambito dei partiti, quando queste modalità di democrazia diretta e immediata si saldano con il partito personale e del leader può sprigionarsi un cortocircuito che può tramutare i caratteri stessi della democrazia interna, facendo prevalere l’elemento plebiscitario su quello rappresentativo-deliberativo della democrazia, come aveva ben visto Fraenkel. Il partito come organismo collegiale e collettivo implica l’esistenza di uno spazio per la democrazia deliberativa, che non può essere surrogata dalla democrazia diretta (per esempio delle primarie). Le primarie, come quelle per la scelta del leader, sono eventi puntuali e una tantum, possono essere utilissime ma non possono chiudere definitivamente il processo decisionale all’interno di un partito politico, processo che si deve alimentare di momenti e spazi deliberativi a tutti i livelli, dalla periferia al centro.   L’impresa di un partito, tanto più quando si prefigge di cambiare le cose, non può essere l’impresa di una singola personalità, per quanto legittimata e capace (a volte può essere persino carismatica). Essa è sempre un’impresa collettiva e collegiale, per quanto la leadership personale sia importante e persino indispensabile.

Infine un’ultima considerazione, Ad alimentare queste tendenze “plebiscitarie” e queste tendenze anti-partito, occorre tenere presente un’altra tendenza potentissima, perché affonda nelle radici stesse dell’economia: la tendenza alla – com’è stata definita – disintermediazione.  Com’è oramai abbastanza riconosciuto, tutti i corpi sociali intermedi e le strutture d’intermediazione sono minacciati dalla globalizzazione neo-liberista, e con essi i partiti politici. Ed è una lotta per certi versi impari. Da una parte la democrazia politica richiede che i partiti esistano e funzionino, dall’altra le tendenze liberiste dell’economia congiurano a limitare, se non a spazzare via, le strutture della politica democratica (stati nazionali, parlamenti, sindacati, ordini professionali e ovviamente i partiti politici). Ancora una volta la democrazia è alle prese con il problema di governare l’economia, senza farsi travolgere.

Il futuro dei partiti è tutto dentro questa lotta o questo confronto. Ma bisogna essere fiduciosi sulle risorse della democrazia.

(Questo testo è l’ultima parte della Lectio Magistralis letta da Oreste Massari all’Univ. La Sapienza di Roma il 31 ottobre 2017)

[1] Ho trattato il tema in I partiti e le regole, “Democrazia e Diritto”, 3, 2016, riprendendo e sviluppando le considerazioni svolte in un’audizione nella Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati nel 2015.

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Una Risposta to “Il partito personale e la democrazia”

  1. Aldo Randazzo 17 novembre 2017 a 19:20 #

    Ho trovato interessante il percorso logico espositivo. Sono tuttavia meno fiducioso sulle conclusioni circa le “risorse della democrazia”. Con l’affermarsi delle pratiche neoliberiste, le nuove tecnologie e la globalizzazione dei mercati sono cresciute tutte le diseguaglianze in tutte le forme conosciute. La forza degli Stati nazionali si è indebolita e, in tutto il mondo occidentale, le democrazie hanno perso vigore. I partiti personali si configurano come oligarchie politiche al servizio di poteri economici nazionali e sovranazionali.
    Al tempo stesso, le società sono sempre più frantumate negli interessi; prevale l’esclusione dalla vita politica dei più deboli e scarso riconoscimento dei loro diritti. La Destra sociale avanza un po’ ovunque alimentando ideologie nazionaliste, xenofobia e proposte autarchiche in economia. In questo quadro la Sinistra che conosciamo appare smarrita e incapace di ricomporre una solida rappresentanza politica. Anch’essa dà molto spesso risposte improntate al più deteriore populismo. È necessario pertanto ridare vitalità alla democrazia (partiti e istituzioni). Ma questo non può essere un discorso astratto. È altrettanto importante, partendo dai bisogni dei più deboli della società, prestare attenzione alle proposte e agli obiettivi. Modalità di rappresentanza e contenuti sono inscindibili.

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