Capitale umano e consumismo

25 Set

l’articolo 11-9-2017 di Cosimo Perrotta

Risultati immagini per Capitale umano e consumismoL’idea che l’istruzione e il training aumentino la produttività del lavoro esiste da sempre nell’economia moderna. A volte essa è stata declinata in termini individuali: l’individuo dedica tempo allo studio per aumentare la propria specializzazione e quindi il reddito. Altre volte, si riferisce ad un processo collettivo.

Schultz ufficializzò l’espressione “capitale umano”;[1] e cercò di calcolare un rapporto quantitativo fra livello di istruzione e aumento di produttività. Ma quel calcolo non è mai riuscito. Infatti le variabili in ballo sono troppe (diversità di programmi, metodi di studio, capacità e attitudini dei singoli, ecc.) e le combinazioni fra loro sono praticamente infinite. Per di più, ci sono altri fattori che determinano il livello di produttività, come il comfort, la cultura familiare e sociale, i valori dominanti, le cure sanitarie, il livello di sviluppo dell’economia, ecc. Questi fattori sono altrettanto svariati, complessi e soggetti a combinazioni infinite.

Comunque, il filone aperto da Schultz è fecondissimo; ma solo in potenza. Oggi tutti sanno che l’economia post-industriale si basa sull’investimento in capitale umano; che quindi ricerca e scolarizzazione sono i fattori essenziali dello sviluppo. Ma le conseguenze di questo fatto rimangono ignorate. Vediamo perché.

L’investimento in capitale umano è in buona parte immateriale (ma non del tutto: si pensi al comfort o alle cure mediche, e alle infrastrutture che ne sono il supporto). Questo ha portato gli economisti a sottovalutarlo per tutta l’epoca industriale. Essi pensavano che il progresso fosse garantito sostanzialmente dai beni materiali; e che il lavoro immateriale (i servizi) fosse importante ma subordinato.

Oggi non è più così. Il nucleo della ricchezza sociale è un insieme di fattori immateriali che  creano beni di consumo immateriali (vedi per esempio l’informazione, la cultura, l’istruzione, l’amministrazione, l’organizzazione, ecc.). Oppure creano beni il cui veicolo materiale vale sempre di meno rispetto al prodotto immateriale che veicola (si pensi ai dvd, televisori, computer, smartphone ecc.).

Si dirà: ma i beni materiali sono essenziali. Certo che lo sono. Anche i prodotti agricoli sono essenziali; ma non per questo dobbiamo credere, come facevano i fisiocratici, che oggi l’agricoltura sia il maggior fattore di sviluppo. La ricchezza materiale ha un peso sempre minore nell’economia complessiva. Oggi un’economia sviluppata è in grado di produrre la parte materiale della sua ricchezza con una frazione sempre più piccola della propria forza-lavoro. Se la produzione di beni materiali è tuttora molto estesa, ciò vuol dire che molti di questi prodotti sono inutili e il lavoro che li produce è improduttivo. Si tratta di beni ripetitivi, che non danno nuova utilità. Se una famiglia si riempie di televisori, alimenti, vestiti e automobili, e li cambia molto più spesso di quanto le serva, essa sta sprecando buona parte del suo reddito perché non può accedere ad un altro tipo di beni quelli che soddisfano bisogni finora insoddisfatti.

Nonostante le ricorrenti critiche all’eccesso di consumi, i bisogni insoddisfatti sono tantissimi, e sono tutt’altro che superflui. Immaginate una politica lungimirante che impieghi le imposte pagate dai cittadini per risanare l’ambiente inquinato in tutti i suoi aspetti (terreno, acque, aria, città congestionate, periferie degradate, verde pubblico carente, raccolta e trattamento dei rifiuti insufficienti, abusivismo edilizio, uso di pesticidi, uso dissennato della plastica, ecc. ecc.). E usi le imposte anche per migliorare i trasporti pubblici, combattere l’evasione scolastica, estendere la ricerca, alzare la qualità dell’istruzione, diffondere la cultura, promuovere campagne di comportamento civico, migliorare la socializzazione delle fasce deboli (handicappati, anziani, minoranze etniche, ecc.). E ancora, per rinnovare il patrimonio edilizio e restaurarlo secondo le norme antisismiche; per estendere la banda larga informatica a tutto il paese; per rendere più efficiente la pubblica amministrazione. E che organizzi un vero controllo del territorio, per combattere la criminalità, l’evasione fiscale, le violazioni del traffico, l’abusivismo, il degrado degli spazi pubblici.

Tutti questi bisogni sono necessari e urgenti, ma insoddisfatti. Si tratta di bisogni collettivi, ma la loro mancanza incide abbassa sempre più sulla qualità della nostra vita privata. Almeno per i ceti medi, è sempre meno vero che sia soprattutto il reddito privato a determinare la qualità di vita delle famiglie.

Dunque non soffriamo di un eccesso di consumi, come dicono un po’ tutti. Al contrario, soffriamo di una carenza di consumi che, per il nostro livello di sviluppo, sono ormai necessari (i quali consumi necessari vengono sostituiti da consumi inutili).

[1] Schultz, Theodore, “Investment in Human Capital”, American Economic Review, March 1961, pp.1-17.

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