Africa senza pace n. 1 / Rwanda, tortura e impunità

16 Ott

Il documento 16-10-2017

Risultati immagini per RwandaPubblichiamo qui il primo di una serie di documenti che parlano dei massacri e le violazioni dei diritti umani che si svolgono oggi in Africa. Dedichiamo questi documenti a chi ritiene che i profughi che arrivano in Europa da paesi non ufficialmente in stato di guerra non abbiano diritto all’accoglienza.

 

Rwanda, tortura e impunità

(da Nigrizia: giovedì 12 ottobre 2017, Rapporto di Human Rights Watch)

In Rwanda, tra il 2010 e il 2016, 104 persone sono state arrestate illegalmente da uomini dell’esercito e tenute prigioniere in centri di detenzione militari non ufficiali. Nei centri, dislocati in varie aree del paese, hanno subito maltrattamenti e torture: pestaggi, scariche elettriche, asfissia, finta esecuzione. Nella maggior parte dei casi, i prigionieri sono stati costretti a sottoscrivere confessioni preconfezionate e quindi condotti davanti ai giudici che li hanno spinti a confermare quanto firmato. Alcuni detenuti sono stati liberati, arbitrariamente come erano stati arrestati, senza accusa e senza procedura giudiziaria.

Lo denuncia un rapporto dal titolo “Noi ti costringeremo a confessare”: Tortura e detenzione militare illegale in Rwanda, stilato di Human Rights Watch, organizzazione non governativa che dal 1978 si batte per la difesa dei diritti umani. Sottolinea Ida Sawyer, direttrice dell’ong per l’Africa centrale: «Le ricerche condotte in questi anni dimostrano che in Rwanda i responsabili militari possono ricorrere alla tortura a loro piacimento, nella totale impunità».

La maggior parte delle vittime ha subito questi abusi perché sospettata di appartenere o di collaborare con le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr), gruppo di opposizione armata, composto in maggioranza di hutu rwandesi (alcuni dei quali hanno preso parte al genocidio del 1994: almeno 500mila morti di etnia tutsi e hutu moderati) con basi nella Repubblica democratica del Congo. Altri sono stati imprigionati e torturati perché accusati di avere legami con il Congresso nazionale rwandese, gruppo di opposizione in esilio, composto di ex membri del partito oggi al potere, il Fronte patriottico rwandese del presidente Paul Kagame; oppure identificati come sostenitori di Victoire Ingabire, in carcere dal 2010, condannata a 15 anni per sovversione e negazione del genocidio del 1994, e ancora presidente delle Forze democratiche unificate, partito messo fuori legge.

La ong ritiene che il numero delle persone detenute illegalmente sia più elevato perché molti ex prigionieri non parlano per paura di rappresaglie e che questa pratica stia continuando anche nel 2017. Nei casi documentati, i centri di detenzione sono lo stesso ministero della difesa (Minadef), i campi militari di Kami e Mukamira, una base militare chiamata “Gendarmerie”, alcuni edifici a Bigogwe, Mudende e Tumba, e anche alcune residenze private. Nel rapporto, oltre ai racconti delle vittime, ci sono anche le dichiarazioni di responsabili governativi e militari, alcuni dei quali hanno testimoniato chiedendo l’anonimato.

Crimini odiosi

Il governo rwandese non ha risposto alle numerose lettere di Human Rights Watch, dove si chiedono risposte su questioni specifiche, e ha affermato più volte pubblicamente che in Rwanda la detenzione non ufficiale non esiste. Il ministro della giustizia Johnston Busingye, nel marzo 2016, ha dichiarato davanti al Comitato dei diritti umani dell’Onu che nel campo militare di Kami «non avviene alcun interrogatorio di sospetti e nessuno è tenuto prigioniero».

Human Rights Watch ricorda che siamo di fronte a una violazione flagrante del diritto rwandese e internazionale e invita la Commissione nazionale dei diritti dell’uomo in Rwanda (il paese dei Grandi laghi ha ratificato, il 30 giugno 2015, il Protocollo della Convenzione contro la tortura) «a dar prova di indipendenza e di coraggio, indagando su questi casi sensibili ed evitando di fornire una copertura a questi crimini».

Conclude Ida Sawyer: «Il governo rwandese ha il diritto di proteggere i suoi cittadini dai gruppi armati come l’Fdlr, ma consentire a membri dell’esercito di commettere crimini odiosi non fa che instaurare diffidenza verso il governo».

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